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sabato 18 luglio 2009

MARE D'ABRUZZO


Le signore sdraiate sul lettino vicino al mio, belle, con un'abbronzatura perfetta, coi bambini chiassosi che fanno il bagno insieme con i miei, parlano delle cose di tutti i giorni che non ci sono più: un phon rimasto sepolto sotto le macerie del bagno, un tavolo di cristallo, sedie di pelle, la prima casa, la seconda casa, l'attesa burocratica per la valutazione dei danni, la visita all'agenzia per comprarne una nuova, e poi lo stop, perché ci sono state altre scosse e ancora non ti poi fidare, non puoi rischiare di perdere tutto una seconda volta.
La scena è quella solita di ogni estate: l'albergo, il mare, la piscina, la musica, i bambini, tanti bambini. Ma le parole sono diverse.
Comincio ad accogermi che qui, a guardare questa estate normale insieme con me, c'è chi ha perso famiglia, amici, casa, passato, presente, certezza sul futuro. Vivono in quest'albergo da mesi. Parlano delle cose di tutti i giorni, ma non raccontano. Le loro storie provo a immaginarle. Ho paura di chiedere: forse hanno già raccontato troppe volte... .
Giorno dopo giorno li riconosco. I balconi delle loro stanze hanno gli stendini pieni di vestiti, scatole colorate per le cose rimaste, detersivi, scarpe: un concentrato di vita quotidiana in meno di un metro quadrato, in attesa di muoversi, di crescere, di ricollocarsi nella normalità di uno spazio domestico.
Gli anziani stanno davanti alla tv, o seduti la sera sul grande terrazzo comune. Sono silenziosi. Una signora in particolare mi colpisce per il suo sguardo fisso, come ancora attonito. Vestita di nero, di tanto in tanto piange, di fronte alla televisione. Poi c'è n'è un'altra sulla sedia a rotelle con il marito che la tiene sempre per mano.
E guardandomi intorno con l'occhio più attento scopro che qualcuno porta ancora i segni, le ferite di quei giorni. In ascensore ho incontrato una donna con metà testa fasciata. Non l'avevo notata prima. Era rimasta nascosta tra le centinaia di avventori del grande albergo. Abbiamo scherzato su una cosa, poi ha sorriso ai miei bambini e ci siamo salutate.
Man mano l'occhio si allena, e allora mi accorgo che tante giovani donne hanno abiti nuovi, nuove borse, nuovi cellulari, che i loro bambini sono vestiti all'ultima moda: sono scappati via dalla morte e adesso, lasciate sotto le macerie le vecchie cose, sembra che comincino una nuova vita, a partire dagli oggetti di tutti i giorni.
Ricominciano d'estate, in una stagione in cui è più facile rinunciare alla normalità e alla routine. Ricominciano guardando il mare insieme con noi più fortunati.
Ieri sera ho visto un signore con una bella maglietta rossa. Sulla schiena c'era scritto: non può crollare una città che sa volare.

mercoledì 8 aprile 2009

Quel crocifisso appeso a un albero


"Su tutto regna il silenzio, nuovo e indefinibile"
"I vivi non hanno niente, non hanno le case

ma soprattutto non hanno i loro oggetti che non possono più afferrare"



di PAOLO SORRENTINO
TEMPERA (L'Aquila) - Sono tutti morti. Anche i vivi. I cadaveri sono stati coperti con un velo e i vivi sono stati svelati. Sono cadute le pareti delle loro case e chiunque può frugare nella loro intimità. Attraverso una finestra si sbircia come voyeur, ma quando sono le mura a non esserci più, allora si smette di spiare. Si condivide. Si scorgono bagni e boiler, accappatoi, uccelli impagliati, televisori a schermo piatto, quadri, collage di fotografie di fidanzati, stampanti di computer, bottiglie di plastica. Basta solo arrampicarsi lungo le stradine del centro storico dell'Aquila. Incustodite e deserte. Tutto è incustodito e deserto. Tutti possono vedere e fare tutto. Per poi scoprire troppo presto che non si può fare niente. Solo guardare dentro le case. Squassate in sezione, come certe vecchie case delle bambole. Come in una delle immagini più famose di "Germania anno zero". Le case dell'Aquila sono case di Barbie, ma tutte ricoperte di un sottile velo di polvere. Un'imbalsamazione degli oggetti. Che li invecchia di colpo. Mentre, poche ore fa, viveva tutto. Viveva dentro i sorrisi e dentro le parole che, in un attimo, sono state annientate. Per questo è tutto morto. Perché nessuno parla, nessuno ride, e anche i pianti sono brevi e improvvisi, a volume ridotto, appartati e composti. Sono pianti di una gente orgogliosa che, questa è l'impressione, non è abituata a piangere. Dal momento che anche il pianto sa essere una forma di spettacolo, ma lo spettacolo è un repertorio che appare del tutto estraneo alla dignità di queste persone. I vivi non hanno più niente. Non hanno le case, ma, soprattutto, non hanno l'interno delle loro case, non possono più afferrare quella visione d'insieme fatta d'oggetti, odori, che compongono la vita e la quotidianità. Non hanno i punti di riferimento minimi che attrezzano gli individui per la sopravvivenza al dolore. Hanno solo i morti. Anche per questo sono morti. E hanno un fiume indefinito d'estranei che si aggira per la loro città. Perlopiù in divisa. E anche questi estranei, eroici e tenaci, sembrano muoversi in una sorta di lutto attivo. Ma sempre di lutto. Mentre gli abitanti, nella loro sovrumana compostezza, sembrano attraversati da una forma dolorosa ancora sconosciuta. Un lutto freddo. Che incute un rispetto assoluto. E nessuno, neanche per sbaglio, si sogna di tradire il rispetto per il loro lutto. Una famiglia piange davanti alla casa dello studente e le televisioni vincono l'irresistibile tentazione. Li lasciano in pace.
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Una delle ragazze più belle viste negli ultimi dieci anni attraversa un gruppo di almeno cinquanta giovani in divisa. Nessuno commenta. Nessuno solleva uno sguardo di troppo su di lei. Ciascuno ha ritrovato il rispetto e la dignità. Nell'orgia del dolore, il mondo va come dovrebbe andare. E poi regna la paura, perché niente è finito e tutto è solo cominciato. Tutti i pensieri, anche quelli più elementari, sono violentati dalle scosse d'assestamento. La paura e il dolore, uniti e inscindibili, formano un'unica entità. Un'entità insopportabile. Che congela questo lutto, per farsi cosa attonita, ed impressionante. E, su tutto, il silenzio. Un silenzio nuovo e indefinibile. Interrotto, di tanto in tanto, da un elicottero lontano. Da un aereo militare. E tutti a comporre lo stesso pensiero, ma nessuno lo comunica, perché è banale: la sensazione di un'altra, più piccola, ma simile, guerra mondiale. A intervalli regolari, solo il rumore delle ruspe; le braccia meccaniche, oltre i tetti sfondati, raspano nelle macerie, per poi fermarsi ex abrupto. Allora i vigili del fuoco riprendono a muoversi con cautela e fatica. E l'interruzione delle ruspe porta tutti sullo stesso, ossessivo concetto: ci sono altri morti. Perché pare tramontata l'idea di trovare i vivi. Così dicono i cani. Le rare volte che si parla, si parla delle unità cinofile. I cani, sono loro che "bonificano" le zone. Sono loro che, momentaneamente, stabiliscono e qualificano, in maniera affidabile e concreta, un'idea di speranza. Frugano in mezzo alle macerie e odorano. I vivi a lutto frugano in mezzo alle macerie e sprofondano nuovamente nell'intimità della gente, ma più in dettaglio questa volta. Una vicinanza scandalosa. Ed escono fuori vecchie cartelle della tombola, ecocardiogrammi, borse di donne anziane, scarpe spaiate, album fotografici di una felicità che pare preistorica e i volontari della protezione civile raccolgono tutto dentro enormi buste. Con un'accortezza commovente. Perché promette una parziale restituzione alla vita, una volta trovati i legittimi proprietari. E poi spunta un crocefisso da pochi soldi, uno di quelli che sormontano brutti letti matrimoniali. Un volontario raccatta dello spago e lo attacca ad un albero. La cosa non colpisce, non smuove nessuno. È un gesto che richiederebbe pensieri e interpretazioni simboliche appena più complesse, che nessuno è in grado né ha voglia di fare. Ancora silenzio, fantasmagorico. C'è il silenzio di certe prime teatrali, un attimo prima che si apra il sipario. Anche i molti, con lo sguardo vacuo, e l'orecchio appeso al cellulare, sono muti. Telefonano, ma sembra che non parlino. E puoi anche dubitare che ascoltino. S'intuisce solo una serie ininterrotta, feroce, di squilli senza risposta. Le persone sono tutte mute, eppure cortesi. C'è una gentilezza silenziosa. Come dovrebbe essere il mondo, anche lontano dalle tragedie. Le ruspe attaccano e si fermano di nuovo. Si sente solo il motore acceso di un'ambulanza in attesa di niente. Non arriverà nessuno. Neanche la delusione. L'autista spegne il motore. Nelle strade del centro storico, adiacenti a via XX settembre, un solo, sordido rumore, è spietato e incessante. Quello dell'acqua delle tubature divelte. Piccoli rivoli che scrosciano. Per poi perire, appena ci si allontana di pochi passi. È come un lento disgelo. Ma senza il candore della neve in montagna. Qui, quello che un tempo doveva essere immacolato e prezioso, è diventato residuo. Insensato e senza possibilità d'uso. Dopo l'ennesimo silenzio, ancora il rumore della paura. Sono le 19 e 45 di martedì sette aprile. Una scossa violentissima. Scappano tutti. Poco dopo arriva un uomo con gli occhiali e dice che è stata trovata una ragazza sotto le macerie. Viva. Anche i cani sbagliano.
(8 aprile 2009)

Letto su Repubblica.it