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giovedì 28 marzo 2013

SE SI PERDE IL RISPETTO DEL DOLORE



Non c'è bisogno di essere una mamma per capire quanto indicibile dolore possa spingere una madre a scendere in strada con la foto del figlio morto ammazzato. Perdere un figlio è contro natura. Dover riaffermare, ogni volta, quella morte è una tragedia senza confini. Nessuna civiltà, nessun rispetto si possono ottenere se non si rispetta, almeno, il dolore più profondo che un essere umano può provare nella sua vita.


http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/03/27/Aldrovandi-agenti-manifestano-sotto-ufficio-madre_8467979.html  

http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi

mercoledì 20 febbraio 2013

SPQR=TVB

La scrittura si è abbreviata, è un dato di fatto. Anche il mio amico Ricardo Madrid, che scriveva Condoricose, è stato fermo per tanto tempo, senza produrre post per il suo blog, tanto che adesso sulla sua pagina figura solo il simbolo dei lavori in corso. Ricardo è stato il primo da cui ho sentito questa riflessione: da Facebook in poi è più difficile scrivere testi lunghi.

E' vero: per comunicare bastano poche parole, ma giuste. Le 140 battute di Twitter mi hanno ricordato che la comunicazione funziona se evoca o esprime il non comune, il non detto, oppure il non detto prima così bene.
Ho avuto modo di riflettere di più su questi argomenti da quando, poco più di un mese fa, ho conosciuto #scritturebrevi, una iniziativa di riflessione e sperimentazione sulla lingua messa in campo da una mia autorevole amica, Francesca Chiusaroli, professore di Linguistica in tante università italiane, tornata recentemente a Macerata, dove insegna dal mese di ottobre. Qui trovate tutto quello che è stato detto e pensato sulle #scritturebrevi.

Volendo fare la sintesi della sintesi, potremmo dire che SPQR è come TVB e quindi non c'è da stupirsi o da scandalizzarsi per il nuovo linguaggio dei giovani.

Del resto, scrive Francesca Chiusaroli:
Chi l'ha detto che i linguaggi giovanili non hanno rispetto del passato?
Un sorriso vale più di mille parole
Il punto e virgola è a dir poco indispensabile ;-)
TVB è una frase "lapidaria".
Il cuore ♥ è un disegno universale.

La storia della scrittura continua nel tempo a mettere in atto i meccanismi che "funzionano". Brevità ed efficacia sono sicuramente tra questi, visto che il linguaggio risponde essenzialmente al principio economico del massimo rendimento con il minimo sforzo (dal punto di vista della comprensione, però, non della produzione, perché, come dice Mark Twain, potresti avere bisogno di più tempo, non di meno, per scrivere qualcosa di breve e di buono).
Ecco perché i linguaggi apparentemente destrutturati degli sms o dei tweet alla fine sono per tutti noi così familiari e naturali, anche se non li usiamo quotidianamente. Pensiamoci bene: anche il meno socialnetwork-informatizzato di noi capisce che ke è uguale a che, cmq sta per comunque (del resto abbiamo familiarità con i codici fiscali, no?), ma anche che il disegnino del cuore significa affetto e che l'icona :( indica tristezza. Allo stesso modo l'espressione beniiiissssiiiimooooo!!! consente di comprendere immediatamente l'atteggiamento positivo di chi la scrive. La parola di fatto si allunga, ma lo spazio occupato è sempre minore di quello che sarebbe necessario per esprimere lo stesso concetto con una perifrasi tradizionale.

Ho appreso la differenza tra iconico e icastico dalla storia dell'arte, ma trovo che nella lingua scritta queste due dimensioni possano fondersi naturalmente e, anche, che ci troviamo in un periodo storico in cui con estrema libertà ci si può esprimere attingendo da entrambe, e mescolandole: si può dare visibilità ai concetti usando le icone, ma anche profondità alle parole sfruttando la loro potenza evocativa.
Siamo più ricchi, almeno qui ;)

Anche: http://www.scritturebrevi.it/2013/03/04/spqrtvb/

venerdì 14 dicembre 2012

RACCONTI CHE C'ENTRANO COL NATALE

Quest'anno il Natale mi sembra più caldo. Non ci sono i soldi e quindi non c'è nemmeno la corsa ai regali. Io ho comprato libri, prevalentemente, e siamo addirittura riusciti a convincere mia madre che non c'è bisogno del cenone della vigilia, né del pranzone il 25 dicembre.
Risultato: siamo più tranquilli e aspettiamo senza stress.
Il presepio lo sto facendo giorno per giorno e mi gusto ogni pezzetto, senza comprare niente di nuovo. La prima sera i ragazzi hanno assegnato un posto alle case e ai personaggi e da lì ho capito qual era l'idea che avevamo in testa. Poi ho aggiunto un soppalco per la paglia alla capanna di legno che tre anni fa abbiamo costruito insieme in garage, che due anni fa mio padre e mio figlio hanno modificato per aggiungere le luci, che ogni anno la gatta Flora visita, a lavoro finito, per accomodarsi al suo interno come se lei fosse un gigantesco Gesù Bambino. Abbiamo, come ogni anno, tirato fuori dalle scatole i personaggi più preziosi, scolpiti sul legno da uno scultore spagnolo, rotondetti e con la faccia da bambini. Quelli me li hanno regalati mia sorella e i miei genitori a ogni anniversario di matrimonio per i primi tempi dopo che mi ero sposata. Poi sono arrivata molto indietro nel passato, con le casette di cartone costruite da papà usando scatole delle scarpe quando io non ero ancora nata e un castello con le torri e i tetti rossi appuntiti che stava sul presepio di mio nonno, a Roma, nell'ingresso della piccola casa dove io e mia sorella eravamo felicissime quando capitava di poter trascorrere lì le feste. C'è il muschio raccolto chissà quando, la paglia di un vecchio pacco regalo e persino un angelo rimasto in casa dopo il trasloco dei precedenti proprietari. Ci vuole lentezza e serenità per gustarsi e contenere tutti questi ricordi.
Un po' di tempo fa ho scritto un racconto (che poi ho cestinato, ma questa è un'altra storia), che parlava di una giovane donna che comprava di tutto. Dopo aver riempito la sua casa di cose inutili, molte delle quali mai aperte e mai usate, le capitano una serie di sventure che la portano fino alla strada, tra i barboni di Roma. Perde fidanzato, lavoro e amici. I suoi genitori sono lontani e nel giro di poco tempo potrebbe trovarsi anche senza tetto. A questo punto ha un'idea: associarsi con i suoi amici clochard e aprire un laboratorio di pronto intervento di idraulici, imbianchini, sarte, fattorini, muratori. La formula funziona e l'ufficio che trovano vicino alla stazione Termini è sufficientemente grande per offrire loro un riparo. Per arredare questa nuova casa la ragazza comincia a svuotare la propria e tutti gli oggetti inutili accatastati nelle sue stanze trovano un posto e diventano utili, prendono vita, cominciano a vivere la loro nuova storia, proprio come i protagonisti di questo racconto.
Qualche giorno fa ho letto una storia simile, però vera: quella di Wainer Molteni, che per otto anni è stato clochard a Milano, dopo una vita quasi normale fatta di famiglia, di scuola, di università, di lavori divertenti e prestigiosi. Il libro si chiama Io sono nessuno e racconta di un lungo viaggio dalla casa alla strada e poi a una nuova casa più ricca, più libera, più moderna, come credo sia la fattoria dove oggi una decina di clochard alla riscossa, capitanati da Molteni, lavorano, coltivano, producono e si procurano da vivere. E' come se avessero dato nuovo ordine alla loro vita, passando attraverso un caos che per loro si è chiamato freddo, paura, insicurezza, disperazione, smarrimento: dell'identità, dei ricordi, della speranza nel futuro. Alla fine sono arrivati lì, sotto il tetto che oggi li copre, perché, io penso, nel caos hanno continuato a sognare e a sentirsi normali, anche se dormivano sopra un cartone e la gente aveva smesso di guardarli in faccia. Hanno avuto la forza di andare a cercare, nella cantina del loro cuore e della loro ragione, le risorse nascoste che forse non sapevano nemmeno di avere. Le hanno trovate e le hanno fatte funzionare di nuovo, in un modo diverso dal passato, fino a farle diventare la loro vita quotidiana.
E' arrivato per molti, credo, il momento di rimettere ordine: assegnare nuove priorità, ricostruire, tornare a guardare, ad ascoltare e, rallentando, godersi il cuore.

giovedì 25 ottobre 2012

IL BAMBINO CRESCE NELLA DECRESCITA

Di Marco Geronimi Stoll
25 ottobre 2012

In 4o anni di carriera mi sono dedicato alla scuola e all’animazione sociale per i primi 25. Poi, visto le vicissitudini del mio paese, l’Italia, ho dovuto ri-inventarmi nel settore privato. Sono stato pubblicitario e da una dozzina d’anni sono un pubblicitario disertore, uno a cui non piace condizionare la gente al consumismo, ma che per mestiere ha conosciuto molte tecnicuzze che vi convincono a desiderare quello che non vi serve.
La cosa più sconvolgente, vi assicuro, è scoprire concretamente l’entità dei budget spesi nell’advertisement (quasi tutto televisivo) in questi ultimi decenni. Un minuto sulle sei principali reti italiane costa quanto lo stipendio di tutta la vita di una maestra; ciascun italiano, al termine di una vita ha pagato indirettamente (nascosto nel prezzo delle merci) il costo di una discreta casa.
Oggi, per mestiere, aiuto le organizzazioni della decrescita (enti, associazioni, movimenti ed aziende dell’altra economia come contadini bio, artigiani del riciclo, installatori solari…) a comunicare senza marketing. Questi imprenditori scommettono la vita per sviluppare forme sostenibili di economia. Li conosco bene, li stimo, vedo che fanno molto sul serio; sono forme di economia che reggono discretamente alla crisi e, tra tutte le forme di investimento per creare un posto di lavoro, quasi sempre sono la più economica in rapporto ai risultati.
Tuttavia occorre restare guardinghi: «economia» e «sostenibilità» sono parole trabocchetto, ci sta dentro tutto e il contrario di tutto.
Serge Latouche sostiene che «sviluppo sostenibile» è un ossimoro perché non possono davvero convivere contemporaneamente la crescita industrialista e la sostenibilità ambientale. A dimostrazione di questa tesi ricorda i mille esempi in cui orribili delitti ambientali, che hanno prodotto scempi inenarrabili e migliaia di morti, sono stati perpetrati da brand che nel marketing vantavano e promuovevano lo sviluppo sostenibile, spesso con finanziamenti o permessi di natura ecologica da parte dei governi e degli organismi sovranazionali. Invece la decrescita felice, o serena, o la semplicità volontaria… nella tesi di Latouche, non sono ossimori. (…)
L’ossimoro è una delle forme più potenti per aggirare le difese della vostra mente, perché prende due categorie che la mente conosce già, ad esempio giovinezza e vecchiaia, e le combina ad esempio dicendo che quel ragazzo è già vecchio, o che quell’adulto è un bambino… Quando su un gelato freddo metti una marmellata calda si aprono le papille gustative e l’olfatto. Davanti all’ossimoro accade una cosa simile, la mente apre le difese; può entrarci il male del marketing o il bene della poesia. Come pubblicitario ed ecologista dovrei dar ragione a Latouche, ma in termini di arte e poesia dovrei dire il contrario, l’ossimoro vero è quello che fa fare uno scarto mentale evolutivo, sovverte le categorie del pensiero e genera nuovi modi di vedere le cose. Nuovi frames, nuove cornici mentali, ciò che Latouche chiama “ricontestualizzazioni”.
Sappiamo tutti che questa è la cosa più importante. Fa la stessa cosa che può fare un insegnante quando vuole intuire, di un dato concetto, quale competenza a monte è stata condizionata dal marketing, quale immaginario artificiale è stato indotto. Semplice. Digita la parola su Google e guarda le immagini che escono. Sarà forse empirico, sarà euristico, eppure funziona. Anzi, forse proprio per questo funziona.
Ecco quello che succede digitando sviluppo sostenibile (…) Tre cerchi si intersecano: sociale, ambientale ed economico. Tre aggettivi: di cosa? Di sviluppo, naturalmente.
Allora facciamo la stessa operazione googlando «sviluppo». Ecco ciò che esce. Un sacco di diagrammi e frecce economiche che salgono; c’è anche qualche qualche pianta, qualche pianeta Terra, ma purtroppo se li cliccate finite quasi sempre nel green washing di qualche corporation. Somiglia a quando digitate «Crescita» o «Progresso»: frecce e grafici che raccontano un aumento, quasi sempre economico. Anzi, lo promettono, perché sono intrise di quell’ideologia sviluppista del secondo novecento, quella che diceva che l’economia gira se produciamo e consumiamo di più. Ancora oggi molta gente la pensa così: il senso comune è un prodotto artificiale indotto dal marketing, e più in generale dai media di massa quindi: sei più ricco se spendi, l’economia gira se sprechiamo risorse, sei autorevole se ti indebiti, ecc. (…)
Così dev’essere, la questione non è solo economica ed ecologica, è anche psicologica e culturale: abbiamo bisogni indotti, abbiamo inferiori sensibilità, ci sentiamo meno belli, siamo perennemente inappagati. Noi pubblicitari sappiamo esattamente come funziona questo meccanismo: sappiamo come farti sentire a disagio col bellissimo vestito dell’anno scorso, farti sentire ammirabile se giri con un Suv da 8 Km/litro, farti sentire una cattiva mamma se non propini al bimbo l’ultima chimicaglia alimentare…. Fior di miliardi sono spesi per convincervi, tanto li pagate voi: sono una percentuale parassitaria nascosta nel costo delle merci. Il marketing allunga la filiera perché fa parte della filiera. Ecco perché marketing e filiera corta non vanno d’accordo. Ecco perché se lasciamo l’insegnante solo, a far da unico baluardo culturale davanti a questa potenza di colonizzazione dell’immaginario dei bambini, è una formica che combatte contro un elefante.
Di tutto quel che c’è nel carrello, poco resta nel vostro corpo; ma quel poco diventa ciccia, mentre la pubblicità vi impone di essere magri. Schizofrenia indotta: è un ottimo affare; ma non per voi che pagate due volte, per ingrassare e per dimagrire, mentre anche il diagramma dell’autocompiacimento crolla a zero. Il resto di tutti quei chili di merce è tutta roba che finisce in pattumiera.
Già dagli anni ’80 nelle scuole si cercava di correre ai ripari. Le tre R, forse le avete imparate alle elementari: Riusare, Ridurre, Riciclare. Questo ha permesso in pochi decenni di passare alla raccolta differenziata in tutta Europa. In Italia meno, in molte zone c’è ancora una lotta contro la mafia che gestisce le discariche e/o contro i politici corrotti che vogliono fare altri inceneritori (…).
Negli anni ’80 quando le municipalità stavano passando dalla raccolta generica di rifiuti alla raccolta differenziata, sono stati spesi molti soldi in pubblicità (quello che allora si chiamava «marketing sociale») con esiti scarsissimi; quando invece sono venuti nelle scuole gli animatori a lavorare coi bambini, i bambini hanno sensibilizzato le famiglie e rapidamente i comportamenti sono cambiati (…).
Le tre R però non bastavano. Hanno cominciato a nascere delle quarte R, diverse in diversi contesti: ricomprare, ripensare, riparare, rispettare… La questione è che le famose 3 R sono subordinate alla motivazione, alla coscienza, ad aspetti psicologici e sociologici.
Il rifiuto, prima che un sacchetto di materia da conferire in qualche bidone, è un luogo della mente; c’entra col rimosso. Questa è una parte importante della sfida per l’educatore. Si slitta subito verso il rifiutare: cos’è lo sporco e il pulito, il nuovo e il vecchio, e ancora: il conservabile, l’utile, il bello…; in definitiva, cosa accogliamo e respingiamo negli spazi sempre più pieni della nostra casa, metafora del nostro corpo e della nostra mente sempre più intasati.
Veniamo programmati per essere persone di plastica tutte uguali, che si differenziano per qualche abito esteriore. (…) Più siamo omologati esteriormente, più la nostra parte singolare resta inespressa, nascosta, quindi potenzialmente repressa e nevrotica. Purtroppo la capiscono assai meno molti politici e giornalisti. I marketer la capiscono meglio di tutti, ma in malafede. Per fortuna non ci lasciamo programmare troppo, e funziona sempre meno via via che i personal media prendono posto ai media di massa.
Le tre o le 4 R non ci bastano se non ci poniamo il problema di che cosa sente e desidera, di che abitudini prende un bambino che cresce nel consumismo. Quante volte avete messo il bambino piccolo nel carrello? Per lui è uno spasso, a voi va meglio perché va in trance e non fa troppe bizze per comprare qualcosa. Naviga in un paesaggio di merci, in un universo di merci, nel carrello assieme alle merci; lui piccolino, in un’età in cui sente che le cose hanno un’anima, le scatole diventano quasi dei fratellini. Ovvio: impara che anche lui è una merce. Da grande cercherà di essere il brand di se stesso per «posizionarsi» sul mercato della visibilità. Le merci viste da un bambino sugli scaffali sono magiche, divine. Non hanno una storia né nel prima (processo di produzione) né nel dopo (pattumiera…). Sono fuori dal tempo, perché non ci sono stagioni. Sono fuori dallo spazio: è indifferente che quel frutto venga dall’Australia o da dietro casa. Nascono dal nulla: il pollo nasce già incellophanato per partenogenesi nel banco frigo; è proprio inconcepibile pensare che sia mai stato un animale vivente, di quelli che ti guardano negli occhi, fanno la cacca, vorresti toccare ma scappano…
Un bambino che mangia junk food davanti alla Tv: c’è una sinergia profonda tra la Gdo (grande distribuzione organizzata) e televisione. Il consumo è legato al condizionamento della Tv (e diminuisce via via che subentra internet). La Tv è molto meno potente di pochi anni fa, ma è ancora piuttosto pervasiva; il condizionamento non nasce solo dalla pubblicità, tant’è che colpisce anche in paesi dove la pubblicità per l’infanzia è regolata.
Depriva il bambino di cinque abilità. Uno, la possibilità di diventare anche emittente: riceviamo moltissimi input (un’overdose quotidiana di stimoli, dati, informazioni…) ma degli output che vogliamo emettere non frega niente a nessuno.
Due, la capacità di affinare i sensi. Due quelli diversi dalla vista: senza di essi non esiste il piacere delle cose materiali. Consumiamo molta merce pessima perché non discerniamo le qualità; anche quando consumiamo cose buone (cibo, tessili, arredi…) spesso lo facciamo senza assaporare, senza discernere… senza piacere: ma che razza di edonismo è?
Per godere la differenza tra una mela bio e una industriale bella ma insipida, occorre ri-imparare a sentire.
3, l’empowerment. La sensazione di poter agire sul mondo è indispensabile per la democrazia. Senza di essa capita di decidere in modo rapsodico e distratto, ad esempio ci si comporta col voto come se fosse un telecomando. È il vecchio ma ancora attualissimo concetto di empowerment, che nell’era di internet e della democrazia dal basso torna centrale. Il contrario di empowerment è la marginalizzazione, l’impotenza, la sensazione che quello che dici non interessa a nessuno (…)
Quattro, la capacità di star soli in silenzio. Poi c’è il problema della capacità di stare da solo.
Esposti al flusso potente dell’informazione abbiamo tutti paura del silenzio, della pausa, del rallentamento: eccitati e drogati dall’accelerazione appena rallentiamo il vortice delle emozioni e si calmano le acque, vediamo cosa viene a galla; spesso non vogliamo vederlo.
Abbiamo panico, dobbiamo riempire, saturare, la nostra agenda diventa bulimica. Ma questo impedisce di far progetti a lungo termine e spesso ci porta a scelte superficiali, effimere, senza la capacità di ascoltare nel profondo le nostre istanze psichiche.
Cinque, la capacità di pensare insieme. Ci ricordiamo di essere stati animali sociali solo quando qualche riduzionista dice che ci serve un bel maschio alfa per rimetterci tutti in riga. No, parliamo di tutt’altro, è vero che abbiamo anche sensibilità collettive, è vero che tuttavia educhiamo principalmente quelle individuali. Qualsiasi insegnante conosce l’effetto pigmalione, quando il bambino si adegua inconsciamente alle aspettative, quando diventa motivato o indisciplinato semplicemente perché tu ti aspetti che diventi motivato o indisciplinato.
Anche i pubblicitari conoscono benissimo questo meccanismo: tutti comunichiamo reciprocamente tempi, motivazioni, rabbia, gioia, dolore, ansia, passione, stanchezza, entusiasmo… tutti con tutti. Ma se il bambino non sviluppa competenze sociali, sarà poco abile, più solitario o gregario.
Morale: Servono altre erre. Ecco che le 3 o 4 R non bastano, servono più item. Latouche ne elenca 8 che secondo me sono molto interessanti per la scuola, perché mettono insieme sia gli aspetti specificamente ecosistemici che quelli psicologici e sociali delle condotte e delle motivazioni quotidiani. Eccole.

1. Riciclare

2. Riutilizzare

3. Ridurre

4. Ridistribuire

5, Rilocalizzare prodotti e decisioni

6. Ristrutturare i rapporti sociali e gli stili di vita che si sono guastati

7. Rivalutare

8. Ricontestualizzare

Propongo di chiudere sulle ultime due (…)
7. Rivalutare. Restituire dignità ai valori umani. L’altruismo contro egoismo, la cooperazione vs la concorrenza, il piacere del tempo libero vs ossessione del lavoro, la vita sociale vs consumo effimero e individuale, il locale contro il globale, il bello contro l’efficiente, il ragionevole vs razionale…
8 Ricontestualizzare. Vedere da un altro punto di vista il contesto concettuale ed emozionale di alcune situazioni, per mutarne il senso. Esempio: «scarsità e abbondanza» in economia fondano l’immaginario economico. L’economia attuale trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno. Ricontestualizzare questo concetti significa mutarne il senso.
Credo che il lavoro da fare oggi sia proprio sul senso imprevisto dei contesti che conosciamo. Non è a caso che molti dei contenuti che vi propongo risalgono agli anni ’70 e ’80, nell’era della tecnologia analogica, prima della moda neonozionistica e pseudo-aziendalistica che colpì la scuola (almeno quella di noi italiani) dalla fine degli anni ’80. C’entra colla nuova era digitale. Oggi il bambino fa esperienza di prodigi virtuali e si impossessa di formidabili protesi tecnologiche; noi diciamo che è bello, che è cognitivamente evolutivo, ma solo a un patto. Solo se non coincide con la deprivazione dell’esperienza fisica, materiale, concreta, corporea. Altrimenti avremmo mezzo bambino genio e l’altra metà con handicap sensoriale.
Un bambino «intero», tanto più ha esperienze virtuali, quanto più ha bisogno di correre, toccare, danzare, manipolare, sporcarsi, urlare, sudare… il bambino per essere adeguato ad alti livelli tecnologici ha bisogno di esperienze primitive. Evitiamo di tenerlo in un mezzo banale, poco digitale e poco analogico, cioè con pochi massimi tecnologici e pochi minimi tecnologici. Piuttosto andiamo contemporaneamente ai due estremi, esageriamo. È meglio.

(L’articolo completo è su geronimi.it)
Da: http://comune-info.net/2012/10/il-bambino-cresce-nella-decrescita/



lunedì 8 ottobre 2012

QUELLI DELL'ETA' DI MEZZO

A volte mi tocca l'ingrato compito di ricordare a mio padre che non esiste più la politica come la intende lui. Ogni volta che lo faccio mi viene il mal di stomaco, perchè lui viene dalla bella politica, quella del confronto costante con la gente, della ricerca incessante della soluzione migliore, del compromesso sano, che fa perdere molto tempo, a volte, ma che comunque è una garanzia quasi totale del fatto che la soluzione sarà la più utile, la più necessaria, la più aderente alla realtà.
Ogni volta che dico non esiste più, ammetto che è finito il tempo della politica fatta di idee, alle quali ti attanagliavi, plasmandole gradualmente fino a che non diventavano reali. Diverse, appunto, da come erano nate, ma ancora più efficaci di come le si erano pensate, perché erano passate attraverso la fatica del confronto, della verifica, della ricerca della strada migliore per attuarle.
Corro il rischio di sembrare banale, ma affermo ugualmente che non esiste più la politica dei grandi sogni. Oggi siamo impegnati a far quadrare i conti. E allora, "si può" e "non si può", "si deve" e "non si deve" sono categorie che nascono quasi esclusivamente da valutazioni tecniche.
Se dalla lingua dei ragazzi è scomparso il congiuntivo, dalle azioni degli adulti è ormai quasi completamente assente anche il condizionale: si potrebbe, vorrei, farei... Certo, perché il condizionale vuole vicino a sé un'ipotesi, un'idea, appunto, e implica una verifica: è reale? è possibile? è impossibile? Serve tempo per tutto questo, bisogna essere uomini (e donne) completi: non solo tecnici, ma anche filosofi, amanti, appassionati di umanità.
Bisogna rottamare per tornare a tutto questo? Che brutto verbo rottamare! Non è un buon auspicio pensare di ricostruire partendo da un concetto di eliminazione e di distruzione. E' certo però che, avendo deciso di abbandonare il bello del nostro passato, la bella politica, dovremmo decidere, a questo punto, di abbandonare anche il brutto: le cattive abitudini, la rassegnazione, l'indifferenza, l'ignoranza, che dilagano e fagocitano tutto il resto (per non parlare, ovviamente, della corruzione, della delinquenza, del disprezzo dei cittadini e delle istituzioni). A quarant'anni pensiamo spesso a cosa saremo in grado di lasciare ai nostri figli, ma non scordiamoci che noi quarantenni siamo la generazione che ha perso un treno e che forse potrebbe ancora salire in corsa per riappropriarsi di quel mondo che ha deciso di rinunciare a gestire. Non siamo classe dirigente perché quelli prima di noi sono rimasti attaccati al potere e noi ci siamo abbandonati al pensiero che altri ci avrebbero salvati: Berlusconi dai comunisti, Monti da Berlusconi e dalla povertà, il prossimo leader dal dispotismo dei tecnici e così via. Noi siamo quelli che saltano fuori tragicamente dal mondo del lavoro, quelli che, strada facendo, hanno cancellato la cultura, hanno rinunciato ai valori, hanno deciso di vivere sulla superficie. Siamo la strega di Biancaneve che interroga lo specchio e per paura di non piacerci uccidiamo noi stessi, rifacendoci i connotati, mascherandoci, fingendoci diversi. Rifiutiamo l'imperfezione, la vecchiaia, la bruttezza, la morte e, quindi, la vita. Siamo spaventati da tutto ciò che è diverso e dunque anche dalle nostre idee, che sono sempre uniche perché ogni uomo è differente dai suoi simili. Non solo non parliamo più e cerchiamo di non pensare, ma rimproveriamo chi lo fa, chi sale sopra il livello del coro. Altro che cogito ergo sum!
E' finita la bella politica, ma a questo punto deve finire anche quella brutta. E' vero, niente tornerà più come prima, ma noi, quelli dell'età di mezzo, siamo ancora in tempo per farci carico del nostro mondo, delle nostre vite, delle nostre terre, non per consegnarle ai nostri figli domani, ma per camminare, oggi, insieme con loro, nel momento più bello della nostra vita. C'è un vuoto enorme, che ogni giorno si irempie in modo sconclusionato e irrazionale. Io credo che si possa colmare con i nostri pensieri, con le idee e con il nostro coraggio.

lunedì 10 settembre 2012

ECCOLA, LA GUERRA


Quando è scoppiata la seconda guerra mondiale non ero nata, ma della guerra mi ricordo perché i suoi segni sono rimasti sul corpo di mio padre per tutta la vita.
Sono nata nel maggio del 1941 e nell’ottobre del ‘42 mio padre Celestino è partito per il fronte. Noi abitavamo al Morello, un paesino vicino a Sassoferrato. Io sono rimasta con mia madre Elisa e i nonni Agatina e Nazareno.
Mio padre ha vissuto uno dei drammi più profondi della seconda guerra mondiale: la campagna di Russia, il più importante teatro della guerra tra le potenze alleate e la Germania nazista. Quando la Germania dichiarò guerra all’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941, Mussolini decise che l'Italia non poteva essere estranea all’operazione Barbarossa e nell’estate del 1941 ordinò l'allestimento di un Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.) di circa 60.000 uomini. I tedeschi attaccarono l'URSS, convinti di potercela fare in cinque settimane, ma non fu così. Un anno dopo Mussolini inviò i rinforzi: l'ARMIR, l'ottava Armata Italiana in Russia, costituita da 229 mila uomini male armati. Compito degli italiani era conquistare Stalingrado e a settembre ebbe inizio la battaglia, ma alla metà di novembre gli italiani e i loro alleati furono accerchiati dalla controffensiva sovietica. Le divisioni italiane, in disperate condizioni fisiche e prive di equipaggiamento adatto ai rigori del clima, resistettero per quattro giorni, poi arretrarono e crearono una linea di difesa alcuni chilometri più a sud. Il 19 dicembre del '42 venne dato alle truppe italiane l'ordine di ripiegare. Ebbe inizio la drammatica ritirata dell'ARMIR. Il 26 gennaio, in piena ritirata, a Nikolajewka ci fu una sanguinosa battaglia e gli italiani riuscirono ad aprirsi un varco nello sbarramento sovietico e a proseguire la ritirata.
Mio padre aveva fatto il militare nel 1936. Era Romani Celestino, matricola 34065 e proveniva dal distretto reclute Orvieto - primo reggimento avieri Roma. Fu richiamato per la guerra il 6 ottobre 1942 con una lettera del colonnello Francesco Contuzzi, che era al comando del distretto militare di Ancona.
Lui non amava raccontare di quei mesi terribili, passati a camminare in mezzo alla neve, tra i corpi di soldati, di donne e di bambini morti, tra il freddo e la fame. Non mi ha mai detto di quale corpo facesse parte. So solo che era nella fanteria: quelli che andavano a piedi. Dai suoi pochi racconti ho capito che i soldati non sapevano dove sarebbero andati. Avevano scarpe e vestiti inadatti e per questo molti di loro morirono di freddo.
A lui andò meglio. Non morì. Riuscì a tornare, mezzo congelato e, una volta arrivato al confine italiano, fu portato all’ospedale di Bologna, dove, a causa del congelamento, gli furono amputate otto dita delle mani, il mignolo di un piede e una parte del naso. Da quel giorno mio padre, persona mite e sempre serena nonostante tutto quello che gli era capitato, prese l’abitudine di tenere le mani in tasca, o dietro la schiena. La grave menomazione alle mani, tuttavia, non gli impedì, in seguito, quando ci trasferimmo a Roma, di prendere la patente. Guidava una Fiat 600 modificata con un pomello che gli permetteva di afferrare il volante e con una prolunga che gli serviva ad arrivare al freno a mano anche senza le dita.
Quando tornò in Italia mia madre e mia nonna andarono a prenderlo in treno all’ospedale di Bologna e lo riportarono a casa. Poi mia madre restò incinta delle mie due sorelle gemelle: Silvana e Fausta, che nacquero nell’agosto 1944. Quando era di otto mesi, al Morello arrivarono i tedeschi. Devastarono le case, portarono via il bestiame e impiccarono sei partigiani lungo la strada del paese. Entrarono in casa mia e ci tagliarono le scarpe, comprese quelle del matrimonio di mia madre. Allora andammo come sfollati nella casa della sorella di papà, zia Antonia, che stava in un posto di campagna lontano dal paese. Quando i tedeschi arrivarono lì, videro mia madre con la pancia così grande e la portarono in ospedale per farla partorire, ma lei dopo qualche tempo, stanca di aspettare che le mie sorelle nascessero, prese il suo cuscino sottobraccio e tornò a casa a piedi. Camminò per nove chilometri e quando arrivò i tedeschi se n’erano andati, così le mie sorelle nacquero a casa nostra.
Dopo si ricominciò a vivere, piano piano.
Mio padre ricevette una croce al merito di guerra nell’anno 1954.

Nonna Marisa
per Giulia

giovedì 14 giugno 2012

LA FIDUCIA E I PUNTI DI VISTA

Dico scherzando a tutti che a casa mi ubbidisce solo il cane, e che io, per questo, mi diverto a dargli ordini.
E' un po' vero, anche se questa mattina nel campo vicino casa l'ho liberato dal guinzaglio e lui è scappato via correndo. Non c'è stato niente da fare. L'ho chiamato, ma non è tornato indietro. Anzi, mi ha guardato per un attimo e poi se l'è data a gambe levate.
Mi sono preoccupata, ma pochissimo. Ho proseguito col mio solito passo. Sono arrivata davanti alla porta di casa e lui era lì che mi aspettava scodinzolando.
Avrei dovuto sgridarlo perché era scappato. Invece gli ho detto bravo perché era tornato a casa. Punti di vista, no? Ero talmente sicura di lui, che le possibilità che se ne andasse via da solo mi sembravano veramente remote.
... ma guarda te se doveva essere un cane a spiegarmi cos'è la fiducia. Scodinzolando.

lunedì 28 maggio 2012

E' ARRIVATO CARLOS

Volevamo un jack russel, ma era molto costoso e, alla fine, non ci piaceva l'idea di comprare un cane, poi abbiamo aspettato per un po' che la border collie della nonna si accoppiasse per avere un cucciolo.
Ma una mattina, il 4 maggio, siamo capitati al canile, io, Giulia e Marco.
Abbaiavano quasi tutti, con la determinazione di chi dice eccomi, ci sono. Alcuni stavano, invece, in silenzio, impauriti, oppure arrabbiati, tristi, depressi. Noi abbiamo visto Carlos, uno springer spaniel di quattro anni, o forse più. A me è sembrato bellissimo, elegante, proporzionato. Chissà perché stava lì da più di tre anni. Lo hanno tirato fuori dal box dove conviveva con altri quattro o cinque cani. Era spaventato, ritroso, aveva lo sguardo assente, quasi da far paura. E' rimasto in piedi vicino a noi con il collo cinto dal cappio del guinzaglio. Io mi sono girata un attimo a parlare con l'operatirce mentre Giulia lo teneva e lo accarezzava con il suo solito modo rassicurante e determinato. E' stato un attimo. Mi sono girata e l'ho visto sedersi vicino a lei, quasi rilassato, poi, dopo qualche secondo si è piegato addosso alle sue gambe.
Sembra una leggenda metropolitana, ma i cani ti scelgono. Forse sentono che puoi dare loro una chanche, non so di preciso.


Abbiamo avuto qualche dubbio: non è un cucciolo, sarà mordace? starà bene in salute?
Siamo usciti per pensarci. Il tempo di una visita dall'osteopata e dopo poco più di un'ora eravamo di nuovo lì per chiedere di adottarlo. Marco esultava come per la vittoria della sua squadra del cuore. Anche Giulia era felice, ma, come sempre, discreta e contenuta. Lei è capace di restare quasi impassibile in tutte le situazioni, però lascia ridere gli occhi.
Facciamo le analisi, controlliamo che sia tutto a posto e poi potete venirlo a prendere, ci hanno detto le operatrici del canile.
Nell'attesa siamo andati a trovarlo quando potevamo e lui ci riconosceva, ci salutava e ogni volta la sua fiducia faceva un passettino in più, quasi impercettibile, verso di noi.
Sono andata a prenderlo dopo venti giorni, il 24 maggio. L'ho caricato dietro in macchina. Aveva paura, ma mi sembrava anche emozionato. Con la testa ha spostato il divisorio di metallo, che io avevo montato male. Con un balzo ha scavalcato il bagagliaio e si è accomodato sul sedile dietro, come se avesse sempre viaggiato in quel modo. Forse si ricorda del suo passato remoto, forse ha già viaggiato così in macchina. Ma come fa - mi chiedevo - è chiuso in canile da più di tre anni.
Adesso è a casa con noi da quattro giorni. Comincia ad ambientarsi, è buono, mi fa passeggiare la mattina presto, cosa che forse non avevo mai fatto e che invece mi piace molto. E' ripulito, spazzolato ogni giorno, ha una cuccia, un materasso, un giardino, un balcone e una casa dove dormire di notte. L'affetto ce l'ha dimostrato subito, anche quando ancora aveva tanta paura. Adesso ci sta prendendo le misure: chi comanda? con chi si può giocare? a chi chedere le coccole? a chi mi posso affidare? E soprattutto, visto che ogni giorno c'è un nuovo arrivo (la gatta, i nonni, la donna delle pulizie, il cane dei nonni, i vicini, gli amici, gli zii, i cugini...) si chiederà: ma questi, quanti sono?
E' un peccato sgridarlo, visto quello che ha sofferto, ma il ragazzo mi sembra furbo. Già si capisce che se non mettiamo i paletti, questo si allarga sempre di più. L'hanno imparato tutti, però. L'ho imparato anch'io e lo imparerà anche lui: in questo film la mamma sono io.

giovedì 26 aprile 2012

PER UNA FAMIGLIA ALLARGATA

Mio padre e mio nonno hanno sempre avuto almeno un cane.
Erano gente di campagna, cacciatori, come molti un tempo. Da loro ho imparato ad amare questi animali. Papà non racconta mai di quel segugio o di quel bracco che aveva. Credo, tra l'altro, che nessuna delle nostre bestie fosse di razza pura. Parla di Bobi, di Diana, di Lea, di Black, di com'erano, di quello che facevano, di come ciascuno si comportava a caccia, di come si accucciavano, la sera, di fronte al camino. Nelle nostre campagne i cani stavano da cani. L'ho sentito dire tante volte, però dai racconti capisco che erano della famiglia.
Per questo ho sempre pensato che una casa senza cane è un po' vuota. Ma sono sempre stata frenata da chi mi diceva che io non ce la farei: troppi impegni, poca costanza. Io però penso il contrario. Ho una casa con un piccolo giardino e convivo felicemente con una gatta bellissima, ma un po' "spostata", che si chiama Flora. Inoltre Bill, il bastardino di papà, è spessissimo ospite da noi.
Non ho mai detto niente, però, perché doveva essere tutta la famiglia a volerlo. E mi sono decisa a mettermi alla ricerca solo quando me lo hanno chiesto i miei figli, di 12 e 8 anni. Da giorni studiamo per capire qual è la razza migliore e, comntemporaneamente, teniamo d'occhio i siti dei canili. Dovremmo anche visitarne qualcuno, ma non sempre gli orari sono compatibili. Molti siono aperti solo di mattina, quando i grandi sono al lavoro e i ragazzi vanno a scuola.
Poi c'è la possibilità di Spotty: la border collie di mia suocera, che nel giro di qualche mese potrebbe mettere al mondo dei cuccioli. Potrebbe essere bello: ci sarebbe l'attesa, la scelta del cucciolo, del nome, la convivenza con la mamma prima che il piccolo entri definitivamente a casa nostra. Così avrebbe tutte le chances per diventare veramente uno di famiglia.
Sarà dura esercitare la pazienza per tanti mesi, ma, ne sono sicura, farà bene a tutti. Così sarà chiaro che un animale non è un oggetto, che quando ne hai voglia te lo vai a comprare. E' un essere vivente, da desiderare, da attendere e, alla fine, da accogliere con gioia.

venerdì 9 marzo 2012

VALANGA TI GUARDO, E TI ASPETTO ALL'ARRIVO

Intanto voglio fare una proposta ufficiale: anticipare l'età dell'adolescenza a dodici anni. Almeno per le ragazze. Le teen ager cominciano ad essere -teen già quando la loro età finisce per -elwe, e forse anche per -even.
Detto ciò, guardo le foto di queste adolescenti, delle mie adolescenti, che sono bellissime, nella loro imperfezione, nelle facce strane, nelle smorfie, nel loro essere a volte larghe, a volte lunghe, con il viso disegnato dai brufoli, mentre il nostro comincia a esserlo dalle rughe. Vedo i sorrisi da bambine, i vezzi da ragazze, gli sguardi perplessi.
Sono eleganti come non lo saranno mai più. Si vestono tutte uguali, ma se le guardi bene ti accorgi che non resistono all'originalità. La trovi negli accostamenti di colori: imperfetti, audaci, direi sperimentali. Ma anche nei capelli, o negli accessori: un ricciolo sistemato così, tra l'orecchio e il viso, uno chignon disordinato che non è uguale a quello di nessun'altra, una catenina stonata che sta lì per ricordo o per scaramanzia, un paio di scarpe inguardabili che restano sempre le più belle. E sono uniche, soprattutto, negli occhi, che ridono, oppure piangono, ognuno a modo suo, con un taglio e un'intensità che te li farebbero ritrovare tra mille e mille.
Spesso ti ingannano, perché le vedi grandi e ti aspetti comportamenti conseguenti. E ti scordi della tempesta che sta dietro a tutta quell'ostentazione zoppa di maturità. Sono allegre e improvvisamente tristissime. Quando ti aspetti un abbraccio o un bacio non è escluso che ti arrivi un rimbrotto. E ho pure il sospetto che spesso la vera causa del loro malumore sia ben celata sotto strati di falsi motivi. Ho come l'impressione, a volte, mentre mi arrabbio e dunque quando ormai è troppo tardi, che una provocazione o una semplice marachella siano un modo, anche questo un po' sperimentale, per chiederti un po' di attenzione discreta, di rassicurarle, che sei ancora la mamma, anche se adesso loro non ti possono tanto ascoltare perché devono correre, dietro a un sacco di cose. Per noi amore è ciò che è solido e vicino, ma per loro ancora no. Forse è il contrario. Amore è ciò che è flessibile.
Forse si aspettano proprio questo: che noi siamo giunco rispetto al vento della loro mutevolezza. Giunco: ben saldo a terra e capace di ondeggiare tanto, ballando insieme con il vento. Anche noi ci abbiamo ballato con il vento, ancora prima di diventare giunchi. E se non ci ha portato via, forse è stato perché abbiamo potuto tenerci strette, a un certo punto, a un ramo flessibile, che ci dava un po' di sicurezza, ma allo stesso tempo ci lasciava libere di danzare, o di volare.
A volte il vento si fa potente e ti sembra di averle perse, di non vederle più attorno a te. Fa così male che ti sembra di partorire, per l'ennesima volta. Ma è perché non sono più congruenti a te. Come fa, del resto, una figura in movimento a essere congruente a qualcosa o a qualcuno? Non può. Dovrebbe fermarsi. E loro non lo faranno, nonostante gli stop, i divieti, le regole.
Hai notato? Hanno accelerato pure il modo di parlare. A volte fanno scivolare così rapidamente le frasi fuori dalle labbra, che percepisci a malapena due o tre parole. E devi ricostruire il senso.
Chiacchierano, chiacchierano, raccontano fiumi di cose, incamerano esperienze, episodi, nuovi amici. Non restano ferme nello stesso posto che per qualche minuto. Poi si stancano, si annoiano, vogliono cambiare, ti chiedono in continuazione che ore sono, come se avessero un appuntamento dopo l'altro. Rincorrono il tempo.
E poi rotolano, rotolano, rotolano. E in questo rotolare a volte si divertono, a volte si feriscono. Come le valanghe, scendono a valle, sempre più ricche, sempre più consistenti, più travolgenti. Le guardi e non sai dove vanno. E hai imparato che non c'è scritto da nessuna parte come si fa a seguirle.
Le uniche tracce credo che tu le possa cercare negli occhi e negli sguardi. Da lì, a volte, puoi capire i gesti e le parole, che loro adesso mascherano, trasformano, plasmano con forme sempre nuove.
Se non fossi la loro mamma, sarebbe bellissimo stare lì a gardare come rotolano giù: chi e che cosa incontrano lungo la strada, come cambiano, come crescono. Provare a immaginare, dalla loro traiettoria, dove arriveranno. Farsi fermare il cuore per un attimo ogni volta che c'è un ostacolo che sembra troppo grande e poi riprendere a respirare quando il pericolo è scampato.
Forse bisognerebbe provarci di più, a stare a vedere. Tanto adesso non le fermi. Ma mentre scendono, se si girano verso di te, devono essere sicure che le stai guardando. E che ci sarai, ad aspettarle al traguardo.

lunedì 10 ottobre 2011

Perchè tanto non si firmavano..! Questa è de-responsabilizzazione (oltre che mancanza di coraggio). Ovvero non libertà, ma il suo perfetto contrario.

di Vasco Rossi - su Facebook
Il puro e semplice erudito, ad esempio il professore ordinario di certe Università, guarda una testa pensante ed originale più o meno come si guarda una lepre: la si può cucinare e mangiare solo quando è morta, ma finché è viva le si deve solo sparare.

... Arthur Schopenhauer

Iniziamo a dire subito che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco va discusso, al massimo. Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: è già strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio.

Durante tutta la sua carriera artistica e nel corso della sua vita sia pubblica che privata, Vasco ha detto e fatto un sacco di cose reprensibili, illogiche, sbagliate, che ben si prestano alla critica, al dissenso e al rimprovero sia logico che morale. Ma che dico “un sacco”? In realtà non ha fatto praticamente altro! Cattivo maestro, pessimo esempio, assolutamente improponibile come modello educativo o simbolo di successo sociale. Il fatto che non sia rimasto un Signor Rossi fallito destinato a restare nell’anonimato fino alla morte è un caso da studiare. Probabilmente è da attribuire ad un esercito di cerebrolesi plagiati da un Vasco-personaggio fuori dal mondo, sopra le righe, o che tirando le righe è uscito fuori di senno.

Dopo essersi autodefinito rockstar, a sessant’anni si mette a fare “clippini” che pubblica su Internet in cui dice tutto quello che gli passa per la mente, quindi a volte anche niente! Ma spesso facendo affermazioni socialmente e moralmente inaccettabili o addirittura offensive su temi di interesse collettivo come la libertà, la sicurezza stradale o le droghe. E dice di voler diventare un “social rocker”!

E’ pazzo. Oppure è affetto da una grave forma di demenza senile. Questo pensa sempre di più la gente.

L’ultima che ha combinato è stata quella di aver fatto chiudere - per protesta loro - una pagina web: Nokopedia, una parodia di Wikipedia gestita da giovanissimi senza peli sulla lingua. E’ andato contro il principio stesso della libertà espressiva! E soltanto per qualche insulto e un po’ di diffamazione irrispettosa nel suoi confronti, di cui comunque è e resta pieno tutto il web.

Vasco non è nuovo a errori del genere. Fin dall’inizio della sua carriera ne ha fatti di simili. A partire dal 1980, per esempio, si mise contro un giornalista solo perché l’aveva criticando scrivendo che era uno zombie ebete e un animale che inneggiava alla droga e che era buono solo per recite di beneficienza all’ospizio. Vasco se la prese troppo e gli diede troppo peso, alla cosa. Fece l’errore illogico, per la sua immagine pubblica, di dargli troppa importanza: lo citò in più di una canzone, addirittura (da “quel tale che scrive sul giornale” di “Vado al Massimo” fino alla sintassi spericolata di “Blasco Rossi”: “a vedere se quel tale arrivava fin là in fondo, arrischiando, per lui stesso, d’affogare!”). All’epoca il giornalista di “Oggi”, l’ormai famoso Salvalaggio, era più conosciuto di Vasco, ma se Vasco non l’avesse presa così sul personale, adesso più nessuno ricorderebbe il suo nome, e invece così lui lo ha reso praticamente immortale.

In modo analogo accade con Nokopedia: mai stata così famosa prima che Vasco ci entrasse in polemica.

Ormai, praticamente tutti sanno che per ottenere un po’ di notorietà è sufficiente attaccare pesantemente Vasco Rossi.

Niente di più semplice: lui, chissà perché e chissà come (“non so come e anche male”!), pur essendo un personaggio pubblico, si ostina a voler prendere ogni cosa sul personale.

Niente di più agevole: lui non agisce al solo fine di trovare un consenso più ampio possibile, come fanno tutte le persone “normali”, no, lui sembra che faccia proprio il contrario! Forse, perfino, si diverte (“liberi, liberi di sbagliare”).

Niente di più facile: lui di errori ne fa tanti e continuamente.

E’ questo il punto. Vasco è tanto criticabile perché un personaggio pubblico assolutamente fuori dalle righe, è reprensibile perché è un cantautore totalmente al di là delle regole; è incomprensibile perché è un uomo che non persegue, come tutti fanno, solo il proprio profitto personale. E’ un folle che fugge da ogni omologazione esistente. E’ un anti-eroe che ha l’ormai rarissimo coraggio di sbagliare. E’ una mina vagante. E’ imprevedibile. E’ un essere assurdo in questo mondo: è libero! E quindi socialmente pericoloso: potrebbe essere contagioso. Se ogni individuo si mettesse davvero a pensare, ogni ordine sociale verrebbe indebolito e poi destituito: VASCO NON E' GESTIBILE! (neanche dal suo stesso staff!).

Finiamo allora col dire esplicitamente che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco VA discusso AL MASSIMO: perché la libertà significa discutere e non essere tutti d’accordo; significa sbagliare rispetto al giudizio collettivo; significa abbandonare la ricerca ossessiva del consenso altrui per seguire invece la ricerca intima del proprio significato.

Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: perché è vivo! Perché è ancora libero. Ed è strano, è raro, quasi unico per questo! Ed è anche strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio: è un’eccezione, un miracolo splendido!

La minoranza delle persone che oggi è ancora capace di pensare (ovvero "i soliti", "i difficili"...!), ringrazia Vasco per il suo coraggio di mettere in gioco la propria immagine esponendosi alle critiche e perfino alla gogna mediatica; lo ringrazia per la sua ostinazione ad agire seguendo principi che, essendo privi di ogni logica del consenso, oggi sono decisamente sconvenienti; lo ringrazia perché non si fa problemi a pagare personalmente il prezzo altissimo imposto dal mercato attuale alla libertà dell’individuo, ma lo ringrazia soprattutto per la sua capacità di dimostrare che il nostro tempo non ha capito affatto cosa sia veramente la libertà dell’individuo.

La mistificazione del linguaggio oggi dominante in ogni campo (in un mondo mediatico in cui la guerra diventa “missione di pace” o “preventiva” o addirittura “esportazione di democrazia”!) impedisce soprattutto ai più giovani di capire un cazzo senza la “k”: infatti confondono squallidamente la “libertà di espressione” con la mancanza di educazione e, come insegnano i veri “cattivi maestri” degli attuali programmi televisivi, scambiano la “sincerità” con la più assoluta mancanza di rispetto per se stessi e di pudore.

Su Nokopedia scrivevano anche che Vasco spacciava droga davanti alle scuole...! Perchè tanto non si firmavano..! Questa è de-responsabilizzazione (otre che mancanza di coraggio). Ovvero non libertà, ma il suo perfetto contrario.

I ragazzi di Nokopedia (o come diavolo si chiama) agiscono bene, secondo le regole comportamentali dominanti in quest’epoca di morale televisiva, perché perseguono bene il loro scopo di profitto e di notorietà a danno di qualcun altro, a scapito di qualcun altro che, a differenza loro, il successo lo ha sudato e meritato agendo e sbagliando liberamente e (quindi) in modo autonomo. Non è colpa loro, in fondo (forse!), se credono che offendere e diffamare qualcuno sia un agire libero (o liberatorio?) e neanche se viviamo in un mondo che non solo non è libero, ma anche mistificatorio. Non sanno quello che dicono. Ma quel che è più grave è che non sanno neppure chi sono.

Abbandonati a se stessi, continueranno - generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, - a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. (..) A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto.

George Orwell, “1984”

mercoledì 9 marzo 2011

GIRO GIRO TONDO CAMBIA IL MONDO

Sono tra i tanti che in questi giorni scrivono qualcosa sulla ragazza Yara, uccisa da qualcuno mentre tornava a casa dalla palestra, poi nascosta in un campo a dieci chilometri da casa e lasciata lì, viva ancora per tre mesi nella speranza di chi le voleva bene e anche di chi nemmeno la conosceva, presenza tangibile tra i mille giovani delle tante processioni, tra le mamme, i papà, i nonni delle lunghe veglie, negli occhi che sfioravano lo schermo ogni sera all'ora del telegiornale. E anche nel silenzio, quello chiesto a un certo punto dai genitori, che come ogni mamma e ogni papà, quando uno di casa ha un problema chiedono agli altri di abbassare la voce, per rispettarlo, per aiutarlo a "guarire", per potersi concentrare meglio sulle possibili soluzioni.
Una figlia tredicenne, di una mamma e di un papà qualsiasi, ammazzata nel suo quotidiano, in quel quotidiano in cui vivono anche i nostri figli: casa, scuola, amici, sport. Io ho una ragazza poco più piccola, che fa capolino dalla porta di casa, con la voglia sempre più grande di uscire e fare la strada da sola.
Niente di più naturale, ma il viso qualunque di Yara e la sua orrenda fine, dissonante con tanta normalità, assumono in questi giorni, per tante mamme come me, le sembianze di un fastidioso spettro, che rischia anch'esso di diventare abituale.
L'enormità sproporzionata di questo gesto assassino mette a repentaglio la nostra libertà e quella dei nostri figli, che hanno il diritto di cominciare a provare le loro ali, e anche di cadere e farsi male. Abbiamo tutti il diritto di frequentare questa palestra, dove loro imparano a volare e noi ci alleniamo a farli andare, tenendoli, al contempo, ancora più stretti a noi, in un modo meno fisico, ma che, con l'allenamento, può diventare fortissimo e profondissimo. Ma come si fa a lasciarli andare se non abbiamo più la misura di quello che può succedere? Chi c'è dietro l'angolo? Quanto veloce può correre una macchina? Quanto può pesare un affetto tradito?
Ancora una volta siamo chiamati in causa noi genitori, che, come ha detto il parroco di Yara, possiamo essere genitori di ragazzi buoni, ma anche di ragazzi cattivi, di vittime, ma anche di carnefici: "Insegnate ai vostri figli a non fare del male". Questo sì, possiamo farlo.
E a difendersi? Forse anche questo possiamo fare, ma abbiamo visto che a volte non basta essere forti, correre veloci, andare dritti per la propria strada. Odio e violenza non rispettano, né sono intaccati, da queste regole e noi non possiamo, purtroppo, farci quasi niente. Né è pensabile recludere i nostri figli, allontanandoli dalla vita di tutti i giorni.
"Non indicate ai bambini una via conosciuta" dice Gaber in una sua canzone, perché il mondo cambia e le vecchie ricette e le medicine scadute potrebbero non curare il male. "Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente". Questo pure si può fare...

martedì 28 dicembre 2010

GRAZIE, FIGLI

di Concita De Gregorio
Grazie, figli, di questa lezione memorabile che avete dato a noi che solo per voi lavoriamo e viviamo e che per voi avevamo paura, dicevamo va bene vai ma stai attento, come sempre avremmo voluto essere al posto vostro per aiutarvi e proteggervi e chissenefrega oggi di destra sinistra e centro, l'unica cosa che conta è il vostro futuro e il futuro è di tutti, anche – avete visto – di quei poliziotti e di quei finanzieri che vi applaudivano al passaggio, ce n'era un gruppo sotto al ministero Gelmini che si è messo a scherzare vi ha detto “non vi fate fregare che dipende solo da voi”, sono gli stessi agenti che manifestano davanti a Montecitorio e ad Arcore, gli stessi che vi hanno scritto, sono ragazzi anche loro, ce ne sono tanti come voi anche fra loro. Non tutti, ma tanti. Avevamo paura per voi e insieme speranza, come sempre, e come sempre non potevamo esserci perché il tempo è vostro, adesso, e da voi dipende il nostro. Grazie di aver sconfitto con l'unica arma possibile, l'intelligenza e l'ironia, la minaccia grande e reale di chi ha cercato e ancora cercherà di farvi passare per estremisti, ignoranti, provocatori, di aver sconfitto la torva arroganza del fascismo di ritorno spiazzandolo, come vi avevamo suggerito e certo sappiamo bene che non è successo perché ve l'abbiamo detto noi però lasciateci la gioia di vedere incarnato un pensiero, un testimone che passa di mano, un'idea che si muove e da qualche parte, del resto, verrà. Grazie di aver reso ridicoli semplicemente ignorandoli quelli che chiedevano il sangue sull'asfalto, quelli che vi volevano arrestare prima, che volevano trattarvi da ultras, che vi temono e vi odiano perché non vi ascoltano, non sanno quanto sia difficile stare nei vostri panni perché non ci stanno mai, stanno nei loro. Grazie per aver pensato l’idea di libertà che lascia le trincee a chi le ha costruite. Così, a Roma, vi abbiamo visti in periferia, lontano dalla zona rossa. Vestiti da Babbo Natale, coi pacchi regalo su cui avete scritto “Lotta all’evasione fiscale”, “Riconoscimento delle coppie di fatto”, “Acqua pubblica”. Diritto allo studio, avete detto al Presidente della Repubblica. Avete visto, Napolitano ha aperto la porta. I nonni e i nipoti, sono anni che lo andiamo dicendo: è questa l’alleanza che salverà l'Italia. La saggezza dei nonni, la forza dei nipoti. Scriveva Luigi Manconi, ieri, che siete un vero movimento politico. Jolanda Bufalini Claudia Fusani e Maria Grazia Gerina sono state con voi e raccontano per esempio di Alessandro, che aveva al collo una poesia di Franco Fortini. Istruitevi, abbiamo bisogno della vostra intelligenza. Non fermatevi, la battaglia è appena cominciata. L'Italia siete voi. Restituiteci la dignità che abbiamo cercato in questi tempi di fango di tenere in salvo come i libri ai tempi delle alluvioni, le mani in alto. Bianche, le mani, come le vostre. È un Paese bello e onesto e dignitoso, il nostro, avete ragione. È un Paese migliore di quella gentaglia. Prendetelo, figli. Restituitecelo. Vi guarderemo portarlo lontano, dove merita e dove meritate.



22 dicembre 2010
 
http://concita.blog.unita.it/grazie-figli-1.262248#

martedì 14 settembre 2010

I RAGAZZI DELLA PRIMA

Il mio compagno di banco della prima elementare si chiamava Danilo, aveva il grambiule a quadretti e il fiocco blu. Era piccolo piccolo, ma scriveva sul quaderno delle lettere grandissime. La maestra ci ha detto che non ci avrebbe mai chiamato bambini, ma RAGAZZI.
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".

mercoledì 18 agosto 2010

ACCABADORA

- ...devi studiare l'italiano bene, questo te lo chiedo come una grazia
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia

...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.

Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.

sabato 17 luglio 2010

SO CHE C'E' UN UOMO



In uno squallido casale di campagna, sotto un caldo afoso e opprimente, si trascinano i dubbi, le paure e i malesseri di una famiglia senza controllo.
A tensioni mal represse fa eco una promiscuità morbosa, e il perturbante si insinua in ogni gesto,rumore e bestiario. Se poi il grande assente è il futuro, non basta la follia di un figlio dolcemente crudele a mascherare quel senso di ineluttabilità contro cui è inutile combattere.


NOTE DI REGIA
di Gianclaudio Cappai

So che c’è un Uomo è un film strano, profondamente strano. Eppure la materia trattata è cosi sentita che ogni elemento autobiografico profuso in regia sprigiona un forte bisogno di catarsi, se non di esorcismo. Un “affare di famiglia” dunque, che riserva allo spettatore non il ruolo di voyeur bensì di ospite un pò a disagio e non del tutto gradito.
Nell’animo di questi personaggi c’è un universo sull’orlo del collasso, che a volte può essere silenzio e sopportazione, oppure grido e rivolta. Fin anche morte.
Il mio sguardo impietoso su di loro vuole sì cogliere la fragilità di certi rapporti, ma soprattutto le incongruenze e le ambiguità dei nessi che li tengono uniti. Il resto spero lo facciano le immagini…



Riflessioni sul mediometraggio “So che c’è un uomo” di Gianclaudio Cappai
di Maria Lucia Podda 

La prima immagine del film è quella di un bellissimo bosco verde e fitto fitto, un’immagine positiva che parla di una natura rassicurante e rilassante e rimanda a tempi felici, collettivi e individuali, all’infanzia, alle fiabe…Ma è soltanto uno sfondo, in lontananza, un ricordo, forse una nostalgia…Infatti il quadro cambia bruscamente e lo spettatore si trova immediatamente immerso in una situazione confusa e sgradevole, nel contesto in cui stanno per svolgersi gli eventi, in apparenza pochissimi, ma in realtà tantissimi : c’è un nano, uno dei sette della fiaba di Biancaneve, di ceramica, sporco, con un grande buco al posto dell’occhio destro, che fa da tramite nel passaggio dall’uno all’altro ambiente.
L’ambiente al quale ci introduce il “nano” è chiaramente una campagna, ma senza natura se non il frinire delle cicale, ossessivo, martellante e raggelante, pur nella bruciante calura, che crea però una colonna sonora efficace e alienante. La natura è sostituita da un’accozzaglia di oggetti inservibili, abbandonati: vecchie gomme di automobili, vecchie pompe di benzina, giocattoli o mobili, attrezzi di ogni genere. Ma il contesto è attuale perciò non mancano gli strumenti tecnologici contemporanei che sono parte integrante della vita quotidiana dei personaggi e contribuiscono, in un certo senso, a determinarne il destino: il camper, l’automobile, l’aspirapolvere, il telefono, ecc. La località è lontana da paesi e città e, nonostante i mezzi di comunicazione, appare isolata dal resto del mondo e, direi, da un contesto civile.
Il senso di solitudine che emana da quell’ambiente prepara alle estreme solitudini narrate nel film: ogni personaggio ha la propria; si salvano soltanto i bambini che riescono a comunicare tra loro e a giocare insieme.
La casa, quella vera, ossia il casolare di cui si intravede soltanto la facciata, è costruita in pietra, perciò appare solida e rassicurante: peccato che la vita dei personaggi si svolga soprattutto altrove, nei dintorni, nel camper, in macchina, in spazi aridi e polverosi, all’aperto, ma non aperti, anzi, piuttosto limitati da oggetti ingombranti, da oggetti rotti che dovrebbero essere aggiustati, ma nessuno lo fa…Il casolare ha una bella sala da pranzo e per una volta ci è dato di vederla nella sua naturale funzione istituzionale di riunire la famiglia intorno a una grande tavola ben apparecchiata. Cinque persone sono componenti della famiglia che vive in quella casa e in quell’ambiente, mentre gli altri tre sono i cugini ospiti. Inizialmente il pranzo si svolge in un clima di serenità, ma basta un pretesto banale per frantumare quella serenità e scatenare una ridda di battute incrociate cariche di sottile cattiveria che dice molte cose sui rapporti e sulle tensioni presenti nella famiglia.
La vita dei membri della famiglia, cui si aggiungono i cugini presenti temporaneamente, ruota tutta intorno al malessere del giovane Cosimo, un malessere che si manifesta in tante forme: sofferenza fisica; depressione; piccoli gesti sgarbati e aggressivi nei confronti ora dell’uno ora dell’altro personaggio, senza risparmiare neppure i bambini; aggressività e violenza fisica nei confronti dei genitori e soprattutto della madre.
La malattia del giovane,però, non è l’oggetto dei discorsi della famiglia; c’è una certa omertà in tutti perché alcune cose si possono dire, altre no, ci sono silenzi, atteggiamenti che presuppongono eventi precedenti e fanno presagire sviluppi successivi: forse, si potrebbe pensare, proprio quei silenzi, quell’atmosfera depressa, apparentemente anaffettiva ha offerto alla malattia il terreno fertile per venire alla luce. E una volta uscita allo scoperto, la malattia ha tratto alimento e si è rafforzata grazie allo smarrimento in cui ciascuno è precipitato, alle debolezze, agli egoismi, alla mancanza di quella linfa vitale fatta di amore e di solidarietà, di consapevolezza e di intelligenza. La comunicazione tra le persone non è quasi mai fatta di parole: dominano i gesti, gli sguardi, fugaci contatti fisici che sottendono una inconsapevole sensualità che scaturisce da un profondo bisogno di amore inappagato. Chi rompe il silenzio è Tania ed è quella che ha il coraggio della verità: nel suo rapporto col cugino c’è sicuramente un affetto forte ma anche una componente di innamoramento e di attrazione che le consentono di percepirne la sofferenza e la rendono protettiva e preoccupata. Soprattutto crede di cogliere in certi sguardi di complicità, in gesti sfuggiti al controllo, in parole sussurrate la voglia della famiglia di liberarsi del ragazzo malato. La sorella di Cosimo, Virginia, alla quale Tania confida le sue paure, i suoi presentimenti, reagisce con durezza a simili insinuazioni. Come può venirle in mente che proprio il padre voglia fare del male a suo figlio? In realtà, in cuor suo, fa proprie le paure di Tania : si fa più attenta e capta sentimenti oscuri, desideri sotterranei, inconfessabili; per la prima volta sente che “il male” non proviene dal fratello malato, che anzi è in pericolo, ma da chi dovrebbe proteggere, amare, salvare.
dal profilo Fb di G.Cappai

Ora sono in due a sapere e, anche se la loro comunicazione è fatta più di gesti (abbracci, sguardi, condivisione di spazi, nel vecchio camper, nel letto, nel bagno) che di parole, si crea tra loro una certa complicità “ sororale”, nell’intento comune di proteggere il fratello-cugino, amato da entrambe, anche se con sfumature diverse.
Anche il padre ama il figlio, riesce a coinvolgerlo nelle varie attività della famiglia e insieme, padre e figlio, fanno tante cose. Ma l’attività che li coinvolge di più e crea tra loro un legame è l’addestramento dei galli e la partecipazione ai combattimenti. La comunicazione tra loro, però, manca di spontaneità e di autenticità e si riduce a poche questioni di vita quotidiana dove i toni sono bruschi e sgarbati, ma mai violenti. Viene da pensare che la lotta tra i galli sia lo specchio del loro rapporto e che le spinte aggressive reciproche siano trasferite su quegli animali che essi addestrano per la lotta decisiva in cui uno dei due dovrà soccombere: il più debole? Il meno furbo? Quello che smette di lottare ?
Sembra evidente, quindi, il ruolo simbolico del combattimento dei galli nel rapporto tra padre e figlio, così come il significato simbolico che esso assume nel film (rappresenta quel rapporto….è un doppio di quel rapporto)
Il rapporto tra il figlio e la madre è più complesso e rimanda, come è ovvio, a chissà quanti problemi irrisolti, forse mai affrontati e mai capiti. Da qui la sofferenza che, quando è troppa e insopportabile, prende la strada della violenza: è la madre, per destino, oggetto di amore e odio allo stesso tempo, ed è ambivalente essa stessa, come ci raccontano le fiabe, i miti e la psicanalisi. Perciò l’aggressività del figlio nei confronti della madre, è un evento assolutamente ordinario, ovvio, soprattutto quando una madre appare debole perché forse ha esaurito le proprie risorse, le proprie energie e si rifugia nella depressione per sopravvivere a sua volta. Sa che il problema è più grande di lei e non lo vuole più affrontare; non è una madre senza amore, ma è una madre che ha il cuore inaridito dalla troppa sofferenza e non è più capace di un gesto d’amore per il figlio sofferente, ne ha solo paura.
Entrambi i genitori appaiono come due persone esauste, che hanno sopportato molto nella vita e non possono sopportare più niente, si sono svuotati: non hanno più amore da dare, sono impotenti di fronte a quel male del figlio per il quale non c’è rimedio.
Quel luogo in cui si svolgono le vicende è un luogo isolato dal resto del mondo e implicitamente rappresenta l’isolamento della famiglia abbandonata a se stessa ad affrontare da sola un problema enorme, un problema che in certe situazioni prende forma di tragedia. Ma non vuole essere una denuncia sociale, il film, anche se inconsapevolmente lo è; esso, piuttosto, fotografa una realtà: la realtà di una famiglia alle prese con un problema difficilissimo; le azioni dei vari personaggi di fronte al problema, le reazioni e le interazioni reciproche, le verità e le ambiguità, il coraggio e la paura, il perturbante e il tragico. Ma soprattutto osserva un processo, l’evoluzione di certi eventi, il modo di essere dei personaggi e il loro modo di agire in una situazione o addirittura il modo in cui vengono agiti dagli eventi.
Dal modo di essere dei genitori, dalle poche frasi che si scambiano, dall’urgenza che hanno di salvare il salvabile di quella famiglia e dei loro beni, dal bisogno di ritrovare un equilibrio e uscire dalla paura con la quale convivono da sempre, scaturisce quell’elemento perturbante, che fa paura a sua volta ed è imprevedibile tanto quanto l’altro, anzi ancora più inquietante, perché non proviene da un “folle”, ma da un padre e una madre che si presumono affettivamente vicini, protettivi e rassicuranti, archetipi del familiare, del conosciuto,del prossimo, donatori di vita e non di morte.
La macchina da presa coglie spesso la madre abbandonata su un lettuccio del camper, triste, spossata,vuota; il padre viene colto mentre “pensa”, sempre un po’ staccato dagli altri, mangia da solo ed osserva ed elabora pensieri, cerca soluzioni. Vede che per la moglie la situazione sta diventando insopportabile: non si aiutano a vicenda a capire, ad accettare , vogliono fuggire dal problema, perché quel problema blocca la famiglia, pone troppi problemi a tutta la famiglia e vedono lo spettro di un futuro sempre più incontrollabile, che fa sempre più paura.
L’epilogo tragico è nell’aria:
la cugina Tania torna a casa perché la mamma è venuta a prenderla;
partono anche i fratellini di Tania e con essi anche il cugino piccolo, perché è estate e deve fare una vacanza;
la madre e la sorella si rifugiano in una stanza da letto: sembra che vogliano godersi un po’ di tranquillità insieme, dato che sono sole, mentre gli uomini e il bambino che solitamente si affidano alle loro cure non sono in casa;
il padre e il fratello partono al tramonto per l’ennesimo combattimento di galli.
Ognuno di questi eventi è innocente, non ha in sé niente di catastrofico, non nasconde secondi fini…O forse sì? Non sarà per caso che, in tutte queste azioni, così innocue, così ingenue, così normali, semplici emergenze quotidiane, si nascondano intenzioni oscure, finzioni, complicità
inconfessabili?
Infatti:
- la cugina parte, torna a casa sua, pur avendo capito che qualcosa di tragico accadrà, dopo la sua partenza. Abbandona al proprio destino quella famiglia;
- con la partenza dei bambini quella casa si svuota di qualsiasi elemento di speranza, di tenerezza, di
futuro; il figlio piccolo avrebbe potuto rappresentare un ostacolo per qualsiasi iniziativa
della famiglia; è stata la madre a mandarlo in vacanza dalla zia…
la madre e la sorella si rifugiano nella roulotte; forse sperano di trarre consolazione da quella vicinanza affettuosa e complice; forse sperano di vincere la solitudine e di attenuare il dolore. Sanno ciò che sta per accadere? Lo intuiscono vagamente? Lo ignorano? Fanno finta di non sapere? Le loro espressioni sono cupe ed enigmatiche e le loro parole assenti;
Se si guardano le cose da questo punto di vista non si può non vedere, nella sequenza dei fatti accaduti, ancora una volta quell’elemento perturbante che racconta qualcosa dei personaggi del film in cui ciascuno di noi può specchiarsi, anzi che racconta di noi e del nostro lato oscuro.
E’ proprio a questo punto che compare lo scorpione, naturale, sì, in quell’ambiente, ma che incarna il lato oscuro di ciascuno dei personaggi e arricchisce di senso il racconto.
Quando il padre annuncia al figlio che il combattimento dei galli avverrà quella notte, l’espressione “andiamo” richiama altre espressioni cariche di significato, evoca altri eventi molto lontani, anzi mitici: l’ “andiamo ai campi” di Caino ad Abele e, ancora di più,
l’ “ andiamo al monte sacro” di Abramo al figlio Isacco, al figlio che Dio gli aveva chiesto in olocausto ( o l’Ifigenia di Agamennone sacrificata dal padre per la vittoria dei Greci a Troia). E anche ora, come allora, di sacrificio si tratta, del sacrificio del figlio: il figlio innocente, senza colpe perché sofferente, che si fida del padre e si addormenta nella falsa attesa dei partecipanti alla gara. Lui non ha paura perché non incontra lo sguardo sfuggente di suo padre, non legge nella profondità di quello sguardo e non ne coglie il lato oscuro, non ne coglie l’elemento perturbante che ha dato i brividi a Tania; resta così senza difese e si offre, pur senza averne consapevolezza, pur senza dire il suo “sì”, come agnello sacrificale.

Il luogo del sacrificio non è casuale: è la cava di marmo abbandonata, già adocchiata dal padre in un precedente viaggio, durante il quale veniva riportato a casa un gallo morto e cioè il gallo che aveva perso la gara ed era stato ucciso dal gallo avversario; ma per una singolare anticipazione di eventi futuri, in quello stesso viaggio era stato caricato in macchina anche Cosimo, caricato dal padre e dalla sorella e sostenuto da essi alle spalle e ai piedi, a guisa di un Gesù morto e deposto, poiché dopo il combattimento si era sentito male. Viene abbastanza spontanea l’ identificazione tra il gallo morto e Cosimo svenuto, così come la sosta nella cava preannuncia l’epilogo tragico. Infatti, proprio lì, in quella cava abbandonata, sotto un cielo notturno privo di stelle, si compie l’ultimo atto di un destino che appariva ineluttabile fin dalle prime sequenze. E’ una condanna? E’ una salvezza?
L’ incendio della macchina con dentro il corpo del figlio richiama alla mente una “pira”, un vascello funebre che brucia il defunto insieme alla catasta di legna e ha una funzione purificatrice. Qui sembra più un atto di pietas del padre verso il figlio che un omicidio. Sicuramente non c’è violenza in quest’atto, piuttosto amore, quell’amore che il padre, per tutta la vita, non aveva saputo esprimere al figlio e che forse l’avrebbe salvato.
Mentre scorrono le immagini dell’incendio nella cava, ed è ancora notte, nella casa è già mattino,
come se i due luoghi , distanti pochi chilometri, appartenessero a due fusi orari lontani: Virginia,al risveglio, vede che in casa non c’è nessuno e prova un senso di smarrimento, ma poi esce dalla casa e vede sua madre che indossa un abito normale, non più la camicia da notte e la vestaglia che la facevano apparire sciatta e depressa, ma una gonna e una camicia, è serena e rilassata e si occupa di cose concrete come preparare i pomodori secchi. Virginia intuisce la causa di quel cambiamento. Tace. Trascina una sedia di ferro, pesante come un corpo morto, verso un punto del campetto coperto di erba secca, e il rumore che produce è veramente fastidioso, stridente, graffiante, e sembra che ferisca la terra e il silenzio ma è solo l’eco dell’urlo liberatorio che Virginia trattiene nel petto. Sistema la sedia in un punto esposto al sole: si siede e chiude gli occhi e si fa avvolgere dalla luce e dal calore, mentre da un occhio sfugge una lacrima che scorre per tutta la guancia. E’ il suo estremo, affettuoso addio al fratello.

lunedì 5 luglio 2010

NATA IL 5 LUGLIO

Rosa Alessandrini, classe 1913. Nella vita si incontrano due o tre persone che ti segnano la strada e lei per me è una di queste. Donna colta che non aveva neanche la licenza elementare. Persona arguta, con una intelligenza sferzante, aveva trovato un posto tutto suo tra le radici più profonde della tradizione e i semi della novità.
Mi ha cucito e ricamato un corredo prezioso, tenendo a bada con ostinazione e pazienza l'ago e l'uncinetto nonostante il tremore delle sue mani, ma mi ha anche regalato la mia prima macchina fotografica: una Polaroid, oggetto rivoluzionario per l'epoca, comprata per la mia prima comunione. E tanti anni prima, madre di una famiglia contadina che aveva cominciato la sua storia in un paesino piccolo piccolo che forse oggi nemmeno esiste più, è stata la prima a far entrare i libri in casa di mio padre, comprandogli un dizionario, il Mestica, pagato con il lavoro dei campi (ancora oggi io lo conservo).
Non si può facilmente separare in segmenti il ricordo della donna-nonna che ti ha cresciuto. Trascrivo, però, due istantanee che ancora oggi mi accompagnano: i suoi occhi intelligenti che ti tranquillizzavano dicendoti "ho capito tutto" prima ancora che tu cominciassi a spiegare e l'immagine di me, dopo cena, sopra i libri di greco, con lei poco distante di fronte al camino, in silenzio, a farmi compagnia mentre tutti erano già andati a dormire.