E’ Leonardo Artale, 46 anni, architetto palermitano, il vincitore del concorso di idee per l'elaborazione del logo per le celebrazioni dei 2400 anni di Ancona. Il suo progetto è stato scelto dalla commissione del concorso di idee, composta da personale interno all’Amministrazione e presieduta dal direttore generale Caterina Grechi, tra le 164 proposte presentate in base al bando di concorso.
Il logo accosta una rivisitazione della figura del pistrice, animale mitologico marino presente nel pavimento dell’anfiteatro di Ancona, con il pay off Ancona 2400 volte, dove la n di Ancona è spezzata, così da poter essere letta anche come “ancora 2400 volte”.
L’insieme coniuga efficacemente e con una grafica moderna la tradizione di una città millenaria e lo sguardo rivolto al futuro che queste celebrazioni vogliono proporre. Il logo contiene inoltre non solo un richiamo all’epoca classica ma anche una riproposizione – nella creatura mitologica marina - della forte relazione della città con il mare.
Sia nella versione colorata, sia in quella monocromatica, in bianco e nero o oro (colore presente nello stemma del Comune), questo logo è facilmente declinabile nelle comunicazioni strettamente istituzionali, così come nel materiale promozionale.
Da oggi il marchio delle celebrazioni dei 2400 anni diventa una sorta di sigillo di qualità e di riconoscimento di questa ricorrenza e accompagnerà tutti gli eventi e le iniziative pubblici e privati.
Spiega l’autore del logo: “La realizzazione di un marchio celebrativo dei 2400 anni di storia della città di Ancona ha presupposto la ricerca di un elemento intrinseco alla città, escludendo rappresentazioni semplicistiche o scontate. Di forte impatto e con grandi propensioni grafiche, la forma del pistrice ha portato alla conformazione di questo logo. L’utilizzo di molteplici colori, oltre che definire un aspetto positivo al segno grafico, ne rappresenta e simboleggia le differenti epoche storiche succedutesi in questi 2400 anni”.
Al concorso di idee sono stati presentati complessivamente 167 progetti: anche quelli arrivati fuori termine, quindi esclusi dall’esame, saranno oggetto della mostra che si sta organizzando a palazzo Camerata. Qui verranno appunto esposti tutti i lavori pervenuti, a omaggio e testimonianza della partecipazione e dell’attenzione che questo concorso di idee ha suscitato.
Molti i giovani grafici, alta la qualità dei lavori, moltissimi i progetti da fuori città: sono infatti arrivati da tutta Italia, da Napoli a Pordenone, da Empoli a Cantù, a Foggia.
Tutti i loghi saranno anche visibili on line nella sezione dedicata del sito dei 2400 anni, attualmente in fase di realizzazione.
da: Ufficio Stampa Comune di Ancona
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giovedì 7 marzo 2013
lunedì 29 ottobre 2012
ANCONA E GLI ANNI CON IL 2
Questa mattina una scossa di terremoto. Magnitudo 2.4, neanche sentita da tutti. Ma è sussultoria e non ci piace. E poi anche questo è un anno con il 2 e noi anconetani per forza di fronte a questi eventi torniamo indietro nel tempo, almeno per un attimo.
“Via Posatora si è tutta gonfiata, e spaccata in più punti” diceva il Corriere Adriatico di Ancona del 14 dicembre 1982. “La grossa striscia di terra che dal Fornetto declina verso il mare è cominciata a scivolare trascinando nel suo lento movimento le case”.
Quando la terra si muove a noi basta un attimo per essere consapevoli del pericolo, perché abbiamo alle spalle una storia centenaria di frane, terremoti, alluvioni. E’ un allerta che ti senti dentro, la senzazione di un deja vu.
Il 13 dicembre 1982 era lunedì e alle 10,35 di sera, quando la terra ha cominciato a franare, molti erano in casa. “Ecco, ci risiamo torna il terremoto” devono aver pensato in parecchi. Ma è bastato poco per capire che si trattava d’altro: le case non tremavano. Scricchiolavano, si gonfiavano, si spaccavano. E via di nuovo in strada, come con il sisma del ‘72, questa volta sotto la pioggia battente.
In quel momento la storia di quasi quattromila persone ha cambiato direzione, insieme con quella di un’intera città. “Nel silenzio della notte – scrive la giornalista Anna Scalfati il 15 dicembre – solo scricchiolii delle pareti e la sensazione di perdere l’equilibrio. Niente scossoni da brivido, ma, come un film al rallentatore o come uno sconosciuto che preme contro la porta, la massa fangosa ha iniziato a gonfiarsi e a forzare con insistenza sulle pareti e sotto la strada”. “Si sentivano in continuo piccoli rumori, tintinnio di bicchieri – racconta una signora – poi il pavimento che si inclinava. La gente gridava di scappare perché franava tutta Posatora, fino al mare”.
“In pochi minuti - riferiscono i giornalisti Walter Orazi e Bruno Nicoletti a poche ore dall’evento - nel quartiere di Posatora si è riproposta la visione allucinante della fuga di migliaia e migliaia di persone, vecchi, bambini, rinchiusi nelle auto, che scappavano attraverso l’unica via ancora transitabile, verso il Piano San Lazzaro o la stazione ferroviaria. La lunga fila di luci abbaglianti delle autovetture sotto la pioggia sempre più sferzante si incrociava con le autoambulanze”.
Pioveva quella sera ed era piovuto molto nei giorni precedenti. Così arrivò la frana. Si mosse la terra nella periferia ovest della città, sul versante nord della collina del Montagnolo. Scivolò verso il mare, a partire da un’altezza di 170 metri, muovendo 180 metri cubi di terreno, 220 ettari, l’11 per cento dell’area urbana di Ancona: i quartieri di Posatora, Borghetto e Palombella. Si attivò senza preavviso visibile, durò solo qualche ora e fu seguita da un lungo periodo di assestamento.
La mattina del 14 dicembre furono evacuati ufficialmente i quartieri colpiti. Di fatto tutta la gente era scappata durante la notte. 1071 famiglie dovettero lasciare le proprie abitazioni: 3661 persone. Di queste, 1562 furono trasferite negli alberghi e in altre residenze. 865 abitazioni, 300 edifici, furono danneggiati. L’85 per cento di questi fu ritenuto irrecuperabile; 15 crollarono subito, molti furono abbattuti in seguito, perché inagibili.
“Sembra di essere tornati ai tempi della guerra” scrive Nicoletti. “Case sbrecciate, lesionate, piegate su un fianco, e ad ogni incrocio, su ogni via di accesso, tutori dell’ordine che dirottano il traffico. Sotto le case, camion carichi di masserizie. La gente che l’altra notte era fuggita dalle abitazioni, abbandonando tutto, è ritornata con il cuore gonfio, per recuperare il salvabile”. Andarono distrutti anche 101 attività artigianali, con 200 addetti, 3 industrie, tra cui la Angelini farmaceutici, con 118 addetti, 42 negozi, con 129 addetti, 31 aziende agricole, con 60 addetti. Cinquecento persone persero il lavoro.
Quella sera la ferrovia fu divelta dal terreno. La strada costiera si crepò e si increspò, con dislivelli di qualche metro su un fronte di due chilometri e mezzo. “E’ saltata la strada statale” si legge sul giornale del giorno dopo. Di fatto la ferrovia e la strada scivolarono a mare per 10 metri.
“Ho attraversato – scrive una cronista - un inferno tagliente di lastre di asfalto”. “Il sedime stradale è sconvolto. In alcuni punti è sollevato di cinque o sei metri. La linea ferroviaria è irrimediabilmente danneggiata, i binari sono saltati in più punti, contorti. Il mare è arrivato a lambire la massicciata della linea ferrata. La stazione ferroviaria è inoperosa. In Ancona arrivano solo treni locali dal sud e, dopo l’inversione della motrice, ripartono. A nord, il traffico ferroviario si ferma a Falconara. Per i treni di grande comunicazione, invece, si parla di deviazioni per Roma”.
Subiscono danni irreparabili la facoltà di Medicina, due ospedali di rilievo regionale con oltre 500 degenti ricoverati: l’Oncologico, il Geriatrico, alcune chiese, un cimitero, una scuola, il centro operativo della Polstrada regionale, la casa di riposo.
L’oncologico – dicono - è “polverizzato”, insieme con le speranze di tutti i malati di cancro che andavano a curarsi nella struttura da molte parti d’Italia. Lì, oltre al dramma dei malati, che scappano in pigiama, con le flebo attaccate, c’è la paura che esplodano, contaminando l’aria, le due pasticche di cobalto radioattivo installate nei due bunker contenenti le apparecchiature per la telecobaltoterapia che si trovavano nell’ala più danneggiata dell’Oncologico.
I contenitori alla fine ressero, ma c’era il timore fondato che si potessero danneggiare se si fosse sviluppato un incendio. Le apparecchiature furono rimosse il 17 dicembre e poi collocate all’interno dei bunker della Marina militare. La frana fece una vittima, anche se indiretta: un paziente dell’ospedale morto di arresto cardiaco mentre lo trasferivano in ambulanza.
La situazione anche a Medicina apparve subito gravissima. “Non abbiamo più la facoltà” commentò immediatamente il rettore Paolo Bruni. In un primo momento si riuscì solo a recuperare il materiale più piccolo e il carteggio degli uffici. L’impresa più difficile riguardò i tre microscopi elettronici del valore di circa un miliardo di lire. L’università non sospese i servizi essenziali, garantì esami, concorsi e lezioni nelle scuole di specializzazione. Interruppe invece la didattica ordinaria, anticipando di una settimana le vacanze di Natale. Anche le scuole furono chiuse. Mancavano i servizi fondamentali: acqua e gas, in particolare. E poi le aule di alcuni istituti e un paio di palestre, quella del liceo classico e quella delle elementari Savio, servirono a ospitare gli sfollati nella prima emergenza.
“Al tempo – racconta nel suo blog Vittorio Carboni – lavoravo presso il laboratorio di Microscopia elettronica dell’istituto di Morfologia umana normale di Medicina. Martedì 14 con difficoltà e percorrendo gli ultimi chilometri a piedi poiché la normale viabilità era stravolta, raggiunsi la facoltà. Quello che vidi fu impressionante! I pilastri della struttura in cemento armato erano spezzati e piegati, come se qualche gigante avesse spinto prima l’edificio, per poi frenarlo bruscamente, così che il primo piano avesse continuato a spostarsi. A distanza di anni è ancora vivo il ricordo dell’impressione che si riceveva nel camminare nei corridoi inclinati cercando di vincere la gravità che spingeva contro le pareti. Porte dei laboratori che non si aprivano più. Vetri, intonaco, calcinacci ovunque. Alcuni giorni dopo, con l’assistenza dei vigili del fuoco, aprimmo un varco sul muro esterno del laboratorio, smontai il microscopio elettronico a trasmissione e scansione. Strumenti che erano costati svariate centinaia di milioni di lire. Gli strumenti furono poi rimessi in opera, con successo, in locali provvisori di Torrette, dove si riorganizzò e riattivò il laboratorio”.
Un dirigente dell’industria farmaceutica Acraf Angelini racconta ai giornalisti: “Nella notte la terra ha sfondato la parete posteriore del magazzino merci, lesionando irreparabilmente le strutture portanti”. “L’opificio, che dà lavoro a circa centocinquanta persone, è inagibile” scrive il Corriere del 16 dicembre. “La frana ha distrutto una campata del magazzino materie prime, danneggiando la struttura portante in acciaio, sconvolto il piazzale di carico e distrutto l’officina manutenzione. I danni, non ancora valutabili in quanto soggetti ad aumentare, ammontano già a diversi miliardi”. Le telecamere a circuito chiuso posizionate all’ingresso dello stabilimento testimoniarono come giorno per giorno il cancello veniva lentamente inghiottito dal terreno. E questo durò fino a quando non si fermò la frana.
“Le pareti di casa sono crollate e così anche la scala interna” racconta al giornale una abitante del Borghetto. “Non potendo fuggire per la strada che si era completamente sollevata, siamo scappati per i campi”. “Ho pensato che fosse il maremoto” aggiunge un’altra. “La frana ci ha quasi sollevati con un’ondata di fango”. E’proprio il quartiere del Borghetto, affacciato sul mare, a presentare l’immagine più desolante. “La fila di case che cingeva la statale verso la collina - scrive Anna Scafati il giorno 15 – è rimasta schiacciata, sepolta, distrutta, allagata tra la frana da una parte e la strada con il mare dall’altra”. “Mentre a Posatora – prosegue - era un viavai silenzioso di gente che composta si avviava verso differenti destinazioni, a Borghetto non c’è più vita. I vigili del fuoco vestiti di arancione sembrano le uniche figure animate. Intorno a loro rovine che pur recenti dimostrano già cento anni. Le finestre sbattono, una grossa tenda con il merletto viene usata come telone per raccogliere alla rinfusa oggetti personali lanciati da una finestra. Le porte delle case, laddove esistono ancora case, sono sotto terra per almeno due metri. Gli elicotteri sorvolano con insistenza la zona. Il Borghetto è veramente come un pianeta abbandonato. Non è più raggiungibile, non ha connotati utili alla vita, ma ha conservato nella furia della terra che franava, ricordi, speranze, oggetti che hanno tanti significati, come quella tenda con il merletto. Sì, è vero, morti non ce ne sono, non è stata una tragedia con scempio di vite umane, ma lo scempio c’è stato ugualmente, di risorse e di energie. La gente che con il terremoto aveva avuto la casa lesionata, adesso non ce l’ha per niente. I senza tetto sono fin d’ora definitivi, non provvisori. Tutta la città ne è rimasta coinvolta, colpita, ma avventurandosi per quella galleria degli orrori che è diventata la Statale 16, Flaminia, ci si rende conto che la popolazione ha avuto una frustata morale che non si aspettava, che sentiva di non meritare. Gente che si era fatta la casa o il negozio con gran fatica. Tutto quel fermento di negozi e negozietti, di botteghe e di casette che fino a due giorni fa facevano parte dei nostri panorami. Ebbene è finita. Passeranno mesi forse, ma arriverà chi dovrà livellare, ripulire dalle macerie e allora ci renderemo conto che questa frana ci ha derubato di molte, troppe cose”.
Eppure gli anconetani, ancora una volta, non disperano, abituati come sono a convivere con l’idea del rischio, che si nasconde quasi in ogni anfratto della terra sulla quale vivono da millenni.
Già dopo poche ora si parla di ricostruzione e si tirano fuori i progetti: nuovi quartieri, zone della città da rivitalizzare, l’arretramento della ferrovia...
I dubbi e le polemiche, certo, non mancano: perché, se si sapeva da secoli che lì c’era la frana, i piani regolatori non ne hanno tenuto conto? Di chi sono le responsabilità?
Sin da subito, però, Ancona è operativa: si impegnano oltre mille uomini al giorno, tra Esercito, Marina, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, oltre duemila giovani volontari di Caritas, Arci, Azione cattolica, Cl, Scout e Focolari si mettono a disposizione della macchina organizzativa e dei soccorsi, si studia la localizzazione per le nuove case, si cerca il denaro necessario per ripartire, si mettono in moto le macchine della solidarietà e, soprattutto, non ci si piange addosso. Lo scrive anche un cronista del Corriere della Sera: gli ingredienti della tragedia – dice – ci sono tutti. Ma ad Ancona manca qualcosa…
Infatti: la gente qui ha reagito subito, senza fare tragedie inutili.
Del resto quelli della frana sono gli stessi anconetani, o i figli di quelli che, dieci anni prima, riuscivano a scherzare sul grande sisma che continuò per mesi a colpire la città: “Noi, signora mia – si diceva nel 1972 - col teremoto ce ‘ndormimo i fjoli” .
“Via Posatora si è tutta gonfiata, e spaccata in più punti” diceva il Corriere Adriatico di Ancona del 14 dicembre 1982. “La grossa striscia di terra che dal Fornetto declina verso il mare è cominciata a scivolare trascinando nel suo lento movimento le case”.
Quando la terra si muove a noi basta un attimo per essere consapevoli del pericolo, perché abbiamo alle spalle una storia centenaria di frane, terremoti, alluvioni. E’ un allerta che ti senti dentro, la senzazione di un deja vu.
Il 13 dicembre 1982 era lunedì e alle 10,35 di sera, quando la terra ha cominciato a franare, molti erano in casa. “Ecco, ci risiamo torna il terremoto” devono aver pensato in parecchi. Ma è bastato poco per capire che si trattava d’altro: le case non tremavano. Scricchiolavano, si gonfiavano, si spaccavano. E via di nuovo in strada, come con il sisma del ‘72, questa volta sotto la pioggia battente.
In quel momento la storia di quasi quattromila persone ha cambiato direzione, insieme con quella di un’intera città. “Nel silenzio della notte – scrive la giornalista Anna Scalfati il 15 dicembre – solo scricchiolii delle pareti e la sensazione di perdere l’equilibrio. Niente scossoni da brivido, ma, come un film al rallentatore o come uno sconosciuto che preme contro la porta, la massa fangosa ha iniziato a gonfiarsi e a forzare con insistenza sulle pareti e sotto la strada”. “Si sentivano in continuo piccoli rumori, tintinnio di bicchieri – racconta una signora – poi il pavimento che si inclinava. La gente gridava di scappare perché franava tutta Posatora, fino al mare”.
“In pochi minuti - riferiscono i giornalisti Walter Orazi e Bruno Nicoletti a poche ore dall’evento - nel quartiere di Posatora si è riproposta la visione allucinante della fuga di migliaia e migliaia di persone, vecchi, bambini, rinchiusi nelle auto, che scappavano attraverso l’unica via ancora transitabile, verso il Piano San Lazzaro o la stazione ferroviaria. La lunga fila di luci abbaglianti delle autovetture sotto la pioggia sempre più sferzante si incrociava con le autoambulanze”.
Pioveva quella sera ed era piovuto molto nei giorni precedenti. Così arrivò la frana. Si mosse la terra nella periferia ovest della città, sul versante nord della collina del Montagnolo. Scivolò verso il mare, a partire da un’altezza di 170 metri, muovendo 180 metri cubi di terreno, 220 ettari, l’11 per cento dell’area urbana di Ancona: i quartieri di Posatora, Borghetto e Palombella. Si attivò senza preavviso visibile, durò solo qualche ora e fu seguita da un lungo periodo di assestamento.
La mattina del 14 dicembre furono evacuati ufficialmente i quartieri colpiti. Di fatto tutta la gente era scappata durante la notte. 1071 famiglie dovettero lasciare le proprie abitazioni: 3661 persone. Di queste, 1562 furono trasferite negli alberghi e in altre residenze. 865 abitazioni, 300 edifici, furono danneggiati. L’85 per cento di questi fu ritenuto irrecuperabile; 15 crollarono subito, molti furono abbattuti in seguito, perché inagibili.
“Sembra di essere tornati ai tempi della guerra” scrive Nicoletti. “Case sbrecciate, lesionate, piegate su un fianco, e ad ogni incrocio, su ogni via di accesso, tutori dell’ordine che dirottano il traffico. Sotto le case, camion carichi di masserizie. La gente che l’altra notte era fuggita dalle abitazioni, abbandonando tutto, è ritornata con il cuore gonfio, per recuperare il salvabile”. Andarono distrutti anche 101 attività artigianali, con 200 addetti, 3 industrie, tra cui la Angelini farmaceutici, con 118 addetti, 42 negozi, con 129 addetti, 31 aziende agricole, con 60 addetti. Cinquecento persone persero il lavoro.
Quella sera la ferrovia fu divelta dal terreno. La strada costiera si crepò e si increspò, con dislivelli di qualche metro su un fronte di due chilometri e mezzo. “E’ saltata la strada statale” si legge sul giornale del giorno dopo. Di fatto la ferrovia e la strada scivolarono a mare per 10 metri.
“Ho attraversato – scrive una cronista - un inferno tagliente di lastre di asfalto”. “Il sedime stradale è sconvolto. In alcuni punti è sollevato di cinque o sei metri. La linea ferroviaria è irrimediabilmente danneggiata, i binari sono saltati in più punti, contorti. Il mare è arrivato a lambire la massicciata della linea ferrata. La stazione ferroviaria è inoperosa. In Ancona arrivano solo treni locali dal sud e, dopo l’inversione della motrice, ripartono. A nord, il traffico ferroviario si ferma a Falconara. Per i treni di grande comunicazione, invece, si parla di deviazioni per Roma”.
Subiscono danni irreparabili la facoltà di Medicina, due ospedali di rilievo regionale con oltre 500 degenti ricoverati: l’Oncologico, il Geriatrico, alcune chiese, un cimitero, una scuola, il centro operativo della Polstrada regionale, la casa di riposo.
L’oncologico – dicono - è “polverizzato”, insieme con le speranze di tutti i malati di cancro che andavano a curarsi nella struttura da molte parti d’Italia. Lì, oltre al dramma dei malati, che scappano in pigiama, con le flebo attaccate, c’è la paura che esplodano, contaminando l’aria, le due pasticche di cobalto radioattivo installate nei due bunker contenenti le apparecchiature per la telecobaltoterapia che si trovavano nell’ala più danneggiata dell’Oncologico.
I contenitori alla fine ressero, ma c’era il timore fondato che si potessero danneggiare se si fosse sviluppato un incendio. Le apparecchiature furono rimosse il 17 dicembre e poi collocate all’interno dei bunker della Marina militare. La frana fece una vittima, anche se indiretta: un paziente dell’ospedale morto di arresto cardiaco mentre lo trasferivano in ambulanza.
La situazione anche a Medicina apparve subito gravissima. “Non abbiamo più la facoltà” commentò immediatamente il rettore Paolo Bruni. In un primo momento si riuscì solo a recuperare il materiale più piccolo e il carteggio degli uffici. L’impresa più difficile riguardò i tre microscopi elettronici del valore di circa un miliardo di lire. L’università non sospese i servizi essenziali, garantì esami, concorsi e lezioni nelle scuole di specializzazione. Interruppe invece la didattica ordinaria, anticipando di una settimana le vacanze di Natale. Anche le scuole furono chiuse. Mancavano i servizi fondamentali: acqua e gas, in particolare. E poi le aule di alcuni istituti e un paio di palestre, quella del liceo classico e quella delle elementari Savio, servirono a ospitare gli sfollati nella prima emergenza.
“Al tempo – racconta nel suo blog Vittorio Carboni – lavoravo presso il laboratorio di Microscopia elettronica dell’istituto di Morfologia umana normale di Medicina. Martedì 14 con difficoltà e percorrendo gli ultimi chilometri a piedi poiché la normale viabilità era stravolta, raggiunsi la facoltà. Quello che vidi fu impressionante! I pilastri della struttura in cemento armato erano spezzati e piegati, come se qualche gigante avesse spinto prima l’edificio, per poi frenarlo bruscamente, così che il primo piano avesse continuato a spostarsi. A distanza di anni è ancora vivo il ricordo dell’impressione che si riceveva nel camminare nei corridoi inclinati cercando di vincere la gravità che spingeva contro le pareti. Porte dei laboratori che non si aprivano più. Vetri, intonaco, calcinacci ovunque. Alcuni giorni dopo, con l’assistenza dei vigili del fuoco, aprimmo un varco sul muro esterno del laboratorio, smontai il microscopio elettronico a trasmissione e scansione. Strumenti che erano costati svariate centinaia di milioni di lire. Gli strumenti furono poi rimessi in opera, con successo, in locali provvisori di Torrette, dove si riorganizzò e riattivò il laboratorio”.
Un dirigente dell’industria farmaceutica Acraf Angelini racconta ai giornalisti: “Nella notte la terra ha sfondato la parete posteriore del magazzino merci, lesionando irreparabilmente le strutture portanti”. “L’opificio, che dà lavoro a circa centocinquanta persone, è inagibile” scrive il Corriere del 16 dicembre. “La frana ha distrutto una campata del magazzino materie prime, danneggiando la struttura portante in acciaio, sconvolto il piazzale di carico e distrutto l’officina manutenzione. I danni, non ancora valutabili in quanto soggetti ad aumentare, ammontano già a diversi miliardi”. Le telecamere a circuito chiuso posizionate all’ingresso dello stabilimento testimoniarono come giorno per giorno il cancello veniva lentamente inghiottito dal terreno. E questo durò fino a quando non si fermò la frana.
“Le pareti di casa sono crollate e così anche la scala interna” racconta al giornale una abitante del Borghetto. “Non potendo fuggire per la strada che si era completamente sollevata, siamo scappati per i campi”. “Ho pensato che fosse il maremoto” aggiunge un’altra. “La frana ci ha quasi sollevati con un’ondata di fango”. E’proprio il quartiere del Borghetto, affacciato sul mare, a presentare l’immagine più desolante. “La fila di case che cingeva la statale verso la collina - scrive Anna Scafati il giorno 15 – è rimasta schiacciata, sepolta, distrutta, allagata tra la frana da una parte e la strada con il mare dall’altra”. “Mentre a Posatora – prosegue - era un viavai silenzioso di gente che composta si avviava verso differenti destinazioni, a Borghetto non c’è più vita. I vigili del fuoco vestiti di arancione sembrano le uniche figure animate. Intorno a loro rovine che pur recenti dimostrano già cento anni. Le finestre sbattono, una grossa tenda con il merletto viene usata come telone per raccogliere alla rinfusa oggetti personali lanciati da una finestra. Le porte delle case, laddove esistono ancora case, sono sotto terra per almeno due metri. Gli elicotteri sorvolano con insistenza la zona. Il Borghetto è veramente come un pianeta abbandonato. Non è più raggiungibile, non ha connotati utili alla vita, ma ha conservato nella furia della terra che franava, ricordi, speranze, oggetti che hanno tanti significati, come quella tenda con il merletto. Sì, è vero, morti non ce ne sono, non è stata una tragedia con scempio di vite umane, ma lo scempio c’è stato ugualmente, di risorse e di energie. La gente che con il terremoto aveva avuto la casa lesionata, adesso non ce l’ha per niente. I senza tetto sono fin d’ora definitivi, non provvisori. Tutta la città ne è rimasta coinvolta, colpita, ma avventurandosi per quella galleria degli orrori che è diventata la Statale 16, Flaminia, ci si rende conto che la popolazione ha avuto una frustata morale che non si aspettava, che sentiva di non meritare. Gente che si era fatta la casa o il negozio con gran fatica. Tutto quel fermento di negozi e negozietti, di botteghe e di casette che fino a due giorni fa facevano parte dei nostri panorami. Ebbene è finita. Passeranno mesi forse, ma arriverà chi dovrà livellare, ripulire dalle macerie e allora ci renderemo conto che questa frana ci ha derubato di molte, troppe cose”.
Eppure gli anconetani, ancora una volta, non disperano, abituati come sono a convivere con l’idea del rischio, che si nasconde quasi in ogni anfratto della terra sulla quale vivono da millenni.
Già dopo poche ora si parla di ricostruzione e si tirano fuori i progetti: nuovi quartieri, zone della città da rivitalizzare, l’arretramento della ferrovia...
I dubbi e le polemiche, certo, non mancano: perché, se si sapeva da secoli che lì c’era la frana, i piani regolatori non ne hanno tenuto conto? Di chi sono le responsabilità?
Sin da subito, però, Ancona è operativa: si impegnano oltre mille uomini al giorno, tra Esercito, Marina, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, oltre duemila giovani volontari di Caritas, Arci, Azione cattolica, Cl, Scout e Focolari si mettono a disposizione della macchina organizzativa e dei soccorsi, si studia la localizzazione per le nuove case, si cerca il denaro necessario per ripartire, si mettono in moto le macchine della solidarietà e, soprattutto, non ci si piange addosso. Lo scrive anche un cronista del Corriere della Sera: gli ingredienti della tragedia – dice – ci sono tutti. Ma ad Ancona manca qualcosa…
Infatti: la gente qui ha reagito subito, senza fare tragedie inutili.
Del resto quelli della frana sono gli stessi anconetani, o i figli di quelli che, dieci anni prima, riuscivano a scherzare sul grande sisma che continuò per mesi a colpire la città: “Noi, signora mia – si diceva nel 1972 - col teremoto ce ‘ndormimo i fjoli” .
venerdì 17 febbraio 2012
LA NEVE DI MILLE COLORI
"Voglio raccontare l’esperienza da spalatore. In tempi di crisi la nevicata ha portato alla città di Ancona anche un po’ di lavoro per disoccupati e cassaintegrati." Continua la lettera, intitotala 'La neve ha mille colori' di un giovane spalatore anconetano...
Alla chiamata del Comune, io che sono cassaintegrato della Fincantieri, in una gelida mattina ho trovato tanti nuovi cittadini come me che hanno risposto all’appello di aiutare la città in un momento di estrema difficoltà. Mi registro nella lista, e con me trovo diversi miei compagni di lavoro e tantissimi migranti uomini e donne del Bangladesh, della Tunisia, del Camerun, dell’India, della Romania,dell’Albania e di tanti altri Paesi che, come me, si sono resi disponibili alla causa. Spaliamo neve, rompiamo ghiaccio, nei quartieri popolari e nelle piazze della città, aiutiamo chi è in difficoltà, disabili, anziani, perché a prescindere dal rimborso che ci viene concesso, è stata la solidarietà a muoverci.
Ci organizziamo, in questo lavoro nessuno di noi ha esperienza, tanto diversi nel modo di lavorare, con culture diverse, ma insieme stabiliamo delle priorità, spaliamo prima i posti auto riservati ai diversamente abili, gli ingressi alle scuole, i centri di riabilitazione e le fermate dei bus. Sorridiamo, ci aiutiamo e aiutiamo, parliamo di cricket, di religioni, di calcio: è stato come se mille culture diverse, attraverso la pala e la neve, fossero riuscite a trovare un modo comune di comunicare; al posto dei “capi”, ho ritrovato quello spirito del lavoro che è stato cancellato nel nostro paese dai grafici delle borse e dall’andatura dello spread. Questa il nostro gruppo che ha reagito a questa crisi: io sono cassaintegrato, Farabi è stato licenziato dal peschereccio, Aroud è disoccupato, e tanti altri che in questi giorni freddi hanno rotto il ghiaccio, un po’ per soldi, un po’ per solidarietà, ma tutti per affermare l’appartenenza alla città di Ancona.
C’è stata la solidarietà dei residenti, qualcuno ci preparava un caffè, altri ci hanno invitato a mangiare un pasto al caldo, e sotto il ghiaccio ho riscoperto una città solidale in un momento difficile…una città che ti ringrazia per quello che fai… non ero più abituato. Spaliamo la neve, rompiamo il ghiaccio, la neve fina ti entra nella sciarpa, tanti sono gli argomenti: molti ti parlano del permesso di soggiorno e della mancanza di un contratto che ti può far diventare da un giorno all’altro clandestino, altri sono stati espulsi dal mondo del lavoro perché hanno quell’età in cui le imprese non ti assumono più, altri ancora che un contratto di lavoro non l’hanno mai visto…le nostre storie sono quelle di una città che non vedi. Dopo questi giorni la neve si scioglierà, le strade torneranno libere, le scuole riapriranno, la primavera busserà alle porte, e appena le temperature risaliranno, questi mille colori che hanno aiutato la città, resteranno l’esperienza più bella ed umana che ho vissuto. Dopo la pala c’è bisogno di lavoro e di cittadinanza per tutti...
Uno spalatore
da Ambasciata dei diritti
Alla chiamata del Comune, io che sono cassaintegrato della Fincantieri, in una gelida mattina ho trovato tanti nuovi cittadini come me che hanno risposto all’appello di aiutare la città in un momento di estrema difficoltà. Mi registro nella lista, e con me trovo diversi miei compagni di lavoro e tantissimi migranti uomini e donne del Bangladesh, della Tunisia, del Camerun, dell’India, della Romania,dell’Albania e di tanti altri Paesi che, come me, si sono resi disponibili alla causa. Spaliamo neve, rompiamo ghiaccio, nei quartieri popolari e nelle piazze della città, aiutiamo chi è in difficoltà, disabili, anziani, perché a prescindere dal rimborso che ci viene concesso, è stata la solidarietà a muoverci.
Ci organizziamo, in questo lavoro nessuno di noi ha esperienza, tanto diversi nel modo di lavorare, con culture diverse, ma insieme stabiliamo delle priorità, spaliamo prima i posti auto riservati ai diversamente abili, gli ingressi alle scuole, i centri di riabilitazione e le fermate dei bus. Sorridiamo, ci aiutiamo e aiutiamo, parliamo di cricket, di religioni, di calcio: è stato come se mille culture diverse, attraverso la pala e la neve, fossero riuscite a trovare un modo comune di comunicare; al posto dei “capi”, ho ritrovato quello spirito del lavoro che è stato cancellato nel nostro paese dai grafici delle borse e dall’andatura dello spread. Questa il nostro gruppo che ha reagito a questa crisi: io sono cassaintegrato, Farabi è stato licenziato dal peschereccio, Aroud è disoccupato, e tanti altri che in questi giorni freddi hanno rotto il ghiaccio, un po’ per soldi, un po’ per solidarietà, ma tutti per affermare l’appartenenza alla città di Ancona.
C’è stata la solidarietà dei residenti, qualcuno ci preparava un caffè, altri ci hanno invitato a mangiare un pasto al caldo, e sotto il ghiaccio ho riscoperto una città solidale in un momento difficile…una città che ti ringrazia per quello che fai… non ero più abituato. Spaliamo la neve, rompiamo il ghiaccio, la neve fina ti entra nella sciarpa, tanti sono gli argomenti: molti ti parlano del permesso di soggiorno e della mancanza di un contratto che ti può far diventare da un giorno all’altro clandestino, altri sono stati espulsi dal mondo del lavoro perché hanno quell’età in cui le imprese non ti assumono più, altri ancora che un contratto di lavoro non l’hanno mai visto…le nostre storie sono quelle di una città che non vedi. Dopo questi giorni la neve si scioglierà, le strade torneranno libere, le scuole riapriranno, la primavera busserà alle porte, e appena le temperature risaliranno, questi mille colori che hanno aiutato la città, resteranno l’esperienza più bella ed umana che ho vissuto. Dopo la pala c’è bisogno di lavoro e di cittadinanza per tutti...
Uno spalatore
da Ambasciata dei diritti
martedì 7 febbraio 2012
LA NEVICATA DEL 2012
Come si fa a non scrivere almeno due righe sulla nevicata del secolo?
Magari qualcuno tra un po' ci farà una canzone e io auguro a questo qualcuno lo stesso successo di Mia Martini e dei suoi autori, che si cimentarono con il nevone precedente.
Direi che ci sono due elementi interessanti.
Intanto, in primo luogo, questa è stata sicuramente la nevicata più attesa. Almeno nella mia città, Ancona, ma credo anche altrove. Abbiamo vissuto giorni di allerta meteo, che preannunciavano l'evento e, siccome questo è arrivato con un po' di ritardo, molti di noi hanno passato le ore immediatamente precedenti a rimandare impegni, cancellare appuntamenti, fare rifornimento al supermercato. Poi la neve non arrivava e abbiamo rischiato di fare la fine dell'agnellino che gridava sempre al lupo al lupo.
Io ho tirato un sospiro di sollievo perché, sì, è vero che alla fine è nevicato, però è anche vero che il caso si riserva ancora almeno qualche ora di autonomia.
C'è anche da dire, credo, che quest'anno siamo tutti un po' più sensibili al tema delle previsioni per il futuro, con la profezia dei Maya che ci pende sopra la testa e con i terremoti e le alluvioni degli ultimi periodi che qualche brutto pensierino di tanto in tanto ce lo hanno fatto venire.
La seconda osservazione che voglio fare riguarda l'insofferenza cosmica che ho notato in questi giorni. Certo sessanta-settanta centimetri di neve in una città non sono un evento da poco. Ma io dico: tutta questa gente che esce fuori vestita di goretex, con le racchette da passeggio e gli occhiali da sci è certamente frequentatrice della montagna. E allora, tra una sciatina e una cioccolata calda, non l'hanno visto il popolo alpino? Ognuno pulisce il suo marciapiede, il suo cortile, il suo cornicione. L'efficienza delle amministrazioni pubbliche si può e si deve pretendere, però non che ti vegano a rassettare la cucina di casa.
Io sono un po' più fortunata da questo punto di vista, perché le mie origini nell'entroterra mi hanno fatto vedere qualche nevicata in più. Ricordo che da bambini, se ci trovavamo al paesello e cominciava a nevicare, mentre noi gridavamo di gioia i nonni e i papà (ma pure le nonne e le mamme) si mettevano un giaccone pesante, un cappello e gli stivali per andare a fare la rotta (leggi: prendere la pala e spalare la neve davanti alla porta, nel cortile, fino alla strada). Quando nevicava il primo pensiero di ogni famiglia non era quello di fare il pupazzo di neve, ma di liberare l'uscita di casa propria e poi, immediatamente dopo, di aiutare i vicini o quelli che da soli non ce la facevano. In un paesino a 500 metri sul livello del mare io non ho mai visto mio nonno chiamare i Vigili del fuoco perché non poteva uscire da casa.
Magari qualcuno tra un po' ci farà una canzone e io auguro a questo qualcuno lo stesso successo di Mia Martini e dei suoi autori, che si cimentarono con il nevone precedente.
Direi che ci sono due elementi interessanti.
Intanto, in primo luogo, questa è stata sicuramente la nevicata più attesa. Almeno nella mia città, Ancona, ma credo anche altrove. Abbiamo vissuto giorni di allerta meteo, che preannunciavano l'evento e, siccome questo è arrivato con un po' di ritardo, molti di noi hanno passato le ore immediatamente precedenti a rimandare impegni, cancellare appuntamenti, fare rifornimento al supermercato. Poi la neve non arrivava e abbiamo rischiato di fare la fine dell'agnellino che gridava sempre al lupo al lupo.
Io ho tirato un sospiro di sollievo perché, sì, è vero che alla fine è nevicato, però è anche vero che il caso si riserva ancora almeno qualche ora di autonomia.
C'è anche da dire, credo, che quest'anno siamo tutti un po' più sensibili al tema delle previsioni per il futuro, con la profezia dei Maya che ci pende sopra la testa e con i terremoti e le alluvioni degli ultimi periodi che qualche brutto pensierino di tanto in tanto ce lo hanno fatto venire.
La seconda osservazione che voglio fare riguarda l'insofferenza cosmica che ho notato in questi giorni. Certo sessanta-settanta centimetri di neve in una città non sono un evento da poco. Ma io dico: tutta questa gente che esce fuori vestita di goretex, con le racchette da passeggio e gli occhiali da sci è certamente frequentatrice della montagna. E allora, tra una sciatina e una cioccolata calda, non l'hanno visto il popolo alpino? Ognuno pulisce il suo marciapiede, il suo cortile, il suo cornicione. L'efficienza delle amministrazioni pubbliche si può e si deve pretendere, però non che ti vegano a rassettare la cucina di casa.
Io sono un po' più fortunata da questo punto di vista, perché le mie origini nell'entroterra mi hanno fatto vedere qualche nevicata in più. Ricordo che da bambini, se ci trovavamo al paesello e cominciava a nevicare, mentre noi gridavamo di gioia i nonni e i papà (ma pure le nonne e le mamme) si mettevano un giaccone pesante, un cappello e gli stivali per andare a fare la rotta (leggi: prendere la pala e spalare la neve davanti alla porta, nel cortile, fino alla strada). Quando nevicava il primo pensiero di ogni famiglia non era quello di fare il pupazzo di neve, ma di liberare l'uscita di casa propria e poi, immediatamente dopo, di aiutare i vicini o quelli che da soli non ce la facevano. In un paesino a 500 metri sul livello del mare io non ho mai visto mio nonno chiamare i Vigili del fuoco perché non poteva uscire da casa.
Il mangiare, poi: capisco quei luoghi dove ci sono due metri di neve e il maltempo non concede tregua. Lì c'è l'emergenza vera. Ma, a parte casi particolari che le pubbliche Amministrazioni devono avere tempo e modo di affrontare efficacemente, credo che nella maggior parte delle case siano stivati viveri sufficienti per sopravvivere una settimanella (persino a casa mia, che per abitudine non tengo la dispensa). Magari non tutti i giorni a pastasciutta, però sopravvivere sì. Eppure abbiamo visto o letto di scene di panico al supermercato o, quantomeno, di scaffali svuotati immediatamente dopo i rifornimenti. In questi giorni ho fatto un dolce, la polenta e il pane con quello che avevo in casa. E ho pure bollito la neve perchè un giorno mancava l'acqua e non ci potevamo lavare. Non sono ancora morta per questo.
Detto ciò, aggiungerei un punto al mio ragionamento estemporaneo: il movimento. Ogni volta che nevica ci ricordiamo che esistono anche le gambe per andare nei posti, non solo l'automobile. Ieri sono andata al lavoro a piedi e lungo la via eravamo in tanti. Per strada ho incontrato un amico e, camminando di buona lena per resistere al freddo, ci siamo fatti una bellissima e lunghissima chiacchierata. Per fortuna almeno in questi casi ce lo possiamo permettere, perché il tempo si dilata e non siamo più schiavi dei nostri rigidissimi cronoprogrammi. Poi, in questi giorni, mi sono pure ricordata che a volte si può anche restare a casa, anche senza tv satellitare perché la parabola è gelata. Anche senza tv.
Ultimo punto: il lavoro. Quando nevica la maggior parte di noi può stare a casa senza sensi di colpa. C'è, però, un sacco di gente che a lavorare ci deve andare comunque, per garantire i servizi agli altri. Io le ho provate tutte e due le sensazioni e devo dire che è molto bello guardare i fiocchi che scendono dalla finestra con una tisana in mano. Ma lavorando mi sono sentita utile, con la U maiuscola delle occasioni speciali. Ancora me lo ricordo il febbrone post neve dell'anno scorso, dopo giorni passati in sala operativa, per strada o nell'ufficio a scrivere comunicati stampa senza riscaldamento.
Grazie a tutti quelli che quest'anno sono di là e si curano di noi.mercoledì 7 settembre 2011
LA SETTIMANA VISTA DA QUI
Ad Ancona siamo nel pieno del congresso eucaristico: mercoledì 7 settembre, giusto a metà della settimana che si concluderà con l'arrivo del papa e di tanti altri famosi, insieme con lui.
Nel 2008, una mattina, aveva fatto capolino nel mio ufficio un amico sacerdote impegnato nella curia, che mi aveva preannunciato, con lautissimo anticipo, l'evento. Già immaginavo che come al solito l'avrei vissuto da dentro, io dal mio posto di giornalista, altri dal loro, come dentro la scatola degli ingranaggi dell'orologio, che mi piace tanto.
E' andata in un altro modo però. Io con il congresso eucaristico non c'entro proprio niente, per tanti motivi, professionali e personali, che hanno cambiato le cose negli ultimi tre anni. E me lo guardo da cittadina anonima, come se fossi una poco interessata a quello che succede in città, una arrivata da poco oppure una straniera. Come molti, credo.
Così, però, nel modo e nei luoghi più anonimi che mi si sono offerti, non senza un po' di nostalgia per il passato, devo dire che non si vede niente, o quasi.
Dei giornali ho letto i titoli e le locandine e solo qualche mozzicone di articolo, ho frequentato il centro solo per lo stretto necessario e ho aspettato che questo grande evento venisse da me piuttosto che andare io da lui.
Ecco quello che mi è saltato all'occhio e all'orecchio: alcune persone per strada con i pass al collo, il suono di qualche lingua straniera in più nei parcheggi, nei negozi, lungo le strade, l'eco sulla stampa delle folle oceaniche del giorno prima, i cecchini e i sub che difenderanno il papa, qualche striscione, pochi manifesti di benvenuto (il primo è stato di Sel!), un messaggio su fb e una telefonata dalla parrocchia per invitare i miei figli a due appuntamenti per i ragazzi.
E poi la concomitanza con lo sciopero della Cgil, che un'amica ha raccontato così: un gruppo di manifestanti in maglietta rossa che incrocia un gruppo, molto più nutrito, di suore tutte bianche.
Ho sentito un residente del centro gridare al sequestro di persona, perché la sua auto sarà inamovibile per giorni grazie al cambio, provvisorio, delle regole sulla mobilità e sulla sosta. Ho sentito un negoziante dire che "il congresso non dovrebbe poi disturbarci più di tanto".
Ho sentito, chiaro, forte e doloroso, il disagio immenso dei lavoratori anconetani, dei disoccupati della Fincantieri, che da questa venuta sperano, o forse anche pretendono, un cambio di rotta per il loro futuro. Pranzeranno con il papa, ma, ancora più di questo appuntamento, attendono l'arrivo dell'amministratore delegato per avere certezze e non solo speranze.
Cosa avrei visto, scritto o vissuto, invece, se fossi stata come al solito di là? La grande mostra sull'Eucarestia da Raffaello a Tiepolo, Tettamanzi che torna nella sua prima diocesi, i volontari, i ragazzi, le famiglie, gli anziani, i poveri, gli ammalati, le strade piene, le parrocchie, le autorità, le omelie, il vescovo, un'intervista a Bono (l'ad di Fincantieri, se ero brava), le storie particolari, le curiosità, l'accoglienza, i kit per i pellegrini, tutti inumeri e tutti i dati, qualche polemica, il concerto di Allevi, la grande via Crucis, gli eventi nelle diocesi, i politici nazionali ad Ancona, la viabilità, dove parcheggiare, gli appelli a spostarsi con l'autobus, i commercianti, i monumenti, Ancona vista dai pellegrini... fino all'arrivo del papa: la folla, la messa, i messaggi forti...
E' questione di punti di vista?
Nel 2008, una mattina, aveva fatto capolino nel mio ufficio un amico sacerdote impegnato nella curia, che mi aveva preannunciato, con lautissimo anticipo, l'evento. Già immaginavo che come al solito l'avrei vissuto da dentro, io dal mio posto di giornalista, altri dal loro, come dentro la scatola degli ingranaggi dell'orologio, che mi piace tanto.
E' andata in un altro modo però. Io con il congresso eucaristico non c'entro proprio niente, per tanti motivi, professionali e personali, che hanno cambiato le cose negli ultimi tre anni. E me lo guardo da cittadina anonima, come se fossi una poco interessata a quello che succede in città, una arrivata da poco oppure una straniera. Come molti, credo.
Così, però, nel modo e nei luoghi più anonimi che mi si sono offerti, non senza un po' di nostalgia per il passato, devo dire che non si vede niente, o quasi.
Dei giornali ho letto i titoli e le locandine e solo qualche mozzicone di articolo, ho frequentato il centro solo per lo stretto necessario e ho aspettato che questo grande evento venisse da me piuttosto che andare io da lui.
Ecco quello che mi è saltato all'occhio e all'orecchio: alcune persone per strada con i pass al collo, il suono di qualche lingua straniera in più nei parcheggi, nei negozi, lungo le strade, l'eco sulla stampa delle folle oceaniche del giorno prima, i cecchini e i sub che difenderanno il papa, qualche striscione, pochi manifesti di benvenuto (il primo è stato di Sel!), un messaggio su fb e una telefonata dalla parrocchia per invitare i miei figli a due appuntamenti per i ragazzi.
E poi la concomitanza con lo sciopero della Cgil, che un'amica ha raccontato così: un gruppo di manifestanti in maglietta rossa che incrocia un gruppo, molto più nutrito, di suore tutte bianche.
Ho sentito un residente del centro gridare al sequestro di persona, perché la sua auto sarà inamovibile per giorni grazie al cambio, provvisorio, delle regole sulla mobilità e sulla sosta. Ho sentito un negoziante dire che "il congresso non dovrebbe poi disturbarci più di tanto".
Ho sentito, chiaro, forte e doloroso, il disagio immenso dei lavoratori anconetani, dei disoccupati della Fincantieri, che da questa venuta sperano, o forse anche pretendono, un cambio di rotta per il loro futuro. Pranzeranno con il papa, ma, ancora più di questo appuntamento, attendono l'arrivo dell'amministratore delegato per avere certezze e non solo speranze.
Cosa avrei visto, scritto o vissuto, invece, se fossi stata come al solito di là? La grande mostra sull'Eucarestia da Raffaello a Tiepolo, Tettamanzi che torna nella sua prima diocesi, i volontari, i ragazzi, le famiglie, gli anziani, i poveri, gli ammalati, le strade piene, le parrocchie, le autorità, le omelie, il vescovo, un'intervista a Bono (l'ad di Fincantieri, se ero brava), le storie particolari, le curiosità, l'accoglienza, i kit per i pellegrini, tutti inumeri e tutti i dati, qualche polemica, il concerto di Allevi, la grande via Crucis, gli eventi nelle diocesi, i politici nazionali ad Ancona, la viabilità, dove parcheggiare, gli appelli a spostarsi con l'autobus, i commercianti, i monumenti, Ancona vista dai pellegrini... fino all'arrivo del papa: la folla, la messa, i messaggi forti...
E' questione di punti di vista?
venerdì 3 giugno 2011
LE RICCHEZZE DI ANCONA... NONOSTANTE TUTTO
Una conferenza internazionale del geologo anconetano Stefano Cardellini, che illustra a Stoccolma il sistema early waarning di monitoraggio della frana di Ancona.
Cliccate qui:
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mercoledì 27 aprile 2011
LE DUE VECCHINE
Quando passava la vecchietta uno dei bambini del quartiere dava l'allarme. Tutti gli altri, che giocavano sotto la statua grigia di Pinocchio, correvano di fronte al muretto della recinzione, ci si inginocchiavano davanti e nascondevano, accucciati, la testa tra le braccia.
Io la vecchietta non l'ho mai vista in faccia, non mi azzardavo ad alzare il viso al suo passaggio e aspettavo che qualcuno desse il segnale del cessato allarme. Dalle parole di mio nonno mi sembrava di capire che era una molto sola, e burbera. Si diceva che abitasse nelle casette.
Le casette erano, e sono anche oggi, una serie di case basse e brutte di via della Madonnetta, di quelle che devono essere nate già vecchie, rettangolari, con le porticine e le finestre piccole. Quando ero piccola io erano l'ultimo baluardo di questo quartiere dal nome bizzarro, porta d'ingresso che si apriva sui campi dove a primavera andavo con mia nonna a raccogliere i tulipani.
Io la vecchietta me la immaginavo. Secondo me era bassa, secca secca e gobba, tutta vestita di grigio, con il volto rugoso incorniciato da un fazzoletto. Il viso non lo pensavo cattivo, solo serio. La vecchietta era un gioco quotidiano, un appuntamento fisso sotto l'odore di pino nel recinto di Pinocchio, a lato della scuola. E non è nemmeno escluso che qualcuno tra i bambini più grandi a volte bleffasse: magari non arrivava nessuna vecchietta, ma loro davano lo stesso l'allarme e noi nascondevamo lo stesso la testa.
La vecchietta tornava poi, puntuale, nel corso della giornata, evocata dai miei nonni: "Guarda che se non mangi arriva la vecchietta!"... "Metti a posto i giocattoli, o chiamo la vecchietta!"...
Ancora oggi, ogni volta che passo di fronte alle sgangherate casette del Pinocchio, mi chiedo quale fosse la sua porta e continuo a immaginare la sua casa buia e la sua vita gobba.
Era invece perfettamente visibile, e nota a tutti noi, una seconda vecchina, che chiamavamo nonna Amelia. Che io sapessi, nonna Amelia non aveva nipoti, ma tutti i bambini del mio giro la chiamavano così perché era la tata di due di noi, fratello e sorella. Pure nonna Amelia abitava nelle casette. Me la ricordo coi capelli bianchissimi, messi in piega con grandi riccioli rotondi, gli occhiali di metallo argentato e un paio di orecchini a boccola, che allungavano i lobi e tracciavano una strisciolina sottile al posto dei buchi. Nonna Amelia ci salutava sorridendo quando passava con la busta della spesa di fronte alla statua di Pinocchio. Anche il suo arrivo era sempre anticipato dal grido di qualche bambino. E noi ci arrampicavamo tutti sulla ringhiera verde del muretto e ripetevamo inseme a cantilena: "Ciao nonna Amelia!".
Mentre della vecchietta non seppi mai nulla di preciso, su nonna Amelia ho avuto più volte l'occasione di informarmi. Credo che i miei nonni la conoscessero e pochi anni fa mia madre venne a sapere da una vicina alcune notizie che la riguardavano. Tutto quello che devo aver sentito su di lei, però, lo dimenticavo sistematicamente. Anche nonna Amelia era un personaggio della mia favola quotidiana. Era la nonna in più, che potevamo avere in ogni pomeriggio di sole. Viveva anche lei in quella storia, fatta di nonni che guardavano e di bambini che giocavano, accatastavano sassi bianchi, raccoglievano pigne e aghi di pino. E aspettavano, ogni giorno, che arrivassero le due vecchiette del Pinocchio: quella buona e pure quella cattiva.
Io la vecchietta non l'ho mai vista in faccia, non mi azzardavo ad alzare il viso al suo passaggio e aspettavo che qualcuno desse il segnale del cessato allarme. Dalle parole di mio nonno mi sembrava di capire che era una molto sola, e burbera. Si diceva che abitasse nelle casette.
Le casette erano, e sono anche oggi, una serie di case basse e brutte di via della Madonnetta, di quelle che devono essere nate già vecchie, rettangolari, con le porticine e le finestre piccole. Quando ero piccola io erano l'ultimo baluardo di questo quartiere dal nome bizzarro, porta d'ingresso che si apriva sui campi dove a primavera andavo con mia nonna a raccogliere i tulipani.
Io la vecchietta me la immaginavo. Secondo me era bassa, secca secca e gobba, tutta vestita di grigio, con il volto rugoso incorniciato da un fazzoletto. Il viso non lo pensavo cattivo, solo serio. La vecchietta era un gioco quotidiano, un appuntamento fisso sotto l'odore di pino nel recinto di Pinocchio, a lato della scuola. E non è nemmeno escluso che qualcuno tra i bambini più grandi a volte bleffasse: magari non arrivava nessuna vecchietta, ma loro davano lo stesso l'allarme e noi nascondevamo lo stesso la testa.
La vecchietta tornava poi, puntuale, nel corso della giornata, evocata dai miei nonni: "Guarda che se non mangi arriva la vecchietta!"... "Metti a posto i giocattoli, o chiamo la vecchietta!"...
Ancora oggi, ogni volta che passo di fronte alle sgangherate casette del Pinocchio, mi chiedo quale fosse la sua porta e continuo a immaginare la sua casa buia e la sua vita gobba.
Era invece perfettamente visibile, e nota a tutti noi, una seconda vecchina, che chiamavamo nonna Amelia. Che io sapessi, nonna Amelia non aveva nipoti, ma tutti i bambini del mio giro la chiamavano così perché era la tata di due di noi, fratello e sorella. Pure nonna Amelia abitava nelle casette. Me la ricordo coi capelli bianchissimi, messi in piega con grandi riccioli rotondi, gli occhiali di metallo argentato e un paio di orecchini a boccola, che allungavano i lobi e tracciavano una strisciolina sottile al posto dei buchi. Nonna Amelia ci salutava sorridendo quando passava con la busta della spesa di fronte alla statua di Pinocchio. Anche il suo arrivo era sempre anticipato dal grido di qualche bambino. E noi ci arrampicavamo tutti sulla ringhiera verde del muretto e ripetevamo inseme a cantilena: "Ciao nonna Amelia!".
Mentre della vecchietta non seppi mai nulla di preciso, su nonna Amelia ho avuto più volte l'occasione di informarmi. Credo che i miei nonni la conoscessero e pochi anni fa mia madre venne a sapere da una vicina alcune notizie che la riguardavano. Tutto quello che devo aver sentito su di lei, però, lo dimenticavo sistematicamente. Anche nonna Amelia era un personaggio della mia favola quotidiana. Era la nonna in più, che potevamo avere in ogni pomeriggio di sole. Viveva anche lei in quella storia, fatta di nonni che guardavano e di bambini che giocavano, accatastavano sassi bianchi, raccoglievano pigne e aghi di pino. E aspettavano, ogni giorno, che arrivassero le due vecchiette del Pinocchio: quella buona e pure quella cattiva.
sabato 9 ottobre 2010
lunedì 4 ottobre 2010
QUANDO I LETTORI TI CHIAMANO PER NOME
Oggi mi ha telefonato un signore, un lettore del giornale dove scrivo, che mi ha chiesto: "Scusi, ho letto un suo articolo e volevo sapere cos'è il "vireless". Perché sa, io non parlo l'inglese, sono anziano e non ho proprio nessuna intenzione di impararlo. Credo - ha aggiunto - di avere capito che c'entra con Internet, che a me non funziona bene. Mi può dare delle spiegazioni un po' più approfondite, così magari risolvo pure il mio problema?". Dopo che gli avevo spiegato che cos'è il sistema wireless e che cosa succederà ad Ancona, dove il Comune sta lavorando per garantire la copertura anche nelle frazioni, abbiamo ipotizzato che forse lui ha un problema con il gestore, visto che la sua zona è già coperta. Mi ha detto che non aveva voglia di mettersi a discutere con il call center e che quindi comprerà una chiavetta Umts (questa la conosceva). Poi mi ha fatto promettere che la prossima volta che scriverò qualche parola in inglese mi dovrò preoccupare anche di dare una spiegazione in italiano a vantaggio di quelli che, come lui, l'idioma anglosassone proprio non lo digeriscono.
Ho promesso, perché il simpatico signore questa mattina mi ha ricordato uno dei miei doveri principali (ed elementari) di giornalista: rivolgersi a tutto il pubblico, trovando il modo di spiegare, con discrezione, tutto ciò che potrebbe non essere compreso dai lettori, anche da una minima parte di loro. Il fatto è che io, onestamente, proprio non ci pensavo che wireless fosse un concetto non comune a tutti (e sbagliavo...).
Voglio dunque cogliere qui l'occasione per raccontare che cosa significa scrivere per il giornale di un ente pubblico e, prima ancora, voglio fare una premessa. Pur tra tante difficoltà, dovute a una situazione politica purtroppo non sempre "fluida", la scelta redazionale per "Il Comune di Ancona" è da sempre quella di fare un giornale per la gente, che renda conto delle scelte dell'Amministrazione e le spieghi, che racconti fatti e avvenimenti della città, che informi i cittadini sui servizi, oltre che sull'attività politica del Consiglio e amministrativa della giunta e che riservi anche uno spazio per gli interventi di alcuni cittadini. Per questo motivo, per esempio, limitiamo al massimo le foto dei politici per lasciare spazio a quelle di cronaca.
Il giornale arriva gratuitamente nelle case delle 45 mila famiglie anconetane cinque o sei volte l'anno ed è così atteso che, se per qualche disguido non viene recapitato, molti cittadini ci chiamano per sapere che cosa è successo. E poi, come è accaduto questa mattina, ci telefonano per avere spiegazioni, o anche per lamentarsi, ci scrivono e soprattutto ci leggono. Quando dico il mio nome, presentandomi, molti mi chiedono: "Ma sei la giornalista del Comune? Ti leggo sul giornale...". L'altro giorno un'amica mi ha raccontato che l'ultimo numero l'aveva letto la sera precedente sul divano di casa sua e insieme abbiamo commentato il pezzo con cui lo scrittore Paolo Marasca parla della "sua Ancona".
Il giornale è, ovviamente, molto migliorabile. Però è veramente una conquista e una soddisfazione averlo fatto entrare così naturalmente nelle case di tutti, nonostante si tratti, pur sempre, di un house organ (pardon: organo ufficiale) di una pubblica amministrazione, con tutti i pregiudizi (o giudizi) che sono legati a questo concetto. Credo che questo sia stato lo stile di tutti i direttori che fino a oggi l'hanno guidato, diversissimi l'uno dall'altro, ma con dei tratti comuni fondamentali: la passione per il loro lavoro e l'amore per questa città. Il nostro capo attuale, la mia collega e amica Barbara Ulisse, a queste due caratteristiche unisce una solida esperienza di cronaca, una bella curiosità e una originalità peculiare nel leggere, nell'inquadrare e nel raccontare le notizie.
Se oggi l'informazione è in crisi, l'informazione istituzionale è nel baratro: mancano spesso i contenuti e il rischio di scadere nella propaganda è sempre dietro l'angolo. Il fatto che così tanti lettori ci seguano (e ci chiamino per nome) per me è "il motivo" per fare al meglio il mio lavoro ogni giorno.
Oggi volevo scrivere un post per parlare del giornalismo 3.0 e delle liquid news, ma lo rimando. Con la telefonata di questa mattina, del resto, ho cominciato bene il lunedì.
Ho promesso, perché il simpatico signore questa mattina mi ha ricordato uno dei miei doveri principali (ed elementari) di giornalista: rivolgersi a tutto il pubblico, trovando il modo di spiegare, con discrezione, tutto ciò che potrebbe non essere compreso dai lettori, anche da una minima parte di loro. Il fatto è che io, onestamente, proprio non ci pensavo che wireless fosse un concetto non comune a tutti (e sbagliavo...).
Voglio dunque cogliere qui l'occasione per raccontare che cosa significa scrivere per il giornale di un ente pubblico e, prima ancora, voglio fare una premessa. Pur tra tante difficoltà, dovute a una situazione politica purtroppo non sempre "fluida", la scelta redazionale per "Il Comune di Ancona" è da sempre quella di fare un giornale per la gente, che renda conto delle scelte dell'Amministrazione e le spieghi, che racconti fatti e avvenimenti della città, che informi i cittadini sui servizi, oltre che sull'attività politica del Consiglio e amministrativa della giunta e che riservi anche uno spazio per gli interventi di alcuni cittadini. Per questo motivo, per esempio, limitiamo al massimo le foto dei politici per lasciare spazio a quelle di cronaca.
Il giornale arriva gratuitamente nelle case delle 45 mila famiglie anconetane cinque o sei volte l'anno ed è così atteso che, se per qualche disguido non viene recapitato, molti cittadini ci chiamano per sapere che cosa è successo. E poi, come è accaduto questa mattina, ci telefonano per avere spiegazioni, o anche per lamentarsi, ci scrivono e soprattutto ci leggono. Quando dico il mio nome, presentandomi, molti mi chiedono: "Ma sei la giornalista del Comune? Ti leggo sul giornale...". L'altro giorno un'amica mi ha raccontato che l'ultimo numero l'aveva letto la sera precedente sul divano di casa sua e insieme abbiamo commentato il pezzo con cui lo scrittore Paolo Marasca parla della "sua Ancona".
Il giornale è, ovviamente, molto migliorabile. Però è veramente una conquista e una soddisfazione averlo fatto entrare così naturalmente nelle case di tutti, nonostante si tratti, pur sempre, di un house organ (pardon: organo ufficiale) di una pubblica amministrazione, con tutti i pregiudizi (o giudizi) che sono legati a questo concetto. Credo che questo sia stato lo stile di tutti i direttori che fino a oggi l'hanno guidato, diversissimi l'uno dall'altro, ma con dei tratti comuni fondamentali: la passione per il loro lavoro e l'amore per questa città. Il nostro capo attuale, la mia collega e amica Barbara Ulisse, a queste due caratteristiche unisce una solida esperienza di cronaca, una bella curiosità e una originalità peculiare nel leggere, nell'inquadrare e nel raccontare le notizie.
Se oggi l'informazione è in crisi, l'informazione istituzionale è nel baratro: mancano spesso i contenuti e il rischio di scadere nella propaganda è sempre dietro l'angolo. Il fatto che così tanti lettori ci seguano (e ci chiamino per nome) per me è "il motivo" per fare al meglio il mio lavoro ogni giorno.
Oggi volevo scrivere un post per parlare del giornalismo 3.0 e delle liquid news, ma lo rimando. Con la telefonata di questa mattina, del resto, ho cominciato bene il lunedì.
lunedì 27 settembre 2010
Quel tramonto aveva l'attrattiva di una anomalia, quasiché la natura avesse mutato il suo corso
La vita della classi agiate si è trasferita intorno ad un grande viale moderno, già iniziato nell'anteguerra, ma avvalorato dalla ricostruzione, che scende al mare dominandolo da un terrapieno sugli scogli in direzione opposta al porto.
Opposta al porto: strana infatti è la posizione di Ancona.
Sorge su un promontorio, quasi su una penisola, attorniata dal mare da tre parti, ma abbastanza grande e massiccia perché non si possa vederla tutta in una volta sola: rotta inoltre da alture che le tolgono la visuale.
Vi si perde l'orientamento, e si vede apparire il mare dove si attendeva il monte.
Alla sua forma capricciosa si deve se, da San Ciriaco, ho guardato un bellissimo sole rosso tuffarsi nelle acque dell'Adriatico, caso unico, perché su tutta la costa adriatica occidentale non è dato di assistere a un tramonto sul mare, e il sole scende sempre alle nostre spalle.
Splendido per sé stesso, quel tramonto aveva perciò l'attrattiva di una anomalia, quasiché la natura avesse mutato il suo corso.
Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1956
Opposta al porto: strana infatti è la posizione di Ancona.
Sorge su un promontorio, quasi su una penisola, attorniata dal mare da tre parti, ma abbastanza grande e massiccia perché non si possa vederla tutta in una volta sola: rotta inoltre da alture che le tolgono la visuale.
Vi si perde l'orientamento, e si vede apparire il mare dove si attendeva il monte.
Alla sua forma capricciosa si deve se, da San Ciriaco, ho guardato un bellissimo sole rosso tuffarsi nelle acque dell'Adriatico, caso unico, perché su tutta la costa adriatica occidentale non è dato di assistere a un tramonto sul mare, e il sole scende sempre alle nostre spalle.
Splendido per sé stesso, quel tramonto aveva perciò l'attrattiva di una anomalia, quasiché la natura avesse mutato il suo corso.
Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1956
mercoledì 22 settembre 2010
domenica 19 settembre 2010
IL PANORAMA QUI E' MERAVIGLIOSO
E' possibile che, a forza di dare di Ancona giudizi poco lusinghieri, siano cresciute generazioni e generazioni di persone che questa città non la amano. Se non si ama il posto in cui si vive, se non si sente questo luogo come la propria casa, se non si vede l'ora di scappare via, per il fine settimana, per le vacanze, per studiare, per andare a vivere altrove, nessuno, o quasi nessuno, avrà a cuore il futuro, e tanto meno il presente di questo luogo, che sarà solo di passaggio, come la sala di attesa di una stazione.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontrala cultura. E ’ questa la voce più significativa del bilancio di un contenitore culturale che ha funzionato bene perché è stato costruito dalle braccia di tutti coloro che ad Ancona hanno fatto della cultura e dello spettacolo la propria missione o il proprio mestiere.
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontra
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.
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martedì 14 settembre 2010
I RAGAZZI DELLA PRIMA
Il mio compagno di banco della prima elementare si chiamava Danilo, aveva il grambiule a quadretti e il fiocco blu. Era piccolo piccolo, ma scriveva sul quaderno delle lettere grandissime. La maestra ci ha detto che non ci avrebbe mai chiamato bambini, ma RAGAZZI.
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".
domenica 25 luglio 2010
M'HAI LASCIATO UN GIARDI'
C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.
Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.
(Franco Scataglini nel giorno di Franco Scataglini)
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.
Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.
(Franco Scataglini nel giorno di Franco Scataglini)
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venerdì 16 luglio 2010
MILO MANARA: "QUELLA NOTTE CHE DORMII CON FELLINI E LA MASINA"
L’esposizione di circa 50 tavole originali centra lo sguardo sul rapporto di Manara con il cinema felliniano. Il percorso espositivo, curato da Napoli COMICON, è stato inaugurato il 14 luglio alla presenza dell'autore nella Mole Vanvitelliana di Ancona ed è visitabile fino al 15 agosto.
La mostra si sofferma, tra l'altro, su "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet", uno dei capolavori firmati da Manara e Fellini. Come "Viaggio a Tulum" del 1987, anche "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet" era in origine un soggetto cinematografico (per Vincenzo Mollica è "il film non realizzato più famoso del mondo").
La storia è comparsa per la prima volta nel 1992 sulla rivista "Il Grifo" e avrebbe dovuto svilupparsi fumettisticamente in tre puntate, ma si concluse, con successo e per scaramanzia, alla prima.
Come ha raccontato lo stesso Manara, infatti, a causa di un refuso al termine della prima puntata era stata apposta la parola "End" e da questo deriva la decisione di interrompere lì la pubblicazione. Decisone presa dallo stesso Fellini, personaggio notoriamente scaramantico, che, tra l'altro, odiava concludere i suoi lavori, anche cinematografici, con la parola fine (lui da piccolo era sempre triste quando alla fine di un film compariva quella scritta).
Manara racconta che la realizzazione del Mastorna fu una vicenda che si trascinò per tanto tempo e che Fellini visse con inquietudine, anche perché in questo periodo accaddero episodi che lui percepì come "strani", come la profezia del mago Rol, cui il maestro era profondamente legato, che predisse a Federico che Mastorna sarebbe stata la sua ultima opera, cosa che, poi, si avverò.
A questo punto mi sarebbe piaciuto trovare sul web una foto che rappresentasse l'unione tra i due, Manara e Fellini, ma in realtà ho trovato solo un fotomontaggio che non mi piace. Preferisco, dunque, trascrivere qui un aneddoto che Manara stesso mi ha raccontato nel corso di una intervista il 14 luglio alla Mole.
"Ci sono aneddoti brevi e aneddoti lunghi sulla nostra amicizia" ha detto Manara. E credo che il disegnatore, molto simpatico e disponibile alla parola e al racconto, avesse preferito soffermarsi su quelli più lunghi, ma i tempi televisivi e quelli istituzionali legati all'inizio dell'inaugurazione della mostra ci hanno consentito solo un breve flash, nel corso del quale Manara ha raccontato di come, in una occasione di lavoro, essendosi lui trovato su un set con il maestro, nella necessità di fermarsi per la notte e non avendo trovato un posto in cui dormire, sia stato invitato da Fellini a condividere la stanza con lui e sua moglie. "E così - racconta Manara con l'umiltà e l'entusiasmo di un fan - io ho passato la notte nella stessa stanza con Federico Fellini e Giulietta Masina".
martedì 13 luglio 2010
LA MIA CITTA' E LA POLITICA
Su www.antelitteram.info
Di Amicus Plato
Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.
Di Amicus Plato
Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.
lunedì 28 giugno 2010
SCUSI, QUI IL COMICO SONO IO
Scusi, lei chi é?
Sono Carretta.
Piacere, io sono l'attore che recita in questo spettacolo.
E Carretta, parlandogli all'orecchio: Sono il fotografo del Corriere Adriatico.
E lui al pubblico: Mi ha detto che è il fotografo del Corriere Adriatico.
Sono Carretta.
Piacere, io sono l'attore che recita in questo spettacolo.
E Carretta, parlandogli all'orecchio: Sono il fotografo del Corriere Adriatico.
E lui al pubblico: Mi ha detto che è il fotografo del Corriere Adriatico.
Gigi Carretta, storico fotagrafo del Corriere Adriatico, è così storico in città, che per lui ad Ancona non esistono limiti. E così ieri sera ha pensato, durante uno spettacolo di Paolo Rossi alla Mole Vanvitelliana di Ancona, di salire sopra il palco per fotografare meglio... il pubblico.
Il comico, accortosi dell'ospite inatteso, ha interrotto il suo copione dando il via a un travolgente fuori progamma con il fotografo, che si è più o meno concluso con Rossi che diceva: "signor Carretta, qui il comico sono io!".
Il comico, accortosi dell'ospite inatteso, ha interrotto il suo copione dando il via a un travolgente fuori progamma con il fotografo, che si è più o meno concluso con Rossi che diceva: "signor Carretta, qui il comico sono io!".
Un palcoscenico aperto. Ecco come lo abbiamo visto ieri sera, nello spettacolo inaugurale di Amo la Mole 2010 (il cartellone culturale estivo di Ancona). E non solo perché Carretta aveva deciso di scorrazzarci sopra mentre Paolo Rossi recitava, ma perché lo stesso Roassi aveva già deciso di aprirlo, Carretta o non Carretta, abbattendo quella barriera immaginaria e magica che c'è tra chi sta lì sopra e il pubblico che sta sotto, che si basa su un tacito accordo: io sto qui, dico e faccio cose "per finta", ma tu che sei laggiù, per tutto il tempo dello spettacolo fai finta di credere che quello che succede qui è vero.
Più volte Rossi, duettando con l'addetto audio-luci, ha chiesto di abbassare un sipario che, evidentemente, non c'era. Più volte ha giocato a entrare e uscire dalla magia del suo palcoscenico, trasformandosi nei suoi personaggi (il comico rumeno, il poeta alcolizzato, il padre ubriaco...) e poi tornando improvvisamente sé stesso, apostrofando le autorità della prima fila o i semplici spettatori, sottolineando in modo pedissequo tutto quello che succedeva ai margini del suo palco, comprese le bizze di una bambina che aveva preso a sbattere i piedi sulle scale di ferro.
Una commistione perfetta tra la finzione e la realtà, un "andirivieni" continuo tra reale e virtuale, proprio come nel sogno all'incontrario, che Rossi ha ripetuto ieri sera e che io ripropongo qui di seguito in una versione un po' vecchiotta, dove il nome di Craxi va, ovviamente, attualizzato.
Più volte Rossi, duettando con l'addetto audio-luci, ha chiesto di abbassare un sipario che, evidentemente, non c'era. Più volte ha giocato a entrare e uscire dalla magia del suo palcoscenico, trasformandosi nei suoi personaggi (il comico rumeno, il poeta alcolizzato, il padre ubriaco...) e poi tornando improvvisamente sé stesso, apostrofando le autorità della prima fila o i semplici spettatori, sottolineando in modo pedissequo tutto quello che succedeva ai margini del suo palco, comprese le bizze di una bambina che aveva preso a sbattere i piedi sulle scale di ferro.
Una commistione perfetta tra la finzione e la realtà, un "andirivieni" continuo tra reale e virtuale, proprio come nel sogno all'incontrario, che Rossi ha ripetuto ieri sera e che io ripropongo qui di seguito in una versione un po' vecchiotta, dove il nome di Craxi va, ovviamente, attualizzato.
lunedì 21 giugno 2010
PORTA PIA: COME'COMERA
Cosa c'entra Porta Pia con Ericailcane? Porta Pia è una antica porta di accesso alla città di Ancona, che risale al 1700. Tutti la conoscono perché sta sopra la Mole Vanvitelliana nel lungomare di via XXIX Settembre ma oggi fa notizia perché, dopo essere stata chiusa e abbandonata per dieci anni, in questi giorni riapre con una valenza speciale: quella di monumento storico che ospita la street art.

Una guida di Ancona datata 1884 racconta come già a quell'epoca Porta Pia non svolgesse più la sua funzione di ingresso principale della città. La guida racconta che la porta fu innalzata "con disegno di Filippo Marchionni magnifico e grandioso, sebbene non corretto riguardo all'arte". "Si denomia porta Pia - spiegava il testo - dal Pontefice Pio VI che la fece costruire: un tempo si denominò anche Porta Francia, quando il generale Lemarois, tolto l'arme pontificio, ordinò vi si ponesse quello dell'imperatore".

Al suo interno sta infatti lavorando Ericailcane, per realizzare una istallazione temporanea dal titolo Rovina. L'evento è curato da Mac, Manifestazioni artistiche contemporanee e questo accade con la benedizione della Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, il cui soprintendente Giorgio Cozzolino, presente alla conferenza stampa di presentazione dell'evento, ha definito il sostegno all'arte contemporanea come missione istituzionale delle Soprintendenze. "Abbiamo tutti bisogno - ha detto - delle provocazioni che l'arte contemporanea ci sa fornire".
Dell'opera di Ericailcane non è dato di vedere ancora nulla, visto che l'inaugurazione sarà il 26 giugno e che l'entrata a Porta Pia è off limits. L'unica immagine disponibile a tutti è quella di due scimmie che lottano tra loro (o si abbracciano?), il che implica, come indicato anche dal responsabile dei testi critici del catalogo Gabriele Tinti, che dobbiamo aspettarci di vedere all'interno del monumento un bestiario, che dovrebbe rimandare molto a quelli medevali: un uso delle immagini dell'antichità - ha detto Tinti - per parlare dell'uomo raccontando una favola.
L'effetto che fa lo racconterò, forse, dopo che sarò entrata in questa porta, ormai destinata a tornare viva.
Per ora, in preparazione, ecco la storia di questo monumento, che molti di noi ricordano nel suo ultimo periodo di attività. Fino all'amministrazione Galeazzi, cioè fino al 2000, infatti, era sede degli uffici della Guardia di Finanza, che la lasciò libera dieci anni fa. Fu proprio il sindaco Galeazzi a condurre con la Finanza una trattativa di permuta: Porta Pia in comodato al Comune in cambio del piano terra di via Zapata.
Purtroppo però la mancanza di fondi ne ha reso fino a oggi impossibile una qualsiasi destinazione. Ricordo che nel 2005, quando arrivai all'ufficio stampa del Comune di Ancona, uno dei miei primi comunicati presentava il progetto di trasformarla in un museo di storia del Risorgimento con relativo centro studi. Poi però non se ne fece niente. Oggi è Andrea Nobili, assessore alla Cultura, a spingere per una riapertura che non dovrebbe essere solo temporanea. L'idea sembra essere quella di farne un centro direzionale per le associazioni culturali del territorio.
Una guida di Ancona datata 1884 racconta come già a quell'epoca Porta Pia non svolgesse più la sua funzione di ingresso principale della città. La guida racconta che la porta fu innalzata "con disegno di Filippo Marchionni magnifico e grandioso, sebbene non corretto riguardo all'arte". "Si denomia porta Pia - spiegava il testo - dal Pontefice Pio VI che la fece costruire: un tempo si denominò anche Porta Francia, quando il generale Lemarois, tolto l'arme pontificio, ordinò vi si ponesse quello dell'imperatore".
Lo storico della città Vincenzo Pirani specifica nel suo "Ancona dentro le mura" (1979) che la porta fu costruita tra il 1787 e il 1789. "La facciata esterna - scrive - è quella più ricca ed eseguita con materiale più nobile: è, infatti, realizzata in pietra d'Istria sia nella struttura che nelle decorazioni. L'arcata di ingresso è fiancheggiata da due lesene la cui sezione si allarga salendo verso l'alto: esse sorreggoo l'alto arco che recava la dedica e sorreggeva lo stemma papale, entrambi scalpellati all'epoca dell'occupazione francese. Il timpano che chiude la composizione è ripreso, in basso, da due volute che allargano la base dell'attico sopra i muri laterali fino ad appoggiarsi, una volta, a quelli delle fortificazioni.
L'arcata verso la città si apre invece in un severo bugnato di blocchi di tufo, sul quale spiccava un'altra lapide marmorea, e si conclude con un semplice timpano triangolare.
Le due lapidi recavano le seguenti scritte.
Quella sul fronte esterno diceva:PIO VI P.O.M.
MAGNANIMO MUNIFICO PROVIDENTISSIMO
ANCONA PATRI ET RESTAURATORI
ALOYSIUS GAZZOLI DELEGATUS
ET NOEMVIRI
NUMINI EJUS DEVOTISSIMI
PLAUDUNT
ANNO SALUTIS MDCCLXXXIX PONT. XV.
Quella verso la città:
PORTA PIA
VETUSTIORA ANCON(itana) MONUMENTA
AEMULANDO
PRINCIPIS MAGNIFICENTIAM
TESTATUR
Oltre a queste due lapidi dedicatorie ve ne sono altre due, sulle pareti del fornice che ricordano i lavori eseguiti e i "deputati" ai lavori.
Quella di destra dice:
COLLEM DEPRESSIT,
MARE SUBMOVIT,
VIAM STRAVIT,
PORTAM EREXIT,
CIVITATEM AEDIFICIS EXORNAVIT
Su quella di sinistra sono i nomi dei "deputati" e cioè: F. Bosdari, N. Marganetti, G. Pichi Righetti, L.A. Ferretti, A. Nembrini Gonzaga, A. Camerata de' Mazzoleni, M.S. Rinaldini, L. Ferretti".
"Quando ancora la porta si apriva sulle mura - scrive ancora Pirani - prima del suo isolamento totale, nel lato formato dalle pendici del colle e dalle strutture della porta, vi era una fontana: la si chiamava comunemente il fontanone. Frutto di una sistemazione coeva alla porta, usava di una sorgente, ancora esistente, facendone uscire l'acqua da un mascherone entro una nicchia composta da blocchi di tufo e versandola in una sottostante vasca di raccolta. La freschezza del getto veniva usata dai cococmerari che vi tenevano a bagno la loro merce. Demolita per l'allargamento della strada e l'isolamento della porta, la fontana avrebbe potuto essere ricostituita sul muraglione che sorregge la rupe e la scala che raccorda la soprastante via. Si dice che i blocchi di tufo ancora ci sono e che basterebbe solo un poco di buona volontà per ripristinarla. Chissà se è vero...".
Le foto di Porta Pia sono del mio amico, storico di Ancona, Fabio Barigelletti.
mercoledì 16 giugno 2010
AMO LA MOLE - PALCOSCENICO SUL MARE

Dal 26 giugno al 5 settembre la Mole Vanvitelliana di Ancona ospita “Amo la Mole – Palcoscenico sul mare”, un ricco cartellone di appuntamenti con i grandi protagonisti della cultura, dell’arte e dello spettacolo. E’ la prima stagione estiva anconetana, che trasforma la Mole in uno straordinario palcoscenico sul mare.
L’idea nasce dall’assessorato alla Cultura del Comune di Ancona per rendere viva la Mole Vanvitelliana e trasformarla in una nuova piazza, aperta alla città e frequentata dai cittadini e dai turisti come un luogo di socializzazione sostenibile, all’insegna del benessere, della bellezza, della cultura e del dialogo.
Il cartellone copre il periodo che va dal 26 giugno al 5 settembre 2010 e nell’arco di dieci settimane offre alla città un ricco ventaglio di appuntamenti culturali, proposti in orario serale.
Con Amo la Mole 2010 si sottolinea una vocazione di Ancona, oltre che una sua caratteristica fondamentale: una particolarissima relazione con il mare, che da secoli ne influenza la cultura, la storia, le tradizioni. La Mole Vanvitelliana è il simbolo di tutto questo e il palcoscenico che sorgerà al suo interno sarà il segno tangibile della nostra idea di contenere in un’unica cornice il ricchissimo e variegato patrimonio culturale anconetano.
Amo la Mole è, di fatto, il proseguimento ideale del cartellone del Teatro delle Muse e mette in rapporto tra loro due luoghi simbolo, recentemente restituiti alla città e immediatamente individuati come le sedi ideali per accogliere in continuità le eccellenze culturali. Il cartellone segue un duplice percorso. Da un lato armonizza e mette a sistema, attorno a un unico palcoscenico, una serie di eventi e di rassegne, alcuni dei quali storici e di grande prestigio, organizzati e promossi da una serie di soggetti che negli anni hanno offerto e garantito ad Ancona la presenza di ospiti e spettacoli di qualità. Dall’altro arricchisce questo sistema di elementi “consolidati” con alcune proposte di grande significato e spessore artistico e culturale.
Grazie ad Amo la Mole saranno sul palcoscenico dell’estate anconetana, tra gli altri, Marco Paolini, Elisa Monte Dance Company, Filippo Timi, Paolo Rossi, Don Andrea Gallo, Carlo Cecchi, Massimo Cacciari, Benny Green, Monica Guerritore, Virgilio Sieni, Emma Dante, Carmen Consoli e Haydn Youth String Orchestra.
sabato 5 giugno 2010
IL PESO DELL'ASSENZA
Il “peso dell’assenza” si è percepito ieri tangibilmente alla galleria Quattrocentometriquadri di Ancona perché il primo di una serie di incontri dedicati, proprio con questo titolo, a Gino De Dominicis è avvenuto con l’apparente assenza dei relatori-testimoni. C'erano, ma non si vedevano, l’artista e docente Massimo Vitangeli e il curatore Riccardo Lisi, che hanno letto parte della poetica dell’artista e poi conversato sulla sua vita e sulla sua opera in un luogo altro rispetto a quello in cui si trovava il pubblico, che, dunque, era costretto ad abbandonare la dimensione abituale e prevalente di spettatore, per assumere quella di ascoltatore puro.
Il colloquio con Vitangeli ha sottolineato la perenne contemporaneità dell’opera di Gino, da cui deriva l’impossibilità netta di ascriverlo all’interno di qualsiasi corrente o tendenza e tanto meno di ingabbiarlo in una concezione politica precisa e storicamente determinata.
Ma la conversazione ha anche consentito di riconoscere, attraverso i ricordi, alcune peculiari caratteristiche di Ancona, che Vitangeli ha sintetizzato nella particolare relazione con il porto e nel fascino che la città ha esercitato su un altro artista importante, Luigi Vanvitelli.
Ma la conversazione ha anche consentito di riconoscere, attraverso i ricordi, alcune peculiari caratteristiche di Ancona, che Vitangeli ha sintetizzato nella particolare relazione con il porto e nel fascino che la città ha esercitato su un altro artista importante, Luigi Vanvitelli.
Vitangeli mi ha ricordato con il suo racconto quella sensazione particolare che si prova, giungendo in fondo al corso principale e trovandosi di fronte “una enorme nave parcheggiata di traverso”. Questo dà al mare il ruolo di medium funzionale alla partenza e l’idea del partire è, probabilmente, ancestrale nel carattere di questa città, dove tutto sembra essere visto con lo sguardo ironico (e spesso ipercritico) dello straniero, di colui che è di passaggio e per questo non si affeziona, anche se a guardare sono gli stessi abitanti di Ancona. Come se nella loro mente il senso di appartenenza alla terra fosse inscindibilmente legato con quello di allontanamento, alla ricerca del diverso, del meglio.
Vitangeli ha detto ieri che l’allontanamento di De Dominicis dalla città di Ancona è stato, in un certo senso, fisiologico, perché Roma era la meta naturale di ogni artista suo contemporaneo. Io ho sempre pensato (più per i racconti di chi lo ha conosciuto o studiato, che per una profonda conoscenza della sua opera, che non ho), che lui se ne sia andato perché il senso del viaggio ha prevalso, soprattutto in un luogo e in un momento storico in cui questa terra poteva risultare veramente troppo stretta e chiusa.
Poteva Ancona contenere la sua idea di calamita cosmica?
All’estremo opposto di questa riflessione legata a un artista che se ne va, c’è la interessante chiave di lettura, proposta da Vitangeli, di un’artista che arriva e rimane fortemente attratto da Ancona. E’ Luigi Vanvitelli, che legge questa città dal mare, progettando la Mole, elemento “di mezzo” che collega il binomio terra-acqua mantenendone la dualità, e anche la chiesa del Gesù, con la sua facciata “trasversale”, e il portale del duomo, architetture che solo guardandole dal mare si possono apprezzare completamente. Ma Vanvitelli non fa solo questo. “E’ così affascinato da questa città – dice Vitangeli – da realizzarne anche palazzi e abitazioni private”.











