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giovedì 28 marzo 2013

#scritturebrevi e DONNE DELLA REALTA'

Grazie alla collega Paola Ciccioli, che oggi ha ospitato un mio post sul blog Donne della realtà.
Qui potete leggere che tipo di donna della realtà è Paola Ciccioli (se non la conoscete già) e, vi garantisco, vale la pena di dare un'occhiata.

Il mio post lo potete leggere qui:
#scritturebrevi per arrivare al cuore

Ed ecco le donne della realtà:

"Dove sono finite le donne che lavorano, che studiano, che coltivano i sogni con la fatica, che cercano di non piegarsi alla precarietà?

Sono scomparse o quasi dai media italiani.

Altri sono i modelli imperanti: escort, veline, donne che sembrano avere come unico obiettivo ingraziarsi il maschio più ricco e potente.

E conquistare così una visibilità e un ruolo per i quali non servono curriculum, impegno e neppure valori morali ma aspetto fisico e spregiudicatezza".

(dal blog)

Cristina Morini
Daniela Aurelia Stigliano
Letizia Mosca
Paola Ciccioli
Francesca Mineo
Elena Tebano
Chiara Volpato
Lorenzo Di Palma


SE SI PERDE IL RISPETTO DEL DOLORE



Non c'è bisogno di essere una mamma per capire quanto indicibile dolore possa spingere una madre a scendere in strada con la foto del figlio morto ammazzato. Perdere un figlio è contro natura. Dover riaffermare, ogni volta, quella morte è una tragedia senza confini. Nessuna civiltà, nessun rispetto si possono ottenere se non si rispetta, almeno, il dolore più profondo che un essere umano può provare nella sua vita.


http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/03/27/Aldrovandi-agenti-manifestano-sotto-ufficio-madre_8467979.html  

http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi

lunedì 10 settembre 2012

ECCOLA, LA GUERRA


Quando è scoppiata la seconda guerra mondiale non ero nata, ma della guerra mi ricordo perché i suoi segni sono rimasti sul corpo di mio padre per tutta la vita.
Sono nata nel maggio del 1941 e nell’ottobre del ‘42 mio padre Celestino è partito per il fronte. Noi abitavamo al Morello, un paesino vicino a Sassoferrato. Io sono rimasta con mia madre Elisa e i nonni Agatina e Nazareno.
Mio padre ha vissuto uno dei drammi più profondi della seconda guerra mondiale: la campagna di Russia, il più importante teatro della guerra tra le potenze alleate e la Germania nazista. Quando la Germania dichiarò guerra all’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941, Mussolini decise che l'Italia non poteva essere estranea all’operazione Barbarossa e nell’estate del 1941 ordinò l'allestimento di un Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.) di circa 60.000 uomini. I tedeschi attaccarono l'URSS, convinti di potercela fare in cinque settimane, ma non fu così. Un anno dopo Mussolini inviò i rinforzi: l'ARMIR, l'ottava Armata Italiana in Russia, costituita da 229 mila uomini male armati. Compito degli italiani era conquistare Stalingrado e a settembre ebbe inizio la battaglia, ma alla metà di novembre gli italiani e i loro alleati furono accerchiati dalla controffensiva sovietica. Le divisioni italiane, in disperate condizioni fisiche e prive di equipaggiamento adatto ai rigori del clima, resistettero per quattro giorni, poi arretrarono e crearono una linea di difesa alcuni chilometri più a sud. Il 19 dicembre del '42 venne dato alle truppe italiane l'ordine di ripiegare. Ebbe inizio la drammatica ritirata dell'ARMIR. Il 26 gennaio, in piena ritirata, a Nikolajewka ci fu una sanguinosa battaglia e gli italiani riuscirono ad aprirsi un varco nello sbarramento sovietico e a proseguire la ritirata.
Mio padre aveva fatto il militare nel 1936. Era Romani Celestino, matricola 34065 e proveniva dal distretto reclute Orvieto - primo reggimento avieri Roma. Fu richiamato per la guerra il 6 ottobre 1942 con una lettera del colonnello Francesco Contuzzi, che era al comando del distretto militare di Ancona.
Lui non amava raccontare di quei mesi terribili, passati a camminare in mezzo alla neve, tra i corpi di soldati, di donne e di bambini morti, tra il freddo e la fame. Non mi ha mai detto di quale corpo facesse parte. So solo che era nella fanteria: quelli che andavano a piedi. Dai suoi pochi racconti ho capito che i soldati non sapevano dove sarebbero andati. Avevano scarpe e vestiti inadatti e per questo molti di loro morirono di freddo.
A lui andò meglio. Non morì. Riuscì a tornare, mezzo congelato e, una volta arrivato al confine italiano, fu portato all’ospedale di Bologna, dove, a causa del congelamento, gli furono amputate otto dita delle mani, il mignolo di un piede e una parte del naso. Da quel giorno mio padre, persona mite e sempre serena nonostante tutto quello che gli era capitato, prese l’abitudine di tenere le mani in tasca, o dietro la schiena. La grave menomazione alle mani, tuttavia, non gli impedì, in seguito, quando ci trasferimmo a Roma, di prendere la patente. Guidava una Fiat 600 modificata con un pomello che gli permetteva di afferrare il volante e con una prolunga che gli serviva ad arrivare al freno a mano anche senza le dita.
Quando tornò in Italia mia madre e mia nonna andarono a prenderlo in treno all’ospedale di Bologna e lo riportarono a casa. Poi mia madre restò incinta delle mie due sorelle gemelle: Silvana e Fausta, che nacquero nell’agosto 1944. Quando era di otto mesi, al Morello arrivarono i tedeschi. Devastarono le case, portarono via il bestiame e impiccarono sei partigiani lungo la strada del paese. Entrarono in casa mia e ci tagliarono le scarpe, comprese quelle del matrimonio di mia madre. Allora andammo come sfollati nella casa della sorella di papà, zia Antonia, che stava in un posto di campagna lontano dal paese. Quando i tedeschi arrivarono lì, videro mia madre con la pancia così grande e la portarono in ospedale per farla partorire, ma lei dopo qualche tempo, stanca di aspettare che le mie sorelle nascessero, prese il suo cuscino sottobraccio e tornò a casa a piedi. Camminò per nove chilometri e quando arrivò i tedeschi se n’erano andati, così le mie sorelle nacquero a casa nostra.
Dopo si ricominciò a vivere, piano piano.
Mio padre ricevette una croce al merito di guerra nell’anno 1954.

Nonna Marisa
per Giulia

lunedì 28 maggio 2012

NIENTE FOTO

I vulcani dell’Anatolia eruttarono tanto di quel magma da riempire le spaccature della terra. Poi arrivarono vento e pioggia. E crearono un paesaggio di luna, in Cappadocia, tra il monte Erciyes, l’Hasan e il fiume Kizil Irmak. Cilindri e coni di pietra, isolati o in gruppo, si innalzano sul terreno, anche per decine di metri. “Sono opera degli dei”, dice chi vede i camini delle fate: colonne storte di tufo con un cappello di basalto posato sulla cima. Li ritrovo tra le foto, con il ricordo sbiadito dei miei passi tra quelle rocce. Ma manca uno scatto. Una donna, vestito scuro, fazzoletto in testa, grigio, legato sotto il mento. Cammina curva, con un asino. Ha sul viso gli stessi segni delle donne delle mie campagne, lontanissime da lì. Voglio fissare quel volto, che però mi guarda severo. E lei, col dito, mi dice no. Niente foto. Sopravvive nella mia mente.

lunedì 7 marzo 2011

UN UOMO PER SBROGLIARE LA MATASSA

In questo periodo non sono né carne e né pesce. Dal punto di vista del lavoro, dico.
In seguito a un problema di famiglia e in attesa di prendere servizio in una nuova posizione lavorativa, la mia testa usufruisce di una quindicina di giorni per riflettere su quello che è stato e quello che sarà (sempre per il lavoro, voglio dire).
Nei miei sei anni all'Ufficio stampa del Comune di Ancona ho vissuto due crisi importanti: l'avviso di garanzia e le successive dimissioni di un sindaco (dopo un anno) e le gravissime difficoltà che hanno investito la nuova amministrazione comunale, la quale, a più di un anno e mezzo dalla sua elezione, stenta ancora, per così dire, a ingranare la marcia giusta.
Ma questo non è un tema da blog. Ci vorrebbe un libro per raccontare e, soprattutto, è sicuramente necessario far passare un po' di tempo per avere il giusto distacco ironico.
In questo post voglio parlare di uno solo dei tanti ricordi che riaffiorano in questi giorni e che calza a pennello con la festa della donna. Mi è stato detto recentemente che per risolvere i "problemi" dell'Ufficio stampa del Comune di Ancona, composto da quattro giornaliste donne, la soluzione è una sola: introdurre un uomo in organico (meglio, ovviamente, se in posizione superiore alla nostra).
Non so perché, ma mi è venuta subito in mente l'idea del pollaio con relativo gallo. Mi è venuta in mente prima ancora di pensare ai nostri anni di università, alla scuola di giornalismo, ai master, alla gavetta del giornale, alle mattine, ai pomeriggi, alle sere (e anche a qualche domenica) passate in ufficio a farci le ossa, a tutte le volte che ci abbiamo messo la faccia, oltre che il mestiere, la professionalità e tutta la passione che avevamo. E poi ho pensato anche ai soldi che i nostri genitori prima e poi noi stesse abbiamo investito per la nostra formazione. Denaro che, forse, per qualcuno pesa di meno se si coniuga al femminile.
Tralasciando di riflettere sul merito (e cioè: è l'ufficio stampa "il problema"?), penso a come sia bizzarra questa strategia: far sbrogliare la matassa da un uomo. Non da una persona precisa, con determinate caratteristiche, ma, semplicemente, da un uomo. Anche perché non riesco a ritrovare nella mia mente esempi di un governo che si sia rivelato determinante o strategico per la soluzione dei problemi in ragione del suo genere. E poi... se vogliamo restare sulla tradizione e sui luoghi comuni, sbrogliare le matasse è sempre stato compito delle donne.

mercoledì 18 agosto 2010

ACCABADORA

- ...devi studiare l'italiano bene, questo te lo chiedo come una grazia
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia

...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.

Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.

LA PAGINA BIANCA /3 - PERSONAGGI IN VISITA

E' vero: i personaggi ti vengono a trovare e tu li conosci a poco a poco. All'inizio sono solo un abbozzo, un'idea. Di alcuni di loro sai subito il nome, di altri nemmeno quello. Tutti però hanno una storia da raccontare o un'idea da comunicare, e lo vogliono fare attraverso la tua scrittura.
Scrivere, allora, diventa una questione di osservazione e di ascolto.

Menadi in terracotta, Grecia II secolo a.C.

Per esempio io ricevo spesso la visita di un personaggio che si chiama Irma.
Irma nasce da un binomio fantastico: ragazza-scatoloni. Un binomio che però io ho ritrovato a posteriori. Non sono partita da lì, come suggerisce Rodari. Quando Irma è arrivata era già tutta intera: aveva un nome, un carattere pasticcione e un'indole confusionaria. Non mi era chiaro, però, come fosse fisicamente: bionda o mora? magra o grassa? alta o bassa?



Incompiutezza: è l'idea che mi accompagna quasi da sempre. A questa idea, nel momento in cui mi è stato chiesto di inventare una storia, ho immediatamente dato forma (è vero, qualcuno ha dovuto chiedermelo, di inventare una storia. Io avevo sempre voluto farlo, ma non mi ero mai decisa).
Io credo che, vivendo di fretta, capiti di catturare all'interno della vita più cose, idee, sensazioni di quante se ne possano effettivamente gustare. Si prende e si accumula freneticamente, senza sapere di preciso né quanto né cosa, forse nella speranza di un domani in cui, comodamente seduti al calduccio, si potrà godere di quanto si è accantonato. Ma la domanda è: aveva ragione la cicala oppure la formica?



Io personalmente tengo per la cicala, perché ho paura che, a forza di accumulare, le nostre cose, le idee e le azioni importanti rimangano sparse qua e là senza una logica, oppure restino nascoste sotto quelle più  insignificanti, senza poter brillare della luce che meriterebbero, correndo il rischio di essere perse, trascurate, dimenticate.



Per me tutto questo si traduce in una serie di immagini: tanti scatoloni pieni di cianfrusaglie non identificate, aperti a metà e lasciati in mezzo a una stanza; libri, anch'essi aperti, cominciati a leggere e poi abbandonati a terra attorno a un divano, con la copertina rivolta all'insù per tenere il segno, vestiti smessi sullo schienale di una sedia, scarpe e calzini spaiati tra gli scatoloni delle cianfrusaglie.
E' la casa di Irma, che vive la vita sempre in ritardo, che lascia il lavoro per un capriccio, che non finisce i libri, si addormenta davanti alla tv senza mai vedere la fine di un film, che ha l'armadio vuoto e i vestiti sparsi per tutta casa.


Irma che sta come davanti a un solitario: sposta le carte messe giù alla rinfusa per trovare tra loro la logica invisibile, che nella confusione e nel disordine cerca la carta giusta, quella che poi farà scorrere tutto in modo più fluido, restituendo alla sua percezione l'ordine giusto delle scale e dei colori.
Per poi cominciare, forse, una nuova partita.

lunedì 5 luglio 2010

NATA IL 5 LUGLIO

Rosa Alessandrini, classe 1913. Nella vita si incontrano due o tre persone che ti segnano la strada e lei per me è una di queste. Donna colta che non aveva neanche la licenza elementare. Persona arguta, con una intelligenza sferzante, aveva trovato un posto tutto suo tra le radici più profonde della tradizione e i semi della novità.
Mi ha cucito e ricamato un corredo prezioso, tenendo a bada con ostinazione e pazienza l'ago e l'uncinetto nonostante il tremore delle sue mani, ma mi ha anche regalato la mia prima macchina fotografica: una Polaroid, oggetto rivoluzionario per l'epoca, comprata per la mia prima comunione. E tanti anni prima, madre di una famiglia contadina che aveva cominciato la sua storia in un paesino piccolo piccolo che forse oggi nemmeno esiste più, è stata la prima a far entrare i libri in casa di mio padre, comprandogli un dizionario, il Mestica, pagato con il lavoro dei campi (ancora oggi io lo conservo).
Non si può facilmente separare in segmenti il ricordo della donna-nonna che ti ha cresciuto. Trascrivo, però, due istantanee che ancora oggi mi accompagnano: i suoi occhi intelligenti che ti tranquillizzavano dicendoti "ho capito tutto" prima ancora che tu cominciassi a spiegare e l'immagine di me, dopo cena, sopra i libri di greco, con lei poco distante di fronte al camino, in silenzio, a farmi compagnia mentre tutti erano già andati a dormire.

martedì 25 maggio 2010

CHE PAURA GLI STAGISTI!


Sul blog del collega Mario Tedeschini Lalli trovo la lettera di due stagiste impegnate all'interno della redazione di un giornale e cacciate dal sindacato.
"Capita - scrive Tedeschini Lalli - che questo giornale, come la gran parte dei giornali italiani, sia tecnicamente in crisi (legge 416) e abbia attivato i prepensionamenti. In questo contesto, hanno tenuto a precisare gli inflessibili custodi dei valori professionali, una testata non può prendere stagisti, punto e basta. Il mobbing interno è durato una decina di giorni, poi le colleghe hanno gettato la spugna" (http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/). 

La situazione della nostra professione è sicuramente catastrofica, ma non lo è solo in termini occupazionali. Impedire ai più giovani di formarsi e di imparare significa seppellire definitivamente il presente e il futuro di un mestiere che oggi sta morendo perché manca la libertà.
Mi chiedo: come si fa a difendere la libertà di questo mestiere se non si pensa alla cultura, all'esperienza e alla preparazione di chi, nonostante tutto, oggi sceglie, per il futuro, di fare il giornalista?
Ho anche io un vago, perché (ahimé) lontano nel tempo, ricordo di situazioni analoghe (ma mai così gravi) in alcune redazioni della metà degli anni '90. Alle due colleghe posso dire: oggi faccio la giornalista, e da una posizione molto scomoda, perché, credetemi, negli uffici stampa istituzionali malissima tempora currunt!
Mi guidano poche cose, ma secondo me importanti: la mia preparazione, ricevuta in una scuola di giornalismo e alimentata poi leggendo, osservando e documentandomi costantemente con la stessa curiosità del primo giorno di professione, il confronto con i tanti colleghi bravi che negli anni hanno condiviso con me la loro cultura e la loro esperienza, la volontà di raccontare sempre le cose come stanno e, per farlo, di comprendere e di ragionare insieme con chi deve comunicare e con chi riceve le mie comunicazioni (i politici, i tecnici, i colleghi giornalisti che sono nelle redazioni). Non vi fermate di fronte alle porte chiuse. Cambiate strada. Fate come quando cercate una notizia: c'è sempre un modo per arrivarci. In bocca al lupo!

Ecco la lettera delle colleghe:

venerdì 21 maggio 2010

E’ un giornalismo per vecchi
Quando gli stagisti fanno paura….(chissà poi perché). Riporto qui sotto una lettera. L’ho scritta con una amica durante il nostro stage in un giornale di centro-sinistra. E’ una risposta al Cdr che ci ha cacciate via e alla Fnsi che ha ostacolato in ogni modo a livello nazionale i giovani che si affacciano alla professione giornalistica. Un sindacato, quindi, che tutela una casta, che predica meritocrazia e codice deontologico, ma accetta passivamente il sistema di clientele e raccomandazioni. E’ facile prendersela con gli ultimi arrivati, piuttosto che riformulare le regole o sanzionare chi approfitta del lavoro gratuito degli stagisti.
Come ho detto a uno dei membri del Cdr (che ha affermato che “tra un anno io sarò precaria e quindi farò la guerra agli stagisti che mi ruberanno il lavoro”) io spero solo, tra un anno come tra cento, di non fare parte di un sindacato che dice di tutelare i precari (e non lo fa) calpestando i diritti alla formazione dei giovani.
P.S. a questa mia risposta, lui ha affermato: “Ma in questa professione si è sempre tagliato le gambe agli altri”. Bene. Resta però il fatto che questo meccanismo non è giusto perché è sempre stato così. Se questo è il livello di discussione che alcuni giornalisti possono garantirci, non mi meraviglia la facilità con cui il potere controlla il sistema di informazione del paese!

Se i giornali potessero raccontare questa storia…
La storia di noi due stagiste ostacolate in ogni modo dal Cdr e poi invitate ad andare via. Più volte (da ultimo, durante la riunione del 18 maggio), i membri del Cdr e altri redattori che si sentono inspiegabilmente minacciati da noi, ci hanno ripetuto “voi non potreste stare qui”. Un chiaro invito ad andarcene. Parole che certo non ci hanno fatto paura, semmai ci hanno fatto capire fino in fondo la situazione in cui si trova oggi questo mestiere.
Siamo convinte che tutti gli stagisti, a maggior ragione quelli che sono anche giornalisti praticanti, hanno diritto a una formazione. Avevamo scelto questo quotidiano perché pensavamo che qui ci fossero giornalisti capaci che potevano insegnarci tanto. Invece, ci siamo sentite ripetere più volte, anche con poca sensibilità, che eravamo “illegali” e che minacciavamo “i diritti degli altri giornalisti”.
Noi non ci siamo mai “illuse”, come qualcuno ci ha contestato, perché conosciamo la situazione economica della testata. Ci aspettavamo che qui i nostri diritti – come quello a ricevere una formazione – sarebbero stati rispettati.
Il Cdr ha rivendicato più volte la correttezza della sua posizione, facendosi forte di avere la legge dalla propria parte. E’ vero. Come è vero che tra il rispetto e la trasgressione di una legge ci sono il buon senso, l’umanità e anche un’idea politica, come bene dimostrò il fondatore di questo giornale.
Alcune persone hanno preso fermamente posizione a nostro favore durante la riunione. Altri, tra cui due capo-servizio, i ragazzi dell’on line, il direttore e il co-direttore ci hanno dimostrato la loro solidarietà e hanno fatto il possibile per farci lavorare. Li ringraziamo. E ringraziamo anche la segretaria che si è assunta tutta la responsabilità di questa vicenda.
Andiamo dove è possibile lavorare e imparare. I membri del Cdr penseranno che questa sia una vittoria. In realtà per loro è una sconfitta: perché solo così si chiama la situazione dei giornalisti che si rifiutano di formare chi si affaccia alla professione. Solo con la formazione, vogliamo ricordare a queste persone, si garantisce davvero l’autonomia dei giornalisti e la libertà di stampa.
Questo giornale non potrà mai raccontare questa storia. Una storia che starebbe così bene accanto a quelle dei giovani che se ne vanno all’estero e di tutte le persone colpite in qualche modo dalla crisi.

PER CHI E' INTERESSATO
IL DIBATTITO CONTINUA SUL BLOG http://mariotedeschini.blog.kataweb.it
E ANCHE SU FACEBOOK, ALLA PAGINA gli studenti delle scuole di giornalismo che non hanno diritti

lunedì 8 marzo 2010

Quando le mamme tornano a scuola

“E’ stato importante imparare l’italiano. Adesso posso andare a parlare con i professori, così aiuto mio figlio a crescere e a stare meglio a scuola”. Questo piccolo frammento di vita quotidiana l’ha raccontato una delle cento mamme immigrate che lo scorso anno hanno partecipato al progetto “Mamme a scuola”: una signora tunisina che ha parlato di una grande conquista, un grande passo avanti per sentirsi a casa e un po’ meno stranieri in una città sempre più multietnica.


Le persone che abitano ad Ancona insieme con gli italiani vengono da centododici paesi del mondo. Sono quasi 11 mila, su un totale di 102.425 abitanti: più del 10 per cento della popolazione. La metà di loro ha un’età compresa tra i 18 e i 39 anni e i più numerosi, in assoluto, sono bambini piccolissimi, che non hanno neanche un anno di vita.

La presenza in città degli immigrati cosiddetti di seconda generazione, i minori arrivati in Italia in seguito al ricongiungimento familiare o perché nati ad Ancona da giovani coppie non comunitarie, è in continua crescita. I bambini nati da coppie straniere ha raggiunto la percentuale annua del 23%. Questo significa che l’assetto culturale ed etnico della nostra città si sta modificando “da dentro”, a partire dai più giovani, che nascono o crescono nei quartieri di Ancona, assimilano il dialetto, vivono gli spazi e si riconoscono nei luoghi che ricordano la storia e le tradizioni della città.

L’integrazione probabilmente sarà inevitabile nel corso degli anni, ma indubbiamente la sfida dell’Amministrazione, per il secondo decennio del 2000, è quella di agevolarla, soprattutto perché a questo processo di recupero di nuove basi di condivisione culturale che permettano di instaurare un vero dialogo tra i numerosi e diversi stili di vita.

Creare queste condizioni significa agire su più fronti, a partire dalla formazione, fino alla garanzia di condizioni di vita dignitose e decorose per tutti: sia in termini di sostegno alle situazioni di maggiore debolezza, sia in termini di sicurezza. Una sfida impegnativa, dunque, che risulta ancora più complessa oggi che la crisi globale è diventata un problema concreto per molte famiglie, italiane e straniere”.

(mio articolo pubblicato su "Il Comune di Ancona" - n.1 2010)

domenica 7 marzo 2010

Può bastare un giorno?

Ho incontrato una donna con un velo in testa che andava a scuola per imparare l'italiano. "Così - mi ha detto - posso aiutare mio figlio a crescere in questo Paese che ancora non è mio".
Ho visto il volto imbrattato di sangue di una giovane donna morta ammazzata per le vie di Teheran.  I jeans, le scarpe da ginnastica, la maglietta nera, le urla di chi le tiene la testa mentre lei muore. Uccisa mentre manifestava insieme al padre, adesso è il simbolo della rivolta di un intero Paese. 
Ho visto donne semplici con l'età della pensione, continuare a lavorare per mantenere figli e nipoti senza casa e senza lavoro.
Incontro ogni giorno donne che lavorano con la passione di chi cerca una "ragione" in ogni azione e riesce a trovare, quasi sempre, la gioia di far nascere e di veder crescere qualcosa di nuovo, di bello, di prezioso.
Ho conosciuto una bambina che mi ha detto: "Mia madre ha quattro figli. Lo so che è stanca. Ma le mamme non lo dicono".
Ho visto donne piangere, ridere, soffrire, curarsi, trascurarsi e divertirsi insieme, andare avanti, cercare aiuto ed essere sostegno. 
Le ho viste, e le vedo, osservando anche me, vivere cento vite nella stessa giornata.
Può bastare un giorno per raccontare e celebrare tutto questo?