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martedì 2 aprile 2013

ERRANDO NASCE LA MUSICA

"Errando è l’effetto dei miei viaggi fisici e onirici e anche dei miei errori" dice il chitarrista e compositore Giovanni Seneca parlando del suo nuovo cd. "Spesso - prosegue - i suoni sono nell’aria. Durante ogni viaggio li percepisco, lontani ma familiari. Le melodie risuonano come nenie dell’infanzia o prepotenti come un profumo. Indossando gli abiti di un detective del suono lascio il corso principale della città e mi inoltro nel dedalo di viuzze che hanno resistito per secoli alle teorie urbanistiche, mi ritrovo così seduto alla terrazza di un ristorante qualsiasi di fronte al più bel panorama del mondo, distratto dalla quiete e dalla bellezza quei suoni vanno giù tra un boccone e un altro e sembrano non lasciare traccia, dimenticati come il sapore delle pietanze, l’odore delle spezie, il colore dei tramonti. Altre volte le melodie mettono le ali e i suoni li sorvolo guardando giù: sono sempre lì insieme ai colori e al profumo di spezie esotiche. I ricordi e gli oggetti che riporto dai viaggi, lontani dal loro contesto sembrano sbiaditi e fuori posto, ma i suoni che ho percepito restano dentro di me come le molecole dei cibi profumati e cucinati diversamente che ho assaggiato. Come un’alchimista manipolo le melodie facendo vibrare le corde del ricordo. E’ questo il momento in cui comincio a suonare le mie chitarre, per cercare di rievocare quei suoni e quelle sensazioni che ho vissuto e amato. Profumi, suoni e calore allora diventano qualcosa di tangibile”.
E' partendo da qui che Seneca crea quelli che lui stesso definisce "piccoli universi" scaturiti dalla chitarre che suona ogni giorno: "strumenti magici rapiti da luoghi conosciuti che rivendicano la propria appartenenza a popoli e culture diverse e ricordano le sonorità sepolte nella nostra memoria".
Errando è il suo quinto album: quindici brani per chitarra sola, da lui composti ed eseguiti su tre modelli di chitarre speciali: classica (Ignatio Fleta-Barcelona - Spagna - costruita nel 1971), battente (Rosalba de Bonis-Bisignano - Italia - costruita nel 2012) e flamenca (Jesus Bellido-Granada - Spagna - costruita nel 2005).
Il cd è stato registrato negli studi “Pink House” di Monsano (An) ed è pubblicato dall’etichetta Rara.
E' scaricabile on line all'indirizzo http://giovanniseneca.believeband.com/ mentre il supporto fisico si può chiedere alla casa discografica www.rara.it. Dal 5 aprile sarà in vendita anche alla libreria Feltrinelli di Ancona.
Info: www.giovanniseneca.it - www.rara.it

lunedì 18 marzo 2013

CERCATORI DI PAROLE

Penso spesso alle "sudate carte" di Giacomo Leopardi: questa espressione mi dà l'idea di lui curvo sui suoi testi a cercare la parola giusta. Magari non è così, ma mi piace pensarlo, come mi è sempre piaciuto guardare i fogli di lavoro dei poeti e degli scrittori, con tutte quelle cancellature che non sono altro che tentativi di avvicinamento alla comunicazione perfetta: immediata, comprensibile, empatica.



Capirete dunque il mio interesse nell'ascoltare André Martinet che mi raccontava come e perché aveva scelto il suo metalinguaggio, cioè, una per una, le parole che gli servivano per parlare delle lingue, oggetto principale del suo studio.
E' tutto spiegato qui, nel quarto capitolo dell'intervista che sto pubblicando. I tecnici, i linguisti, ci troveranno alcuni spunti interessanti: perché secondo Martinet morfema e lessema non sono termini esaustivi? Perché è meglio monema? Cosa sono i funzionali e le modalità? Nella sua risposta c'è la storia del termine monema, da Henry Frei in avanti, c'è la centralità del contesto frase nella prospettiva dell'analisi grammaticale, c'è la definizione del suo metodo, che è funzionale, perché ha per oggetto l'osservazione del funzionamento di ciascuna lingua (how it works).
Ma c'è anche, e questo è il livello aperto a tutti, la traccia di un work in progress che porta il linguista e, in genere, chi comunica per mestiere, a non fermarsi sulla scelta di un termine fino a che non ha verificato che questo è completamente aderente alla realtà a cui si riferisce. "Per esempio - scrive Martinet - la questione della scelta del termine monema non è tanto chiara nei miei Elementi di linguistica generale. Lei forse ha letto la versione italiana, che è una traduzione della prima edizione del libro. Ma c'è una seconda edizione del 1980, che è stata modificata in molti aspetti e in particolare nel punto in cui si presenta il monema. Nella prima versione non ero molto sicuro di come muovermi su questo in Francia: dovevo mantenere la parola morfema, che era usata in riferimento a questioni grammaticali, e poi usare semantema e cose del genere? Non sapevo: ero appena tornato dall'America, non sapevo dov'ero io e dov'era il mio pubblico. Per questo non avevo deciso cosa fare delle mie unità minime. Quindi pensai di scegliere la parola monema, che dovetti prendere in prestito dal Henry Frei, con un senso differente, perché il significato attribuito da Frei a questo termine era quello che normalmente gli americani attribuiscono a morfema. Ecco perché per me era sbagliato: lui lo usava per evitare le implicazioni del termine morfema, ma la sua parola era diventata vittima dell'uso di morfema. Avevano cambiato solo la forma, senza modificare il valore della parola. Quando io cambio la forma, mi aspetto che la gente accetti un nuovo valore".
Qui mi torna in mente una delle citazioni della professoressa Giovanna Marotta alla presentazione delle pubblicazioni di Scritture Brevi, che si è tenuta il 21 febbraio a Roma: potresti aver bisogno di più tempo, non di meno, per scrivere qualcosa di breve e di buono (Mark Twain).
E' l'essenza della poesia, della bella scrittura, della comunicazione. Ogni verso, ogni frase che funziona, è stata, molto probabilmente, pulita e asciugata, plasmata per essere essenziale e significativa. Ogni scrittura che funziona possiamo pensarla come un insieme di scritture brevi, nella poesia come nella vita. E l'insieme può essere pieno di elementi (Il canto notturno di un pastore errante nell'Asia, la Sintassi generale di Martinet, la Costituzione...). Oppure può essere unitario: Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie.

sabato 16 marzo 2013

ANDRE' MARTINET/ 4 - COSA C'E' DIETRO LE PAROLE

Conversazione con André Martinet

André Martinet/1 Communication is our basic relevancy

André Martinet/2 Language articulates what we feel into a succession of items

André Martinet/3 Pregiudizi linguistici


One of the aspects of your work which fascinated me was the limpid exposition and your rejection of symbolism and neologism. This, in a context of linguistical studies based on the creation of complex metalanguages. Could you explain me the reasons for this methodological decision?
When I write I always think of the public. I say: I want to communicate with that public and I will try to use the language which will be acceptable to this public, of course without betraying my ideals.
I try to adapt the language I use to my public. I do create a metalanguage to some extent, I have to do it, but I'm very careful about defining the words I use. They are very often the same words used by other people, but I define them more accurately as a rule.
It's always very difficult to be clear all the time, but...
For example, this business about the choice of moneme, it's not too clear in Elements de linguistique générale. You have probably read the Italian version, which was translated from the first edition of the book. Now in 1980 a new edition appeared, which was modified in many respects and particularly on the point presenting the moneme. In the first version I was not too sure about what I should do about it in France: whether I should keep the word morpheme which was used in reference to grammatical matters and semantheme and those things. I didn't know: I was just coming back from America. I didn't know where I stood, where my public stood. So, I hadn't decided what I should do about the minimal units.
Therefore I thought choosing the word moneme was good, which I had to borrow from Henry Frei, with a different sense, because the meaning attached by Frei to moneme was that which is normally attached to morphemes by the Americans.
Therefore for me it was wrong in that respect, because he was using a term in order to avoid the implication of morpheme, but the word moneme had fallen victim to the use of morpheme. They just changed the form without changing the value. I change the form expecting that people would accept a new value for it.
To some extent it was all right, but to a large extent I rejected the use of lexeme and morpheme. I presented morpheme as a possibility for grammatical monemes and this, finally, I discarded. And when people wrote theses on my direction I said "no, don't do that": not morpheme, just consider that monemes are alla monemes and when you come to a point when you have to make differences between monemes, then you have to reconsider the problem and not by opposing some grammatical monemes to  non-grammatical monemes, but opposing connectives, grammar connectives and determinants, grammatical determinants, which I finally called functionals and modalities.
Functionals is not very good, because it makes use of the notion of function in a sense which is not the general sense of function in my functional linguistics. My functional linguistica uses function in ordinary sense: I want to see how it works, how it functions and elements which contribute to the functioning should be functionals. Well, the functionals in question, they contribute to the function of meaning, but in a very special way and this is restricted to grammatical functions.
The term functional is referred to grammatical functions. Until this day I'm sorry I've chosen that form, because it might have been better to call them connectives and I've been writing papers in English and in French where I call them connectives, but I hope people will at last understand that we should not make there a two-fold distinction between grammatical and non-grammatical, because the modalities, which are grammatical, stand much closer to the lexemes than to the connectives. Because how can you define a modality? Modality is a determinant which cannot be determined. And what is a functional? A functional is an element which needs two elements to appear.
You see, a modality needs only one element to appear: it is the determinant of something, whereas a connective requires two elements. Unless, of course, it can be used as an adverb. Then, of course, it shifts category.
If you said, for example in French, aver, it goes with something, but you can say it in spoken French: avec, ça va avec, that's an adverb. It shifts to adverb. In the same way as but, which is a connective, can become an adverb if it is sentence initial, because within a sentence you have to suppose it,a stipulation. Whithin a sentence. You have to assume that the grammatical relationships are within the sentence, not outside it. Therefore the but is a restriction to what eas said before, it must be presented as a restriction which bears upon the content of the sentence in which it appeared.

Anche: http://www.scritturebrevi.it/2013/03/18/andre-martinet4-cercatori-di-parole/
e: http://segmenti.blogspot.it/2013/03/penso-spesso-alle-sudate-carte-di.html

venerdì 14 dicembre 2012

RACCONTI CHE C'ENTRANO COL NATALE

Quest'anno il Natale mi sembra più caldo. Non ci sono i soldi e quindi non c'è nemmeno la corsa ai regali. Io ho comprato libri, prevalentemente, e siamo addirittura riusciti a convincere mia madre che non c'è bisogno del cenone della vigilia, né del pranzone il 25 dicembre.
Risultato: siamo più tranquilli e aspettiamo senza stress.
Il presepio lo sto facendo giorno per giorno e mi gusto ogni pezzetto, senza comprare niente di nuovo. La prima sera i ragazzi hanno assegnato un posto alle case e ai personaggi e da lì ho capito qual era l'idea che avevamo in testa. Poi ho aggiunto un soppalco per la paglia alla capanna di legno che tre anni fa abbiamo costruito insieme in garage, che due anni fa mio padre e mio figlio hanno modificato per aggiungere le luci, che ogni anno la gatta Flora visita, a lavoro finito, per accomodarsi al suo interno come se lei fosse un gigantesco Gesù Bambino. Abbiamo, come ogni anno, tirato fuori dalle scatole i personaggi più preziosi, scolpiti sul legno da uno scultore spagnolo, rotondetti e con la faccia da bambini. Quelli me li hanno regalati mia sorella e i miei genitori a ogni anniversario di matrimonio per i primi tempi dopo che mi ero sposata. Poi sono arrivata molto indietro nel passato, con le casette di cartone costruite da papà usando scatole delle scarpe quando io non ero ancora nata e un castello con le torri e i tetti rossi appuntiti che stava sul presepio di mio nonno, a Roma, nell'ingresso della piccola casa dove io e mia sorella eravamo felicissime quando capitava di poter trascorrere lì le feste. C'è il muschio raccolto chissà quando, la paglia di un vecchio pacco regalo e persino un angelo rimasto in casa dopo il trasloco dei precedenti proprietari. Ci vuole lentezza e serenità per gustarsi e contenere tutti questi ricordi.
Un po' di tempo fa ho scritto un racconto (che poi ho cestinato, ma questa è un'altra storia), che parlava di una giovane donna che comprava di tutto. Dopo aver riempito la sua casa di cose inutili, molte delle quali mai aperte e mai usate, le capitano una serie di sventure che la portano fino alla strada, tra i barboni di Roma. Perde fidanzato, lavoro e amici. I suoi genitori sono lontani e nel giro di poco tempo potrebbe trovarsi anche senza tetto. A questo punto ha un'idea: associarsi con i suoi amici clochard e aprire un laboratorio di pronto intervento di idraulici, imbianchini, sarte, fattorini, muratori. La formula funziona e l'ufficio che trovano vicino alla stazione Termini è sufficientemente grande per offrire loro un riparo. Per arredare questa nuova casa la ragazza comincia a svuotare la propria e tutti gli oggetti inutili accatastati nelle sue stanze trovano un posto e diventano utili, prendono vita, cominciano a vivere la loro nuova storia, proprio come i protagonisti di questo racconto.
Qualche giorno fa ho letto una storia simile, però vera: quella di Wainer Molteni, che per otto anni è stato clochard a Milano, dopo una vita quasi normale fatta di famiglia, di scuola, di università, di lavori divertenti e prestigiosi. Il libro si chiama Io sono nessuno e racconta di un lungo viaggio dalla casa alla strada e poi a una nuova casa più ricca, più libera, più moderna, come credo sia la fattoria dove oggi una decina di clochard alla riscossa, capitanati da Molteni, lavorano, coltivano, producono e si procurano da vivere. E' come se avessero dato nuovo ordine alla loro vita, passando attraverso un caos che per loro si è chiamato freddo, paura, insicurezza, disperazione, smarrimento: dell'identità, dei ricordi, della speranza nel futuro. Alla fine sono arrivati lì, sotto il tetto che oggi li copre, perché, io penso, nel caos hanno continuato a sognare e a sentirsi normali, anche se dormivano sopra un cartone e la gente aveva smesso di guardarli in faccia. Hanno avuto la forza di andare a cercare, nella cantina del loro cuore e della loro ragione, le risorse nascoste che forse non sapevano nemmeno di avere. Le hanno trovate e le hanno fatte funzionare di nuovo, in un modo diverso dal passato, fino a farle diventare la loro vita quotidiana.
E' arrivato per molti, credo, il momento di rimettere ordine: assegnare nuove priorità, ricostruire, tornare a guardare, ad ascoltare e, rallentando, godersi il cuore.

lunedì 12 marzo 2012

FUORI DALLE RIGHE!

Quando sono andata a lavorare in Regione ho scoperto, con mia grande soddisfazione, che i dipendenti, se sono puntuali al lavoro, possono parcheggiare l'auto al coperto. C'è infatti, in uno degli stabili, un grande posteggio a tre piani. Ovviamente questo non è sufficiente per tutti, però, arrivando prima delle otto e dieci, normalmente il posto si trova.
La particolarità di questo parcheggio è che, in realtà, qui il bello per gli automobilisti non è parcheggiare negli spazi delimitati, ma inventarsi sempre nuovi posti dove mettere l'auto: rasente al muro in curva, davanti alle transenne, davanti alle uscite, di sicurezza e non, orizzontali tra un'auto e l'altra. E' il luogo della creatività. E poco importa se ci sono ancora posti regolari disponibili. La gente preferisce stare fuori dagli spazi. L'ho visto con i miei occhi. Vuoi mettere il brivido di lasciare l'auto in curva e di scavalcare i sedili e la leva del cambio per scendere? Questi arrivano, trovano il posto più improbabile, fermano l'auto, chiudono a chiave e se ne vanno.
A nulla servono le mail del servizio che intimano di parcheggiare solo negli spazi consentiti. E' evidente che le persone si divertono proprio in questo quotidiano gioco delle invenzioni, agevolato, peraltro, dai custodi che, una volta che il parcheggio è pieno, aspettano un buon quarto d'ora prima di mettere fuori il cartello "completo". Così tu puoi entrare e dare sfogo alla tua fantasia, mettendo la macchina in mille posizioni diverse ogni mattina, prima di cominciare il duro e noioso lavoro in ufficio.
Ovviamente non fa gola affatto l'immenso parcheggio scoperto che si trova solo pochi metri più avanti. Quello si riempie molto più tardi, quasi un'ora dopo, quando dentro a quello coperto ormai manca pure l'aria per respirare.
Ma non lamentiamoci, non diciamo le solite ovvietà: che questa è l'Italia e questi sono gli italiani, sempre pornti a fregare e a bypassare le regole. No, questo luogo è magico, ci fa sentire liberi e creativi. Le righe e i rettangoli a noi ci fanno un baffo!
Non ho potuto fare a meno di fotografarle queste macchine dai proprietari fantasiosi. Ed ecco le foto.
Noi parcheggiamo dove ci pare! Alla faccia della libera circolazione e delle cento manovre in più che dovrà fare per uscire chi rispetta le regole.
Perché a noi nelle caselle non ci chiude proprio nessuno!
Avanti così!



venerdì 17 febbraio 2012

LA NEVE DI MILLE COLORI

"Voglio raccontare l’esperienza da spalatore. In tempi di crisi la nevicata ha portato alla città di Ancona anche un po’ di lavoro per disoccupati e cassaintegrati." Continua la lettera, intitotala 'La neve ha mille colori' di un giovane spalatore anconetano...

Alla chiamata del Comune, io che sono cassaintegrato della Fincantieri, in una gelida mattina ho trovato tanti nuovi cittadini come me che hanno risposto all’appello di aiutare la città in un momento di estrema difficoltà. Mi registro nella lista, e con me trovo diversi miei compagni di lavoro e tantissimi migranti uomini e donne del Bangladesh, della Tunisia, del Camerun, dell’India, della Romania,dell’Albania e di tanti altri Paesi che, come me, si sono resi disponibili alla causa. Spaliamo neve, rompiamo ghiaccio, nei quartieri popolari e nelle piazze della città, aiutiamo chi è in difficoltà, disabili, anziani, perché a prescindere dal rimborso che ci viene concesso, è stata la solidarietà a muoverci.
Ci organizziamo, in questo lavoro nessuno di noi ha esperienza, tanto diversi nel modo di lavorare, con culture diverse, ma insieme stabiliamo delle priorità, spaliamo prima i posti auto riservati ai diversamente abili, gli ingressi alle scuole, i centri di riabilitazione e le fermate dei bus. Sorridiamo, ci aiutiamo e aiutiamo, parliamo di cricket, di religioni, di calcio: è stato come se mille culture diverse, attraverso la pala e la neve, fossero riuscite a trovare un modo comune di comunicare; al posto dei “capi”, ho ritrovato quello spirito del lavoro che è stato cancellato nel nostro paese dai grafici delle borse e dall’andatura dello spread. Questa il nostro gruppo che ha reagito a questa crisi: io sono cassaintegrato, Farabi è stato licenziato dal peschereccio, Aroud è disoccupato, e tanti altri che in questi giorni freddi hanno rotto il ghiaccio, un po’ per soldi, un po’ per solidarietà, ma tutti per affermare l’appartenenza alla città di Ancona.
C’è stata la solidarietà dei residenti, qualcuno ci preparava un caffè, altri ci hanno invitato a mangiare un pasto al caldo, e sotto il ghiaccio ho riscoperto una città solidale in un momento difficile…una città che ti ringrazia per quello che fai… non ero più abituato. Spaliamo la neve, rompiamo il ghiaccio, la neve fina ti entra nella sciarpa, tanti sono gli argomenti: molti ti parlano del permesso di soggiorno e della mancanza di un contratto che ti può far diventare da un giorno all’altro clandestino, altri sono stati espulsi dal mondo del lavoro perché hanno quell’età in cui le imprese non ti assumono più, altri ancora che un contratto di lavoro non l’hanno mai visto…le nostre storie sono quelle di una città che non vedi. Dopo questi giorni la neve si scioglierà, le strade torneranno libere, le scuole riapriranno, la primavera busserà alle porte, e appena le temperature risaliranno, questi mille colori che hanno aiutato la città, resteranno l’esperienza più bella ed umana che ho vissuto. Dopo la pala c’è bisogno di lavoro e di cittadinanza per tutti...

Uno spalatore

da Ambasciata dei diritti

venerdì 4 febbraio 2011

LO STRANO CASO DELL'UFFICIO NOTIFICHE

Lavoro al secondo piano del Comune di Ancona, il piano nobile, quello del sindaco. Vi si accede da uno scalone, poi si entra in un corridoio a elle, che si chiude con un portone, che si apre su un pianerottolo, dove c'è un altro portone, che porta all'Ufficio notifiche.
L'Ufficio notifiche è quel posto dove ti devi recare quando a casa ti arriva una cartolina un po' anonima che ti avverte di andare a ritirare in Comune una comunicazione che ti riguarda. La cosa sa di multa, di sanzione, ti mette in agitazione.
Forse è per questo che la gente perde un po' la testa.
Il mio ufficio è quasi alla fine del corridoio a elle. All'inizio c'è un cartello, nero e angosciante, con una freccia che ti invita a proseguire, sotto la scritta UFFICIO NOTIFICHE.
Una freccia uguale, con la stessa scritta, sta alla fine della prima asta della elle, un'altra è appesa a metà della seconda asta, un'ultima è prima del portone che dà sul pianerottolo dell'Ufficio notifiche. Non si può sbagliare. Per arrivare all'Ufficio notifiche basta seguire la freccia, che ti guida pedissequamente lungo il cammino. Ma non c'è niente da fare: ogni giorno almeno un paio di persone si affaccia con la faccia preoccupata alla mia porta e chiede: "Scusi, l'ufficio notifiche?", il più delle volte agitando la fatidica cartolina. Io e le mie colleghe ormai abbiamo affinato il messaggio: riusciamo a spiegare tutto con pochi gesti e poche, sintetiche parole. E cerchiamo anche di fare la faccia rassicurante: "Non si preoccupi, sarà una cosa da niente... niente di grave!".
Per un po' ho creduto che forse la gente, trovandosi di fronte a un portone chiuso, pensa a un errore e allora viene a chiedere.
Ma non è così, ora ne sono certa. La cartolina dell'Ufficio notifiche mette davvero in agitazione un sacco di gente e le persone, appena entrano in Comune, si precipitano nel primo ufficio che incontrano, impazienti di capire quale sorte avversa si sta per abbattere sulle loro teste. Ne sono certa da quando, qualche settimana fa, al primo piano (Ufficio edilizia scolastica) sulla porta è apparso un cartello scritto a penna con calligrafia spazientita. Il cartello diceva più o meno così: QUESTO NON E' L'UFFICIO NOTIFICHE - RIVOLGERSI AL SECONDO PIANO.

CINQUECENTOMILA E' UNA SOLA PAROLA

"Cinquecentomila è una sola parola": titolo intrigante per un articolo sui lavori pubblici del Comune di Ancona. Peccato che nasca da un equivoco tanto scontato quanto esilarante.
Nel penultimo numero del giornale del Comune (l'ultimo del 2010) ho scritto un pezzo sulla manutenzione delle scuole. Il titolo era: "Cinquecentomila euro per le scuole" (o una cosa del genere). Quando mi è arrivata la prima bozza ho visto che la tipografia aveva scritto "Cinquecento-mila euro per le scuole" e ho mandato via mail la seguente correzione: PAG 14 - CORREGGERE IL TITOLO: "Cinquecentomila" è una sola parola.
Fedelmente, la mia corrispondente ha corretto il titolo, che dunque è diventato "Cinquecentomila è una sola parola": completamente privo di significato, per nulla aderente all'occhiello (Interventi su soffitti, facciate, tetti e palestre), al catenaccio (Contributo di Fondazione Cariverona per le Savio) e tantomeno al testo.
Ce ne siamo accorte dopo il visto si stampi. Nessuno ci ha fatto notare nulla. Visto che il pezzo è firmato da me, credo che molti pensino che sono impazzita, oppure... che sono un genio incompreso. E quindi tacciono.
O forse stiamo perdendo pubblico?

lunedì 27 settembre 2010

Quel tramonto aveva l'attrattiva di una anomalia, quasiché la natura avesse mutato il suo corso

La vita della classi agiate si è trasferita intorno ad un grande viale moderno, già iniziato nell'anteguerra, ma avvalorato dalla ricostruzione, che scende al mare dominandolo da un terrapieno sugli scogli in direzione opposta al porto.
Opposta al porto: strana infatti è la posizione di Ancona.
Sorge su un promontorio, quasi su una penisola, attorniata dal mare da tre parti, ma abbastanza grande e massiccia perché non si possa vederla tutta in una volta sola: rotta inoltre da alture che le tolgono la visuale.
Vi si perde l'orientamento, e si vede apparire il mare dove si attendeva il monte.
Alla sua forma capricciosa si deve se, da San Ciriaco, ho guardato un bellissimo sole rosso tuffarsi nelle acque dell'Adriatico, caso unico, perché su tutta la costa adriatica occidentale non è dato di assistere a un tramonto sul mare, e il sole scende sempre alle nostre spalle.
Splendido per sé stesso, quel tramonto aveva perciò l'attrattiva di una anomalia, quasiché la natura avesse mutato il suo corso.

Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1956

giovedì 2 settembre 2010

NON STARO' PECCANDO D'IMMAGINAZIONE, COME SEMPRE?

C'è un filone lettarario abbastanza recente che riporta in auge gli antichi epistolari, anche se il topos della lettera scritta a mano ha ormai lasciato il posto a quello della comunicazione informatica.

Nel "Viaggiatore del secolo" di Andrés Neuman, pure se il romanzo è ambientato all'inizio del diciannovesimo secolo, gli scambi epistolari tra i protagonisti restituiscono al lettore un'idea di velocità e di urgenza comunicativa che è propria dei nostri giorni.
Essendo io stessa una curiosa e affezionata degli scambi epistolari (preferibilmente elettronici), apprezzo in particolare il fatto che qui l'autore mostri il gioco affascinante che si crea nell'interpretare la scelta delle parole, la loro disposizione, il gioco del detto e del non detto, che ci fanno comprendere, o credere di comprendere, la disposizione d'animo dichiarata e anche quella nascosta di chi scrive.



"Carissimo amico,
(carissimo, si esaltò Hans),
Carissimo amico, ricambio la poesia di Novalis con una delle mie poesie preferite della Mereau, non so se la conosci. L'ho scelta perché si rivolge a noi lettrici, a tutte le donne che sognano un'altra vita in questa vita.
(un'altra vita? si fermò Hans, allora quella che ha, quella che sta per avere, la vita che l'attende dopo l'estate, non è quella che spera? allora forse no? Basta, leggi!)
.......
E benché tu sia un lettore in questo ti considero un mio pari. Perciò qui sotto ti copio alcuni versi, quelli che a me sembrano più belli, sperando che oggi o domani tu abbia voglia di rispondermi con un'altra poesia.
(A-ah. Mi invita a risponderle. Questa è una novità. Cioè mi lascia l'ultima parola. Non sarà un'offerta? Un modo di darsi? Non starò peccando d'immaginazione, come sempre?)
Affettuosamente tua,
SOPHIE


(Mmm, Affettuosamente. Non sembra un gran... No, decisamente no. Però il nome è al completo. Cioè, non è un po' come se me  lo consegnasse? Come se mi dicesse: sono tutta tua. Sono Sophie, sono, ma dai! che stupidaggine! Vado a farmi il bagno. No, è troppo tardi. Il vecchio mi aspetta. Improvvisamente qui dentro fa caldo, mi pare. Va bene, vediamo questa poesia. Le rispondo domani. Però accidenti. O cerco qualcosa adesso? Meglio domani.)

**********


Questo di Neuman è stato definito un "romanzo totale", un dialogo tra il grande romanzo ottocentesco e le avanguardie moderne, ponte tra la storia e i temi del nostro presente. E se, tra i grandi temi del nostro presente trattati nel testo si ritrovano quello delle migrazioni, dei nuovi nazionalismi, dell'emancipazione della donna, a me sembra che altrettanto attuale sia questa modernissima concezione della comunicazione scritta, che, a nostra insaputa, è tornata a essere centrale nei nostri comportamenti quotidiani e che, come per i due innamorati clandestini della storia, veste oggi i panni della massima informalità, della "personalizzazione" estrema e si spoglia di qualsiasi ridondanza verbale e sintattica (si spoglia persino dei due punti, delle virgolette e di molti segni di interpunzione), per rispondere alla sempre più diffusa voglia di immediatezza.














Credo che, mentre le generazioni successive alla mia (che ho da poco superato i 40) avevano quasi completamente dimenticato l'uso della scrittura a favore di una oralità prevalente (la tv, bla bla bla...), oggi i ragazzi l'abbiano recuperato in maniera netta anche se con regole e consuetudini completamente diverse rispetto al passato: scompare quasi del tutto la dimensione descrittiva per dare spazio ai dialoghi, che sono l'espressione dell'interattività, del qui e ora. Scompaiono, come detto, molte regole formali e soprattutto tornano gli ideogrammi, che oggi si chiamano, per esempio, emoticon e che si fondono con i segni grafici più astratti del nostro alfabeto tradizionale.

Si trasferisce  invece in sede grafica la ridondanza, che prima era verbale: punti esclamativi, interrogativi e puntini di sospensione ripetuti in modo sovrabbondante come un googol, ripetizione delle lettere all'interno di una parola (beeeeeeeeeeeneeeeeeee!!!!!!!  siiiiiiiiiiiiii!!!!!! nooooo!!!!! ...) o delle stesse parole (sisi, nono...).


Non scompare, infine, anzi torna in auge, il potere dell'interpretazione. Anche le menti più giovani e semplici traggono emozioni da questa nuova scrittura: da un'icona che più o meno inaspettatamente compare nei loro schermi ridendo o piangendo, dall'attesa che si crea osservando i puntini di sospensione nella nuvoletta di una chat, dal senso dell'assenza creato da un post che rimane appeso lì senza nessuna risposta.
Che dire poi degli "appostamenti" sui social network? Ogni adolescente contemporaneo sa che dalle pagine delle persone che ci interessano, ma che magari non vogliamo o non possiamo contattare direttamente, si può trarre una quantità immensa di informazioni. In questi casi, in assenza delle parole dette, dei gesti e degli sguardi, in assenza, cioè, della compresenza fisica, ci si deve ancorare saldamente ai testi, ai particolari delle fotografie. Loro, gli adolescenti, non lo sanno forse, ma questo significa interpretare i testi e, nel farlo, esercitare anche l'immaginazione accanto alla conoscenza razionale delle persone e dei fatti.
Essi si comportano, dunque, come il lontanissimo (nel tempo) protagonista del "Viaggiatore del secolo", costretto, fino all'incontro con la sua Sophie e tra un incontro e il successivo, a nutrirsi delle parole che lei scrive, esercitandosi, da parte sua e reciprocamente, in un uso del linguaggio altrettanto calibrato, personalizzato e significativo, nella consapevolezza che, in assenza di gesti e parole concrete, questo può essere il suo unico messaggero (Messenger? Msn?). Si potrebbe, a questo punto, aggiungere una ulteriore riflessione, indotta dal romanzo, e cioè che tanto maggiore è il peso dell'assenza colmato dalle parole e dall'immaginazione, tanto più potenti sono, a loro volta, la fisicità e la passione degli incontri.


La speranza è dunque che questo ritorno  potente e pesante della parola scritta non si diriga verso una dimensione totalmente virtuale, ma riconduca a una realtà sempre più "vissuta", nella consapevolezza, anche inconscia, del diverso ma ugualmente necessario potere di ciascuna delle numerose possibilità di comunicazione di cui disponiamo. E, anche, che scompaia la paura di peccare d'immaginazione. Immaginare non è peccato. Immaginando si rischia di sbagliare o, meglio, di scostarsi dalla realtà, ma si ha anche l'opportunità di andare avanti, innovando e creando opportunità migliori.

mercoledì 18 agosto 2010

ACCABADORA

- ...devi studiare l'italiano bene, questo te lo chiedo come una grazia
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia

...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.

Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.

LA PAGINA BIANCA /3 - PERSONAGGI IN VISITA

E' vero: i personaggi ti vengono a trovare e tu li conosci a poco a poco. All'inizio sono solo un abbozzo, un'idea. Di alcuni di loro sai subito il nome, di altri nemmeno quello. Tutti però hanno una storia da raccontare o un'idea da comunicare, e lo vogliono fare attraverso la tua scrittura.
Scrivere, allora, diventa una questione di osservazione e di ascolto.

Menadi in terracotta, Grecia II secolo a.C.

Per esempio io ricevo spesso la visita di un personaggio che si chiama Irma.
Irma nasce da un binomio fantastico: ragazza-scatoloni. Un binomio che però io ho ritrovato a posteriori. Non sono partita da lì, come suggerisce Rodari. Quando Irma è arrivata era già tutta intera: aveva un nome, un carattere pasticcione e un'indole confusionaria. Non mi era chiaro, però, come fosse fisicamente: bionda o mora? magra o grassa? alta o bassa?



Incompiutezza: è l'idea che mi accompagna quasi da sempre. A questa idea, nel momento in cui mi è stato chiesto di inventare una storia, ho immediatamente dato forma (è vero, qualcuno ha dovuto chiedermelo, di inventare una storia. Io avevo sempre voluto farlo, ma non mi ero mai decisa).
Io credo che, vivendo di fretta, capiti di catturare all'interno della vita più cose, idee, sensazioni di quante se ne possano effettivamente gustare. Si prende e si accumula freneticamente, senza sapere di preciso né quanto né cosa, forse nella speranza di un domani in cui, comodamente seduti al calduccio, si potrà godere di quanto si è accantonato. Ma la domanda è: aveva ragione la cicala oppure la formica?



Io personalmente tengo per la cicala, perché ho paura che, a forza di accumulare, le nostre cose, le idee e le azioni importanti rimangano sparse qua e là senza una logica, oppure restino nascoste sotto quelle più  insignificanti, senza poter brillare della luce che meriterebbero, correndo il rischio di essere perse, trascurate, dimenticate.



Per me tutto questo si traduce in una serie di immagini: tanti scatoloni pieni di cianfrusaglie non identificate, aperti a metà e lasciati in mezzo a una stanza; libri, anch'essi aperti, cominciati a leggere e poi abbandonati a terra attorno a un divano, con la copertina rivolta all'insù per tenere il segno, vestiti smessi sullo schienale di una sedia, scarpe e calzini spaiati tra gli scatoloni delle cianfrusaglie.
E' la casa di Irma, che vive la vita sempre in ritardo, che lascia il lavoro per un capriccio, che non finisce i libri, si addormenta davanti alla tv senza mai vedere la fine di un film, che ha l'armadio vuoto e i vestiti sparsi per tutta casa.


Irma che sta come davanti a un solitario: sposta le carte messe giù alla rinfusa per trovare tra loro la logica invisibile, che nella confusione e nel disordine cerca la carta giusta, quella che poi farà scorrere tutto in modo più fluido, restituendo alla sua percezione l'ordine giusto delle scale e dei colori.
Per poi cominciare, forse, una nuova partita.

giovedì 29 luglio 2010

LA PAGINA BIANCA / 2

Da tempo mi esercito a scrivere. Ho cominciato pensando a un soggetto cinematografico, ma a poco a poco questo si sta trasformando in un racconto, che si consolida gradualmente e molto molto lentamente. 
Cimentarmi in questa esperienza è una sfida interessante. In primo luogo, nonostante io usi ogni giorno la scrittura per lavoro, ho dovuto prendere atto di essere una scrittrice alle prime armi e la prima difficoltà che ho dovuto affrontare è stata quella di liberare la fantasia e di ritrovare la capacità di raccontare. 
Per superare questa impasse ho deciso di inserire nel mio racconto alcuni elementi autobiografici, pochissimi, che mi hanno dato il la per affrontare la pagina bianca e che non so neanche se al termine della storia sopravviveranno.
Ho deciso di scrivere questo racconto perché, come dice un regista che ho conosciuto qualche tempo fa, avevo urgenza di farlo. Ne conosco l’inizio e la fine, ma non ho ancora ben chiaro il suo svolgimento. In questo momento non so neanche il nome dei personaggi, che però, ne sono sicura, abitano da sempre nella mia immaginazione. Conservo inoltre da tempo una serie di immagini della fantasia, affiancata da una equivalente serie di ricordi, che in parte utilizzerò nel racconto stesso.

In passato avevo fatto leggere alcune bozze di miei lavori a persone di cui mi fidavo, ma mi sono accorta che  il mio rubinetto delle idee si chiudeva irrimediabilmente ogni volta che lasciavo che qualcuno curiosasse tra le righe di questi lavori in corso, dove ancora necessariamente regnava il caos e molte parole, molti pensieri, molti personaggi si trovavano accatastati ai margini, in attesa di essere collocati al loro posto, per essere poi fissati, ripuliti, lucidati e, infine, consegnati ai lettori.
Dunque ora ho deciso che il mio racconto uscirà fuori solo dopo che io ci avrò messo la parola fine, cosa che accadrà quando tutto il sistema funzionerà perfettamente, cioè quando ogni elemento sarà al suo posto e il superfluo sarà stato eliminato, quando i personaggi vivranno di vita propria e diventeranno completamente autonomi e altri da me, quando la storia sarà in grado di avere peso e valore non solo per me che l’ho scritta ma per tutti coloro che la leggeranno.

venerdì 16 luglio 2010

MILO MANARA: "QUELLA NOTTE CHE DORMII CON FELLINI E LA MASINA"


CineManara è un viaggio nell'universo della settima arte del più noto illustratore e artista del fumetto italiano, Milo Manara, attraverso il suo rapporto privilegiato con l’amico Federico Fellini.


L’esposizione di circa 50 tavole originali centra lo sguardo sul rapporto di Manara con il cinema felliniano. Il percorso espositivo, curato da Napoli COMICON, è stato inaugurato il 14 luglio alla presenza dell'autore nella Mole Vanvitelliana di Ancona ed è visitabile fino al 15 agosto.
La mostra si sofferma, tra l'altro, su "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet", uno dei capolavori firmati da Manara e Fellini. Come "Viaggio a Tulum" del 1987, anche "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet" era in origine un soggetto cinematografico (per Vincenzo Mollica è "il film non realizzato più famoso del mondo").
La storia è comparsa per la prima volta nel 1992 sulla rivista "Il Grifo" e avrebbe dovuto svilupparsi fumettisticamente in tre puntate, ma si concluse, con successo e per scaramanzia, alla prima.
Come ha raccontato lo stesso Manara, infatti, a causa di un refuso al termine della prima puntata era stata apposta la parola "End" e da questo deriva la decisione di interrompere lì la pubblicazione. Decisone presa dallo stesso Fellini, personaggio notoriamente scaramantico, che, tra l'altro, odiava concludere i suoi lavori, anche cinematografici, con la parola fine (lui da piccolo era sempre triste quando alla fine di un film compariva quella scritta).



Manara racconta che la realizzazione del Mastorna fu una vicenda che si trascinò per tanto tempo e che Fellini visse con inquietudine, anche perché in questo periodo accaddero episodi che lui percepì come "strani", come la profezia del mago Rol, cui il maestro era profondamente legato, che predisse a Federico che Mastorna sarebbe stata la sua ultima opera, cosa che, poi, si avverò.
A questo punto mi sarebbe piaciuto trovare sul web una foto che rappresentasse l'unione tra i due, Manara e Fellini, ma in realtà ho trovato solo un fotomontaggio che non mi piace. Preferisco, dunque, trascrivere qui un aneddoto che Manara stesso mi ha raccontato nel corso di una intervista il 14 luglio alla Mole.
"Ci sono aneddoti brevi e aneddoti lunghi sulla nostra amicizia" ha detto Manara. E credo che il disegnatore, molto simpatico e disponibile alla parola e al racconto, avesse preferito soffermarsi su quelli più lunghi, ma i tempi televisivi e quelli istituzionali legati all'inizio dell'inaugurazione della mostra ci hanno consentito solo un breve flash, nel corso del quale Manara ha raccontato di come, in una occasione di lavoro, essendosi lui trovato su un set con il maestro, nella necessità di fermarsi per la notte e non avendo trovato un posto in cui dormire, sia stato invitato da Fellini a condividere la stanza con lui e sua moglie.
"E così - racconta Manara  con l'umiltà e l'entusiasmo di un fan - io ho passato la notte nella stessa stanza con Federico Fellini e Giulietta Masina".

giovedì 15 luglio 2010

DI STORIA IN STORIA

Alcuni personaggi del mito e della letteratura sono itineranti.
Proprio ieri, incontrando Milo Manara e rileggendo El Gaucho, disegnato da lui e scritto da Hugo Pratt, mi è tornato alla mente un caso: Molly Malone.


Io l'ho conosciuta vent'anni fa a Dublino, sentendo cantare la sua storia da una mia amica irlandese, fisarmonicista in erba, e poi vedendola scoplita nella statua di Grafton Street.
La canzone la ripropongo qui in una versione preziosa, che scelgo perché mi dà l'occasione di mettere in questa pagina un'altra donna-mito irlandese.

 

Molly è una delle donne più significative della mitologia irlandese, tanto che il canto popolare che parla di lei è oggi l'inno ufficioso d'Irlanda. Una leggenda metropolitana racconta che era una prosperosa giovane dal seno generoso che alternava il mestiere di pescivendola di giorno a quello di prostituta di notte.
E' una donna mito, come lo sono, in modo diverso e più ancestrale, le banshee, spiriti femminili che di notte bussano alla porta delle abitazioni dove è presente un moribondo e si aggirano attorno a paludi e fiumi, nelle sorgenti o nelle colline d'Irlanda, con gli occhi sempre arrossati per via delle lacrime che versano sulle tombe di coloro che amavano.

 
Al di là di questa premessa, mi interessa evidenziare il carattere itinerante di questi personaggi, che troviamo, per esempio, in El Gaucho di Pratt e Manara, dove le stesse banshee sono citate e Molly è una una bella prostituta irlandese imbarcata con altre ragazze in una nave, al soldo delle truppe britanniche, intenzionate, all'inizio del 1800, a prendere possesso di Buenos Aires col sostegno dei massoni, per sostituirsi alla dominazione spagnola.
 
Anche in quella storia Molly muore giovane, dopo aver cercato di trovare un modo per raggiungere il protagonista, il tamburino Tom, sbarcato prima di lei. Per riuscire nel suo intento Molly stringe un patto con il nostromo Clagg e il gobbo Matthew, anch'essi intenzionati ad abbandonare la nave e a disertare in quanto rei di aver ucciso e gettato in mare per vendetta un vecchio ufficiale che aveva abusato di un altro giovanissimo tamburino. Per tutti loro l'Argentina è l'occasione per riscrivere la propria vita, ma solo uno, forse, avrà la libertà, idea ispiratrice e motivo dominante dell'intera storia.

lunedì 12 luglio 2010

LIBRI CHE HO LETTO

L'eleganza del riccio: L'eleganza del riccio non si vede, perché sta sotto le spine e la goffaggine dei suoi movimenti. Il riccio è elegante quando è nel suo mondo, lontano dalla strada dove tutti possono vederlo, proprio come la ritrosa portinaia del romanzo. Solo in pochi apprezzeranno la sua ricchezza, solo coloro che sapranno penetrare tra i suoi aculei, oppure nel suo nascondiglio.
Il riccio lo sa che mostrarsi agli altri, indugiare tra di loro, potrebbe essere per lui un errore fatale. Un errore che questo animale molto spesso paga con la vita.



L'ombra del vento: "un libro che parla di libri, di autori di libri, di lettori e di editori. E soprattutto del potere delle parole, dello spirito di chi le ha scritte e anche di chi le legge" (wikipedia).


 
 
 
 
 
 
 
 
Shangai Baby: Da Shanghai, città multirazziale percorsa da nuovi fermenti, simbolo della Cina che cambia, arriva questo libro che si è affermato come un caso letterario clamoroso. Ha entusiasmato migliaia di giovani cinesi che vi si sono riconosciuti e lo hanno letto in massa, scaricandolo da Internet quando le autorità di Pechino lo hanno messo al bando per il suo contenuto scabroso.


Shanghai Baby racconta di Coco, venticinquenne ambiziosa e inquieta, ex giornalista e scrittrice, cameriera in un bar di Shanghai. Coco ama Tiantian, un ragazzo alto e bello, ma impotente e dedito all’eroina. Al tempo stesso ha un sogno: scrivere il romanzo che dovrebbe renderla celebre. Un giorno conosce Mark, un uomo d’affari tedesco, sposato. E non esita a intrecciare con lui una rovente storia di sesso e a tradire Tiantian pur continuando ad amarlo perdutamente, con intensità disperata. Progioniera di un gioco distruttivo, divisa tra due sentimenti in conflitto - l’amore e la passione - rischia di andare alla deriva, di perdere il controllo sul proprio destino. Ma trova nella vita, con le sue esaltazioni e le sue sofferenze, la forza per rimettersi in strada e affermarsi come scrittrice. Sullo sfondo, descritta con grazia e freschezza, si staglia la magica città di Shanghai, misteriosa e sfavillante di luci, variopinta e chiassosa, invasa da giovani che come Coco hanno una mentalità libera e idee all’avanguardia, che frequentano le discoteche e si stordiscono di musica tecno, che vivono come se non esistesse un domani. Storia estrema ed emozionante sotto il segno di Henry Miller e di Tropico del Cancro, Shanghai Baby dà voce non solo a una straordinaria autrice ma a un’intera generazione di giovani cinesi di oggi. Recensione da: http://www.tuttocina.it/editoria/shangbab.htm


La Trilogia Millennium: provate a pensare a Pippi Calzelunghe...

Uomini che odiano le donne
La ragazza che giocava con il fuoco
La regina dei castelli di carta


La variante di Luneburg: la vita come una scacchiera e i personaggi come pedine in una partita che incarna uno dei periodi più tristi e più bassi della storia dell'uomo

venerdì 28 maggio 2010

GIAPPONESE IN TERRA STRANIERA

Giravo tra i ragazzi che il primo maggio stavano a Roma, in piazza San Giovanni, per il concerto e prevedevo tra loro, tra qualche anno, i miei figli. Ero curiosa di vedere cosa facevano, come si comportavano, se riuscivo a riconoscere nel loro modo di fare, di parlare, di interagire, qualcosa del mio passato.
Forse per il caldo, oppure per lo stordimento del vino, della birra e anche di altro (stordimento loro, non mio!), mi sono sembrati più seri, più tristi e più annoiati. Allora mi sono messa a scattare le foto con il cellulare, un po' come una giapponese in terra straniera. Poi la sera, dopo aver passato qualche ora in albergo con l'idea che il tempo sta correndo velocemente sotto i miei piedi, li ho ritrovati lì, come ridestati, che saltavano tutti insieme sopra uno strato di cocci e di immondizia. Con alcuni di loro abbiamo anche scherzato...
Quando verso la fine del concerto ho sentito Capossela che cantava il ballo di san Vito, mi è sembrata la colonna sonora giusta per tutta quella giornata e allora ho pensato di mettere insieme queste foto, per rendere, almeno, spero, in parte, quell'atmosfera che mi ha molto colpito. 
Questo è il mio primo video, il primo che ho montato. Senza grande successo direi, ma lo posto come "ricordo" e lo dedico al mio Signor G, che stava lì con me.

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sabato 22 maggio 2010

E SE DOMANI...

"Ma che palle nonna, sempre con quest'epoca dell'inciviltà!". Questi proprio non mi capiscono, non si rendono conto del rischio che abbiamo corso: "non c'erano più regole, bambini!". Forse è vero, lo ripeto un po' troppo spesso. Ma vi immaginate lo shock che ha vissuto la mia generazione?
Il governo dell'odio era nato, sembrava, per caso. Da quando era passata l'idea che si faceva politica contro qualcuno o qualcosa, avevamo cominciato la nostra discesa. Confusi, sopraffatti, storditi, eravamo arrivati, a poco a poco, a schierarci anche contro la cultura, la democrazia, la storia. Giudice era diventato il sinonimo di giustiziere, politico di ladro, giornalista di bugiardo, lavoratore di truffatore. La gente aveva perso l'amore per il lavoro e nessuno aveva più voglia di lamentarsi di niente. Le strade si erano riempite di buche e nessuno le riparava, i mezzi di trasporto si rompevano e nessuno li sostituiva. Molti padri e molte madri andavano a lavorare ma nessuno li pagava più. I figli erano sempre più ignoranti, perché giorno dopo giorno si era impoverita anche la scuola. Di risorse, ma soprattutto di contenuti. Tutto questo, però, il telegiornale non lo diceva. Il telegiornale serviva a trasformare i cittadini in spettatori, non al contrario. I poveri erano sempre di più, e sempre più poveri, ma se in piazza il politico di turno li riconosceva, li prendeva su di peso, li metteva sopra un palco e li riempiva di gloria: "Sono loro - diceva - la nostra missione". Poi i poveri scendevano dal palco e ritornavano a casa con la stessa fame di prima... .
"A me mi sa che la nonna non ci sta più con la testa. E' ripetitiva, esagerata... . Se le cose fossero andate come dice lei, a quest'ora il mondo sarebbe finito". L'ho sentita, mia nipote, dire così a sua sorella. Che bello sentirla! Loro non c'erano, per fortuna. Adesso è diverso. E' la quiete dopo la tempesta... Ma come abbiamo fatto a tornare alla normalità? Proprio non mi ricordo. Non mi ricordo più nemmeno come si chiama mia nipote... Forse è vero, forse la nonna non ci sta più... .

lunedì 17 maggio 2010

2 AGOSTO 1990


"Che bello, vai a casa?"
Ero felice per un amico arabo che aveva in mano quello che a me a prima vista era sembrato un biglietto aereo.
2 agosto 1990: "Non vado a casa. Saddam ha invaso il Kuwait. C'è la guerra... Krieg...".
Ero in una classe del Goethe Institut di una grigissima città della Germania del Nord, Saddam Hussein aveva appena invaso il Kuwait e lì era pieno di ragazzi arabi letteralmente storditi, come se avessero veramente avuto addosso le bombe che pochi mesi dopo avrebbero dilaniato i loro paesi. Alcuni di loro volevano tornare a casa ma non potevano, perché erano stati interrotti i collegamenti aerei. Io volevo tornare a casa, perché lì era tutto brutto, scuro e poco stimolante.
Quel ragazzo aveva il suo nome scritto sulla maglietta: Iahia, cioè, mi disse, Isaia. Diciotto anni, forse, o poco più. Era seduto nella sala della tv dell'ostello in cui abitavo e dove nei giorni precedenti si guardavano i mondiali di Italia '90. "Guarda Schillaci, ha gli occhi da bestia... Tier..." commentavano durante l'ultima partita dell'Italia. E dopo la sconfitta degli azzurri in semifinale contro l'Argentina erano tutti per le strade a festeggiare. Contro gli Italiani.
Pochi giorni dopo quest'atmosfera calcistica anti italiana che mi era sembrata cupa assumeva contorni molto più sbiaditi.
Improvvisamente c'erano gruppi di giovani arabi che da un momento all'altro, senza volerlo veramente, erano diventati nemici. Sembrava di stare in in piccolo laboratorio del mondo in cui le due parti in causa, pro e contro Saddam, si schieravano in assetto di guerra (e si temevano risse e coltelli...). Poi c'erano anche gli americani, e i non allineati del Nord Europa: ognuno ripeteva in vitro il suo ruolo.
Intanto Iahia teneva in mano quel pezzo di carta che in realtà era la ricevuta del rimborso del biglietto aereo e stava decidendo come affrontare quella realtà surreale. Lì era tutto tranquillo, in apparenza immutato: i nostri vestiti, le facce, la tv, la birra... Ma c'era un dato di fatto: adesso molti di loro erano soli. Senza ritorno, senza casa, senza famiglia. Forse è per questo motivo che Iahia decise di passare la notte seduto sui gradini delle scale dell'ostello, con me e la mia amica turca Tibet . Una notte intera per raccontarci la storia della sua famiglia. Ricordo che parlò di sua sorella, che mi sembra fosse un medico, di suo cognato, e di suo padre: uno che non si arrendeva. Per questo Iahia si preoccupava: "Ha problemi a una gamba, devo tornare a casa. Penso di arrivare in Giordania e poi vedrò...". Lo abbiamo lasciato raccontare tutta la notte. Tibet faceva più domande di me. Poi hanno cominciato a parlare del Corano, e della lettura metrica... .
La mattina dopo mentre andavo a scuola a piedi Iahia, che passava in macchina, mi ha chiesto se volevo un passaggio. Ho risposto di no. Lui è sceso, ha raccolto un fiore giallo nel giardino di una casa e me l'ha regalato. Due giorni dopo ha trovato, credo, un biglietto per la Giordania.
Per preparare un esame da sostenere prima di tornare finalmente a casa, in Italia, mi è stato assegnato un tema libero e mi è venuta in mente questa frase, che per me, negli anni, è diventata quasi un mantra: "bisogna imparare a rimanere da soli - man muss lernen allein zu bleiben". Non mi ricordo quello che ho scritto, ma sono certa di averlo fatto sentendo sulla pelle il segno profondo e disperato della solitudine di quei ragazzi.