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venerdì 10 settembre 2010
FINE
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giovedì 2 settembre 2010
NON STARO' PECCANDO D'IMMAGINAZIONE, COME SEMPRE?
C'è un filone lettarario abbastanza recente che riporta in auge gli antichi epistolari, anche se il topos della lettera scritta a mano ha ormai lasciato il posto a quello della comunicazione informatica.
Nel "Viaggiatore del secolo" di Andrés Neuman, pure se il romanzo è ambientato all'inizio del diciannovesimo secolo, gli scambi epistolari tra i protagonisti restituiscono al lettore un'idea di velocità e di urgenza comunicativa che è propria dei nostri giorni.
Essendo io stessa una curiosa e affezionata degli scambi epistolari (preferibilmente elettronici), apprezzo in particolare il fatto che qui l'autore mostri il gioco affascinante che si crea nell'interpretare la scelta delle parole, la loro disposizione, il gioco del detto e del non detto, che ci fanno comprendere, o credere di comprendere, la disposizione d'animo dichiarata e anche quella nascosta di chi scrive.
"Carissimo amico,
(carissimo, si esaltò Hans),
Carissimo amico, ricambio la poesia di Novalis con una delle mie poesie preferite della Mereau, non so se la conosci. L'ho scelta perché si rivolge a noi lettrici, a tutte le donne che sognano un'altra vita in questa vita.
(un'altra vita? si fermò Hans, allora quella che ha, quella che sta per avere, la vita che l'attende dopo l'estate, non è quella che spera? allora forse no? Basta, leggi!)
.......
E benché tu sia un lettore in questo ti considero un mio pari. Perciò qui sotto ti copio alcuni versi, quelli che a me sembrano più belli, sperando che oggi o domani tu abbia voglia di rispondermi con un'altra poesia.
(A-ah. Mi invita a risponderle. Questa è una novità. Cioè mi lascia l'ultima parola. Non sarà un'offerta? Un modo di darsi? Non starò peccando d'immaginazione, come sempre?)
Affettuosamente tua,
SOPHIE
(Mmm, Affettuosamente. Non sembra un gran... No, decisamente no. Però il nome è al completo. Cioè, non è un po' come se me lo consegnasse? Come se mi dicesse: sono tutta tua. Sono Sophie, sono, ma dai! che stupidaggine! Vado a farmi il bagno. No, è troppo tardi. Il vecchio mi aspetta. Improvvisamente qui dentro fa caldo, mi pare. Va bene, vediamo questa poesia. Le rispondo domani. Però accidenti. O cerco qualcosa adesso? Meglio domani.)
Questo di Neuman è stato definito un "romanzo totale", un dialogo tra il grande romanzo ottocentesco e le avanguardie moderne, ponte tra la storia e i temi del nostro presente. E se, tra i grandi temi del nostro presente trattati nel testo si ritrovano quello delle migrazioni, dei nuovi nazionalismi, dell'emancipazione della donna, a me sembra che altrettanto attuale sia questa modernissima concezione della comunicazione scritta, che, a nostra insaputa, è tornata a essere centrale nei nostri comportamenti quotidiani e che, come per i due innamorati clandestini della storia, veste oggi i panni della massima informalità, della "personalizzazione" estrema e si spoglia di qualsiasi ridondanza verbale e sintattica (si spoglia persino dei due punti, delle virgolette e di molti segni di interpunzione), per rispondere alla sempre più diffusa voglia di immediatezza.


Credo che, mentre le generazioni successive alla mia (che ho da poco superato i 40) avevano quasi completamente dimenticato l'uso della scrittura a favore di una oralità prevalente (la tv, bla bla bla...), oggi i ragazzi l'abbiano recuperato in maniera netta anche se con regole e consuetudini completamente diverse rispetto al passato: scompare quasi del tutto la dimensione descrittiva per dare spazio ai dialoghi, che sono l'espressione dell'interattività, del qui e ora. Scompaiono, come detto, molte regole formali e soprattutto tornano gli ideogrammi, che oggi si chiamano, per esempio, emoticon e che si fondono con i segni grafici più astratti del nostro alfabeto tradizionale.
Si trasferisce invece in sede grafica la ridondanza, che prima era verbale: punti esclamativi, interrogativi e puntini di sospensione ripetuti in modo sovrabbondante come un googol, ripetizione delle lettere all'interno di una parola (beeeeeeeeeeeneeeeeeee!!!!!!! siiiiiiiiiiiiii!!!!!! nooooo!!!!! ...) o delle stesse parole (sisi, nono...).
Non scompare, infine, anzi torna in auge, il potere dell'interpretazione. Anche le menti più giovani e semplici traggono emozioni da questa nuova scrittura: da un'icona che più o meno inaspettatamente compare nei loro schermi ridendo o piangendo, dall'attesa che si crea osservando i puntini di sospensione nella nuvoletta di una chat, dal senso dell'assenza creato da un post che rimane appeso lì senza nessuna risposta.
Che dire poi degli "appostamenti" sui social network? Ogni adolescente contemporaneo sa che dalle pagine delle persone che ci interessano, ma che magari non vogliamo o non possiamo contattare direttamente, si può trarre una quantità immensa di informazioni. In questi casi, in assenza delle parole dette, dei gesti e degli sguardi, in assenza, cioè, della compresenza fisica, ci si deve ancorare saldamente ai testi, ai particolari delle fotografie. Loro, gli adolescenti, non lo sanno forse, ma questo significa interpretare i testi e, nel farlo, esercitare anche l'immaginazione accanto alla conoscenza razionale delle persone e dei fatti.
Essi si comportano, dunque, come il lontanissimo (nel tempo) protagonista del "Viaggiatore del secolo", costretto, fino all'incontro con la sua Sophie e tra un incontro e il successivo, a nutrirsi delle parole che lei scrive, esercitandosi, da parte sua e reciprocamente, in un uso del linguaggio altrettanto calibrato, personalizzato e significativo, nella consapevolezza che, in assenza di gesti e parole concrete, questo può essere il suo unico messaggero (Messenger? Msn?). Si potrebbe, a questo punto, aggiungere una ulteriore riflessione, indotta dal romanzo, e cioè che tanto maggiore è il peso dell'assenza colmato dalle parole e dall'immaginazione, tanto più potenti sono, a loro volta, la fisicità e la passione degli incontri.
La speranza è dunque che questo ritorno potente e pesante della parola scritta non si diriga verso una dimensione totalmente virtuale, ma riconduca a una realtà sempre più "vissuta", nella consapevolezza, anche inconscia, del diverso ma ugualmente necessario potere di ciascuna delle numerose possibilità di comunicazione di cui disponiamo. E, anche, che scompaia la paura di peccare d'immaginazione. Immaginare non è peccato. Immaginando si rischia di sbagliare o, meglio, di scostarsi dalla realtà, ma si ha anche l'opportunità di andare avanti, innovando e creando opportunità migliori.
Nel "Viaggiatore del secolo" di Andrés Neuman, pure se il romanzo è ambientato all'inizio del diciannovesimo secolo, gli scambi epistolari tra i protagonisti restituiscono al lettore un'idea di velocità e di urgenza comunicativa che è propria dei nostri giorni.
Essendo io stessa una curiosa e affezionata degli scambi epistolari (preferibilmente elettronici), apprezzo in particolare il fatto che qui l'autore mostri il gioco affascinante che si crea nell'interpretare la scelta delle parole, la loro disposizione, il gioco del detto e del non detto, che ci fanno comprendere, o credere di comprendere, la disposizione d'animo dichiarata e anche quella nascosta di chi scrive.
"Carissimo amico,
(carissimo, si esaltò Hans),
Carissimo amico, ricambio la poesia di Novalis con una delle mie poesie preferite della Mereau, non so se la conosci. L'ho scelta perché si rivolge a noi lettrici, a tutte le donne che sognano un'altra vita in questa vita.
(un'altra vita? si fermò Hans, allora quella che ha, quella che sta per avere, la vita che l'attende dopo l'estate, non è quella che spera? allora forse no? Basta, leggi!)
.......
E benché tu sia un lettore in questo ti considero un mio pari. Perciò qui sotto ti copio alcuni versi, quelli che a me sembrano più belli, sperando che oggi o domani tu abbia voglia di rispondermi con un'altra poesia.
(A-ah. Mi invita a risponderle. Questa è una novità. Cioè mi lascia l'ultima parola. Non sarà un'offerta? Un modo di darsi? Non starò peccando d'immaginazione, come sempre?)
Affettuosamente tua,
SOPHIE
(Mmm, Affettuosamente. Non sembra un gran... No, decisamente no. Però il nome è al completo. Cioè, non è un po' come se me lo consegnasse? Come se mi dicesse: sono tutta tua. Sono Sophie, sono, ma dai! che stupidaggine! Vado a farmi il bagno. No, è troppo tardi. Il vecchio mi aspetta. Improvvisamente qui dentro fa caldo, mi pare. Va bene, vediamo questa poesia. Le rispondo domani. Però accidenti. O cerco qualcosa adesso? Meglio domani.)
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Questo di Neuman è stato definito un "romanzo totale", un dialogo tra il grande romanzo ottocentesco e le avanguardie moderne, ponte tra la storia e i temi del nostro presente. E se, tra i grandi temi del nostro presente trattati nel testo si ritrovano quello delle migrazioni, dei nuovi nazionalismi, dell'emancipazione della donna, a me sembra che altrettanto attuale sia questa modernissima concezione della comunicazione scritta, che, a nostra insaputa, è tornata a essere centrale nei nostri comportamenti quotidiani e che, come per i due innamorati clandestini della storia, veste oggi i panni della massima informalità, della "personalizzazione" estrema e si spoglia di qualsiasi ridondanza verbale e sintattica (si spoglia persino dei due punti, delle virgolette e di molti segni di interpunzione), per rispondere alla sempre più diffusa voglia di immediatezza.
Credo che, mentre le generazioni successive alla mia (che ho da poco superato i 40) avevano quasi completamente dimenticato l'uso della scrittura a favore di una oralità prevalente (la tv, bla bla bla...), oggi i ragazzi l'abbiano recuperato in maniera netta anche se con regole e consuetudini completamente diverse rispetto al passato: scompare quasi del tutto la dimensione descrittiva per dare spazio ai dialoghi, che sono l'espressione dell'interattività, del qui e ora. Scompaiono, come detto, molte regole formali e soprattutto tornano gli ideogrammi, che oggi si chiamano, per esempio, emoticon e che si fondono con i segni grafici più astratti del nostro alfabeto tradizionale.
Si trasferisce invece in sede grafica la ridondanza, che prima era verbale: punti esclamativi, interrogativi e puntini di sospensione ripetuti in modo sovrabbondante come un googol, ripetizione delle lettere all'interno di una parola (beeeeeeeeeeeneeeeeeee!!!!!!! siiiiiiiiiiiiii!!!!!! nooooo!!!!! ...) o delle stesse parole (sisi, nono...).
Non scompare, infine, anzi torna in auge, il potere dell'interpretazione. Anche le menti più giovani e semplici traggono emozioni da questa nuova scrittura: da un'icona che più o meno inaspettatamente compare nei loro schermi ridendo o piangendo, dall'attesa che si crea osservando i puntini di sospensione nella nuvoletta di una chat, dal senso dell'assenza creato da un post che rimane appeso lì senza nessuna risposta.
Che dire poi degli "appostamenti" sui social network? Ogni adolescente contemporaneo sa che dalle pagine delle persone che ci interessano, ma che magari non vogliamo o non possiamo contattare direttamente, si può trarre una quantità immensa di informazioni. In questi casi, in assenza delle parole dette, dei gesti e degli sguardi, in assenza, cioè, della compresenza fisica, ci si deve ancorare saldamente ai testi, ai particolari delle fotografie. Loro, gli adolescenti, non lo sanno forse, ma questo significa interpretare i testi e, nel farlo, esercitare anche l'immaginazione accanto alla conoscenza razionale delle persone e dei fatti.
Essi si comportano, dunque, come il lontanissimo (nel tempo) protagonista del "Viaggiatore del secolo", costretto, fino all'incontro con la sua Sophie e tra un incontro e il successivo, a nutrirsi delle parole che lei scrive, esercitandosi, da parte sua e reciprocamente, in un uso del linguaggio altrettanto calibrato, personalizzato e significativo, nella consapevolezza che, in assenza di gesti e parole concrete, questo può essere il suo unico messaggero (Messenger? Msn?). Si potrebbe, a questo punto, aggiungere una ulteriore riflessione, indotta dal romanzo, e cioè che tanto maggiore è il peso dell'assenza colmato dalle parole e dall'immaginazione, tanto più potenti sono, a loro volta, la fisicità e la passione degli incontri.
La speranza è dunque che questo ritorno potente e pesante della parola scritta non si diriga verso una dimensione totalmente virtuale, ma riconduca a una realtà sempre più "vissuta", nella consapevolezza, anche inconscia, del diverso ma ugualmente necessario potere di ciascuna delle numerose possibilità di comunicazione di cui disponiamo. E, anche, che scompaia la paura di peccare d'immaginazione. Immaginare non è peccato. Immaginando si rischia di sbagliare o, meglio, di scostarsi dalla realtà, ma si ha anche l'opportunità di andare avanti, innovando e creando opportunità migliori.
mercoledì 18 agosto 2010
ACCABADORA
- ...devi studiare l'italiano bene, questo te lo chiedo come una grazia
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia
...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.
Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia
...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.
Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.
LA PAGINA BIANCA /3 - PERSONAGGI IN VISITA
E' vero: i personaggi ti vengono a trovare e tu li conosci a poco a poco. All'inizio sono solo un abbozzo, un'idea. Di alcuni di loro sai subito il nome, di altri nemmeno quello. Tutti però hanno una storia da raccontare o un'idea da comunicare, e lo vogliono fare attraverso la tua scrittura.
Scrivere, allora, diventa una questione di osservazione e di ascolto.
Io personalmente tengo per la cicala, perché ho paura che, a forza di accumulare, le nostre cose, le idee e le azioni importanti rimangano sparse qua e là senza una logica, oppure restino nascoste sotto quelle più insignificanti, senza poter brillare della luce che meriterebbero, correndo il rischio di essere perse, trascurate, dimenticate.
Per me tutto questo si traduce in una serie di immagini: tanti scatoloni pieni di cianfrusaglie non identificate, aperti a metà e lasciati in mezzo a una stanza; libri, anch'essi aperti, cominciati a leggere e poi abbandonati a terra attorno a un divano, con la copertina rivolta all'insù per tenere il segno, vestiti smessi sullo schienale di una sedia, scarpe e calzini spaiati tra gli scatoloni delle cianfrusaglie.
Irma che sta come davanti a un solitario: sposta le carte messe giù alla rinfusa per trovare tra loro la logica invisibile, che nella confusione e nel disordine cerca la carta giusta, quella che poi farà scorrere tutto in modo più fluido, restituendo alla sua percezione l'ordine giusto delle scale e dei colori.
Scrivere, allora, diventa una questione di osservazione e di ascolto.
Menadi in terracotta, Grecia II secolo a.C.
Per esempio io ricevo spesso la visita di un personaggio che si chiama Irma.
Irma nasce da un binomio fantastico: ragazza-scatoloni. Un binomio che però io ho ritrovato a posteriori. Non sono partita da lì, come suggerisce Rodari. Quando Irma è arrivata era già tutta intera: aveva un nome, un carattere pasticcione e un'indole confusionaria. Non mi era chiaro, però, come fosse fisicamente: bionda o mora? magra o grassa? alta o bassa?
Irma nasce da un binomio fantastico: ragazza-scatoloni. Un binomio che però io ho ritrovato a posteriori. Non sono partita da lì, come suggerisce Rodari. Quando Irma è arrivata era già tutta intera: aveva un nome, un carattere pasticcione e un'indole confusionaria. Non mi era chiaro, però, come fosse fisicamente: bionda o mora? magra o grassa? alta o bassa?
Incompiutezza: è l'idea che mi accompagna quasi da sempre. A questa idea, nel momento in cui mi è stato chiesto di inventare una storia, ho immediatamente dato forma (è vero, qualcuno ha dovuto chiedermelo, di inventare una storia. Io avevo sempre voluto farlo, ma non mi ero mai decisa).
Io credo che, vivendo di fretta, capiti di catturare all'interno della vita più cose, idee, sensazioni di quante se ne possano effettivamente gustare. Si prende e si accumula freneticamente, senza sapere di preciso né quanto né cosa, forse nella speranza di un domani in cui, comodamente seduti al calduccio, si potrà godere di quanto si è accantonato. Ma la domanda è: aveva ragione la cicala oppure la formica?
Io personalmente tengo per la cicala, perché ho paura che, a forza di accumulare, le nostre cose, le idee e le azioni importanti rimangano sparse qua e là senza una logica, oppure restino nascoste sotto quelle più insignificanti, senza poter brillare della luce che meriterebbero, correndo il rischio di essere perse, trascurate, dimenticate.
Per me tutto questo si traduce in una serie di immagini: tanti scatoloni pieni di cianfrusaglie non identificate, aperti a metà e lasciati in mezzo a una stanza; libri, anch'essi aperti, cominciati a leggere e poi abbandonati a terra attorno a un divano, con la copertina rivolta all'insù per tenere il segno, vestiti smessi sullo schienale di una sedia, scarpe e calzini spaiati tra gli scatoloni delle cianfrusaglie.
E' la casa di Irma, che vive la vita sempre in ritardo, che lascia il lavoro per un capriccio, che non finisce i libri, si addormenta davanti alla tv senza mai vedere la fine di un film, che ha l'armadio vuoto e i vestiti sparsi per tutta casa.
Irma che sta come davanti a un solitario: sposta le carte messe giù alla rinfusa per trovare tra loro la logica invisibile, che nella confusione e nel disordine cerca la carta giusta, quella che poi farà scorrere tutto in modo più fluido, restituendo alla sua percezione l'ordine giusto delle scale e dei colori.
Per poi cominciare, forse, una nuova partita.
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giovedì 29 luglio 2010
LA PAGINA BIANCA / 2
Da tempo mi esercito a scrivere. Ho cominciato pensando a un soggetto cinematografico, ma a poco a poco questo si sta trasformando in un racconto, che si consolida gradualmente e molto molto lentamente.
Cimentarmi in questa esperienza è una sfida interessante. In primo luogo, nonostante io usi ogni giorno la scrittura per lavoro, ho dovuto prendere atto di essere una scrittrice alle prime armi e la prima difficoltà che ho dovuto affrontare è stata quella di liberare la fantasia e di ritrovare la capacità di raccontare.
Per superare questa impasse ho deciso di inserire nel mio racconto alcuni elementi autobiografici, pochissimi, che mi hanno dato il la per affrontare la pagina bianca e che non so neanche se al termine della storia sopravviveranno.
Ho deciso di scrivere questo racconto perché, come dice un regista che ho conosciuto qualche tempo fa, avevo urgenza di farlo. Ne conosco l’inizio e la fine, ma non ho ancora ben chiaro il suo svolgimento. In questo momento non so neanche il nome dei personaggi, che però, ne sono sicura, abitano da sempre nella mia immaginazione. Conservo inoltre da tempo una serie di immagini della fantasia, affiancata da una equivalente serie di ricordi, che in parte utilizzerò nel racconto stesso.
In passato avevo fatto leggere alcune bozze di miei lavori a persone di cui mi fidavo, ma mi sono accorta che il mio rubinetto delle idee si chiudeva irrimediabilmente ogni volta che lasciavo che qualcuno curiosasse tra le righe di questi lavori in corso, dove ancora necessariamente regnava il caos e molte parole, molti pensieri, molti personaggi si trovavano accatastati ai margini, in attesa di essere collocati al loro posto, per essere poi fissati, ripuliti, lucidati e, infine, consegnati ai lettori.
Dunque ora ho deciso che il mio racconto uscirà fuori solo dopo che io ci avrò messo la parola fine, cosa che accadrà quando tutto il sistema funzionerà perfettamente, cioè quando ogni elemento sarà al suo posto e il superfluo sarà stato eliminato, quando i personaggi vivranno di vita propria e diventeranno completamente autonomi e altri da me, quando la storia sarà in grado di avere peso e valore non solo per me che l’ho scritta ma per tutti coloro che la leggeranno.
lunedì 12 luglio 2010
LIBRI CHE HO LETTO
L'eleganza del riccio: L'eleganza del riccio non si vede, perché sta sotto le spine e la goffaggine dei suoi movimenti. Il riccio è elegante quando è nel suo mondo, lontano dalla strada dove tutti possono vederlo, proprio come la ritrosa portinaia del romanzo. Solo in pochi apprezzeranno la sua ricchezza, solo coloro che sapranno penetrare tra i suoi aculei, oppure nel suo nascondiglio.
Il riccio lo sa che mostrarsi agli altri, indugiare tra di loro, potrebbe essere per lui un errore fatale. Un errore che questo animale molto spesso paga con la vita.
L'ombra del vento: "un libro che parla di libri, di autori di libri, di lettori e di editori. E soprattutto del potere delle parole, dello spirito di chi le ha scritte e anche di chi le legge" (wikipedia).
Shangai Baby: Da Shanghai, città multirazziale percorsa da nuovi fermenti, simbolo della Cina che cambia, arriva questo libro che si è affermato come un caso letterario clamoroso. Ha entusiasmato migliaia di giovani cinesi che vi si sono riconosciuti e lo hanno letto in massa, scaricandolo da Internet quando le autorità di Pechino lo hanno messo al bando per il suo contenuto scabroso.
Shanghai Baby racconta di Coco, venticinquenne ambiziosa e inquieta, ex giornalista e scrittrice, cameriera in un bar di Shanghai. Coco ama Tiantian, un ragazzo alto e bello, ma impotente e dedito all’eroina. Al tempo stesso ha un sogno: scrivere il romanzo che dovrebbe renderla celebre. Un giorno conosce Mark, un uomo d’affari tedesco, sposato. E non esita a intrecciare con lui una rovente storia di sesso e a tradire Tiantian pur continuando ad amarlo perdutamente, con intensità disperata. Progioniera di un gioco distruttivo, divisa tra due sentimenti in conflitto - l’amore e la passione - rischia di andare alla deriva, di perdere il controllo sul proprio destino. Ma trova nella vita, con le sue esaltazioni e le sue sofferenze, la forza per rimettersi in strada e affermarsi come scrittrice. Sullo sfondo, descritta con grazia e freschezza, si staglia la magica città di Shanghai, misteriosa e sfavillante di luci, variopinta e chiassosa, invasa da giovani che come Coco hanno una mentalità libera e idee all’avanguardia, che frequentano le discoteche e si stordiscono di musica tecno, che vivono come se non esistesse un domani. Storia estrema ed emozionante sotto il segno di Henry Miller e di Tropico del Cancro, Shanghai Baby dà voce non solo a una straordinaria autrice ma a un’intera generazione di giovani cinesi di oggi. Recensione da: http://www.tuttocina.it/editoria/shangbab.htm
La Trilogia Millennium: provate a pensare a Pippi Calzelunghe...
Uomini che odiano le donne
La ragazza che giocava con il fuoco
La regina dei castelli di carta
La variante di Luneburg: la vita come una scacchiera e i personaggi come pedine in una partita che incarna uno dei periodi più tristi e più bassi della storia dell'uomo
Il riccio lo sa che mostrarsi agli altri, indugiare tra di loro, potrebbe essere per lui un errore fatale. Un errore che questo animale molto spesso paga con la vita.
L'ombra del vento: "un libro che parla di libri, di autori di libri, di lettori e di editori. E soprattutto del potere delle parole, dello spirito di chi le ha scritte e anche di chi le legge" (wikipedia).
Shangai Baby: Da Shanghai, città multirazziale percorsa da nuovi fermenti, simbolo della Cina che cambia, arriva questo libro che si è affermato come un caso letterario clamoroso. Ha entusiasmato migliaia di giovani cinesi che vi si sono riconosciuti e lo hanno letto in massa, scaricandolo da Internet quando le autorità di Pechino lo hanno messo al bando per il suo contenuto scabroso.
Shanghai Baby racconta di Coco, venticinquenne ambiziosa e inquieta, ex giornalista e scrittrice, cameriera in un bar di Shanghai. Coco ama Tiantian, un ragazzo alto e bello, ma impotente e dedito all’eroina. Al tempo stesso ha un sogno: scrivere il romanzo che dovrebbe renderla celebre. Un giorno conosce Mark, un uomo d’affari tedesco, sposato. E non esita a intrecciare con lui una rovente storia di sesso e a tradire Tiantian pur continuando ad amarlo perdutamente, con intensità disperata. Progioniera di un gioco distruttivo, divisa tra due sentimenti in conflitto - l’amore e la passione - rischia di andare alla deriva, di perdere il controllo sul proprio destino. Ma trova nella vita, con le sue esaltazioni e le sue sofferenze, la forza per rimettersi in strada e affermarsi come scrittrice. Sullo sfondo, descritta con grazia e freschezza, si staglia la magica città di Shanghai, misteriosa e sfavillante di luci, variopinta e chiassosa, invasa da giovani che come Coco hanno una mentalità libera e idee all’avanguardia, che frequentano le discoteche e si stordiscono di musica tecno, che vivono come se non esistesse un domani. Storia estrema ed emozionante sotto il segno di Henry Miller e di Tropico del Cancro, Shanghai Baby dà voce non solo a una straordinaria autrice ma a un’intera generazione di giovani cinesi di oggi. Recensione da: http://www.tuttocina.it/editoria/shangbab.htm
La Trilogia Millennium: provate a pensare a Pippi Calzelunghe...
Uomini che odiano le donne
La ragazza che giocava con il fuoco
La regina dei castelli di carta
La variante di Luneburg: la vita come una scacchiera e i personaggi come pedine in una partita che incarna uno dei periodi più tristi e più bassi della storia dell'uomo
sabato 22 novembre 2008
La mamma di Maya Fox

Minimeg mi colpisce molto. E' la mamma di Maya Fox, il personaggio di Iginio Straffi e Silvia Brena, nel libro che da Feltrinelli ho trovato alla sezione "ragazzi", ma che, credo, si possa leggere con curiosità e con piacere a tutte le età.
E' una madre supercoinvolta nel suo lavoro. Ha, per questo, sensi di colpa nei confronti della figlia. Ma il bello del personaggio è che il senso di colpa non le impedisce di proseguire ad essere tutte e due le cose.
Noi madri soffriamo comunque, generalmente, di ansia o di sensi di colpa nei confronti dei nostri figli, sia che facciamo le casalinghe, sia che facciamo le superprofessioniste superprofessionali. La differenza è che Minimeg (il nomignolo mi piace perché un po' mi ricorda me...) ha scelto con quale ansia e con quale senso di colpa convivere. Ha scelto quale fiume deve guadare, consapevole del fatto che, tanto, un guado andava affrontato in ogni caso.
Maya è una adolescente, "predestinata" e speciale quanto vuoi, ma sempre una adolescente, con la sua vita di studentessa, i suoi ragazzi, le chat, gli sms... E come adolescente rispetta il copione: critica sua madre come fanno tutti: "Cheppalle... mi controlla... è diversa da me...".
Per i ragazzi forse è più facile rispettare il copione. Loro, in fondo, lo sanno che devono "andare da un'altra parte", e che la strada non è sempre semplice.
Per i genitori no. A un certo punto, forse perché un po' ci specchiamo nei nostri figli, cominciamo a "guardarci vivere", e ci piacerebbe interpretare, in questo film, il ruolo del protagonista invincibile, che non sbaglia mai e vince sempre, su tutto e su tutti. Megan sa che non è così. Ha capito perfettamente il suo ruolo. E lo interpreta con la stessa, costruttiva, incoscienza dei nostri figli adolescenti.

















