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giovedì 28 marzo 2013

SE SI PERDE IL RISPETTO DEL DOLORE



Non c'è bisogno di essere una mamma per capire quanto indicibile dolore possa spingere una madre a scendere in strada con la foto del figlio morto ammazzato. Perdere un figlio è contro natura. Dover riaffermare, ogni volta, quella morte è una tragedia senza confini. Nessuna civiltà, nessun rispetto si possono ottenere se non si rispetta, almeno, il dolore più profondo che un essere umano può provare nella sua vita.


http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/03/27/Aldrovandi-agenti-manifestano-sotto-ufficio-madre_8467979.html  

http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi

lunedì 3 ottobre 2011

CI MANCANO LE BASI

L'altro giorno ho letto su Vanity Faur una riflessione se vogliamo elementare, che diceva più o meno così: se tante cose accadono nel nostro Paese, tipo la bellezza usata come merce di scambio per avere soldi, successo, carriera, futuro, e nessuno grida veramente allo scandalo, è perché non siamo più un Paese civile.
Oggi ho letto su un quotidiano locale la frase di un giovane politico, anch'essa, se vogliamo, banale: c'è una regola democratica per cui per governare ci vuole una maggioranza. Ma, anche in questo caso, la più semplice ed elementare regola democratica viene disattesa in nome di un non meglio definito bene comune. Cos'è questo bene comune? Chi lo decide se non chi è stato indicato democraticamente dai cittadini per questo attraverso il voto? Anche in questo caso penso che si possa parlare di civiltà. Se i "numeri" indicati dai cittadini non ci sono più, è per il loro rispetto e per il loro bene che bisogna fare un passo indietro.
In ogni Paese civile tante situazioni italiane a noi note si sarebbero risolte immediatamente con un ritorno alle urne e, prima ancora, con una serie di democraticissimi, rispettosissimi e coraggiosissimi passi indietro. Persino Strauss Kahn ci dà lezioni in questo senso.
C'è una sempre più dilagante mancanza di fiducia, a doppio senso. Manca la fiducia della gente nei confronti delle istituzioni, ma anche quella di chi governa nei confronti della gente. Perché chi governa è così restio a dimettersi? Perché ci si rifiuta di "rimettersi" al giudizio dei cittadini? Anche questa può essere una domanda banale, così banale da sembrare ingenua. Vogliamo pensare al livello nazionale, oppure al caso di Parma, per avere una risposta automatica e scontata?
Certo, la risposta è scontata. Ma non è scontata la reazione quasi passiva a questo immobilismo devastante delle istituzioni colpevoli (di reato, di scandalo, ma anche di inconcludenza, di trascuratezza, di incompetenza, di supponenza). Se loro non sentono più, come nel passato, l'imperativo categorico del ritiro che deve seguire democraticamente a un fallimento, forse noi cittadini (quelli privati e quelli impegnati nelle istituzioni) non sentiamo più l'imperativo categorico della protesta fatta con gesti concreti. A volte ci basta la satira, l'insulto, oppure la rabbia privata, o, al limite, gridata. Gridata al vento.
Leggendo i giornali, il web, parlando con la gente, però, si comincia a intravedere qualcuno che comincia a dire che bisogna reagire, che non si può subire. Ma ce la faremo?
Abbiamo dalla nostra il vantaggio della globalizzazione, che ci fa guardare facilmente al di là dei nostri confini, per misurarci e, se necessario, per provare vergogna e da lì ripartire. Ma abbiamo un rischio potenziale: che le nostre menti e le nostre coscienze siano andate definitivamente in letargo, dopo anni di sonnolenza ovattata dentro un benessere che, credevamo, ci avrebbe fatto sopravvivere tutti, più o meno bene. Oggi che ci dobbiamo svegliare, perché il benessere se ne va, rischiamo di restare troppo a lungo intorpiditi, di non mettere a fuoco subito, di sottovalutare i problemi o di farci paralizzare dallo sconforto di una situazione che ci può piombare addosso da un momento all'altro. Stiamo aspettando che arrivi qualcuno a salvarci, e allora ci incazziamo con la sinistra che è imbelle di fronte alla destra corrotta o con la destra che, con la sua corruzione, ha tradito i nostri ideali, o anche con il centro, che non sceglie e sta un po' di qua e un po' di là. Io credo che qui non arriverà nessuno a salvarci: né Bersani, né Fini, né Nichi Vendola e nemmeno il presidente della Repubblica (una delle poche menti veramente illuminate del momento, portatore di una saggezza che per il resto è un ricordo lontano). Non può farlo nessuno, perché manca la base. Si deve ripartire da lì, dalla base, da ciascuno e da tutti insieme. Dalla base, perché è lì che si ritrova il senso dei problemi. Qui mancano i soldi, non c'è più filosofia, le parole stanno a zero, i discorsi sono all'osso. Non c'è più il welfare allargato. C'è il rischio di perdere il necessario. Penso sempre alla crisi del trasporto pubblico locale, che in questi giorni è uno degli oggetti di dibattito e di scontro tra il governo e gli enti locali. Qui si tagliano i fondi in modo drastico. C'è il rischio, effettivo, che si debba tornare a spostarci ognuno con i nostri mezzi, ognuno con le nostre gambe. E' una realtà, ma anche una metafora. Chissà che non si debba ripartire proprio da lì? Ognuno dalle proprie gambe.

lunedì 7 marzo 2011

UN UOMO PER SBROGLIARE LA MATASSA

In questo periodo non sono né carne e né pesce. Dal punto di vista del lavoro, dico.
In seguito a un problema di famiglia e in attesa di prendere servizio in una nuova posizione lavorativa, la mia testa usufruisce di una quindicina di giorni per riflettere su quello che è stato e quello che sarà (sempre per il lavoro, voglio dire).
Nei miei sei anni all'Ufficio stampa del Comune di Ancona ho vissuto due crisi importanti: l'avviso di garanzia e le successive dimissioni di un sindaco (dopo un anno) e le gravissime difficoltà che hanno investito la nuova amministrazione comunale, la quale, a più di un anno e mezzo dalla sua elezione, stenta ancora, per così dire, a ingranare la marcia giusta.
Ma questo non è un tema da blog. Ci vorrebbe un libro per raccontare e, soprattutto, è sicuramente necessario far passare un po' di tempo per avere il giusto distacco ironico.
In questo post voglio parlare di uno solo dei tanti ricordi che riaffiorano in questi giorni e che calza a pennello con la festa della donna. Mi è stato detto recentemente che per risolvere i "problemi" dell'Ufficio stampa del Comune di Ancona, composto da quattro giornaliste donne, la soluzione è una sola: introdurre un uomo in organico (meglio, ovviamente, se in posizione superiore alla nostra).
Non so perché, ma mi è venuta subito in mente l'idea del pollaio con relativo gallo. Mi è venuta in mente prima ancora di pensare ai nostri anni di università, alla scuola di giornalismo, ai master, alla gavetta del giornale, alle mattine, ai pomeriggi, alle sere (e anche a qualche domenica) passate in ufficio a farci le ossa, a tutte le volte che ci abbiamo messo la faccia, oltre che il mestiere, la professionalità e tutta la passione che avevamo. E poi ho pensato anche ai soldi che i nostri genitori prima e poi noi stesse abbiamo investito per la nostra formazione. Denaro che, forse, per qualcuno pesa di meno se si coniuga al femminile.
Tralasciando di riflettere sul merito (e cioè: è l'ufficio stampa "il problema"?), penso a come sia bizzarra questa strategia: far sbrogliare la matassa da un uomo. Non da una persona precisa, con determinate caratteristiche, ma, semplicemente, da un uomo. Anche perché non riesco a ritrovare nella mia mente esempi di un governo che si sia rivelato determinante o strategico per la soluzione dei problemi in ragione del suo genere. E poi... se vogliamo restare sulla tradizione e sui luoghi comuni, sbrogliare le matasse è sempre stato compito delle donne.

domenica 19 settembre 2010

IL PANORAMA QUI E' MERAVIGLIOSO

E' possibile che, a forza di dare di Ancona giudizi poco lusinghieri, siano cresciute generazioni e generazioni di persone che questa città non la amano. Se non si ama il posto in cui si vive, se non si sente questo luogo come la propria casa, se non si vede l'ora di scappare via, per il fine settimana, per le vacanze, per studiare, per andare a vivere altrove, nessuno, o quasi nessuno, avrà a cuore il futuro, e tanto meno il presente di questo luogo, che sarà solo di passaggio, come la sala di attesa di una stazione.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di  negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontra la cultura. E’ questa la voce più significativa del bilancio di un contenitore culturale che ha funzionato bene perché è stato costruito dalle braccia di tutti coloro che ad Ancona hanno fatto della cultura e dello spettacolo la propria missione o il proprio mestiere.
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.

lunedì 19 luglio 2010

LA MUCILLAGINE PARA-ILLEGALE

Di Luigi Spaventa
su Repubblica - lunedì 19 luglio 2010

Ha scritto Guido Tabellini, rettore dell'università Bocconi: "Accanto all'emergenza economica e all'urgenza di risanare la finanza pubblica, vi è oggi in Italia una terza gravissima emergenza: la diffusione di illegalità, corruzione e spregio per le leggi e le istituzioni pubbliche... Le tre emergenze sono ocllegate fra loro e si autoalimentano" ("Il Sole 24Ore" del 4 luglio). Verissimo. Le cronache di questi giorni - gocce in un vaso da tempo già pieno - inducono a completare questa analisi.
I comportamenti illegali, in quanto tali sanzionabili, sono il prodotto di un ambiente intriso da una mucillagine pervasiva di comportamenti che si possono definire para-illegali: non necessariamente configurabili come reati, ma non meno dannosi alla crescita e alla stabilità del sistema.
La raccomandazione, la segnalazione, l'"intervento autorevole", se andati a buon fine, non richiedono necessariamente la dazione immediata di un corrispettivo (con la possibile commissione di un reato) a chi ha concessoil favore; questi registra a futura memoria un credito verso chi ha chiesto il favore e, se persona diversa, verso chi ne ha beneficiato (do ut dabis). Questo reticolo di obbligazioni reciproche, se consentito, alimenta la sua stessa diffusione, poiché fa crescere la popolazione interessata e disposta alla ricezione e alla restituzione di favori. Ai nodi forti di quel reticolo si collocano gruppi di persone "che contano": particolarmente potenti per l'ampiezza dei loro contatti e per la capacitàdi influenzare le altrui decisioni.
E' forse ingenuo ritenere che quei gruppi si organizzino come associazioni segrete, dotate di simboli e di parole d'ordine. La loro forza consiste piuttosto nella consapevolezza che bisogna ottenerne l'assenso e sollecitarne l'aiuto per arrivare a certe mete; nella convinzione, forse esagerata, ma popolarmente diffusa, che "per andare avanti, per fare carriera bisogna conoscere le persone giuste" - giuste per capacità di maneggio e non certo per anelito di giustizia.
I guasti che un tale assetto mucillaginoso arreca allo sviluppo economico dovrebbero essere palesi. Vi sono anzitutto costi misurabili in termini di risorse male impiegate: sottratte al miglioramento dell'efficienza, sia delle imprese sia delle persone, e dunque a un aumento della produzione, per dedicarle invece alla coltivazione delle "persone giuste", che possono condizionare la concessione di un permesso o una nomina. Il sistema produce poi esiti ancor più nocivi di selezione avversa, non essendovi una relazione fra capacità di inserimento nel reticolo dei rapporti di favore, da un lato, e efficienza e produttività, dall'altro: chi prevale non è necessariamente il migliore, né è sempre peggiore chi resta indietro. Questi costi sociali, di distrazione di risorse e di selezione avversa, elevati e in aumento, riducono la capacità di crescita del nostro paese.
Eppure proprio da noi, ma non altrove, si sotiene che non possa esservi censura sociale o politica, e neppure pubblica, per atti e comportamenti di cui non si sia accertata, in via definitiva, la rilevanza penale. Anche i giudici, pur per motivi  opposti, paiono adeguarsi a volte a questa dottrina, come avviene quando cercano di configurare come penalmente rilevante qualsivoglia comportamento socialmente dannoso (sovente regalando un'aureola di martirio quando segue un'assoluzione). La progressiva distruzione di capitale sociale a cui quei comportamenti concorrono, l'inquinamento ambientale prodotto dal reticolo mucillaginoso di resa e ricezione di favori producono effetti nefasti, documentati anche da una buona letteratura, ma non trovano rubrica nel codice penale.
In altri paesi la politica e la società sanno infliggere sanzioni, politiche e sociali, senza dover sempre cercare una via giudiziaria, perchè riconoscono l'esistenza di illeciti politici e sociali, tali anche se non costituiscono reato in senso tecnico. L'irrogazione di quelle sanzioni poggia su una condivisione di valori e ha come strumento la trasparenza e l'informazione, che mobilita l'opinione pubblica. "Non vi è miglior disinfestante della luce del sole" diceva un grande giudice americano: ma pare che si pensi di toglierci anche quella.

martedì 13 luglio 2010

LA MIA CITTA' E LA POLITICA

Su www.antelitteram.info

Di Amicus Plato

Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.

mercoledì 30 giugno 2010

LA LEGGE 150 E IL PESO DELL'ASSENZA

Per anni ho scritto di uffici stampa, ho fatto lezioni ai colleghi più giovani, e anche a quelli stranieri, per spiegare che noi giornalisti degli uffici stampa istituzionali siamo i primi controllori dei poteri. Noi non vendiamo notizie. Siamo i primi a cui il potere deve delle spiegazioni, perché quando la notizia esce dall'ente con il marchio dell'Ufficio stampa, questa deve essere doc, controllata, verificata e, soprattutto, completa in tutte le sue parti. Noi siamo i primi a fare tutte le domande, ad accertare che tutto funzioni e se da noi esce qualcosa che non corrisponde a verità noi ne siamo responsabili.
La garanzia di questa responsabilità sta nel fatto che noi siamo giornalisti e, in quanto tali, abbiamo leggi precise, oltre che una serie di normative etiche e deontologiche da rispettare. Se questo non accade siamo sanzionabili non solo dal nostro ordine professionale ma anche dalla legge.
Le nostre regole professionali, il dovere di oggettività, di verifica, di controllo delle fonti, sono gli alter ego del concetto di trasparenza che ormai da quasi due decenni è uno degli indirizzi fondamentali della Pubblica amministrazione italiana.
Mi è sembrato, fino a questo momento, un teorema inattaccabile: la Pubblica Amministrazione chiede trasparenza nei confronti dei cittadini e i giornalisti degli uffici stampa sono lì per quello, per garantire la conoscibilità e l'accessibilità rispetto a tutte le azioni della Pubblica amministrazione.
Per me la Legge 150 del 2000 ha posto basi fondamentali in questo campo, non solo perché ha istituito ufficialmente un canale diretto di comunicazione con i cittadini, ma perché, distinguendo in maniera netta la figura dell'Ufficio stampa (che fa l'informazione istituzionale) da quella del portavoce (che fa la comunicazione politica ed è strettamente legato non all'organo, ma alla persona che svolge la funzione di vertice), ha, di fatto, sdoganato dal rischio di propaganda politica i giornalisti dell'Ufficio stampa.
In virtù di questa legge ho sempre ritenuto che il mio lavoro comporti una profonda responsabilità. Lavorare per me significa confrontarmi ogni giorno con il concetto di oggettività e, più filosoficamente, di verità. Quando una notizia esce dall'Ufficio stampa, deve essere pacifico per tutti che è pulita da qualsiasi posizione politica strumentale, anche se è, ovviamente, il risultato di una determinata progettualità politica. Il mio lavoro, che deve necessariamente implicare un rapporto di profonda fiducia professionale con i colleghi della stampa, si basa sul presupposto che i cittadini hanno il diritto di conoscere gli sviluppi e la riuscita di quel progetto politico che essi al momento delle elezioni hanno giudicato positivamente o negativamente attraverso l'esercizio democratico del voto. Ma non solo: essi hanno anche il diritto di influire attraverso una comunicazione biunivoca alle scelte degli enti che li governano. La conoscenza è, ovviamente, il presupposto base di questa prtecipazione.
Ecco, credo che PROGETTUALITA' POLITICA sia il concetto chiave di tutto questo che sto scrivendo. Perché sapete quand'è che va in crisi tutto il meraviglioso castello della informazione istituzionale?
Quando il target di chi governa non è la polis.
In questo caso, infatti, a cosa servono i criteri dell'oggettività e della trasparenza?
E' qui che può andare in crisi il sistema, è qui che si può cominciare a pensare che un Ufficio stampa in un ente può anche non servire, è qui che nessuno si scandalizzerà se l'Ufficio stampa non sarà più l'unica fonte delle notizie istituzionali.
Di solito si dice che la 150 non funziona perché non comprende l'elemento sanzionatorio. Io non la penso così. Non si può obbligare un sistema di informazione alla trasparenza. Un sistema di informazione è tale perché è trasparente, altrimenti non è un sistema di informazione, è altro. E' propaganda, è pubblicità, è make up, è strategia difensiva...
E allora io giro il discorso. Se la 150 non funziona deve scattare l'allarme. Se i ruoli si mescolano, se il peso dell'informazione oggettiva, corretta e trasparente, cioè istituzionale, diminuisce, questo significa che il sistema si è rotto, cioè che non stiamo più governando per i cittadini.
Si pone un problema di democrazia. E allora i cittadini, ma gli organi di informazione prima di tutti, devono sentire IL PESO DI QUESTA ASSENZA, che non è significativa di per sé, ma va letta come un serio campanello d'allarme rispetto a una situazione più generale. E, si sa, di fronte agli allarmi gli organi di informazione hanno un solo ed unico compito: avvertire tutti, subito, rendendoli consapevoli del pericolo che stanno correndo.

mercoledì 2 giugno 2010

FESTA DELLA REPUBBLICA

Ad Ancona l'Italia è una bambina (o forse una fatina?)
Quando il vice prefetto reggente della Prefettura di Ancona, Antonio Corona, ha convocato gli uffici stampa di tutti gli Enti presenti sul territorio per organizzare la Festa della Repubblica 2010, ho pensato che era proprio una novità il fatto che ci si ritrovasse a lavorare tutti insieme attorno allo stesso progetto, ma mi sbagliavo. La vera novità non era quella. 
Di nuovo c'era, soprattutto, che la Festa della Repubblica, nelle intenzioni di chi la stava organizzando, doveva realmente coinvolgere tutta la città e quindi non bastava una commemorazione tradizionale, ma serviva qualcosa che contribuisse a far sentire tutti protagonisti, in una giornata che ha veramente bisogno di ritrovare significati reali nel vissuto di ogni cittadino, rispetto ai valori fondamentali e irrinunciabili della democrazia e della libertà.
L'idea era quella che questa mattina ha trovato compimento, direi con successo, coinvolgendo tutto il centro di Ancona: dal Passetto a Piazza del Papa. Dopo la tradizionale deposizione delle corone in onore di tutti i caduti per l'Italia, una enorme bandiera ha sfilato per il viale e per il corso, portata dai bambini delle elementari, dai ragazzi del liceo, accompagnata dalla banda musicale, accolta in piazza del Papa dagli ex combattenti, dai partigiani, dalle forze armate, dai rappresentanti delle istituzioni e dai cittadini e poi issata sul balcone della Prefettura sulle note dell'inno delle Marche di Giovanni Allevi. 
Tra le novità più significative, che domani faranno i titoli dei giornali, c'è il fatto che la bandiera è arrivata in piazza accompagnata dalla musica di Hans Zimmer (con il tema del Galdiatore) e applaudita dalla gente. Tanta gente, considerata la proverbiale freddezza degli anconetani. 
Magliette col tricolore, bandierine e musica insolita per una cerimonia ufficiale. Ecco gli ingredienti della festa, realizzata "sul filo del protocollo", ma, al tempo stesso, con eleganza e sobrietà. 
Una festa con invito. Nei giorni precedenti, infatti, mentre alle autorità giungevano le convocazioni ufficiali, tutti gli anconetani ricevevano due inviti particolari e insoliti: uno spot radiofonico realizzato e diffuso gratuitamente dalle radio locali (clicca qui per ascoltarlo), e un depliant per gli studenti e le famiglie in cui con il disegno di una ragazzina in tricolore, realizzato da una bambina di Ancona, con semplicità si invitavano le famiglie a partecipare, ricordando che il 2 giugno è la festa di tutti noi.

Il messaggio del Presidente



Le immagini della storia





La Festa della Repubblica per gli italiani di seconda generazione






martedì 25 maggio 2010

CHE PAURA GLI STAGISTI!


Sul blog del collega Mario Tedeschini Lalli trovo la lettera di due stagiste impegnate all'interno della redazione di un giornale e cacciate dal sindacato.
"Capita - scrive Tedeschini Lalli - che questo giornale, come la gran parte dei giornali italiani, sia tecnicamente in crisi (legge 416) e abbia attivato i prepensionamenti. In questo contesto, hanno tenuto a precisare gli inflessibili custodi dei valori professionali, una testata non può prendere stagisti, punto e basta. Il mobbing interno è durato una decina di giorni, poi le colleghe hanno gettato la spugna" (http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/). 

La situazione della nostra professione è sicuramente catastrofica, ma non lo è solo in termini occupazionali. Impedire ai più giovani di formarsi e di imparare significa seppellire definitivamente il presente e il futuro di un mestiere che oggi sta morendo perché manca la libertà.
Mi chiedo: come si fa a difendere la libertà di questo mestiere se non si pensa alla cultura, all'esperienza e alla preparazione di chi, nonostante tutto, oggi sceglie, per il futuro, di fare il giornalista?
Ho anche io un vago, perché (ahimé) lontano nel tempo, ricordo di situazioni analoghe (ma mai così gravi) in alcune redazioni della metà degli anni '90. Alle due colleghe posso dire: oggi faccio la giornalista, e da una posizione molto scomoda, perché, credetemi, negli uffici stampa istituzionali malissima tempora currunt!
Mi guidano poche cose, ma secondo me importanti: la mia preparazione, ricevuta in una scuola di giornalismo e alimentata poi leggendo, osservando e documentandomi costantemente con la stessa curiosità del primo giorno di professione, il confronto con i tanti colleghi bravi che negli anni hanno condiviso con me la loro cultura e la loro esperienza, la volontà di raccontare sempre le cose come stanno e, per farlo, di comprendere e di ragionare insieme con chi deve comunicare e con chi riceve le mie comunicazioni (i politici, i tecnici, i colleghi giornalisti che sono nelle redazioni). Non vi fermate di fronte alle porte chiuse. Cambiate strada. Fate come quando cercate una notizia: c'è sempre un modo per arrivarci. In bocca al lupo!

Ecco la lettera delle colleghe:

venerdì 21 maggio 2010

E’ un giornalismo per vecchi
Quando gli stagisti fanno paura….(chissà poi perché). Riporto qui sotto una lettera. L’ho scritta con una amica durante il nostro stage in un giornale di centro-sinistra. E’ una risposta al Cdr che ci ha cacciate via e alla Fnsi che ha ostacolato in ogni modo a livello nazionale i giovani che si affacciano alla professione giornalistica. Un sindacato, quindi, che tutela una casta, che predica meritocrazia e codice deontologico, ma accetta passivamente il sistema di clientele e raccomandazioni. E’ facile prendersela con gli ultimi arrivati, piuttosto che riformulare le regole o sanzionare chi approfitta del lavoro gratuito degli stagisti.
Come ho detto a uno dei membri del Cdr (che ha affermato che “tra un anno io sarò precaria e quindi farò la guerra agli stagisti che mi ruberanno il lavoro”) io spero solo, tra un anno come tra cento, di non fare parte di un sindacato che dice di tutelare i precari (e non lo fa) calpestando i diritti alla formazione dei giovani.
P.S. a questa mia risposta, lui ha affermato: “Ma in questa professione si è sempre tagliato le gambe agli altri”. Bene. Resta però il fatto che questo meccanismo non è giusto perché è sempre stato così. Se questo è il livello di discussione che alcuni giornalisti possono garantirci, non mi meraviglia la facilità con cui il potere controlla il sistema di informazione del paese!

Se i giornali potessero raccontare questa storia…
La storia di noi due stagiste ostacolate in ogni modo dal Cdr e poi invitate ad andare via. Più volte (da ultimo, durante la riunione del 18 maggio), i membri del Cdr e altri redattori che si sentono inspiegabilmente minacciati da noi, ci hanno ripetuto “voi non potreste stare qui”. Un chiaro invito ad andarcene. Parole che certo non ci hanno fatto paura, semmai ci hanno fatto capire fino in fondo la situazione in cui si trova oggi questo mestiere.
Siamo convinte che tutti gli stagisti, a maggior ragione quelli che sono anche giornalisti praticanti, hanno diritto a una formazione. Avevamo scelto questo quotidiano perché pensavamo che qui ci fossero giornalisti capaci che potevano insegnarci tanto. Invece, ci siamo sentite ripetere più volte, anche con poca sensibilità, che eravamo “illegali” e che minacciavamo “i diritti degli altri giornalisti”.
Noi non ci siamo mai “illuse”, come qualcuno ci ha contestato, perché conosciamo la situazione economica della testata. Ci aspettavamo che qui i nostri diritti – come quello a ricevere una formazione – sarebbero stati rispettati.
Il Cdr ha rivendicato più volte la correttezza della sua posizione, facendosi forte di avere la legge dalla propria parte. E’ vero. Come è vero che tra il rispetto e la trasgressione di una legge ci sono il buon senso, l’umanità e anche un’idea politica, come bene dimostrò il fondatore di questo giornale.
Alcune persone hanno preso fermamente posizione a nostro favore durante la riunione. Altri, tra cui due capo-servizio, i ragazzi dell’on line, il direttore e il co-direttore ci hanno dimostrato la loro solidarietà e hanno fatto il possibile per farci lavorare. Li ringraziamo. E ringraziamo anche la segretaria che si è assunta tutta la responsabilità di questa vicenda.
Andiamo dove è possibile lavorare e imparare. I membri del Cdr penseranno che questa sia una vittoria. In realtà per loro è una sconfitta: perché solo così si chiama la situazione dei giornalisti che si rifiutano di formare chi si affaccia alla professione. Solo con la formazione, vogliamo ricordare a queste persone, si garantisce davvero l’autonomia dei giornalisti e la libertà di stampa.
Questo giornale non potrà mai raccontare questa storia. Una storia che starebbe così bene accanto a quelle dei giovani che se ne vanno all’estero e di tutte le persone colpite in qualche modo dalla crisi.

PER CHI E' INTERESSATO
IL DIBATTITO CONTINUA SUL BLOG http://mariotedeschini.blog.kataweb.it
E ANCHE SU FACEBOOK, ALLA PAGINA gli studenti delle scuole di giornalismo che non hanno diritti

domenica 7 marzo 2010

Quando la comunicazione non funziona...

La comunicazione non funziona se non nasce da un percorso volontario e condiviso. Per comunicare, infatti, occorre seguire regole precise. E' da queste che nasce la coerenza del messaggio e la sua incisività
Credo, e sperimento ogni giorno, che l'errore più comune oggi sia quello di pensare che si può vincere e convincere anche trasmettendo messaggi falsi.
La garanzia di efficacia non sta, per fortuna, nella perfetta costruzione di un sistema, ma nella perfetta coerenza delle sue fondamenta.
Occorre trasparenza e verità alla base. Nessun "marchingegno" è sicuro, per chi mente sapendo di mentire.
C'è una sorta di garanzia e, forse, di democrazia nelle cose. Ogni messaggio, una volta uscito dalla sua fonte, viene inevitabilmente analizzato, trattato, "provato" da una serie incontrollabile di individui e di realtà. Per questo il messaggio deve essere coerente ab origine, per evitare che l'incrocio e l'intreccio delle interpretazioni e degli interessi lo smonti inesorabilmente e in modo del tutto incontrollabile.

sabato 3 ottobre 2009

GIORNALISTI PER CASO?




http://sites.google.com/site/mmargheritarinaldi/presentazioni
Tutto ha inizio con il concetto di trasparenza amministrativa, introdotto nell'ordinamento italiano negli anni '90 del ventesimo secolo. E' da questo momento che cominciano a prendere forma l'idea, e la possibilità, che il mestiere del giornalista possa essere svolto all'interno delle pubbliche amministrazioni con una pratica di pari dignità rispetto a quella delle redazioni.
Poi, nel 2000, arriva la Legge 150, con una serie di premesse, e promesse, che potenzialmente potrebbero creare un sistema all'avanguardia e di grande garanzia democratica per i cittadini.
Ma tutto sembra fermarsi lì e oggi, a quasi dieci anni di distanza, sembra che l'informazione e la comunicazione istituzionale stiano per ingranare la retromarcia, anche se, paradossalmente, i giornalisti degli uffici tampa istituzionali stanno concretamente "rischiando" di diventare i più liberi dell'intero sistema.
Cos'è che non è andato nell'applicazione di questa legge? Forse molte risposte sono contenute nello stesso testo.
La domanda oggi è: chi e quando, sarà in grado di sbloccare il meccanismo e di far ripartire la macchina in modo virtuoso?
In una lezione con i pubblicisti prossimi all'esame di stato all'Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino, il 30 settembre 2009 abbiamo riflettuto su questi temi.
Clicca sulla presentazione allegata in testa a queto post.