L'Oxford English Dictionary lo considera una voce e gli attribuisce il significato di to heart. Un disegno dunque, quello del cuore, entra a far parte a tutti gli effetti del dizionario e presumibilmente è il primo di una serie piuttosto lunga.
Dovremo rivedere la nostra cultura della catalogazione della lingua? E, ancora di più, come è cambiato il rapporto tra segno e significato?
Ne parla qui Francesca Chiusaroli, nellla sezione "Che carattere" del blog www.scritturebrevi.it .
Vi consiglio vivamente la lettura.
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venerdì 29 marzo 2013
giovedì 28 marzo 2013
#scritturebrevi e DONNE DELLA REALTA'
Grazie alla collega Paola Ciccioli, che oggi ha ospitato un mio post sul blog Donne della realtà.
Qui potete leggere che tipo di donna della realtà è Paola Ciccioli (se non la conoscete già) e, vi garantisco, vale la pena di dare un'occhiata.
Il mio post lo potete leggere qui:
#scritturebrevi per arrivare al cuore
Ed ecco le donne della realtà:
Qui potete leggere che tipo di donna della realtà è Paola Ciccioli (se non la conoscete già) e, vi garantisco, vale la pena di dare un'occhiata.
Il mio post lo potete leggere qui:
#scritturebrevi per arrivare al cuore
Ed ecco le donne della realtà:
"Dove sono finite le donne che lavorano, che studiano, che coltivano i sogni con la fatica, che cercano di non piegarsi alla precarietà?
Sono scomparse o quasi dai media italiani.
Altri sono i modelli imperanti: escort, veline, donne che sembrano avere come unico obiettivo ingraziarsi il maschio più ricco e potente.
E conquistare così una visibilità e un ruolo per i quali non servono curriculum, impegno e neppure valori morali ma aspetto fisico e spregiudicatezza".
(dal blog)
Cristina Morini
Daniela Aurelia Stigliano
Letizia Mosca
Paola Ciccioli
Francesca Mineo
Elena Tebano
Chiara Volpato
Lorenzo Di Palma
Daniela Aurelia Stigliano
Letizia Mosca
Paola Ciccioli
Francesca Mineo
Elena Tebano
Chiara Volpato
Lorenzo Di Palma
martedì 2 ottobre 2012
DATECI LA RIVOLUZIONE
Dateci la rivoluzione. Con la polvere e lo strepito. Che tocchi l’intimo della vita. Che porti a una rinascita, a una trasformazione vera da avvertire sottopelle, che non sia il solito «cambiare tutto perché non cambi niente».
Dateci la rivoluzione. Ma non una di quelle che usano il fuoco o la ghigliottina. Che si tengano le teste mozzate che rotolano lungo una strada in discesa: nella nostra rivoluzione non si contano i morti, ma solo i vivi.
Dateci la rivoluzione. Che vada oltre l’utopia, una di quelle culturali, di quelle primavere del cervello sociale capace di rivoltare l’animo dell’Occidente finanziario e industriale. Una rivoluzione universale che distrugga le certezze plastificate e che cancelli lo stile di vita cannibalistico che ci hanno lasciato.
Dateci la rivoluzione. Che parta dall’inizio e mai dalla fine. Dalla mancanza, dal vuoto che sentiamo dentro e dal silenzio rotto solo dalle suonerie dei cellulari. Una rivoluzione con un Manifesto in cui Marx, studente in filosofia dei giorni nostri, è incazzato nero e ci richiama tutti all’unità: noi, gli umanisti di tutto il mondo. Uniamoci per non vergognarci più d’essere letterati, storici, antropologi, filosofi, giuristi, psicologi, giornalisti, artisti. Per non credere più che sia stato solo un nostro divertimento capire l’uomo e i suoi derivati. Per non rimproverarci ogni volta che cerchiamo lavoro. Per trovare il nostro ruolo e il nostro posto.
Dateci la rivoluzione. Che ci faccia sputare la carota che ci hanno messo in bocca e spezzare il bastone col quale ci minacciano. Che ci convinca che noi umanisti siamo indispensabili in questo mondo di proprietà dell’economia e dell’ingegneria sociale. Perché accanto a chi sintetizza prodotti chimici ci sia uno che sintetizzi concetti. Per far capire al mondo che senza quelli come noi le auto sono solo ferraglia buona per la ruggine, i ponti trampolini per i suicidi e i palazzi placebo per l’insonnia. Senza quelli come noi, che provano a dare un senso alla vita, l’uomo avrebbe una casa per il corpo ma non per la mente, non avrebbe parole da cantare o film davanti cui emozionarsi. Senza quelli come noi, non si parlerebbe d’umanità e avremmo un futuro costruito. Ma solo verso il nulla.
E infine, dateci i rivoluzionari. Che ne facciano una questione di vita più che di morte. Che non si prostituiscano, che non facciano a brandelli loro stessi, che non si vergognino a fabbricare parole, concetti, idee. Che si ricordino che persino la rivoluzione è solo «un quarto realtà», e che poi «è sempre tre quarti fantasia». Perché è vero che Dio non è mai stato un ingegnere costruttore, ma un filosofo con la dote per gli affari.
uMan360
http://www.uman360.it/dateci-la-rivoluzione/
Dateci la rivoluzione. Ma non una di quelle che usano il fuoco o la ghigliottina. Che si tengano le teste mozzate che rotolano lungo una strada in discesa: nella nostra rivoluzione non si contano i morti, ma solo i vivi.
Dateci la rivoluzione. Che vada oltre l’utopia, una di quelle culturali, di quelle primavere del cervello sociale capace di rivoltare l’animo dell’Occidente finanziario e industriale. Una rivoluzione universale che distrugga le certezze plastificate e che cancelli lo stile di vita cannibalistico che ci hanno lasciato.
Dateci la rivoluzione. Che parta dall’inizio e mai dalla fine. Dalla mancanza, dal vuoto che sentiamo dentro e dal silenzio rotto solo dalle suonerie dei cellulari. Una rivoluzione con un Manifesto in cui Marx, studente in filosofia dei giorni nostri, è incazzato nero e ci richiama tutti all’unità: noi, gli umanisti di tutto il mondo. Uniamoci per non vergognarci più d’essere letterati, storici, antropologi, filosofi, giuristi, psicologi, giornalisti, artisti. Per non credere più che sia stato solo un nostro divertimento capire l’uomo e i suoi derivati. Per non rimproverarci ogni volta che cerchiamo lavoro. Per trovare il nostro ruolo e il nostro posto.
Dateci la rivoluzione. Che ci faccia sputare la carota che ci hanno messo in bocca e spezzare il bastone col quale ci minacciano. Che ci convinca che noi umanisti siamo indispensabili in questo mondo di proprietà dell’economia e dell’ingegneria sociale. Perché accanto a chi sintetizza prodotti chimici ci sia uno che sintetizzi concetti. Per far capire al mondo che senza quelli come noi le auto sono solo ferraglia buona per la ruggine, i ponti trampolini per i suicidi e i palazzi placebo per l’insonnia. Senza quelli come noi, che provano a dare un senso alla vita, l’uomo avrebbe una casa per il corpo ma non per la mente, non avrebbe parole da cantare o film davanti cui emozionarsi. Senza quelli come noi, non si parlerebbe d’umanità e avremmo un futuro costruito. Ma solo verso il nulla.
E infine, dateci i rivoluzionari. Che ne facciano una questione di vita più che di morte. Che non si prostituiscano, che non facciano a brandelli loro stessi, che non si vergognino a fabbricare parole, concetti, idee. Che si ricordino che persino la rivoluzione è solo «un quarto realtà», e che poi «è sempre tre quarti fantasia». Perché è vero che Dio non è mai stato un ingegnere costruttore, ma un filosofo con la dote per gli affari.
uMan360
http://www.uman360.it/dateci-la-rivoluzione/
mercoledì 12 settembre 2012
ISTANTI
Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.
Jorge Luis Borges
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.
Jorge Luis Borges
lunedì 10 ottobre 2011
Perchè tanto non si firmavano..! Questa è de-responsabilizzazione (oltre che mancanza di coraggio). Ovvero non libertà, ma il suo perfetto contrario.
di Vasco Rossi - su Facebook
Il puro e semplice erudito, ad esempio il professore ordinario di certe Università, guarda una testa pensante ed originale più o meno come si guarda una lepre: la si può cucinare e mangiare solo quando è morta, ma finché è viva le si deve solo sparare.
... Arthur Schopenhauer
Iniziamo a dire subito che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco va discusso, al massimo. Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: è già strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio.
Durante tutta la sua carriera artistica e nel corso della sua vita sia pubblica che privata, Vasco ha detto e fatto un sacco di cose reprensibili, illogiche, sbagliate, che ben si prestano alla critica, al dissenso e al rimprovero sia logico che morale. Ma che dico “un sacco”? In realtà non ha fatto praticamente altro! Cattivo maestro, pessimo esempio, assolutamente improponibile come modello educativo o simbolo di successo sociale. Il fatto che non sia rimasto un Signor Rossi fallito destinato a restare nell’anonimato fino alla morte è un caso da studiare. Probabilmente è da attribuire ad un esercito di cerebrolesi plagiati da un Vasco-personaggio fuori dal mondo, sopra le righe, o che tirando le righe è uscito fuori di senno.
Dopo essersi autodefinito rockstar, a sessant’anni si mette a fare “clippini” che pubblica su Internet in cui dice tutto quello che gli passa per la mente, quindi a volte anche niente! Ma spesso facendo affermazioni socialmente e moralmente inaccettabili o addirittura offensive su temi di interesse collettivo come la libertà, la sicurezza stradale o le droghe. E dice di voler diventare un “social rocker”!
E’ pazzo. Oppure è affetto da una grave forma di demenza senile. Questo pensa sempre di più la gente.
L’ultima che ha combinato è stata quella di aver fatto chiudere - per protesta loro - una pagina web: Nokopedia, una parodia di Wikipedia gestita da giovanissimi senza peli sulla lingua. E’ andato contro il principio stesso della libertà espressiva! E soltanto per qualche insulto e un po’ di diffamazione irrispettosa nel suoi confronti, di cui comunque è e resta pieno tutto il web.
Vasco non è nuovo a errori del genere. Fin dall’inizio della sua carriera ne ha fatti di simili. A partire dal 1980, per esempio, si mise contro un giornalista solo perché l’aveva criticando scrivendo che era uno zombie ebete e un animale che inneggiava alla droga e che era buono solo per recite di beneficienza all’ospizio. Vasco se la prese troppo e gli diede troppo peso, alla cosa. Fece l’errore illogico, per la sua immagine pubblica, di dargli troppa importanza: lo citò in più di una canzone, addirittura (da “quel tale che scrive sul giornale” di “Vado al Massimo” fino alla sintassi spericolata di “Blasco Rossi”: “a vedere se quel tale arrivava fin là in fondo, arrischiando, per lui stesso, d’affogare!”). All’epoca il giornalista di “Oggi”, l’ormai famoso Salvalaggio, era più conosciuto di Vasco, ma se Vasco non l’avesse presa così sul personale, adesso più nessuno ricorderebbe il suo nome, e invece così lui lo ha reso praticamente immortale.
In modo analogo accade con Nokopedia: mai stata così famosa prima che Vasco ci entrasse in polemica.
Ormai, praticamente tutti sanno che per ottenere un po’ di notorietà è sufficiente attaccare pesantemente Vasco Rossi.
Niente di più semplice: lui, chissà perché e chissà come (“non so come e anche male”!), pur essendo un personaggio pubblico, si ostina a voler prendere ogni cosa sul personale.
Niente di più agevole: lui non agisce al solo fine di trovare un consenso più ampio possibile, come fanno tutte le persone “normali”, no, lui sembra che faccia proprio il contrario! Forse, perfino, si diverte (“liberi, liberi di sbagliare”).
Niente di più facile: lui di errori ne fa tanti e continuamente.
E’ questo il punto. Vasco è tanto criticabile perché un personaggio pubblico assolutamente fuori dalle righe, è reprensibile perché è un cantautore totalmente al di là delle regole; è incomprensibile perché è un uomo che non persegue, come tutti fanno, solo il proprio profitto personale. E’ un folle che fugge da ogni omologazione esistente. E’ un anti-eroe che ha l’ormai rarissimo coraggio di sbagliare. E’ una mina vagante. E’ imprevedibile. E’ un essere assurdo in questo mondo: è libero! E quindi socialmente pericoloso: potrebbe essere contagioso. Se ogni individuo si mettesse davvero a pensare, ogni ordine sociale verrebbe indebolito e poi destituito: VASCO NON E' GESTIBILE! (neanche dal suo stesso staff!).
Finiamo allora col dire esplicitamente che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco VA discusso AL MASSIMO: perché la libertà significa discutere e non essere tutti d’accordo; significa sbagliare rispetto al giudizio collettivo; significa abbandonare la ricerca ossessiva del consenso altrui per seguire invece la ricerca intima del proprio significato.
Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: perché è vivo! Perché è ancora libero. Ed è strano, è raro, quasi unico per questo! Ed è anche strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio: è un’eccezione, un miracolo splendido!
La minoranza delle persone che oggi è ancora capace di pensare (ovvero "i soliti", "i difficili"...!), ringrazia Vasco per il suo coraggio di mettere in gioco la propria immagine esponendosi alle critiche e perfino alla gogna mediatica; lo ringrazia per la sua ostinazione ad agire seguendo principi che, essendo privi di ogni logica del consenso, oggi sono decisamente sconvenienti; lo ringrazia perché non si fa problemi a pagare personalmente il prezzo altissimo imposto dal mercato attuale alla libertà dell’individuo, ma lo ringrazia soprattutto per la sua capacità di dimostrare che il nostro tempo non ha capito affatto cosa sia veramente la libertà dell’individuo.
La mistificazione del linguaggio oggi dominante in ogni campo (in un mondo mediatico in cui la guerra diventa “missione di pace” o “preventiva” o addirittura “esportazione di democrazia”!) impedisce soprattutto ai più giovani di capire un cazzo senza la “k”: infatti confondono squallidamente la “libertà di espressione” con la mancanza di educazione e, come insegnano i veri “cattivi maestri” degli attuali programmi televisivi, scambiano la “sincerità” con la più assoluta mancanza di rispetto per se stessi e di pudore.
Su Nokopedia scrivevano anche che Vasco spacciava droga davanti alle scuole...! Perchè tanto non si firmavano..! Questa è de-responsabilizzazione (otre che mancanza di coraggio). Ovvero non libertà, ma il suo perfetto contrario.
I ragazzi di Nokopedia (o come diavolo si chiama) agiscono bene, secondo le regole comportamentali dominanti in quest’epoca di morale televisiva, perché perseguono bene il loro scopo di profitto e di notorietà a danno di qualcun altro, a scapito di qualcun altro che, a differenza loro, il successo lo ha sudato e meritato agendo e sbagliando liberamente e (quindi) in modo autonomo. Non è colpa loro, in fondo (forse!), se credono che offendere e diffamare qualcuno sia un agire libero (o liberatorio?) e neanche se viviamo in un mondo che non solo non è libero, ma anche mistificatorio. Non sanno quello che dicono. Ma quel che è più grave è che non sanno neppure chi sono.
Abbandonati a se stessi, continueranno - generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, - a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. (..) A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto.
George Orwell, “1984”
Il puro e semplice erudito, ad esempio il professore ordinario di certe Università, guarda una testa pensante ed originale più o meno come si guarda una lepre: la si può cucinare e mangiare solo quando è morta, ma finché è viva le si deve solo sparare.
... Arthur Schopenhauer
Iniziamo a dire subito che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco va discusso, al massimo. Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: è già strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio.
Durante tutta la sua carriera artistica e nel corso della sua vita sia pubblica che privata, Vasco ha detto e fatto un sacco di cose reprensibili, illogiche, sbagliate, che ben si prestano alla critica, al dissenso e al rimprovero sia logico che morale. Ma che dico “un sacco”? In realtà non ha fatto praticamente altro! Cattivo maestro, pessimo esempio, assolutamente improponibile come modello educativo o simbolo di successo sociale. Il fatto che non sia rimasto un Signor Rossi fallito destinato a restare nell’anonimato fino alla morte è un caso da studiare. Probabilmente è da attribuire ad un esercito di cerebrolesi plagiati da un Vasco-personaggio fuori dal mondo, sopra le righe, o che tirando le righe è uscito fuori di senno.
Dopo essersi autodefinito rockstar, a sessant’anni si mette a fare “clippini” che pubblica su Internet in cui dice tutto quello che gli passa per la mente, quindi a volte anche niente! Ma spesso facendo affermazioni socialmente e moralmente inaccettabili o addirittura offensive su temi di interesse collettivo come la libertà, la sicurezza stradale o le droghe. E dice di voler diventare un “social rocker”!
E’ pazzo. Oppure è affetto da una grave forma di demenza senile. Questo pensa sempre di più la gente.
L’ultima che ha combinato è stata quella di aver fatto chiudere - per protesta loro - una pagina web: Nokopedia, una parodia di Wikipedia gestita da giovanissimi senza peli sulla lingua. E’ andato contro il principio stesso della libertà espressiva! E soltanto per qualche insulto e un po’ di diffamazione irrispettosa nel suoi confronti, di cui comunque è e resta pieno tutto il web.
Vasco non è nuovo a errori del genere. Fin dall’inizio della sua carriera ne ha fatti di simili. A partire dal 1980, per esempio, si mise contro un giornalista solo perché l’aveva criticando scrivendo che era uno zombie ebete e un animale che inneggiava alla droga e che era buono solo per recite di beneficienza all’ospizio. Vasco se la prese troppo e gli diede troppo peso, alla cosa. Fece l’errore illogico, per la sua immagine pubblica, di dargli troppa importanza: lo citò in più di una canzone, addirittura (da “quel tale che scrive sul giornale” di “Vado al Massimo” fino alla sintassi spericolata di “Blasco Rossi”: “a vedere se quel tale arrivava fin là in fondo, arrischiando, per lui stesso, d’affogare!”). All’epoca il giornalista di “Oggi”, l’ormai famoso Salvalaggio, era più conosciuto di Vasco, ma se Vasco non l’avesse presa così sul personale, adesso più nessuno ricorderebbe il suo nome, e invece così lui lo ha reso praticamente immortale.
In modo analogo accade con Nokopedia: mai stata così famosa prima che Vasco ci entrasse in polemica.
Ormai, praticamente tutti sanno che per ottenere un po’ di notorietà è sufficiente attaccare pesantemente Vasco Rossi.
Niente di più semplice: lui, chissà perché e chissà come (“non so come e anche male”!), pur essendo un personaggio pubblico, si ostina a voler prendere ogni cosa sul personale.
Niente di più agevole: lui non agisce al solo fine di trovare un consenso più ampio possibile, come fanno tutte le persone “normali”, no, lui sembra che faccia proprio il contrario! Forse, perfino, si diverte (“liberi, liberi di sbagliare”).
Niente di più facile: lui di errori ne fa tanti e continuamente.
E’ questo il punto. Vasco è tanto criticabile perché un personaggio pubblico assolutamente fuori dalle righe, è reprensibile perché è un cantautore totalmente al di là delle regole; è incomprensibile perché è un uomo che non persegue, come tutti fanno, solo il proprio profitto personale. E’ un folle che fugge da ogni omologazione esistente. E’ un anti-eroe che ha l’ormai rarissimo coraggio di sbagliare. E’ una mina vagante. E’ imprevedibile. E’ un essere assurdo in questo mondo: è libero! E quindi socialmente pericoloso: potrebbe essere contagioso. Se ogni individuo si mettesse davvero a pensare, ogni ordine sociale verrebbe indebolito e poi destituito: VASCO NON E' GESTIBILE! (neanche dal suo stesso staff!).
Finiamo allora col dire esplicitamente che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco VA discusso AL MASSIMO: perché la libertà significa discutere e non essere tutti d’accordo; significa sbagliare rispetto al giudizio collettivo; significa abbandonare la ricerca ossessiva del consenso altrui per seguire invece la ricerca intima del proprio significato.
Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: perché è vivo! Perché è ancora libero. Ed è strano, è raro, quasi unico per questo! Ed è anche strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio: è un’eccezione, un miracolo splendido!
La minoranza delle persone che oggi è ancora capace di pensare (ovvero "i soliti", "i difficili"...!), ringrazia Vasco per il suo coraggio di mettere in gioco la propria immagine esponendosi alle critiche e perfino alla gogna mediatica; lo ringrazia per la sua ostinazione ad agire seguendo principi che, essendo privi di ogni logica del consenso, oggi sono decisamente sconvenienti; lo ringrazia perché non si fa problemi a pagare personalmente il prezzo altissimo imposto dal mercato attuale alla libertà dell’individuo, ma lo ringrazia soprattutto per la sua capacità di dimostrare che il nostro tempo non ha capito affatto cosa sia veramente la libertà dell’individuo.
La mistificazione del linguaggio oggi dominante in ogni campo (in un mondo mediatico in cui la guerra diventa “missione di pace” o “preventiva” o addirittura “esportazione di democrazia”!) impedisce soprattutto ai più giovani di capire un cazzo senza la “k”: infatti confondono squallidamente la “libertà di espressione” con la mancanza di educazione e, come insegnano i veri “cattivi maestri” degli attuali programmi televisivi, scambiano la “sincerità” con la più assoluta mancanza di rispetto per se stessi e di pudore.
Su Nokopedia scrivevano anche che Vasco spacciava droga davanti alle scuole...! Perchè tanto non si firmavano..! Questa è de-responsabilizzazione (otre che mancanza di coraggio). Ovvero non libertà, ma il suo perfetto contrario.
I ragazzi di Nokopedia (o come diavolo si chiama) agiscono bene, secondo le regole comportamentali dominanti in quest’epoca di morale televisiva, perché perseguono bene il loro scopo di profitto e di notorietà a danno di qualcun altro, a scapito di qualcun altro che, a differenza loro, il successo lo ha sudato e meritato agendo e sbagliando liberamente e (quindi) in modo autonomo. Non è colpa loro, in fondo (forse!), se credono che offendere e diffamare qualcuno sia un agire libero (o liberatorio?) e neanche se viviamo in un mondo che non solo non è libero, ma anche mistificatorio. Non sanno quello che dicono. Ma quel che è più grave è che non sanno neppure chi sono.
Abbandonati a se stessi, continueranno - generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, - a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. (..) A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto.
George Orwell, “1984”
venerdì 1 ottobre 2010
MUSICA
La musica è la più spirituale delle arti dello spirito e l'amore per la musica è una garanzia di 'spiritualità'.
La musica è l'arte 'pura' per eccellenza: non dice nulla e non ha nulla da dire.
(P. Bourdieu, La distinzione, Parigi 1979)
La musica è l'arte 'pura' per eccellenza: non dice nulla e non ha nulla da dire.
(P. Bourdieu, La distinzione, Parigi 1979)
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mercoledì 29 settembre 2010
BLOCCATE IL PULSANTE OFF!
Qualche giorno fa Facebook si è spento per qualche ora. Con i miei amici ho scherzato sul fatto che alcuni avevano avuto un piccolo attacco di panico dovuto a questa assenza.
A parte gli scherzi, e senza considerare i casi patologici, è vera però una cosa: chi frequenta abitualmente i social network, e in particolare Fb, ha l'opportunità di vivere le amicizie, e più in generale i rapporti interpersonali, in modo completamente nuovo, cioè diacronico. Infatti abbiamo superato i limiti del tempo, oltre che quelli dello spazio: abbiamo potuto riallacciare, per esempio, se lo abbiamo voluto, rapporti interrotti da anni per i motivi più diversi, non sempre volontariamente, spesso solo a causa del normale avvicendarsi degli eventi. Abbiamo creato nuovi rapporti su vecchie amicizie e molti di questi nuovi rapporti non hanno necessariamente bisogno del contatto fisico, ma si nutrono delle parole scritte, di veloci scambi di battute, di conversazioni pubbliche o private, di emoticons, di fotografie, di musica e di video, ma anche di silenzio, di mera osservazione, di sola lettura, di ascolto. Relazioni fatte proprio così, che non potrebbero o non vorrebbero essere che così e che sicuramente sono, o possono essere, quotidiane e abitudinarie.
A parte gli scherzi, e senza considerare i casi patologici, è vera però una cosa: chi frequenta abitualmente i social network, e in particolare Fb, ha l'opportunità di vivere le amicizie, e più in generale i rapporti interpersonali, in modo completamente nuovo, cioè diacronico. Infatti abbiamo superato i limiti del tempo, oltre che quelli dello spazio: abbiamo potuto riallacciare, per esempio, se lo abbiamo voluto, rapporti interrotti da anni per i motivi più diversi, non sempre volontariamente, spesso solo a causa del normale avvicendarsi degli eventi. Abbiamo creato nuovi rapporti su vecchie amicizie e molti di questi nuovi rapporti non hanno necessariamente bisogno del contatto fisico, ma si nutrono delle parole scritte, di veloci scambi di battute, di conversazioni pubbliche o private, di emoticons, di fotografie, di musica e di video, ma anche di silenzio, di mera osservazione, di sola lettura, di ascolto. Relazioni fatte proprio così, che non potrebbero o non vorrebbero essere che così e che sicuramente sono, o possono essere, quotidiane e abitudinarie.
Non penso sia il caso di chiedersi se è questo è un bene o un male. E' semplicemente una parte della nostra realtà, che io personalmente trovo affascinante perché fonde passato e presente e crea nuove situazioni, nuove opportunità, dandoci a volte una possibilità in più rispetto a occasioni perdute, a idee ormai scordate in qualche angolo della memoria, a persone diventate lontanissime e fino a oggi di fatto inesistenti.
Allora, le tre ore in cui Facebook è scomparso la scorsa settimana mi hanno fatto pensare: e se improvvisamente Fb non ci fosse più? Si può dire che se ne andrebbe una parte di ciascuno di noi? E in questo caso, chi dovremmo incolpare del furto?
Noi siamo quelli che per la prima volta hanno portato fuori da sé la sfera emotiva delle relazioni interpersonali, affidandola a una nuvoletta che non solo non è contenuta dentro la nostra testa, ma non sta nemmeno dentro il nostro pc.
Non diamo giudizi di valore, però riflettiamo su questo, anche perché c'è già un caso famoso (e discusso) di cancellazione arbitraria da remoto. Due libri, ironia del caso La Fattoria degli animali e 1984 di George Orwell, dopo essere stati messi in vendita da Amazon sono stati successivamente cancellati da Kindle (dove erano stati legalmente scaricati) perché il titolare dei diritti di pubblicazione è tornato sull'accordo rescindendolo. Il tutto è stato giustificato legalmente sia con il fatto che la somma pagata è stata riaccreditata agli utenti, sia con la motivazione che in realtà chi acquista un libro compra il diritto di fruirne, ma alle condizioni di chi ne detiene i diritti e in questo caso la cancellazione era prevista.
Navigando in rete si trovano molti commenti riguardo a questo fatto. Abbastanza significativo è il titolo di un post di TechCrunch, che dice: "Amazon, why don't you come in our houses and burn our books too?".
Il punto è proprio questo. C'è uno snodo importante di questa modernissima dimensione, attraverso il quale si ha una vera e propria inversione di marcia.
Noi usufruiamo di moltissimi servizi che sono collocati fuori dalla nostra persona, dalle nostre case, dai nostri hardware. Non è solo Facebook, come visto. In questo modo scarichiamo libri, depositiamo dati, foto, documenti, utilizziamo sistemi operativi... .
Però tutto questo poi torna prepotentemente, non solo nelle nostre case, ma nelle nostre vite.
E qualcuno, improvvisamente, può premere off. Come visto, è già successo.
E' indubbio che uno dei vantaggi della tecnologia digitale sia proprio quello di spegnere, formattare, revocare da remoto. E' inutile soffermarsi qui sulle numerosissime applicazioni di questa "virtù", che ci rende più facile la vita di ogni giorno. Due dubbi però mi restano: dove finiranno tutte le emozioni, le reti di rapporti, i pezzi di storia nostra che ogni giorno creiamo attraverso questi strumenti se qualcuno deciderà di spegnere tutto? E poi: che succederà se un giorno qualcun altro deciderà di servirsi di questa opzione con intenzioni peggiori di quelle dell'e-bottegaio di turno?
Allora, le tre ore in cui Facebook è scomparso la scorsa settimana mi hanno fatto pensare: e se improvvisamente Fb non ci fosse più? Si può dire che se ne andrebbe una parte di ciascuno di noi? E in questo caso, chi dovremmo incolpare del furto?
Noi siamo quelli che per la prima volta hanno portato fuori da sé la sfera emotiva delle relazioni interpersonali, affidandola a una nuvoletta che non solo non è contenuta dentro la nostra testa, ma non sta nemmeno dentro il nostro pc.
Non diamo giudizi di valore, però riflettiamo su questo, anche perché c'è già un caso famoso (e discusso) di cancellazione arbitraria da remoto. Due libri, ironia del caso La Fattoria degli animali e 1984 di George Orwell, dopo essere stati messi in vendita da Amazon sono stati successivamente cancellati da Kindle (dove erano stati legalmente scaricati) perché il titolare dei diritti di pubblicazione è tornato sull'accordo rescindendolo. Il tutto è stato giustificato legalmente sia con il fatto che la somma pagata è stata riaccreditata agli utenti, sia con la motivazione che in realtà chi acquista un libro compra il diritto di fruirne, ma alle condizioni di chi ne detiene i diritti e in questo caso la cancellazione era prevista.
Navigando in rete si trovano molti commenti riguardo a questo fatto. Abbastanza significativo è il titolo di un post di TechCrunch, che dice: "Amazon, why don't you come in our houses and burn our books too?".
Il punto è proprio questo. C'è uno snodo importante di questa modernissima dimensione, attraverso il quale si ha una vera e propria inversione di marcia.
Noi usufruiamo di moltissimi servizi che sono collocati fuori dalla nostra persona, dalle nostre case, dai nostri hardware. Non è solo Facebook, come visto. In questo modo scarichiamo libri, depositiamo dati, foto, documenti, utilizziamo sistemi operativi... .
Però tutto questo poi torna prepotentemente, non solo nelle nostre case, ma nelle nostre vite.
E qualcuno, improvvisamente, può premere off. Come visto, è già successo.
E' indubbio che uno dei vantaggi della tecnologia digitale sia proprio quello di spegnere, formattare, revocare da remoto. E' inutile soffermarsi qui sulle numerosissime applicazioni di questa "virtù", che ci rende più facile la vita di ogni giorno. Due dubbi però mi restano: dove finiranno tutte le emozioni, le reti di rapporti, i pezzi di storia nostra che ogni giorno creiamo attraverso questi strumenti se qualcuno deciderà di spegnere tutto? E poi: che succederà se un giorno qualcun altro deciderà di servirsi di questa opzione con intenzioni peggiori di quelle dell'e-bottegaio di turno?
mercoledì 22 settembre 2010
domenica 19 settembre 2010
IL PANORAMA QUI E' MERAVIGLIOSO
E' possibile che, a forza di dare di Ancona giudizi poco lusinghieri, siano cresciute generazioni e generazioni di persone che questa città non la amano. Se non si ama il posto in cui si vive, se non si sente questo luogo come la propria casa, se non si vede l'ora di scappare via, per il fine settimana, per le vacanze, per studiare, per andare a vivere altrove, nessuno, o quasi nessuno, avrà a cuore il futuro, e tanto meno il presente di questo luogo, che sarà solo di passaggio, come la sala di attesa di una stazione.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontrala cultura. E ’ questa la voce più significativa del bilancio di un contenitore culturale che ha funzionato bene perché è stato costruito dalle braccia di tutti coloro che ad Ancona hanno fatto della cultura e dello spettacolo la propria missione o il proprio mestiere.
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontra
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.
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martedì 14 settembre 2010
I RAGAZZI DELLA PRIMA
Il mio compagno di banco della prima elementare si chiamava Danilo, aveva il grambiule a quadretti e il fiocco blu. Era piccolo piccolo, ma scriveva sul quaderno delle lettere grandissime. La maestra ci ha detto che non ci avrebbe mai chiamato bambini, ma RAGAZZI.
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".
venerdì 10 settembre 2010
FINE
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giovedì 2 settembre 2010
NON STARO' PECCANDO D'IMMAGINAZIONE, COME SEMPRE?
C'è un filone lettarario abbastanza recente che riporta in auge gli antichi epistolari, anche se il topos della lettera scritta a mano ha ormai lasciato il posto a quello della comunicazione informatica.
Nel "Viaggiatore del secolo" di Andrés Neuman, pure se il romanzo è ambientato all'inizio del diciannovesimo secolo, gli scambi epistolari tra i protagonisti restituiscono al lettore un'idea di velocità e di urgenza comunicativa che è propria dei nostri giorni.
Essendo io stessa una curiosa e affezionata degli scambi epistolari (preferibilmente elettronici), apprezzo in particolare il fatto che qui l'autore mostri il gioco affascinante che si crea nell'interpretare la scelta delle parole, la loro disposizione, il gioco del detto e del non detto, che ci fanno comprendere, o credere di comprendere, la disposizione d'animo dichiarata e anche quella nascosta di chi scrive.
"Carissimo amico,
(carissimo, si esaltò Hans),
Carissimo amico, ricambio la poesia di Novalis con una delle mie poesie preferite della Mereau, non so se la conosci. L'ho scelta perché si rivolge a noi lettrici, a tutte le donne che sognano un'altra vita in questa vita.
(un'altra vita? si fermò Hans, allora quella che ha, quella che sta per avere, la vita che l'attende dopo l'estate, non è quella che spera? allora forse no? Basta, leggi!)
.......
E benché tu sia un lettore in questo ti considero un mio pari. Perciò qui sotto ti copio alcuni versi, quelli che a me sembrano più belli, sperando che oggi o domani tu abbia voglia di rispondermi con un'altra poesia.
(A-ah. Mi invita a risponderle. Questa è una novità. Cioè mi lascia l'ultima parola. Non sarà un'offerta? Un modo di darsi? Non starò peccando d'immaginazione, come sempre?)
Affettuosamente tua,
SOPHIE
(Mmm, Affettuosamente. Non sembra un gran... No, decisamente no. Però il nome è al completo. Cioè, non è un po' come se me lo consegnasse? Come se mi dicesse: sono tutta tua. Sono Sophie, sono, ma dai! che stupidaggine! Vado a farmi il bagno. No, è troppo tardi. Il vecchio mi aspetta. Improvvisamente qui dentro fa caldo, mi pare. Va bene, vediamo questa poesia. Le rispondo domani. Però accidenti. O cerco qualcosa adesso? Meglio domani.)
Questo di Neuman è stato definito un "romanzo totale", un dialogo tra il grande romanzo ottocentesco e le avanguardie moderne, ponte tra la storia e i temi del nostro presente. E se, tra i grandi temi del nostro presente trattati nel testo si ritrovano quello delle migrazioni, dei nuovi nazionalismi, dell'emancipazione della donna, a me sembra che altrettanto attuale sia questa modernissima concezione della comunicazione scritta, che, a nostra insaputa, è tornata a essere centrale nei nostri comportamenti quotidiani e che, come per i due innamorati clandestini della storia, veste oggi i panni della massima informalità, della "personalizzazione" estrema e si spoglia di qualsiasi ridondanza verbale e sintattica (si spoglia persino dei due punti, delle virgolette e di molti segni di interpunzione), per rispondere alla sempre più diffusa voglia di immediatezza.


Credo che, mentre le generazioni successive alla mia (che ho da poco superato i 40) avevano quasi completamente dimenticato l'uso della scrittura a favore di una oralità prevalente (la tv, bla bla bla...), oggi i ragazzi l'abbiano recuperato in maniera netta anche se con regole e consuetudini completamente diverse rispetto al passato: scompare quasi del tutto la dimensione descrittiva per dare spazio ai dialoghi, che sono l'espressione dell'interattività, del qui e ora. Scompaiono, come detto, molte regole formali e soprattutto tornano gli ideogrammi, che oggi si chiamano, per esempio, emoticon e che si fondono con i segni grafici più astratti del nostro alfabeto tradizionale.
Si trasferisce invece in sede grafica la ridondanza, che prima era verbale: punti esclamativi, interrogativi e puntini di sospensione ripetuti in modo sovrabbondante come un googol, ripetizione delle lettere all'interno di una parola (beeeeeeeeeeeneeeeeeee!!!!!!! siiiiiiiiiiiiii!!!!!! nooooo!!!!! ...) o delle stesse parole (sisi, nono...).
Non scompare, infine, anzi torna in auge, il potere dell'interpretazione. Anche le menti più giovani e semplici traggono emozioni da questa nuova scrittura: da un'icona che più o meno inaspettatamente compare nei loro schermi ridendo o piangendo, dall'attesa che si crea osservando i puntini di sospensione nella nuvoletta di una chat, dal senso dell'assenza creato da un post che rimane appeso lì senza nessuna risposta.
Che dire poi degli "appostamenti" sui social network? Ogni adolescente contemporaneo sa che dalle pagine delle persone che ci interessano, ma che magari non vogliamo o non possiamo contattare direttamente, si può trarre una quantità immensa di informazioni. In questi casi, in assenza delle parole dette, dei gesti e degli sguardi, in assenza, cioè, della compresenza fisica, ci si deve ancorare saldamente ai testi, ai particolari delle fotografie. Loro, gli adolescenti, non lo sanno forse, ma questo significa interpretare i testi e, nel farlo, esercitare anche l'immaginazione accanto alla conoscenza razionale delle persone e dei fatti.
Essi si comportano, dunque, come il lontanissimo (nel tempo) protagonista del "Viaggiatore del secolo", costretto, fino all'incontro con la sua Sophie e tra un incontro e il successivo, a nutrirsi delle parole che lei scrive, esercitandosi, da parte sua e reciprocamente, in un uso del linguaggio altrettanto calibrato, personalizzato e significativo, nella consapevolezza che, in assenza di gesti e parole concrete, questo può essere il suo unico messaggero (Messenger? Msn?). Si potrebbe, a questo punto, aggiungere una ulteriore riflessione, indotta dal romanzo, e cioè che tanto maggiore è il peso dell'assenza colmato dalle parole e dall'immaginazione, tanto più potenti sono, a loro volta, la fisicità e la passione degli incontri.
La speranza è dunque che questo ritorno potente e pesante della parola scritta non si diriga verso una dimensione totalmente virtuale, ma riconduca a una realtà sempre più "vissuta", nella consapevolezza, anche inconscia, del diverso ma ugualmente necessario potere di ciascuna delle numerose possibilità di comunicazione di cui disponiamo. E, anche, che scompaia la paura di peccare d'immaginazione. Immaginare non è peccato. Immaginando si rischia di sbagliare o, meglio, di scostarsi dalla realtà, ma si ha anche l'opportunità di andare avanti, innovando e creando opportunità migliori.
Nel "Viaggiatore del secolo" di Andrés Neuman, pure se il romanzo è ambientato all'inizio del diciannovesimo secolo, gli scambi epistolari tra i protagonisti restituiscono al lettore un'idea di velocità e di urgenza comunicativa che è propria dei nostri giorni.
Essendo io stessa una curiosa e affezionata degli scambi epistolari (preferibilmente elettronici), apprezzo in particolare il fatto che qui l'autore mostri il gioco affascinante che si crea nell'interpretare la scelta delle parole, la loro disposizione, il gioco del detto e del non detto, che ci fanno comprendere, o credere di comprendere, la disposizione d'animo dichiarata e anche quella nascosta di chi scrive.
"Carissimo amico,
(carissimo, si esaltò Hans),
Carissimo amico, ricambio la poesia di Novalis con una delle mie poesie preferite della Mereau, non so se la conosci. L'ho scelta perché si rivolge a noi lettrici, a tutte le donne che sognano un'altra vita in questa vita.
(un'altra vita? si fermò Hans, allora quella che ha, quella che sta per avere, la vita che l'attende dopo l'estate, non è quella che spera? allora forse no? Basta, leggi!)
.......
E benché tu sia un lettore in questo ti considero un mio pari. Perciò qui sotto ti copio alcuni versi, quelli che a me sembrano più belli, sperando che oggi o domani tu abbia voglia di rispondermi con un'altra poesia.
(A-ah. Mi invita a risponderle. Questa è una novità. Cioè mi lascia l'ultima parola. Non sarà un'offerta? Un modo di darsi? Non starò peccando d'immaginazione, come sempre?)
Affettuosamente tua,
SOPHIE
(Mmm, Affettuosamente. Non sembra un gran... No, decisamente no. Però il nome è al completo. Cioè, non è un po' come se me lo consegnasse? Come se mi dicesse: sono tutta tua. Sono Sophie, sono, ma dai! che stupidaggine! Vado a farmi il bagno. No, è troppo tardi. Il vecchio mi aspetta. Improvvisamente qui dentro fa caldo, mi pare. Va bene, vediamo questa poesia. Le rispondo domani. Però accidenti. O cerco qualcosa adesso? Meglio domani.)
**********
Questo di Neuman è stato definito un "romanzo totale", un dialogo tra il grande romanzo ottocentesco e le avanguardie moderne, ponte tra la storia e i temi del nostro presente. E se, tra i grandi temi del nostro presente trattati nel testo si ritrovano quello delle migrazioni, dei nuovi nazionalismi, dell'emancipazione della donna, a me sembra che altrettanto attuale sia questa modernissima concezione della comunicazione scritta, che, a nostra insaputa, è tornata a essere centrale nei nostri comportamenti quotidiani e che, come per i due innamorati clandestini della storia, veste oggi i panni della massima informalità, della "personalizzazione" estrema e si spoglia di qualsiasi ridondanza verbale e sintattica (si spoglia persino dei due punti, delle virgolette e di molti segni di interpunzione), per rispondere alla sempre più diffusa voglia di immediatezza.
Credo che, mentre le generazioni successive alla mia (che ho da poco superato i 40) avevano quasi completamente dimenticato l'uso della scrittura a favore di una oralità prevalente (la tv, bla bla bla...), oggi i ragazzi l'abbiano recuperato in maniera netta anche se con regole e consuetudini completamente diverse rispetto al passato: scompare quasi del tutto la dimensione descrittiva per dare spazio ai dialoghi, che sono l'espressione dell'interattività, del qui e ora. Scompaiono, come detto, molte regole formali e soprattutto tornano gli ideogrammi, che oggi si chiamano, per esempio, emoticon e che si fondono con i segni grafici più astratti del nostro alfabeto tradizionale.
Si trasferisce invece in sede grafica la ridondanza, che prima era verbale: punti esclamativi, interrogativi e puntini di sospensione ripetuti in modo sovrabbondante come un googol, ripetizione delle lettere all'interno di una parola (beeeeeeeeeeeneeeeeeee!!!!!!! siiiiiiiiiiiiii!!!!!! nooooo!!!!! ...) o delle stesse parole (sisi, nono...).
Non scompare, infine, anzi torna in auge, il potere dell'interpretazione. Anche le menti più giovani e semplici traggono emozioni da questa nuova scrittura: da un'icona che più o meno inaspettatamente compare nei loro schermi ridendo o piangendo, dall'attesa che si crea osservando i puntini di sospensione nella nuvoletta di una chat, dal senso dell'assenza creato da un post che rimane appeso lì senza nessuna risposta.
Che dire poi degli "appostamenti" sui social network? Ogni adolescente contemporaneo sa che dalle pagine delle persone che ci interessano, ma che magari non vogliamo o non possiamo contattare direttamente, si può trarre una quantità immensa di informazioni. In questi casi, in assenza delle parole dette, dei gesti e degli sguardi, in assenza, cioè, della compresenza fisica, ci si deve ancorare saldamente ai testi, ai particolari delle fotografie. Loro, gli adolescenti, non lo sanno forse, ma questo significa interpretare i testi e, nel farlo, esercitare anche l'immaginazione accanto alla conoscenza razionale delle persone e dei fatti.
Essi si comportano, dunque, come il lontanissimo (nel tempo) protagonista del "Viaggiatore del secolo", costretto, fino all'incontro con la sua Sophie e tra un incontro e il successivo, a nutrirsi delle parole che lei scrive, esercitandosi, da parte sua e reciprocamente, in un uso del linguaggio altrettanto calibrato, personalizzato e significativo, nella consapevolezza che, in assenza di gesti e parole concrete, questo può essere il suo unico messaggero (Messenger? Msn?). Si potrebbe, a questo punto, aggiungere una ulteriore riflessione, indotta dal romanzo, e cioè che tanto maggiore è il peso dell'assenza colmato dalle parole e dall'immaginazione, tanto più potenti sono, a loro volta, la fisicità e la passione degli incontri.
La speranza è dunque che questo ritorno potente e pesante della parola scritta non si diriga verso una dimensione totalmente virtuale, ma riconduca a una realtà sempre più "vissuta", nella consapevolezza, anche inconscia, del diverso ma ugualmente necessario potere di ciascuna delle numerose possibilità di comunicazione di cui disponiamo. E, anche, che scompaia la paura di peccare d'immaginazione. Immaginare non è peccato. Immaginando si rischia di sbagliare o, meglio, di scostarsi dalla realtà, ma si ha anche l'opportunità di andare avanti, innovando e creando opportunità migliori.
domenica 25 luglio 2010
M'HAI LASCIATO UN GIARDI'
C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.
Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.
(Franco Scataglini nel giorno di Franco Scataglini)
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.
Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.
(Franco Scataglini nel giorno di Franco Scataglini)
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venerdì 16 luglio 2010
MILO MANARA: "QUELLA NOTTE CHE DORMII CON FELLINI E LA MASINA"
L’esposizione di circa 50 tavole originali centra lo sguardo sul rapporto di Manara con il cinema felliniano. Il percorso espositivo, curato da Napoli COMICON, è stato inaugurato il 14 luglio alla presenza dell'autore nella Mole Vanvitelliana di Ancona ed è visitabile fino al 15 agosto.
La mostra si sofferma, tra l'altro, su "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet", uno dei capolavori firmati da Manara e Fellini. Come "Viaggio a Tulum" del 1987, anche "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet" era in origine un soggetto cinematografico (per Vincenzo Mollica è "il film non realizzato più famoso del mondo").
La storia è comparsa per la prima volta nel 1992 sulla rivista "Il Grifo" e avrebbe dovuto svilupparsi fumettisticamente in tre puntate, ma si concluse, con successo e per scaramanzia, alla prima.
Come ha raccontato lo stesso Manara, infatti, a causa di un refuso al termine della prima puntata era stata apposta la parola "End" e da questo deriva la decisione di interrompere lì la pubblicazione. Decisone presa dallo stesso Fellini, personaggio notoriamente scaramantico, che, tra l'altro, odiava concludere i suoi lavori, anche cinematografici, con la parola fine (lui da piccolo era sempre triste quando alla fine di un film compariva quella scritta).
Manara racconta che la realizzazione del Mastorna fu una vicenda che si trascinò per tanto tempo e che Fellini visse con inquietudine, anche perché in questo periodo accaddero episodi che lui percepì come "strani", come la profezia del mago Rol, cui il maestro era profondamente legato, che predisse a Federico che Mastorna sarebbe stata la sua ultima opera, cosa che, poi, si avverò.
A questo punto mi sarebbe piaciuto trovare sul web una foto che rappresentasse l'unione tra i due, Manara e Fellini, ma in realtà ho trovato solo un fotomontaggio che non mi piace. Preferisco, dunque, trascrivere qui un aneddoto che Manara stesso mi ha raccontato nel corso di una intervista il 14 luglio alla Mole.
"Ci sono aneddoti brevi e aneddoti lunghi sulla nostra amicizia" ha detto Manara. E credo che il disegnatore, molto simpatico e disponibile alla parola e al racconto, avesse preferito soffermarsi su quelli più lunghi, ma i tempi televisivi e quelli istituzionali legati all'inizio dell'inaugurazione della mostra ci hanno consentito solo un breve flash, nel corso del quale Manara ha raccontato di come, in una occasione di lavoro, essendosi lui trovato su un set con il maestro, nella necessità di fermarsi per la notte e non avendo trovato un posto in cui dormire, sia stato invitato da Fellini a condividere la stanza con lui e sua moglie. "E così - racconta Manara con l'umiltà e l'entusiasmo di un fan - io ho passato la notte nella stessa stanza con Federico Fellini e Giulietta Masina".
giovedì 15 luglio 2010
DI STORIA IN STORIA
Alcuni personaggi del mito e della letteratura sono itineranti.
Proprio ieri, incontrando Milo Manara e rileggendo El Gaucho, disegnato da lui e scritto da Hugo Pratt, mi è tornato alla mente un caso: Molly Malone.
Anche in quella storia Molly muore giovane, dopo aver cercato di trovare un modo per raggiungere il protagonista, il tamburino Tom, sbarcato prima di lei. Per riuscire nel suo intento Molly stringe un patto con il nostromo Clagg e il gobbo Matthew, anch'essi intenzionati ad abbandonare la nave e a disertare in quanto rei di aver ucciso e gettato in mare per vendetta un vecchio ufficiale che aveva abusato di un altro giovanissimo tamburino. Per tutti loro l'Argentina è l'occasione per riscrivere la propria vita, ma solo uno, forse, avrà la libertà, idea ispiratrice e motivo dominante dell'intera storia.
Proprio ieri, incontrando Milo Manara e rileggendo El Gaucho, disegnato da lui e scritto da Hugo Pratt, mi è tornato alla mente un caso: Molly Malone.
Io l'ho conosciuta vent'anni fa a Dublino, sentendo cantare la sua storia da una mia amica irlandese, fisarmonicista in erba, e poi vedendola scoplita nella statua di Grafton Street.
La canzone la ripropongo qui in una versione preziosa, che scelgo perché mi dà l'occasione di mettere in questa pagina un'altra donna-mito irlandese.
La canzone la ripropongo qui in una versione preziosa, che scelgo perché mi dà l'occasione di mettere in questa pagina un'altra donna-mito irlandese.
Molly è una delle donne più significative della mitologia irlandese, tanto che il canto popolare che parla di lei è oggi l'inno ufficioso d'Irlanda. Una leggenda metropolitana racconta che era una prosperosa giovane dal seno generoso che alternava il mestiere di pescivendola di giorno a quello di prostituta di notte.
E' una donna mito, come lo sono, in modo diverso e più ancestrale, le banshee, spiriti femminili che di notte bussano alla porta delle abitazioni dove è presente un moribondo e si aggirano attorno a paludi e fiumi, nelle sorgenti o nelle colline d'Irlanda, con gli occhi sempre arrossati per via delle lacrime che versano sulle tombe di coloro che amavano.
Al di là di questa premessa, mi interessa evidenziare il carattere itinerante di questi personaggi, che troviamo, per esempio, in El Gaucho di Pratt e Manara, dove le stesse banshee sono citate e Molly è una una bella prostituta irlandese imbarcata con altre ragazze in una nave, al soldo delle truppe britanniche, intenzionate, all'inizio del 1800, a prendere possesso di Buenos Aires col sostegno dei massoni, per sostituirsi alla dominazione spagnola.
lunedì 12 luglio 2010
LIBRI CHE HO LETTO
L'eleganza del riccio: L'eleganza del riccio non si vede, perché sta sotto le spine e la goffaggine dei suoi movimenti. Il riccio è elegante quando è nel suo mondo, lontano dalla strada dove tutti possono vederlo, proprio come la ritrosa portinaia del romanzo. Solo in pochi apprezzeranno la sua ricchezza, solo coloro che sapranno penetrare tra i suoi aculei, oppure nel suo nascondiglio.
Il riccio lo sa che mostrarsi agli altri, indugiare tra di loro, potrebbe essere per lui un errore fatale. Un errore che questo animale molto spesso paga con la vita.
L'ombra del vento: "un libro che parla di libri, di autori di libri, di lettori e di editori. E soprattutto del potere delle parole, dello spirito di chi le ha scritte e anche di chi le legge" (wikipedia).
Shangai Baby: Da Shanghai, città multirazziale percorsa da nuovi fermenti, simbolo della Cina che cambia, arriva questo libro che si è affermato come un caso letterario clamoroso. Ha entusiasmato migliaia di giovani cinesi che vi si sono riconosciuti e lo hanno letto in massa, scaricandolo da Internet quando le autorità di Pechino lo hanno messo al bando per il suo contenuto scabroso.
Shanghai Baby racconta di Coco, venticinquenne ambiziosa e inquieta, ex giornalista e scrittrice, cameriera in un bar di Shanghai. Coco ama Tiantian, un ragazzo alto e bello, ma impotente e dedito all’eroina. Al tempo stesso ha un sogno: scrivere il romanzo che dovrebbe renderla celebre. Un giorno conosce Mark, un uomo d’affari tedesco, sposato. E non esita a intrecciare con lui una rovente storia di sesso e a tradire Tiantian pur continuando ad amarlo perdutamente, con intensità disperata. Progioniera di un gioco distruttivo, divisa tra due sentimenti in conflitto - l’amore e la passione - rischia di andare alla deriva, di perdere il controllo sul proprio destino. Ma trova nella vita, con le sue esaltazioni e le sue sofferenze, la forza per rimettersi in strada e affermarsi come scrittrice. Sullo sfondo, descritta con grazia e freschezza, si staglia la magica città di Shanghai, misteriosa e sfavillante di luci, variopinta e chiassosa, invasa da giovani che come Coco hanno una mentalità libera e idee all’avanguardia, che frequentano le discoteche e si stordiscono di musica tecno, che vivono come se non esistesse un domani. Storia estrema ed emozionante sotto il segno di Henry Miller e di Tropico del Cancro, Shanghai Baby dà voce non solo a una straordinaria autrice ma a un’intera generazione di giovani cinesi di oggi. Recensione da: http://www.tuttocina.it/editoria/shangbab.htm
La Trilogia Millennium: provate a pensare a Pippi Calzelunghe...
Uomini che odiano le donne
La ragazza che giocava con il fuoco
La regina dei castelli di carta
La variante di Luneburg: la vita come una scacchiera e i personaggi come pedine in una partita che incarna uno dei periodi più tristi e più bassi della storia dell'uomo
Il riccio lo sa che mostrarsi agli altri, indugiare tra di loro, potrebbe essere per lui un errore fatale. Un errore che questo animale molto spesso paga con la vita.
L'ombra del vento: "un libro che parla di libri, di autori di libri, di lettori e di editori. E soprattutto del potere delle parole, dello spirito di chi le ha scritte e anche di chi le legge" (wikipedia).
Shangai Baby: Da Shanghai, città multirazziale percorsa da nuovi fermenti, simbolo della Cina che cambia, arriva questo libro che si è affermato come un caso letterario clamoroso. Ha entusiasmato migliaia di giovani cinesi che vi si sono riconosciuti e lo hanno letto in massa, scaricandolo da Internet quando le autorità di Pechino lo hanno messo al bando per il suo contenuto scabroso.
Shanghai Baby racconta di Coco, venticinquenne ambiziosa e inquieta, ex giornalista e scrittrice, cameriera in un bar di Shanghai. Coco ama Tiantian, un ragazzo alto e bello, ma impotente e dedito all’eroina. Al tempo stesso ha un sogno: scrivere il romanzo che dovrebbe renderla celebre. Un giorno conosce Mark, un uomo d’affari tedesco, sposato. E non esita a intrecciare con lui una rovente storia di sesso e a tradire Tiantian pur continuando ad amarlo perdutamente, con intensità disperata. Progioniera di un gioco distruttivo, divisa tra due sentimenti in conflitto - l’amore e la passione - rischia di andare alla deriva, di perdere il controllo sul proprio destino. Ma trova nella vita, con le sue esaltazioni e le sue sofferenze, la forza per rimettersi in strada e affermarsi come scrittrice. Sullo sfondo, descritta con grazia e freschezza, si staglia la magica città di Shanghai, misteriosa e sfavillante di luci, variopinta e chiassosa, invasa da giovani che come Coco hanno una mentalità libera e idee all’avanguardia, che frequentano le discoteche e si stordiscono di musica tecno, che vivono come se non esistesse un domani. Storia estrema ed emozionante sotto il segno di Henry Miller e di Tropico del Cancro, Shanghai Baby dà voce non solo a una straordinaria autrice ma a un’intera generazione di giovani cinesi di oggi. Recensione da: http://www.tuttocina.it/editoria/shangbab.htm
La Trilogia Millennium: provate a pensare a Pippi Calzelunghe...
Uomini che odiano le donne
La ragazza che giocava con il fuoco
La regina dei castelli di carta
La variante di Luneburg: la vita come una scacchiera e i personaggi come pedine in una partita che incarna uno dei periodi più tristi e più bassi della storia dell'uomo
mercoledì 7 luglio 2010
NELLA RETE C'E' L'ARMA FINALE DELLA DEMOCRAZIA. CHI TACE NON SI SENTE
Leggi questo articolo su ilsole24ore.com
Non tacere, ma superinformare
L'informazione, vera medicina anti corruzione
di Arianna Ciccone*
Franco Siddi ritiene che la lotta per la libertà d'espressione sia un treno. In prima classe c'è la Fnsi e i giornalisti "veri", che fanno le cose sul serio e organizzano il movimento contro il bavaglio. Poi c'è la rete: che fa chiasso, si fa sentire, ma insomma, sono ragazzi, vanno bene per i cortei e per mettere un link.
Con l'argomento che la "rete non è il mondo", Siddi liquida l'idea che i giornalisti informino di più, invece che meno, nella giornata di lotta del 9 luglio contro la legge Bavaglio. Quello di Siddi è un autogol clamoroso. Vediamo perché.
Possiamo partire dal dato, recentissimo, che la diffusione e vendita dei giornali in Italia si avvii ad essere oggi ai livelli del 1939. Il dissanguamento non si ferma, ormai siamo sotto i 6 milioni. Dite che siamo fuori tema? Al contrario: l'attacco contenuto nella legge Bavaglio arriva perché mai come in questo momento la libertà di stampa è un potere vulnerabile. Berlusconi sa di avere delle chance di vittoria e lavora ogni giorno per dividere i giornali dalla loro "gente". E gli editori cui si minacciano multe non hanno soldi da buttar via. Perché i lettori, lentamente, li abbandonano. Non è un mistero per nessuno che su questo dato, a livello mondiale, si sia innescata una crisi di autorevolezza e credibilità dei giornali e dei giornalisti, crisi non ancora conclusa. Oggi in Italia c'è chi vuole dare il colpo di grazia. E Siddi rifiuta l'unica via di salvezza che ha davanti.
Si potrebbero fare discorsi ormai scontati - ma forse non per la Fnsi - su come Obama abbia vinto la sua battaglia elettorale e su come, giorno dopo giorno, combatta la battaglia per un consenso sempre più difficile. Si potrebbero citare i nuovi casi di giornalismo libero americano, che ormai pesano e vengono interpellati dal potere e dal resto dei media, su una base di parità con i giornali "mainstream" (crisi di autorevolezza, Siddi).
Ma serve davvero rifare questa discussione? Qualcuno pensa davvero, nel paese in cui la rete ha messo in piazza centinaia di migliaia di persone in poche ore, che la rete sia solo una camera di scoppio, una cassa di risonanza dell'informazione dei giornali? O anche solo uno strumento di mobilitazione? La rete non è il sindacato del 2000.
La sostanza dei fatti è che non c'è un mondo senza la rete, una realtà virtuale e una realtà "reale". La rete è ovunque, anche nel cuore del potere. Altrimenti non si capisce perché, per esempio, si attaccano i blog insieme ai giornali. Se c'è un Bavaglio unico, anche le lotte dovrebbero essere uniche e unitarie. Giornali e cittadini insieme.
Nella rete vivono migliaia di persone che non intendono essere messe a tacere. La loro maggioranza è fatta da giovani, per i quali il linguaggio dello sciopero, come minimo, è antiquato. I giovani che in altre generazioni compravano i giornali. Tacciono i giornali con uno sciopero? Parlerà il potere e lo farà con i suoi canali, abituato com'è ad aggirare la mediazione giornalistica col suo fiuto eversivo. Ma parlerà anche il popolo della rete, che ai giornali chiede non di sparire ma di far bene il loro mestiere. Di informare, scoprire, denunciare, analizzare. Di essere la democrazia che la gente della rete è. I giornali non vogliono capirla? Si ostinano ad avere con il potere un dialogo che li vede soli? Perderanno e saranno aggirati.
Nella rete c'è l'arma finale della democrazia. È fatta delle parole dell'informazione. Chi tace non si sente.
* Animatrice del gruppo di internauti Valigia Blu
Franco Siddi ritiene che la lotta per la libertà d'espressione sia un treno. In prima classe c'è la Fnsi e i giornalisti "veri", che fanno le cose sul serio e organizzano il movimento contro il bavaglio. Poi c'è la rete: che fa chiasso, si fa sentire, ma insomma, sono ragazzi, vanno bene per i cortei e per mettere un link.
mercoledì 30 giugno 2010
LA LEGGE 150 E IL PESO DELL'ASSENZA
Per anni ho scritto di uffici stampa, ho fatto lezioni ai colleghi più giovani, e anche a quelli stranieri, per spiegare che noi giornalisti degli uffici stampa istituzionali siamo i primi controllori dei poteri. Noi non vendiamo notizie. Siamo i primi a cui il potere deve delle spiegazioni, perché quando la notizia esce dall'ente con il marchio dell'Ufficio stampa, questa deve essere doc, controllata, verificata e, soprattutto, completa in tutte le sue parti. Noi siamo i primi a fare tutte le domande, ad accertare che tutto funzioni e se da noi esce qualcosa che non corrisponde a verità noi ne siamo responsabili.
La garanzia di questa responsabilità sta nel fatto che noi siamo giornalisti e, in quanto tali, abbiamo leggi precise, oltre che una serie di normative etiche e deontologiche da rispettare. Se questo non accade siamo sanzionabili non solo dal nostro ordine professionale ma anche dalla legge.
Le nostre regole professionali, il dovere di oggettività, di verifica, di controllo delle fonti, sono gli alter ego del concetto di trasparenza che ormai da quasi due decenni è uno degli indirizzi fondamentali della Pubblica amministrazione italiana.
Mi è sembrato, fino a questo momento, un teorema inattaccabile: la Pubblica Amministrazione chiede trasparenza nei confronti dei cittadini e i giornalisti degli uffici stampa sono lì per quello, per garantire la conoscibilità e l'accessibilità rispetto a tutte le azioni della Pubblica amministrazione.
Per me la Legge 150 del 2000 ha posto basi fondamentali in questo campo, non solo perché ha istituito ufficialmente un canale diretto di comunicazione con i cittadini, ma perché, distinguendo in maniera netta la figura dell'Ufficio stampa (che fa l'informazione istituzionale) da quella del portavoce (che fa la comunicazione politica ed è strettamente legato non all'organo, ma alla persona che svolge la funzione di vertice), ha, di fatto, sdoganato dal rischio di propaganda politica i giornalisti dell'Ufficio stampa.
In virtù di questa legge ho sempre ritenuto che il mio lavoro comporti una profonda responsabilità. Lavorare per me significa confrontarmi ogni giorno con il concetto di oggettività e, più filosoficamente, di verità. Quando una notizia esce dall'Ufficio stampa, deve essere pacifico per tutti che è pulita da qualsiasi posizione politica strumentale, anche se è, ovviamente, il risultato di una determinata progettualità politica. Il mio lavoro, che deve necessariamente implicare un rapporto di profonda fiducia professionale con i colleghi della stampa, si basa sul presupposto che i cittadini hanno il diritto di conoscere gli sviluppi e la riuscita di quel progetto politico che essi al momento delle elezioni hanno giudicato positivamente o negativamente attraverso l'esercizio democratico del voto. Ma non solo: essi hanno anche il diritto di influire attraverso una comunicazione biunivoca alle scelte degli enti che li governano. La conoscenza è, ovviamente, il presupposto base di questa prtecipazione.
Ecco, credo che PROGETTUALITA' POLITICA sia il concetto chiave di tutto questo che sto scrivendo. Perché sapete quand'è che va in crisi tutto il meraviglioso castello della informazione istituzionale?
Quando il target di chi governa non è la polis.
In questo caso, infatti, a cosa servono i criteri dell'oggettività e della trasparenza?
E' qui che può andare in crisi il sistema, è qui che si può cominciare a pensare che un Ufficio stampa in un ente può anche non servire, è qui che nessuno si scandalizzerà se l'Ufficio stampa non sarà più l'unica fonte delle notizie istituzionali.
Di solito si dice che la 150 non funziona perché non comprende l'elemento sanzionatorio. Io non la penso così. Non si può obbligare un sistema di informazione alla trasparenza. Un sistema di informazione è tale perché è trasparente, altrimenti non è un sistema di informazione, è altro. E' propaganda, è pubblicità, è make up, è strategia difensiva...
E allora io giro il discorso. Se la 150 non funziona deve scattare l'allarme. Se i ruoli si mescolano, se il peso dell'informazione oggettiva, corretta e trasparente, cioè istituzionale, diminuisce, questo significa che il sistema si è rotto, cioè che non stiamo più governando per i cittadini.
Si pone un problema di democrazia. E allora i cittadini, ma gli organi di informazione prima di tutti, devono sentire IL PESO DI QUESTA ASSENZA, che non è significativa di per sé, ma va letta come un serio campanello d'allarme rispetto a una situazione più generale. E, si sa, di fronte agli allarmi gli organi di informazione hanno un solo ed unico compito: avvertire tutti, subito, rendendoli consapevoli del pericolo che stanno correndo.
La garanzia di questa responsabilità sta nel fatto che noi siamo giornalisti e, in quanto tali, abbiamo leggi precise, oltre che una serie di normative etiche e deontologiche da rispettare. Se questo non accade siamo sanzionabili non solo dal nostro ordine professionale ma anche dalla legge.
Le nostre regole professionali, il dovere di oggettività, di verifica, di controllo delle fonti, sono gli alter ego del concetto di trasparenza che ormai da quasi due decenni è uno degli indirizzi fondamentali della Pubblica amministrazione italiana.
Mi è sembrato, fino a questo momento, un teorema inattaccabile: la Pubblica Amministrazione chiede trasparenza nei confronti dei cittadini e i giornalisti degli uffici stampa sono lì per quello, per garantire la conoscibilità e l'accessibilità rispetto a tutte le azioni della Pubblica amministrazione.
Per me la Legge 150 del 2000 ha posto basi fondamentali in questo campo, non solo perché ha istituito ufficialmente un canale diretto di comunicazione con i cittadini, ma perché, distinguendo in maniera netta la figura dell'Ufficio stampa (che fa l'informazione istituzionale) da quella del portavoce (che fa la comunicazione politica ed è strettamente legato non all'organo, ma alla persona che svolge la funzione di vertice), ha, di fatto, sdoganato dal rischio di propaganda politica i giornalisti dell'Ufficio stampa.
In virtù di questa legge ho sempre ritenuto che il mio lavoro comporti una profonda responsabilità. Lavorare per me significa confrontarmi ogni giorno con il concetto di oggettività e, più filosoficamente, di verità. Quando una notizia esce dall'Ufficio stampa, deve essere pacifico per tutti che è pulita da qualsiasi posizione politica strumentale, anche se è, ovviamente, il risultato di una determinata progettualità politica. Il mio lavoro, che deve necessariamente implicare un rapporto di profonda fiducia professionale con i colleghi della stampa, si basa sul presupposto che i cittadini hanno il diritto di conoscere gli sviluppi e la riuscita di quel progetto politico che essi al momento delle elezioni hanno giudicato positivamente o negativamente attraverso l'esercizio democratico del voto. Ma non solo: essi hanno anche il diritto di influire attraverso una comunicazione biunivoca alle scelte degli enti che li governano. La conoscenza è, ovviamente, il presupposto base di questa prtecipazione.
Ecco, credo che PROGETTUALITA' POLITICA sia il concetto chiave di tutto questo che sto scrivendo. Perché sapete quand'è che va in crisi tutto il meraviglioso castello della informazione istituzionale?
Quando il target di chi governa non è la polis.
In questo caso, infatti, a cosa servono i criteri dell'oggettività e della trasparenza?
E' qui che può andare in crisi il sistema, è qui che si può cominciare a pensare che un Ufficio stampa in un ente può anche non servire, è qui che nessuno si scandalizzerà se l'Ufficio stampa non sarà più l'unica fonte delle notizie istituzionali.
Di solito si dice che la 150 non funziona perché non comprende l'elemento sanzionatorio. Io non la penso così. Non si può obbligare un sistema di informazione alla trasparenza. Un sistema di informazione è tale perché è trasparente, altrimenti non è un sistema di informazione, è altro. E' propaganda, è pubblicità, è make up, è strategia difensiva...
E allora io giro il discorso. Se la 150 non funziona deve scattare l'allarme. Se i ruoli si mescolano, se il peso dell'informazione oggettiva, corretta e trasparente, cioè istituzionale, diminuisce, questo significa che il sistema si è rotto, cioè che non stiamo più governando per i cittadini.
Si pone un problema di democrazia. E allora i cittadini, ma gli organi di informazione prima di tutti, devono sentire IL PESO DI QUESTA ASSENZA, che non è significativa di per sé, ma va letta come un serio campanello d'allarme rispetto a una situazione più generale. E, si sa, di fronte agli allarmi gli organi di informazione hanno un solo ed unico compito: avvertire tutti, subito, rendendoli consapevoli del pericolo che stanno correndo.
lunedì 21 giugno 2010
PORTA PIA: COME'COMERA
Cosa c'entra Porta Pia con Ericailcane? Porta Pia è una antica porta di accesso alla città di Ancona, che risale al 1700. Tutti la conoscono perché sta sopra la Mole Vanvitelliana nel lungomare di via XXIX Settembre ma oggi fa notizia perché, dopo essere stata chiusa e abbandonata per dieci anni, in questi giorni riapre con una valenza speciale: quella di monumento storico che ospita la street art.

Una guida di Ancona datata 1884 racconta come già a quell'epoca Porta Pia non svolgesse più la sua funzione di ingresso principale della città. La guida racconta che la porta fu innalzata "con disegno di Filippo Marchionni magnifico e grandioso, sebbene non corretto riguardo all'arte". "Si denomia porta Pia - spiegava il testo - dal Pontefice Pio VI che la fece costruire: un tempo si denominò anche Porta Francia, quando il generale Lemarois, tolto l'arme pontificio, ordinò vi si ponesse quello dell'imperatore".

Al suo interno sta infatti lavorando Ericailcane, per realizzare una istallazione temporanea dal titolo Rovina. L'evento è curato da Mac, Manifestazioni artistiche contemporanee e questo accade con la benedizione della Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, il cui soprintendente Giorgio Cozzolino, presente alla conferenza stampa di presentazione dell'evento, ha definito il sostegno all'arte contemporanea come missione istituzionale delle Soprintendenze. "Abbiamo tutti bisogno - ha detto - delle provocazioni che l'arte contemporanea ci sa fornire".
Dell'opera di Ericailcane non è dato di vedere ancora nulla, visto che l'inaugurazione sarà il 26 giugno e che l'entrata a Porta Pia è off limits. L'unica immagine disponibile a tutti è quella di due scimmie che lottano tra loro (o si abbracciano?), il che implica, come indicato anche dal responsabile dei testi critici del catalogo Gabriele Tinti, che dobbiamo aspettarci di vedere all'interno del monumento un bestiario, che dovrebbe rimandare molto a quelli medevali: un uso delle immagini dell'antichità - ha detto Tinti - per parlare dell'uomo raccontando una favola.
L'effetto che fa lo racconterò, forse, dopo che sarò entrata in questa porta, ormai destinata a tornare viva.
Per ora, in preparazione, ecco la storia di questo monumento, che molti di noi ricordano nel suo ultimo periodo di attività. Fino all'amministrazione Galeazzi, cioè fino al 2000, infatti, era sede degli uffici della Guardia di Finanza, che la lasciò libera dieci anni fa. Fu proprio il sindaco Galeazzi a condurre con la Finanza una trattativa di permuta: Porta Pia in comodato al Comune in cambio del piano terra di via Zapata.
Purtroppo però la mancanza di fondi ne ha reso fino a oggi impossibile una qualsiasi destinazione. Ricordo che nel 2005, quando arrivai all'ufficio stampa del Comune di Ancona, uno dei miei primi comunicati presentava il progetto di trasformarla in un museo di storia del Risorgimento con relativo centro studi. Poi però non se ne fece niente. Oggi è Andrea Nobili, assessore alla Cultura, a spingere per una riapertura che non dovrebbe essere solo temporanea. L'idea sembra essere quella di farne un centro direzionale per le associazioni culturali del territorio.
Una guida di Ancona datata 1884 racconta come già a quell'epoca Porta Pia non svolgesse più la sua funzione di ingresso principale della città. La guida racconta che la porta fu innalzata "con disegno di Filippo Marchionni magnifico e grandioso, sebbene non corretto riguardo all'arte". "Si denomia porta Pia - spiegava il testo - dal Pontefice Pio VI che la fece costruire: un tempo si denominò anche Porta Francia, quando il generale Lemarois, tolto l'arme pontificio, ordinò vi si ponesse quello dell'imperatore".
Lo storico della città Vincenzo Pirani specifica nel suo "Ancona dentro le mura" (1979) che la porta fu costruita tra il 1787 e il 1789. "La facciata esterna - scrive - è quella più ricca ed eseguita con materiale più nobile: è, infatti, realizzata in pietra d'Istria sia nella struttura che nelle decorazioni. L'arcata di ingresso è fiancheggiata da due lesene la cui sezione si allarga salendo verso l'alto: esse sorreggoo l'alto arco che recava la dedica e sorreggeva lo stemma papale, entrambi scalpellati all'epoca dell'occupazione francese. Il timpano che chiude la composizione è ripreso, in basso, da due volute che allargano la base dell'attico sopra i muri laterali fino ad appoggiarsi, una volta, a quelli delle fortificazioni.
L'arcata verso la città si apre invece in un severo bugnato di blocchi di tufo, sul quale spiccava un'altra lapide marmorea, e si conclude con un semplice timpano triangolare.
Le due lapidi recavano le seguenti scritte.
Quella sul fronte esterno diceva:PIO VI P.O.M.
MAGNANIMO MUNIFICO PROVIDENTISSIMO
ANCONA PATRI ET RESTAURATORI
ALOYSIUS GAZZOLI DELEGATUS
ET NOEMVIRI
NUMINI EJUS DEVOTISSIMI
PLAUDUNT
ANNO SALUTIS MDCCLXXXIX PONT. XV.
Quella verso la città:
PORTA PIA
VETUSTIORA ANCON(itana) MONUMENTA
AEMULANDO
PRINCIPIS MAGNIFICENTIAM
TESTATUR
Oltre a queste due lapidi dedicatorie ve ne sono altre due, sulle pareti del fornice che ricordano i lavori eseguiti e i "deputati" ai lavori.
Quella di destra dice:
COLLEM DEPRESSIT,
MARE SUBMOVIT,
VIAM STRAVIT,
PORTAM EREXIT,
CIVITATEM AEDIFICIS EXORNAVIT
Su quella di sinistra sono i nomi dei "deputati" e cioè: F. Bosdari, N. Marganetti, G. Pichi Righetti, L.A. Ferretti, A. Nembrini Gonzaga, A. Camerata de' Mazzoleni, M.S. Rinaldini, L. Ferretti".
"Quando ancora la porta si apriva sulle mura - scrive ancora Pirani - prima del suo isolamento totale, nel lato formato dalle pendici del colle e dalle strutture della porta, vi era una fontana: la si chiamava comunemente il fontanone. Frutto di una sistemazione coeva alla porta, usava di una sorgente, ancora esistente, facendone uscire l'acqua da un mascherone entro una nicchia composta da blocchi di tufo e versandola in una sottostante vasca di raccolta. La freschezza del getto veniva usata dai cococmerari che vi tenevano a bagno la loro merce. Demolita per l'allargamento della strada e l'isolamento della porta, la fontana avrebbe potuto essere ricostituita sul muraglione che sorregge la rupe e la scala che raccorda la soprastante via. Si dice che i blocchi di tufo ancora ci sono e che basterebbe solo un poco di buona volontà per ripristinarla. Chissà se è vero...".
Le foto di Porta Pia sono del mio amico, storico di Ancona, Fabio Barigelletti.
sabato 5 giugno 2010
IL PESO DELL'ASSENZA
Il “peso dell’assenza” si è percepito ieri tangibilmente alla galleria Quattrocentometriquadri di Ancona perché il primo di una serie di incontri dedicati, proprio con questo titolo, a Gino De Dominicis è avvenuto con l’apparente assenza dei relatori-testimoni. C'erano, ma non si vedevano, l’artista e docente Massimo Vitangeli e il curatore Riccardo Lisi, che hanno letto parte della poetica dell’artista e poi conversato sulla sua vita e sulla sua opera in un luogo altro rispetto a quello in cui si trovava il pubblico, che, dunque, era costretto ad abbandonare la dimensione abituale e prevalente di spettatore, per assumere quella di ascoltatore puro.
Il colloquio con Vitangeli ha sottolineato la perenne contemporaneità dell’opera di Gino, da cui deriva l’impossibilità netta di ascriverlo all’interno di qualsiasi corrente o tendenza e tanto meno di ingabbiarlo in una concezione politica precisa e storicamente determinata.
Ma la conversazione ha anche consentito di riconoscere, attraverso i ricordi, alcune peculiari caratteristiche di Ancona, che Vitangeli ha sintetizzato nella particolare relazione con il porto e nel fascino che la città ha esercitato su un altro artista importante, Luigi Vanvitelli.
Ma la conversazione ha anche consentito di riconoscere, attraverso i ricordi, alcune peculiari caratteristiche di Ancona, che Vitangeli ha sintetizzato nella particolare relazione con il porto e nel fascino che la città ha esercitato su un altro artista importante, Luigi Vanvitelli.
Vitangeli mi ha ricordato con il suo racconto quella sensazione particolare che si prova, giungendo in fondo al corso principale e trovandosi di fronte “una enorme nave parcheggiata di traverso”. Questo dà al mare il ruolo di medium funzionale alla partenza e l’idea del partire è, probabilmente, ancestrale nel carattere di questa città, dove tutto sembra essere visto con lo sguardo ironico (e spesso ipercritico) dello straniero, di colui che è di passaggio e per questo non si affeziona, anche se a guardare sono gli stessi abitanti di Ancona. Come se nella loro mente il senso di appartenenza alla terra fosse inscindibilmente legato con quello di allontanamento, alla ricerca del diverso, del meglio.
Vitangeli ha detto ieri che l’allontanamento di De Dominicis dalla città di Ancona è stato, in un certo senso, fisiologico, perché Roma era la meta naturale di ogni artista suo contemporaneo. Io ho sempre pensato (più per i racconti di chi lo ha conosciuto o studiato, che per una profonda conoscenza della sua opera, che non ho), che lui se ne sia andato perché il senso del viaggio ha prevalso, soprattutto in un luogo e in un momento storico in cui questa terra poteva risultare veramente troppo stretta e chiusa.
Poteva Ancona contenere la sua idea di calamita cosmica?
All’estremo opposto di questa riflessione legata a un artista che se ne va, c’è la interessante chiave di lettura, proposta da Vitangeli, di un’artista che arriva e rimane fortemente attratto da Ancona. E’ Luigi Vanvitelli, che legge questa città dal mare, progettando la Mole, elemento “di mezzo” che collega il binomio terra-acqua mantenendone la dualità, e anche la chiesa del Gesù, con la sua facciata “trasversale”, e il portale del duomo, architetture che solo guardandole dal mare si possono apprezzare completamente. Ma Vanvitelli non fa solo questo. “E’ così affascinato da questa città – dice Vitangeli – da realizzarne anche palazzi e abitazioni private”.



















