Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
giovedì 28 marzo 2013
SE SI PERDE IL RISPETTO DEL DOLORE
Non c'è bisogno di essere una mamma per capire quanto indicibile dolore possa spingere una madre a scendere in strada con la foto del figlio morto ammazzato. Perdere un figlio è contro natura. Dover riaffermare, ogni volta, quella morte è una tragedia senza confini. Nessuna civiltà, nessun rispetto si possono ottenere se non si rispetta, almeno, il dolore più profondo che un essere umano può provare nella sua vita.
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/03/27/Aldrovandi-agenti-manifestano-sotto-ufficio-madre_8467979.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi
Etichette:
Aldovrandi,
donne,
eventi,
figli,
genitori,
giovani,
idea,
istituzioni,
madri,
politica
giovedì 25 ottobre 2012
IL BAMBINO CRESCE NELLA DECRESCITA
Di Marco Geronimi Stoll
25 ottobre 2012
In 4o anni di carriera mi sono dedicato alla scuola e all’animazione sociale per i primi 25. Poi, visto le vicissitudini del mio paese, l’Italia, ho dovuto ri-inventarmi nel settore privato. Sono stato pubblicitario e da una dozzina d’anni sono un pubblicitario disertore, uno a cui non piace condizionare la gente al consumismo, ma che per mestiere ha conosciuto molte tecnicuzze che vi convincono a desiderare quello che non vi serve.
La cosa più sconvolgente, vi assicuro, è scoprire concretamente l’entità dei budget spesi nell’advertisement (quasi tutto televisivo) in questi ultimi decenni. Un minuto sulle sei principali reti italiane costa quanto lo stipendio di tutta la vita di una maestra; ciascun italiano, al termine di una vita ha pagato indirettamente (nascosto nel prezzo delle merci) il costo di una discreta casa.
Oggi, per mestiere, aiuto le organizzazioni della decrescita (enti, associazioni, movimenti ed aziende dell’altra economia come contadini bio, artigiani del riciclo, installatori solari…) a comunicare senza marketing. Questi imprenditori scommettono la vita per sviluppare forme sostenibili di economia. Li conosco bene, li stimo, vedo che fanno molto sul serio; sono forme di economia che reggono discretamente alla crisi e, tra tutte le forme di investimento per creare un posto di lavoro, quasi sempre sono la più economica in rapporto ai risultati.
Tuttavia occorre restare guardinghi: «economia» e «sostenibilità» sono parole trabocchetto, ci sta dentro tutto e il contrario di tutto.
Serge Latouche sostiene che «sviluppo sostenibile» è un ossimoro perché non possono davvero convivere contemporaneamente la crescita industrialista e la sostenibilità ambientale. A dimostrazione di questa tesi ricorda i mille esempi in cui orribili delitti ambientali, che hanno prodotto scempi inenarrabili e migliaia di morti, sono stati perpetrati da brand che nel marketing vantavano e promuovevano lo sviluppo sostenibile, spesso con finanziamenti o permessi di natura ecologica da parte dei governi e degli organismi sovranazionali. Invece la decrescita felice, o serena, o la semplicità volontaria… nella tesi di Latouche, non sono ossimori. (…)
L’ossimoro è una delle forme più potenti per aggirare le difese della vostra mente, perché prende due categorie che la mente conosce già, ad esempio giovinezza e vecchiaia, e le combina ad esempio dicendo che quel ragazzo è già vecchio, o che quell’adulto è un bambino… Quando su un gelato freddo metti una marmellata calda si aprono le papille gustative e l’olfatto. Davanti all’ossimoro accade una cosa simile, la mente apre le difese; può entrarci il male del marketing o il bene della poesia. Come pubblicitario ed ecologista dovrei dar ragione a Latouche, ma in termini di arte e poesia dovrei dire il contrario, l’ossimoro vero è quello che fa fare uno scarto mentale evolutivo, sovverte le categorie del pensiero e genera nuovi modi di vedere le cose. Nuovi frames, nuove cornici mentali, ciò che Latouche chiama “ricontestualizzazioni”.
Sappiamo tutti che questa è la cosa più importante. Fa la stessa cosa che può fare un insegnante quando vuole intuire, di un dato concetto, quale competenza a monte è stata condizionata dal marketing, quale immaginario artificiale è stato indotto. Semplice. Digita la parola su Google e guarda le immagini che escono. Sarà forse empirico, sarà euristico, eppure funziona. Anzi, forse proprio per questo funziona.
Ecco quello che succede digitando sviluppo sostenibile (…) Tre cerchi si intersecano: sociale, ambientale ed economico. Tre aggettivi: di cosa? Di sviluppo, naturalmente.
Allora facciamo la stessa operazione googlando «sviluppo». Ecco ciò che esce. Un sacco di diagrammi e frecce economiche che salgono; c’è anche qualche qualche pianta, qualche pianeta Terra, ma purtroppo se li cliccate finite quasi sempre nel green washing di qualche corporation. Somiglia a quando digitate «Crescita» o «Progresso»: frecce e grafici che raccontano un aumento, quasi sempre economico. Anzi, lo promettono, perché sono intrise di quell’ideologia sviluppista del secondo novecento, quella che diceva che l’economia gira se produciamo e consumiamo di più. Ancora oggi molta gente la pensa così: il senso comune è un prodotto artificiale indotto dal marketing, e più in generale dai media di massa quindi: sei più ricco se spendi, l’economia gira se sprechiamo risorse, sei autorevole se ti indebiti, ecc. (…)
Così dev’essere, la questione non è solo economica ed ecologica, è anche psicologica e culturale: abbiamo bisogni indotti, abbiamo inferiori sensibilità, ci sentiamo meno belli, siamo perennemente inappagati. Noi pubblicitari sappiamo esattamente come funziona questo meccanismo: sappiamo come farti sentire a disagio col bellissimo vestito dell’anno scorso, farti sentire ammirabile se giri con un Suv da 8 Km/litro, farti sentire una cattiva mamma se non propini al bimbo l’ultima chimicaglia alimentare…. Fior di miliardi sono spesi per convincervi, tanto li pagate voi: sono una percentuale parassitaria nascosta nel costo delle merci. Il marketing allunga la filiera perché fa parte della filiera. Ecco perché marketing e filiera corta non vanno d’accordo. Ecco perché se lasciamo l’insegnante solo, a far da unico baluardo culturale davanti a questa potenza di colonizzazione dell’immaginario dei bambini, è una formica che combatte contro un elefante.
Di tutto quel che c’è nel carrello, poco resta nel vostro corpo; ma quel poco diventa ciccia, mentre la pubblicità vi impone di essere magri. Schizofrenia indotta: è un ottimo affare; ma non per voi che pagate due volte, per ingrassare e per dimagrire, mentre anche il diagramma dell’autocompiacimento crolla a zero. Il resto di tutti quei chili di merce è tutta roba che finisce in pattumiera.
Già dagli anni ’80 nelle scuole si cercava di correre ai ripari. Le tre R, forse le avete imparate alle elementari: Riusare, Ridurre, Riciclare. Questo ha permesso in pochi decenni di passare alla raccolta differenziata in tutta Europa. In Italia meno, in molte zone c’è ancora una lotta contro la mafia che gestisce le discariche e/o contro i politici corrotti che vogliono fare altri inceneritori (…).
Negli anni ’80 quando le municipalità stavano passando dalla raccolta generica di rifiuti alla raccolta differenziata, sono stati spesi molti soldi in pubblicità (quello che allora si chiamava «marketing sociale») con esiti scarsissimi; quando invece sono venuti nelle scuole gli animatori a lavorare coi bambini, i bambini hanno sensibilizzato le famiglie e rapidamente i comportamenti sono cambiati (…).
Le tre R però non bastavano. Hanno cominciato a nascere delle quarte R, diverse in diversi contesti: ricomprare, ripensare, riparare, rispettare… La questione è che le famose 3 R sono subordinate alla motivazione, alla coscienza, ad aspetti psicologici e sociologici.
Il rifiuto, prima che un sacchetto di materia da conferire in qualche bidone, è un luogo della mente; c’entra col rimosso. Questa è una parte importante della sfida per l’educatore. Si slitta subito verso il rifiutare: cos’è lo sporco e il pulito, il nuovo e il vecchio, e ancora: il conservabile, l’utile, il bello…; in definitiva, cosa accogliamo e respingiamo negli spazi sempre più pieni della nostra casa, metafora del nostro corpo e della nostra mente sempre più intasati.
Veniamo programmati per essere persone di plastica tutte uguali, che si differenziano per qualche abito esteriore. (…) Più siamo omologati esteriormente, più la nostra parte singolare resta inespressa, nascosta, quindi potenzialmente repressa e nevrotica. Purtroppo la capiscono assai meno molti politici e giornalisti. I marketer la capiscono meglio di tutti, ma in malafede. Per fortuna non ci lasciamo programmare troppo, e funziona sempre meno via via che i personal media prendono posto ai media di massa.
Le tre o le 4 R non ci bastano se non ci poniamo il problema di che cosa sente e desidera, di che abitudini prende un bambino che cresce nel consumismo. Quante volte avete messo il bambino piccolo nel carrello? Per lui è uno spasso, a voi va meglio perché va in trance e non fa troppe bizze per comprare qualcosa. Naviga in un paesaggio di merci, in un universo di merci, nel carrello assieme alle merci; lui piccolino, in un’età in cui sente che le cose hanno un’anima, le scatole diventano quasi dei fratellini. Ovvio: impara che anche lui è una merce. Da grande cercherà di essere il brand di se stesso per «posizionarsi» sul mercato della visibilità. Le merci viste da un bambino sugli scaffali sono magiche, divine. Non hanno una storia né nel prima (processo di produzione) né nel dopo (pattumiera…). Sono fuori dal tempo, perché non ci sono stagioni. Sono fuori dallo spazio: è indifferente che quel frutto venga dall’Australia o da dietro casa. Nascono dal nulla: il pollo nasce già incellophanato per partenogenesi nel banco frigo; è proprio inconcepibile pensare che sia mai stato un animale vivente, di quelli che ti guardano negli occhi, fanno la cacca, vorresti toccare ma scappano…
Un bambino che mangia junk food davanti alla Tv: c’è una sinergia profonda tra la Gdo (grande distribuzione organizzata) e televisione. Il consumo è legato al condizionamento della Tv (e diminuisce via via che subentra internet). La Tv è molto meno potente di pochi anni fa, ma è ancora piuttosto pervasiva; il condizionamento non nasce solo dalla pubblicità, tant’è che colpisce anche in paesi dove la pubblicità per l’infanzia è regolata.
Depriva il bambino di cinque abilità. Uno, la possibilità di diventare anche emittente: riceviamo moltissimi input (un’overdose quotidiana di stimoli, dati, informazioni…) ma degli output che vogliamo emettere non frega niente a nessuno.
Due, la capacità di affinare i sensi. Due quelli diversi dalla vista: senza di essi non esiste il piacere delle cose materiali. Consumiamo molta merce pessima perché non discerniamo le qualità; anche quando consumiamo cose buone (cibo, tessili, arredi…) spesso lo facciamo senza assaporare, senza discernere… senza piacere: ma che razza di edonismo è?
Per godere la differenza tra una mela bio e una industriale bella ma insipida, occorre ri-imparare a sentire.
3, l’empowerment. La sensazione di poter agire sul mondo è indispensabile per la democrazia. Senza di essa capita di decidere in modo rapsodico e distratto, ad esempio ci si comporta col voto come se fosse un telecomando. È il vecchio ma ancora attualissimo concetto di empowerment, che nell’era di internet e della democrazia dal basso torna centrale. Il contrario di empowerment è la marginalizzazione, l’impotenza, la sensazione che quello che dici non interessa a nessuno (…)
Quattro, la capacità di star soli in silenzio. Poi c’è il problema della capacità di stare da solo.
Esposti al flusso potente dell’informazione abbiamo tutti paura del silenzio, della pausa, del rallentamento: eccitati e drogati dall’accelerazione appena rallentiamo il vortice delle emozioni e si calmano le acque, vediamo cosa viene a galla; spesso non vogliamo vederlo.
Abbiamo panico, dobbiamo riempire, saturare, la nostra agenda diventa bulimica. Ma questo impedisce di far progetti a lungo termine e spesso ci porta a scelte superficiali, effimere, senza la capacità di ascoltare nel profondo le nostre istanze psichiche.
Cinque, la capacità di pensare insieme. Ci ricordiamo di essere stati animali sociali solo quando qualche riduzionista dice che ci serve un bel maschio alfa per rimetterci tutti in riga. No, parliamo di tutt’altro, è vero che abbiamo anche sensibilità collettive, è vero che tuttavia educhiamo principalmente quelle individuali. Qualsiasi insegnante conosce l’effetto pigmalione, quando il bambino si adegua inconsciamente alle aspettative, quando diventa motivato o indisciplinato semplicemente perché tu ti aspetti che diventi motivato o indisciplinato.
Anche i pubblicitari conoscono benissimo questo meccanismo: tutti comunichiamo reciprocamente tempi, motivazioni, rabbia, gioia, dolore, ansia, passione, stanchezza, entusiasmo… tutti con tutti. Ma se il bambino non sviluppa competenze sociali, sarà poco abile, più solitario o gregario.
Morale: Servono altre erre. Ecco che le 3 o 4 R non bastano, servono più item. Latouche ne elenca 8 che secondo me sono molto interessanti per la scuola, perché mettono insieme sia gli aspetti specificamente ecosistemici che quelli psicologici e sociali delle condotte e delle motivazioni quotidiani. Eccole.
1. Riciclare
2. Riutilizzare
3. Ridurre
4. Ridistribuire
5, Rilocalizzare prodotti e decisioni
6. Ristrutturare i rapporti sociali e gli stili di vita che si sono guastati
7. Rivalutare
8. Ricontestualizzare
Propongo di chiudere sulle ultime due (…)
7. Rivalutare. Restituire dignità ai valori umani. L’altruismo contro egoismo, la cooperazione vs la concorrenza, il piacere del tempo libero vs ossessione del lavoro, la vita sociale vs consumo effimero e individuale, il locale contro il globale, il bello contro l’efficiente, il ragionevole vs razionale…
8 Ricontestualizzare. Vedere da un altro punto di vista il contesto concettuale ed emozionale di alcune situazioni, per mutarne il senso. Esempio: «scarsità e abbondanza» in economia fondano l’immaginario economico. L’economia attuale trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno. Ricontestualizzare questo concetti significa mutarne il senso.
Credo che il lavoro da fare oggi sia proprio sul senso imprevisto dei contesti che conosciamo. Non è a caso che molti dei contenuti che vi propongo risalgono agli anni ’70 e ’80, nell’era della tecnologia analogica, prima della moda neonozionistica e pseudo-aziendalistica che colpì la scuola (almeno quella di noi italiani) dalla fine degli anni ’80. C’entra colla nuova era digitale. Oggi il bambino fa esperienza di prodigi virtuali e si impossessa di formidabili protesi tecnologiche; noi diciamo che è bello, che è cognitivamente evolutivo, ma solo a un patto. Solo se non coincide con la deprivazione dell’esperienza fisica, materiale, concreta, corporea. Altrimenti avremmo mezzo bambino genio e l’altra metà con handicap sensoriale.
Un bambino «intero», tanto più ha esperienze virtuali, quanto più ha bisogno di correre, toccare, danzare, manipolare, sporcarsi, urlare, sudare… il bambino per essere adeguato ad alti livelli tecnologici ha bisogno di esperienze primitive. Evitiamo di tenerlo in un mezzo banale, poco digitale e poco analogico, cioè con pochi massimi tecnologici e pochi minimi tecnologici. Piuttosto andiamo contemporaneamente ai due estremi, esageriamo. È meglio.
(L’articolo completo è su geronimi.it)
Da: http://comune-info.net/2012/10/il-bambino-cresce-nella-decrescita/
25 ottobre 2012
In 4o anni di carriera mi sono dedicato alla scuola e all’animazione sociale per i primi 25. Poi, visto le vicissitudini del mio paese, l’Italia, ho dovuto ri-inventarmi nel settore privato. Sono stato pubblicitario e da una dozzina d’anni sono un pubblicitario disertore, uno a cui non piace condizionare la gente al consumismo, ma che per mestiere ha conosciuto molte tecnicuzze che vi convincono a desiderare quello che non vi serve.
La cosa più sconvolgente, vi assicuro, è scoprire concretamente l’entità dei budget spesi nell’advertisement (quasi tutto televisivo) in questi ultimi decenni. Un minuto sulle sei principali reti italiane costa quanto lo stipendio di tutta la vita di una maestra; ciascun italiano, al termine di una vita ha pagato indirettamente (nascosto nel prezzo delle merci) il costo di una discreta casa.
Oggi, per mestiere, aiuto le organizzazioni della decrescita (enti, associazioni, movimenti ed aziende dell’altra economia come contadini bio, artigiani del riciclo, installatori solari…) a comunicare senza marketing. Questi imprenditori scommettono la vita per sviluppare forme sostenibili di economia. Li conosco bene, li stimo, vedo che fanno molto sul serio; sono forme di economia che reggono discretamente alla crisi e, tra tutte le forme di investimento per creare un posto di lavoro, quasi sempre sono la più economica in rapporto ai risultati.
Tuttavia occorre restare guardinghi: «economia» e «sostenibilità» sono parole trabocchetto, ci sta dentro tutto e il contrario di tutto.
Serge Latouche sostiene che «sviluppo sostenibile» è un ossimoro perché non possono davvero convivere contemporaneamente la crescita industrialista e la sostenibilità ambientale. A dimostrazione di questa tesi ricorda i mille esempi in cui orribili delitti ambientali, che hanno prodotto scempi inenarrabili e migliaia di morti, sono stati perpetrati da brand che nel marketing vantavano e promuovevano lo sviluppo sostenibile, spesso con finanziamenti o permessi di natura ecologica da parte dei governi e degli organismi sovranazionali. Invece la decrescita felice, o serena, o la semplicità volontaria… nella tesi di Latouche, non sono ossimori. (…)
L’ossimoro è una delle forme più potenti per aggirare le difese della vostra mente, perché prende due categorie che la mente conosce già, ad esempio giovinezza e vecchiaia, e le combina ad esempio dicendo che quel ragazzo è già vecchio, o che quell’adulto è un bambino… Quando su un gelato freddo metti una marmellata calda si aprono le papille gustative e l’olfatto. Davanti all’ossimoro accade una cosa simile, la mente apre le difese; può entrarci il male del marketing o il bene della poesia. Come pubblicitario ed ecologista dovrei dar ragione a Latouche, ma in termini di arte e poesia dovrei dire il contrario, l’ossimoro vero è quello che fa fare uno scarto mentale evolutivo, sovverte le categorie del pensiero e genera nuovi modi di vedere le cose. Nuovi frames, nuove cornici mentali, ciò che Latouche chiama “ricontestualizzazioni”.
Sappiamo tutti che questa è la cosa più importante. Fa la stessa cosa che può fare un insegnante quando vuole intuire, di un dato concetto, quale competenza a monte è stata condizionata dal marketing, quale immaginario artificiale è stato indotto. Semplice. Digita la parola su Google e guarda le immagini che escono. Sarà forse empirico, sarà euristico, eppure funziona. Anzi, forse proprio per questo funziona.
Ecco quello che succede digitando sviluppo sostenibile (…) Tre cerchi si intersecano: sociale, ambientale ed economico. Tre aggettivi: di cosa? Di sviluppo, naturalmente.
Allora facciamo la stessa operazione googlando «sviluppo». Ecco ciò che esce. Un sacco di diagrammi e frecce economiche che salgono; c’è anche qualche qualche pianta, qualche pianeta Terra, ma purtroppo se li cliccate finite quasi sempre nel green washing di qualche corporation. Somiglia a quando digitate «Crescita» o «Progresso»: frecce e grafici che raccontano un aumento, quasi sempre economico. Anzi, lo promettono, perché sono intrise di quell’ideologia sviluppista del secondo novecento, quella che diceva che l’economia gira se produciamo e consumiamo di più. Ancora oggi molta gente la pensa così: il senso comune è un prodotto artificiale indotto dal marketing, e più in generale dai media di massa quindi: sei più ricco se spendi, l’economia gira se sprechiamo risorse, sei autorevole se ti indebiti, ecc. (…)
Così dev’essere, la questione non è solo economica ed ecologica, è anche psicologica e culturale: abbiamo bisogni indotti, abbiamo inferiori sensibilità, ci sentiamo meno belli, siamo perennemente inappagati. Noi pubblicitari sappiamo esattamente come funziona questo meccanismo: sappiamo come farti sentire a disagio col bellissimo vestito dell’anno scorso, farti sentire ammirabile se giri con un Suv da 8 Km/litro, farti sentire una cattiva mamma se non propini al bimbo l’ultima chimicaglia alimentare…. Fior di miliardi sono spesi per convincervi, tanto li pagate voi: sono una percentuale parassitaria nascosta nel costo delle merci. Il marketing allunga la filiera perché fa parte della filiera. Ecco perché marketing e filiera corta non vanno d’accordo. Ecco perché se lasciamo l’insegnante solo, a far da unico baluardo culturale davanti a questa potenza di colonizzazione dell’immaginario dei bambini, è una formica che combatte contro un elefante.
Di tutto quel che c’è nel carrello, poco resta nel vostro corpo; ma quel poco diventa ciccia, mentre la pubblicità vi impone di essere magri. Schizofrenia indotta: è un ottimo affare; ma non per voi che pagate due volte, per ingrassare e per dimagrire, mentre anche il diagramma dell’autocompiacimento crolla a zero. Il resto di tutti quei chili di merce è tutta roba che finisce in pattumiera.
Già dagli anni ’80 nelle scuole si cercava di correre ai ripari. Le tre R, forse le avete imparate alle elementari: Riusare, Ridurre, Riciclare. Questo ha permesso in pochi decenni di passare alla raccolta differenziata in tutta Europa. In Italia meno, in molte zone c’è ancora una lotta contro la mafia che gestisce le discariche e/o contro i politici corrotti che vogliono fare altri inceneritori (…).
Negli anni ’80 quando le municipalità stavano passando dalla raccolta generica di rifiuti alla raccolta differenziata, sono stati spesi molti soldi in pubblicità (quello che allora si chiamava «marketing sociale») con esiti scarsissimi; quando invece sono venuti nelle scuole gli animatori a lavorare coi bambini, i bambini hanno sensibilizzato le famiglie e rapidamente i comportamenti sono cambiati (…).
Le tre R però non bastavano. Hanno cominciato a nascere delle quarte R, diverse in diversi contesti: ricomprare, ripensare, riparare, rispettare… La questione è che le famose 3 R sono subordinate alla motivazione, alla coscienza, ad aspetti psicologici e sociologici.
Il rifiuto, prima che un sacchetto di materia da conferire in qualche bidone, è un luogo della mente; c’entra col rimosso. Questa è una parte importante della sfida per l’educatore. Si slitta subito verso il rifiutare: cos’è lo sporco e il pulito, il nuovo e il vecchio, e ancora: il conservabile, l’utile, il bello…; in definitiva, cosa accogliamo e respingiamo negli spazi sempre più pieni della nostra casa, metafora del nostro corpo e della nostra mente sempre più intasati.
Veniamo programmati per essere persone di plastica tutte uguali, che si differenziano per qualche abito esteriore. (…) Più siamo omologati esteriormente, più la nostra parte singolare resta inespressa, nascosta, quindi potenzialmente repressa e nevrotica. Purtroppo la capiscono assai meno molti politici e giornalisti. I marketer la capiscono meglio di tutti, ma in malafede. Per fortuna non ci lasciamo programmare troppo, e funziona sempre meno via via che i personal media prendono posto ai media di massa.
Le tre o le 4 R non ci bastano se non ci poniamo il problema di che cosa sente e desidera, di che abitudini prende un bambino che cresce nel consumismo. Quante volte avete messo il bambino piccolo nel carrello? Per lui è uno spasso, a voi va meglio perché va in trance e non fa troppe bizze per comprare qualcosa. Naviga in un paesaggio di merci, in un universo di merci, nel carrello assieme alle merci; lui piccolino, in un’età in cui sente che le cose hanno un’anima, le scatole diventano quasi dei fratellini. Ovvio: impara che anche lui è una merce. Da grande cercherà di essere il brand di se stesso per «posizionarsi» sul mercato della visibilità. Le merci viste da un bambino sugli scaffali sono magiche, divine. Non hanno una storia né nel prima (processo di produzione) né nel dopo (pattumiera…). Sono fuori dal tempo, perché non ci sono stagioni. Sono fuori dallo spazio: è indifferente che quel frutto venga dall’Australia o da dietro casa. Nascono dal nulla: il pollo nasce già incellophanato per partenogenesi nel banco frigo; è proprio inconcepibile pensare che sia mai stato un animale vivente, di quelli che ti guardano negli occhi, fanno la cacca, vorresti toccare ma scappano…
Un bambino che mangia junk food davanti alla Tv: c’è una sinergia profonda tra la Gdo (grande distribuzione organizzata) e televisione. Il consumo è legato al condizionamento della Tv (e diminuisce via via che subentra internet). La Tv è molto meno potente di pochi anni fa, ma è ancora piuttosto pervasiva; il condizionamento non nasce solo dalla pubblicità, tant’è che colpisce anche in paesi dove la pubblicità per l’infanzia è regolata.
Depriva il bambino di cinque abilità. Uno, la possibilità di diventare anche emittente: riceviamo moltissimi input (un’overdose quotidiana di stimoli, dati, informazioni…) ma degli output che vogliamo emettere non frega niente a nessuno.
Due, la capacità di affinare i sensi. Due quelli diversi dalla vista: senza di essi non esiste il piacere delle cose materiali. Consumiamo molta merce pessima perché non discerniamo le qualità; anche quando consumiamo cose buone (cibo, tessili, arredi…) spesso lo facciamo senza assaporare, senza discernere… senza piacere: ma che razza di edonismo è?
Per godere la differenza tra una mela bio e una industriale bella ma insipida, occorre ri-imparare a sentire.
3, l’empowerment. La sensazione di poter agire sul mondo è indispensabile per la democrazia. Senza di essa capita di decidere in modo rapsodico e distratto, ad esempio ci si comporta col voto come se fosse un telecomando. È il vecchio ma ancora attualissimo concetto di empowerment, che nell’era di internet e della democrazia dal basso torna centrale. Il contrario di empowerment è la marginalizzazione, l’impotenza, la sensazione che quello che dici non interessa a nessuno (…)
Quattro, la capacità di star soli in silenzio. Poi c’è il problema della capacità di stare da solo.
Esposti al flusso potente dell’informazione abbiamo tutti paura del silenzio, della pausa, del rallentamento: eccitati e drogati dall’accelerazione appena rallentiamo il vortice delle emozioni e si calmano le acque, vediamo cosa viene a galla; spesso non vogliamo vederlo.
Abbiamo panico, dobbiamo riempire, saturare, la nostra agenda diventa bulimica. Ma questo impedisce di far progetti a lungo termine e spesso ci porta a scelte superficiali, effimere, senza la capacità di ascoltare nel profondo le nostre istanze psichiche.
Cinque, la capacità di pensare insieme. Ci ricordiamo di essere stati animali sociali solo quando qualche riduzionista dice che ci serve un bel maschio alfa per rimetterci tutti in riga. No, parliamo di tutt’altro, è vero che abbiamo anche sensibilità collettive, è vero che tuttavia educhiamo principalmente quelle individuali. Qualsiasi insegnante conosce l’effetto pigmalione, quando il bambino si adegua inconsciamente alle aspettative, quando diventa motivato o indisciplinato semplicemente perché tu ti aspetti che diventi motivato o indisciplinato.
Anche i pubblicitari conoscono benissimo questo meccanismo: tutti comunichiamo reciprocamente tempi, motivazioni, rabbia, gioia, dolore, ansia, passione, stanchezza, entusiasmo… tutti con tutti. Ma se il bambino non sviluppa competenze sociali, sarà poco abile, più solitario o gregario.
Morale: Servono altre erre. Ecco che le 3 o 4 R non bastano, servono più item. Latouche ne elenca 8 che secondo me sono molto interessanti per la scuola, perché mettono insieme sia gli aspetti specificamente ecosistemici che quelli psicologici e sociali delle condotte e delle motivazioni quotidiani. Eccole.
1. Riciclare
2. Riutilizzare
3. Ridurre
4. Ridistribuire
5, Rilocalizzare prodotti e decisioni
6. Ristrutturare i rapporti sociali e gli stili di vita che si sono guastati
7. Rivalutare
8. Ricontestualizzare
Propongo di chiudere sulle ultime due (…)
7. Rivalutare. Restituire dignità ai valori umani. L’altruismo contro egoismo, la cooperazione vs la concorrenza, il piacere del tempo libero vs ossessione del lavoro, la vita sociale vs consumo effimero e individuale, il locale contro il globale, il bello contro l’efficiente, il ragionevole vs razionale…
8 Ricontestualizzare. Vedere da un altro punto di vista il contesto concettuale ed emozionale di alcune situazioni, per mutarne il senso. Esempio: «scarsità e abbondanza» in economia fondano l’immaginario economico. L’economia attuale trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno. Ricontestualizzare questo concetti significa mutarne il senso.
Credo che il lavoro da fare oggi sia proprio sul senso imprevisto dei contesti che conosciamo. Non è a caso che molti dei contenuti che vi propongo risalgono agli anni ’70 e ’80, nell’era della tecnologia analogica, prima della moda neonozionistica e pseudo-aziendalistica che colpì la scuola (almeno quella di noi italiani) dalla fine degli anni ’80. C’entra colla nuova era digitale. Oggi il bambino fa esperienza di prodigi virtuali e si impossessa di formidabili protesi tecnologiche; noi diciamo che è bello, che è cognitivamente evolutivo, ma solo a un patto. Solo se non coincide con la deprivazione dell’esperienza fisica, materiale, concreta, corporea. Altrimenti avremmo mezzo bambino genio e l’altra metà con handicap sensoriale.
Un bambino «intero», tanto più ha esperienze virtuali, quanto più ha bisogno di correre, toccare, danzare, manipolare, sporcarsi, urlare, sudare… il bambino per essere adeguato ad alti livelli tecnologici ha bisogno di esperienze primitive. Evitiamo di tenerlo in un mezzo banale, poco digitale e poco analogico, cioè con pochi massimi tecnologici e pochi minimi tecnologici. Piuttosto andiamo contemporaneamente ai due estremi, esageriamo. È meglio.
(L’articolo completo è su geronimi.it)
Da: http://comune-info.net/2012/10/il-bambino-cresce-nella-decrescita/
lunedì 8 ottobre 2012
QUELLI DELL'ETA' DI MEZZO
A volte mi tocca l'ingrato compito di ricordare a mio padre che non esiste più la politica come la intende lui. Ogni volta che lo faccio mi viene il mal di stomaco, perchè lui viene dalla bella politica, quella del confronto costante con la gente, della ricerca incessante della soluzione migliore, del compromesso sano, che fa perdere molto tempo, a volte, ma che comunque è una garanzia quasi totale del fatto che la soluzione sarà la più utile, la più necessaria, la più aderente alla realtà.
Ogni volta che dico non esiste più, ammetto che è finito il tempo della politica fatta di idee, alle quali ti attanagliavi, plasmandole gradualmente fino a che non diventavano reali. Diverse, appunto, da come erano nate, ma ancora più efficaci di come le si erano pensate, perché erano passate attraverso la fatica del confronto, della verifica, della ricerca della strada migliore per attuarle.
Corro il rischio di sembrare banale, ma affermo ugualmente che non esiste più la politica dei grandi sogni. Oggi siamo impegnati a far quadrare i conti. E allora, "si può" e "non si può", "si deve" e "non si deve" sono categorie che nascono quasi esclusivamente da valutazioni tecniche.
Se dalla lingua dei ragazzi è scomparso il congiuntivo, dalle azioni degli adulti è ormai quasi completamente assente anche il condizionale: si potrebbe, vorrei, farei... Certo, perché il condizionale vuole vicino a sé un'ipotesi, un'idea, appunto, e implica una verifica: è reale? è possibile? è impossibile? Serve tempo per tutto questo, bisogna essere uomini (e donne) completi: non solo tecnici, ma anche filosofi, amanti, appassionati di umanità.
Bisogna rottamare per tornare a tutto questo? Che brutto verbo rottamare! Non è un buon auspicio pensare di ricostruire partendo da un concetto di eliminazione e di distruzione. E' certo però che, avendo deciso di abbandonare il bello del nostro passato, la bella politica, dovremmo decidere, a questo punto, di abbandonare anche il brutto: le cattive abitudini, la rassegnazione, l'indifferenza, l'ignoranza, che dilagano e fagocitano tutto il resto (per non parlare, ovviamente, della corruzione, della delinquenza, del disprezzo dei cittadini e delle istituzioni). A quarant'anni pensiamo spesso a cosa saremo in grado di lasciare ai nostri figli, ma non scordiamoci che noi quarantenni siamo la generazione che ha perso un treno e che forse potrebbe ancora salire in corsa per riappropriarsi di quel mondo che ha deciso di rinunciare a gestire. Non siamo classe dirigente perché quelli prima di noi sono rimasti attaccati al potere e noi ci siamo abbandonati al pensiero che altri ci avrebbero salvati: Berlusconi dai comunisti, Monti da Berlusconi e dalla povertà, il prossimo leader dal dispotismo dei tecnici e così via. Noi siamo quelli che saltano fuori tragicamente dal mondo del lavoro, quelli che, strada facendo, hanno cancellato la cultura, hanno rinunciato ai valori, hanno deciso di vivere sulla superficie. Siamo la strega di Biancaneve che interroga lo specchio e per paura di non piacerci uccidiamo noi stessi, rifacendoci i connotati, mascherandoci, fingendoci diversi. Rifiutiamo l'imperfezione, la vecchiaia, la bruttezza, la morte e, quindi, la vita. Siamo spaventati da tutto ciò che è diverso e dunque anche dalle nostre idee, che sono sempre uniche perché ogni uomo è differente dai suoi simili. Non solo non parliamo più e cerchiamo di non pensare, ma rimproveriamo chi lo fa, chi sale sopra il livello del coro. Altro che cogito ergo sum!
E' finita la bella politica, ma a questo punto deve finire anche quella brutta. E' vero, niente tornerà più come prima, ma noi, quelli dell'età di mezzo, siamo ancora in tempo per farci carico del nostro mondo, delle nostre vite, delle nostre terre, non per consegnarle ai nostri figli domani, ma per camminare, oggi, insieme con loro, nel momento più bello della nostra vita. C'è un vuoto enorme, che ogni giorno si irempie in modo sconclusionato e irrazionale. Io credo che si possa colmare con i nostri pensieri, con le idee e con il nostro coraggio.
Ogni volta che dico non esiste più, ammetto che è finito il tempo della politica fatta di idee, alle quali ti attanagliavi, plasmandole gradualmente fino a che non diventavano reali. Diverse, appunto, da come erano nate, ma ancora più efficaci di come le si erano pensate, perché erano passate attraverso la fatica del confronto, della verifica, della ricerca della strada migliore per attuarle.
Corro il rischio di sembrare banale, ma affermo ugualmente che non esiste più la politica dei grandi sogni. Oggi siamo impegnati a far quadrare i conti. E allora, "si può" e "non si può", "si deve" e "non si deve" sono categorie che nascono quasi esclusivamente da valutazioni tecniche.
Se dalla lingua dei ragazzi è scomparso il congiuntivo, dalle azioni degli adulti è ormai quasi completamente assente anche il condizionale: si potrebbe, vorrei, farei... Certo, perché il condizionale vuole vicino a sé un'ipotesi, un'idea, appunto, e implica una verifica: è reale? è possibile? è impossibile? Serve tempo per tutto questo, bisogna essere uomini (e donne) completi: non solo tecnici, ma anche filosofi, amanti, appassionati di umanità.
Bisogna rottamare per tornare a tutto questo? Che brutto verbo rottamare! Non è un buon auspicio pensare di ricostruire partendo da un concetto di eliminazione e di distruzione. E' certo però che, avendo deciso di abbandonare il bello del nostro passato, la bella politica, dovremmo decidere, a questo punto, di abbandonare anche il brutto: le cattive abitudini, la rassegnazione, l'indifferenza, l'ignoranza, che dilagano e fagocitano tutto il resto (per non parlare, ovviamente, della corruzione, della delinquenza, del disprezzo dei cittadini e delle istituzioni). A quarant'anni pensiamo spesso a cosa saremo in grado di lasciare ai nostri figli, ma non scordiamoci che noi quarantenni siamo la generazione che ha perso un treno e che forse potrebbe ancora salire in corsa per riappropriarsi di quel mondo che ha deciso di rinunciare a gestire. Non siamo classe dirigente perché quelli prima di noi sono rimasti attaccati al potere e noi ci siamo abbandonati al pensiero che altri ci avrebbero salvati: Berlusconi dai comunisti, Monti da Berlusconi e dalla povertà, il prossimo leader dal dispotismo dei tecnici e così via. Noi siamo quelli che saltano fuori tragicamente dal mondo del lavoro, quelli che, strada facendo, hanno cancellato la cultura, hanno rinunciato ai valori, hanno deciso di vivere sulla superficie. Siamo la strega di Biancaneve che interroga lo specchio e per paura di non piacerci uccidiamo noi stessi, rifacendoci i connotati, mascherandoci, fingendoci diversi. Rifiutiamo l'imperfezione, la vecchiaia, la bruttezza, la morte e, quindi, la vita. Siamo spaventati da tutto ciò che è diverso e dunque anche dalle nostre idee, che sono sempre uniche perché ogni uomo è differente dai suoi simili. Non solo non parliamo più e cerchiamo di non pensare, ma rimproveriamo chi lo fa, chi sale sopra il livello del coro. Altro che cogito ergo sum!
E' finita la bella politica, ma a questo punto deve finire anche quella brutta. E' vero, niente tornerà più come prima, ma noi, quelli dell'età di mezzo, siamo ancora in tempo per farci carico del nostro mondo, delle nostre vite, delle nostre terre, non per consegnarle ai nostri figli domani, ma per camminare, oggi, insieme con loro, nel momento più bello della nostra vita. C'è un vuoto enorme, che ogni giorno si irempie in modo sconclusionato e irrazionale. Io credo che si possa colmare con i nostri pensieri, con le idee e con il nostro coraggio.
martedì 2 ottobre 2012
DATECI LA RIVOLUZIONE
Dateci la rivoluzione. Con la polvere e lo strepito. Che tocchi l’intimo della vita. Che porti a una rinascita, a una trasformazione vera da avvertire sottopelle, che non sia il solito «cambiare tutto perché non cambi niente».
Dateci la rivoluzione. Ma non una di quelle che usano il fuoco o la ghigliottina. Che si tengano le teste mozzate che rotolano lungo una strada in discesa: nella nostra rivoluzione non si contano i morti, ma solo i vivi.
Dateci la rivoluzione. Che vada oltre l’utopia, una di quelle culturali, di quelle primavere del cervello sociale capace di rivoltare l’animo dell’Occidente finanziario e industriale. Una rivoluzione universale che distrugga le certezze plastificate e che cancelli lo stile di vita cannibalistico che ci hanno lasciato.
Dateci la rivoluzione. Che parta dall’inizio e mai dalla fine. Dalla mancanza, dal vuoto che sentiamo dentro e dal silenzio rotto solo dalle suonerie dei cellulari. Una rivoluzione con un Manifesto in cui Marx, studente in filosofia dei giorni nostri, è incazzato nero e ci richiama tutti all’unità: noi, gli umanisti di tutto il mondo. Uniamoci per non vergognarci più d’essere letterati, storici, antropologi, filosofi, giuristi, psicologi, giornalisti, artisti. Per non credere più che sia stato solo un nostro divertimento capire l’uomo e i suoi derivati. Per non rimproverarci ogni volta che cerchiamo lavoro. Per trovare il nostro ruolo e il nostro posto.
Dateci la rivoluzione. Che ci faccia sputare la carota che ci hanno messo in bocca e spezzare il bastone col quale ci minacciano. Che ci convinca che noi umanisti siamo indispensabili in questo mondo di proprietà dell’economia e dell’ingegneria sociale. Perché accanto a chi sintetizza prodotti chimici ci sia uno che sintetizzi concetti. Per far capire al mondo che senza quelli come noi le auto sono solo ferraglia buona per la ruggine, i ponti trampolini per i suicidi e i palazzi placebo per l’insonnia. Senza quelli come noi, che provano a dare un senso alla vita, l’uomo avrebbe una casa per il corpo ma non per la mente, non avrebbe parole da cantare o film davanti cui emozionarsi. Senza quelli come noi, non si parlerebbe d’umanità e avremmo un futuro costruito. Ma solo verso il nulla.
E infine, dateci i rivoluzionari. Che ne facciano una questione di vita più che di morte. Che non si prostituiscano, che non facciano a brandelli loro stessi, che non si vergognino a fabbricare parole, concetti, idee. Che si ricordino che persino la rivoluzione è solo «un quarto realtà», e che poi «è sempre tre quarti fantasia». Perché è vero che Dio non è mai stato un ingegnere costruttore, ma un filosofo con la dote per gli affari.
uMan360
http://www.uman360.it/dateci-la-rivoluzione/
Dateci la rivoluzione. Ma non una di quelle che usano il fuoco o la ghigliottina. Che si tengano le teste mozzate che rotolano lungo una strada in discesa: nella nostra rivoluzione non si contano i morti, ma solo i vivi.
Dateci la rivoluzione. Che vada oltre l’utopia, una di quelle culturali, di quelle primavere del cervello sociale capace di rivoltare l’animo dell’Occidente finanziario e industriale. Una rivoluzione universale che distrugga le certezze plastificate e che cancelli lo stile di vita cannibalistico che ci hanno lasciato.
Dateci la rivoluzione. Che parta dall’inizio e mai dalla fine. Dalla mancanza, dal vuoto che sentiamo dentro e dal silenzio rotto solo dalle suonerie dei cellulari. Una rivoluzione con un Manifesto in cui Marx, studente in filosofia dei giorni nostri, è incazzato nero e ci richiama tutti all’unità: noi, gli umanisti di tutto il mondo. Uniamoci per non vergognarci più d’essere letterati, storici, antropologi, filosofi, giuristi, psicologi, giornalisti, artisti. Per non credere più che sia stato solo un nostro divertimento capire l’uomo e i suoi derivati. Per non rimproverarci ogni volta che cerchiamo lavoro. Per trovare il nostro ruolo e il nostro posto.
Dateci la rivoluzione. Che ci faccia sputare la carota che ci hanno messo in bocca e spezzare il bastone col quale ci minacciano. Che ci convinca che noi umanisti siamo indispensabili in questo mondo di proprietà dell’economia e dell’ingegneria sociale. Perché accanto a chi sintetizza prodotti chimici ci sia uno che sintetizzi concetti. Per far capire al mondo che senza quelli come noi le auto sono solo ferraglia buona per la ruggine, i ponti trampolini per i suicidi e i palazzi placebo per l’insonnia. Senza quelli come noi, che provano a dare un senso alla vita, l’uomo avrebbe una casa per il corpo ma non per la mente, non avrebbe parole da cantare o film davanti cui emozionarsi. Senza quelli come noi, non si parlerebbe d’umanità e avremmo un futuro costruito. Ma solo verso il nulla.
E infine, dateci i rivoluzionari. Che ne facciano una questione di vita più che di morte. Che non si prostituiscano, che non facciano a brandelli loro stessi, che non si vergognino a fabbricare parole, concetti, idee. Che si ricordino che persino la rivoluzione è solo «un quarto realtà», e che poi «è sempre tre quarti fantasia». Perché è vero che Dio non è mai stato un ingegnere costruttore, ma un filosofo con la dote per gli affari.
uMan360
http://www.uman360.it/dateci-la-rivoluzione/
lunedì 3 ottobre 2011
CI MANCANO LE BASI
L'altro giorno ho letto su Vanity Faur una riflessione se vogliamo elementare, che diceva più o meno così: se tante cose accadono nel nostro Paese, tipo la bellezza usata come merce di scambio per avere soldi, successo, carriera, futuro, e nessuno grida veramente allo scandalo, è perché non siamo più un Paese civile.
Oggi ho letto su un quotidiano locale la frase di un giovane politico, anch'essa, se vogliamo, banale: c'è una regola democratica per cui per governare ci vuole una maggioranza. Ma, anche in questo caso, la più semplice ed elementare regola democratica viene disattesa in nome di un non meglio definito bene comune. Cos'è questo bene comune? Chi lo decide se non chi è stato indicato democraticamente dai cittadini per questo attraverso il voto? Anche in questo caso penso che si possa parlare di civiltà. Se i "numeri" indicati dai cittadini non ci sono più, è per il loro rispetto e per il loro bene che bisogna fare un passo indietro.
In ogni Paese civile tante situazioni italiane a noi note si sarebbero risolte immediatamente con un ritorno alle urne e, prima ancora, con una serie di democraticissimi, rispettosissimi e coraggiosissimi passi indietro. Persino Strauss Kahn ci dà lezioni in questo senso.
C'è una sempre più dilagante mancanza di fiducia, a doppio senso. Manca la fiducia della gente nei confronti delle istituzioni, ma anche quella di chi governa nei confronti della gente. Perché chi governa è così restio a dimettersi? Perché ci si rifiuta di "rimettersi" al giudizio dei cittadini? Anche questa può essere una domanda banale, così banale da sembrare ingenua. Vogliamo pensare al livello nazionale, oppure al caso di Parma, per avere una risposta automatica e scontata?
Certo, la risposta è scontata. Ma non è scontata la reazione quasi passiva a questo immobilismo devastante delle istituzioni colpevoli (di reato, di scandalo, ma anche di inconcludenza, di trascuratezza, di incompetenza, di supponenza). Se loro non sentono più, come nel passato, l'imperativo categorico del ritiro che deve seguire democraticamente a un fallimento, forse noi cittadini (quelli privati e quelli impegnati nelle istituzioni) non sentiamo più l'imperativo categorico della protesta fatta con gesti concreti. A volte ci basta la satira, l'insulto, oppure la rabbia privata, o, al limite, gridata. Gridata al vento.
Leggendo i giornali, il web, parlando con la gente, però, si comincia a intravedere qualcuno che comincia a dire che bisogna reagire, che non si può subire. Ma ce la faremo?
Abbiamo dalla nostra il vantaggio della globalizzazione, che ci fa guardare facilmente al di là dei nostri confini, per misurarci e, se necessario, per provare vergogna e da lì ripartire. Ma abbiamo un rischio potenziale: che le nostre menti e le nostre coscienze siano andate definitivamente in letargo, dopo anni di sonnolenza ovattata dentro un benessere che, credevamo, ci avrebbe fatto sopravvivere tutti, più o meno bene. Oggi che ci dobbiamo svegliare, perché il benessere se ne va, rischiamo di restare troppo a lungo intorpiditi, di non mettere a fuoco subito, di sottovalutare i problemi o di farci paralizzare dallo sconforto di una situazione che ci può piombare addosso da un momento all'altro. Stiamo aspettando che arrivi qualcuno a salvarci, e allora ci incazziamo con la sinistra che è imbelle di fronte alla destra corrotta o con la destra che, con la sua corruzione, ha tradito i nostri ideali, o anche con il centro, che non sceglie e sta un po' di qua e un po' di là. Io credo che qui non arriverà nessuno a salvarci: né Bersani, né Fini, né Nichi Vendola e nemmeno il presidente della Repubblica (una delle poche menti veramente illuminate del momento, portatore di una saggezza che per il resto è un ricordo lontano). Non può farlo nessuno, perché manca la base. Si deve ripartire da lì, dalla base, da ciascuno e da tutti insieme. Dalla base, perché è lì che si ritrova il senso dei problemi. Qui mancano i soldi, non c'è più filosofia, le parole stanno a zero, i discorsi sono all'osso. Non c'è più il welfare allargato. C'è il rischio di perdere il necessario. Penso sempre alla crisi del trasporto pubblico locale, che in questi giorni è uno degli oggetti di dibattito e di scontro tra il governo e gli enti locali. Qui si tagliano i fondi in modo drastico. C'è il rischio, effettivo, che si debba tornare a spostarci ognuno con i nostri mezzi, ognuno con le nostre gambe. E' una realtà, ma anche una metafora. Chissà che non si debba ripartire proprio da lì? Ognuno dalle proprie gambe.
Oggi ho letto su un quotidiano locale la frase di un giovane politico, anch'essa, se vogliamo, banale: c'è una regola democratica per cui per governare ci vuole una maggioranza. Ma, anche in questo caso, la più semplice ed elementare regola democratica viene disattesa in nome di un non meglio definito bene comune. Cos'è questo bene comune? Chi lo decide se non chi è stato indicato democraticamente dai cittadini per questo attraverso il voto? Anche in questo caso penso che si possa parlare di civiltà. Se i "numeri" indicati dai cittadini non ci sono più, è per il loro rispetto e per il loro bene che bisogna fare un passo indietro.
In ogni Paese civile tante situazioni italiane a noi note si sarebbero risolte immediatamente con un ritorno alle urne e, prima ancora, con una serie di democraticissimi, rispettosissimi e coraggiosissimi passi indietro. Persino Strauss Kahn ci dà lezioni in questo senso.
C'è una sempre più dilagante mancanza di fiducia, a doppio senso. Manca la fiducia della gente nei confronti delle istituzioni, ma anche quella di chi governa nei confronti della gente. Perché chi governa è così restio a dimettersi? Perché ci si rifiuta di "rimettersi" al giudizio dei cittadini? Anche questa può essere una domanda banale, così banale da sembrare ingenua. Vogliamo pensare al livello nazionale, oppure al caso di Parma, per avere una risposta automatica e scontata?
Certo, la risposta è scontata. Ma non è scontata la reazione quasi passiva a questo immobilismo devastante delle istituzioni colpevoli (di reato, di scandalo, ma anche di inconcludenza, di trascuratezza, di incompetenza, di supponenza). Se loro non sentono più, come nel passato, l'imperativo categorico del ritiro che deve seguire democraticamente a un fallimento, forse noi cittadini (quelli privati e quelli impegnati nelle istituzioni) non sentiamo più l'imperativo categorico della protesta fatta con gesti concreti. A volte ci basta la satira, l'insulto, oppure la rabbia privata, o, al limite, gridata. Gridata al vento.
Leggendo i giornali, il web, parlando con la gente, però, si comincia a intravedere qualcuno che comincia a dire che bisogna reagire, che non si può subire. Ma ce la faremo?
Abbiamo dalla nostra il vantaggio della globalizzazione, che ci fa guardare facilmente al di là dei nostri confini, per misurarci e, se necessario, per provare vergogna e da lì ripartire. Ma abbiamo un rischio potenziale: che le nostre menti e le nostre coscienze siano andate definitivamente in letargo, dopo anni di sonnolenza ovattata dentro un benessere che, credevamo, ci avrebbe fatto sopravvivere tutti, più o meno bene. Oggi che ci dobbiamo svegliare, perché il benessere se ne va, rischiamo di restare troppo a lungo intorpiditi, di non mettere a fuoco subito, di sottovalutare i problemi o di farci paralizzare dallo sconforto di una situazione che ci può piombare addosso da un momento all'altro. Stiamo aspettando che arrivi qualcuno a salvarci, e allora ci incazziamo con la sinistra che è imbelle di fronte alla destra corrotta o con la destra che, con la sua corruzione, ha tradito i nostri ideali, o anche con il centro, che non sceglie e sta un po' di qua e un po' di là. Io credo che qui non arriverà nessuno a salvarci: né Bersani, né Fini, né Nichi Vendola e nemmeno il presidente della Repubblica (una delle poche menti veramente illuminate del momento, portatore di una saggezza che per il resto è un ricordo lontano). Non può farlo nessuno, perché manca la base. Si deve ripartire da lì, dalla base, da ciascuno e da tutti insieme. Dalla base, perché è lì che si ritrova il senso dei problemi. Qui mancano i soldi, non c'è più filosofia, le parole stanno a zero, i discorsi sono all'osso. Non c'è più il welfare allargato. C'è il rischio di perdere il necessario. Penso sempre alla crisi del trasporto pubblico locale, che in questi giorni è uno degli oggetti di dibattito e di scontro tra il governo e gli enti locali. Qui si tagliano i fondi in modo drastico. C'è il rischio, effettivo, che si debba tornare a spostarci ognuno con i nostri mezzi, ognuno con le nostre gambe. E' una realtà, ma anche una metafora. Chissà che non si debba ripartire proprio da lì? Ognuno dalle proprie gambe.
lunedì 19 luglio 2010
LA MUCILLAGINE PARA-ILLEGALE
Di Luigi Spaventa
su Repubblica - lunedì 19 luglio 2010
Ha scritto Guido Tabellini, rettore dell'università Bocconi: "Accanto all'emergenza economica e all'urgenza di risanare la finanza pubblica, vi è oggi in Italia una terza gravissima emergenza: la diffusione di illegalità, corruzione e spregio per le leggi e le istituzioni pubbliche... Le tre emergenze sono ocllegate fra loro e si autoalimentano" ("Il Sole 24Ore" del 4 luglio). Verissimo. Le cronache di questi giorni - gocce in un vaso da tempo già pieno - inducono a completare questa analisi.
I comportamenti illegali, in quanto tali sanzionabili, sono il prodotto di un ambiente intriso da una mucillagine pervasiva di comportamenti che si possono definire para-illegali: non necessariamente configurabili come reati, ma non meno dannosi alla crescita e alla stabilità del sistema.
La raccomandazione, la segnalazione, l'"intervento autorevole", se andati a buon fine, non richiedono necessariamente la dazione immediata di un corrispettivo (con la possibile commissione di un reato) a chi ha concessoil favore; questi registra a futura memoria un credito verso chi ha chiesto il favore e, se persona diversa, verso chi ne ha beneficiato (do ut dabis). Questo reticolo di obbligazioni reciproche, se consentito, alimenta la sua stessa diffusione, poiché fa crescere la popolazione interessata e disposta alla ricezione e alla restituzione di favori. Ai nodi forti di quel reticolo si collocano gruppi di persone "che contano": particolarmente potenti per l'ampiezza dei loro contatti e per la capacitàdi influenzare le altrui decisioni.
E' forse ingenuo ritenere che quei gruppi si organizzino come associazioni segrete, dotate di simboli e di parole d'ordine. La loro forza consiste piuttosto nella consapevolezza che bisogna ottenerne l'assenso e sollecitarne l'aiuto per arrivare a certe mete; nella convinzione, forse esagerata, ma popolarmente diffusa, che "per andare avanti, per fare carriera bisogna conoscere le persone giuste" - giuste per capacità di maneggio e non certo per anelito di giustizia.
I guasti che un tale assetto mucillaginoso arreca allo sviluppo economico dovrebbero essere palesi. Vi sono anzitutto costi misurabili in termini di risorse male impiegate: sottratte al miglioramento dell'efficienza, sia delle imprese sia delle persone, e dunque a un aumento della produzione, per dedicarle invece alla coltivazione delle "persone giuste", che possono condizionare la concessione di un permesso o una nomina. Il sistema produce poi esiti ancor più nocivi di selezione avversa, non essendovi una relazione fra capacità di inserimento nel reticolo dei rapporti di favore, da un lato, e efficienza e produttività, dall'altro: chi prevale non è necessariamente il migliore, né è sempre peggiore chi resta indietro. Questi costi sociali, di distrazione di risorse e di selezione avversa, elevati e in aumento, riducono la capacità di crescita del nostro paese.
Eppure proprio da noi, ma non altrove, si sotiene che non possa esservi censura sociale o politica, e neppure pubblica, per atti e comportamenti di cui non si sia accertata, in via definitiva, la rilevanza penale. Anche i giudici, pur per motivi opposti, paiono adeguarsi a volte a questa dottrina, come avviene quando cercano di configurare come penalmente rilevante qualsivoglia comportamento socialmente dannoso (sovente regalando un'aureola di martirio quando segue un'assoluzione). La progressiva distruzione di capitale sociale a cui quei comportamenti concorrono, l'inquinamento ambientale prodotto dal reticolo mucillaginoso di resa e ricezione di favori producono effetti nefasti, documentati anche da una buona letteratura, ma non trovano rubrica nel codice penale.
In altri paesi la politica e la società sanno infliggere sanzioni, politiche e sociali, senza dover sempre cercare una via giudiziaria, perchè riconoscono l'esistenza di illeciti politici e sociali, tali anche se non costituiscono reato in senso tecnico. L'irrogazione di quelle sanzioni poggia su una condivisione di valori e ha come strumento la trasparenza e l'informazione, che mobilita l'opinione pubblica. "Non vi è miglior disinfestante della luce del sole" diceva un grande giudice americano: ma pare che si pensi di toglierci anche quella.
su Repubblica - lunedì 19 luglio 2010
Ha scritto Guido Tabellini, rettore dell'università Bocconi: "Accanto all'emergenza economica e all'urgenza di risanare la finanza pubblica, vi è oggi in Italia una terza gravissima emergenza: la diffusione di illegalità, corruzione e spregio per le leggi e le istituzioni pubbliche... Le tre emergenze sono ocllegate fra loro e si autoalimentano" ("Il Sole 24Ore" del 4 luglio). Verissimo. Le cronache di questi giorni - gocce in un vaso da tempo già pieno - inducono a completare questa analisi.
I comportamenti illegali, in quanto tali sanzionabili, sono il prodotto di un ambiente intriso da una mucillagine pervasiva di comportamenti che si possono definire para-illegali: non necessariamente configurabili come reati, ma non meno dannosi alla crescita e alla stabilità del sistema.
La raccomandazione, la segnalazione, l'"intervento autorevole", se andati a buon fine, non richiedono necessariamente la dazione immediata di un corrispettivo (con la possibile commissione di un reato) a chi ha concessoil favore; questi registra a futura memoria un credito verso chi ha chiesto il favore e, se persona diversa, verso chi ne ha beneficiato (do ut dabis). Questo reticolo di obbligazioni reciproche, se consentito, alimenta la sua stessa diffusione, poiché fa crescere la popolazione interessata e disposta alla ricezione e alla restituzione di favori. Ai nodi forti di quel reticolo si collocano gruppi di persone "che contano": particolarmente potenti per l'ampiezza dei loro contatti e per la capacitàdi influenzare le altrui decisioni.
E' forse ingenuo ritenere che quei gruppi si organizzino come associazioni segrete, dotate di simboli e di parole d'ordine. La loro forza consiste piuttosto nella consapevolezza che bisogna ottenerne l'assenso e sollecitarne l'aiuto per arrivare a certe mete; nella convinzione, forse esagerata, ma popolarmente diffusa, che "per andare avanti, per fare carriera bisogna conoscere le persone giuste" - giuste per capacità di maneggio e non certo per anelito di giustizia.
I guasti che un tale assetto mucillaginoso arreca allo sviluppo economico dovrebbero essere palesi. Vi sono anzitutto costi misurabili in termini di risorse male impiegate: sottratte al miglioramento dell'efficienza, sia delle imprese sia delle persone, e dunque a un aumento della produzione, per dedicarle invece alla coltivazione delle "persone giuste", che possono condizionare la concessione di un permesso o una nomina. Il sistema produce poi esiti ancor più nocivi di selezione avversa, non essendovi una relazione fra capacità di inserimento nel reticolo dei rapporti di favore, da un lato, e efficienza e produttività, dall'altro: chi prevale non è necessariamente il migliore, né è sempre peggiore chi resta indietro. Questi costi sociali, di distrazione di risorse e di selezione avversa, elevati e in aumento, riducono la capacità di crescita del nostro paese.
Eppure proprio da noi, ma non altrove, si sotiene che non possa esservi censura sociale o politica, e neppure pubblica, per atti e comportamenti di cui non si sia accertata, in via definitiva, la rilevanza penale. Anche i giudici, pur per motivi opposti, paiono adeguarsi a volte a questa dottrina, come avviene quando cercano di configurare come penalmente rilevante qualsivoglia comportamento socialmente dannoso (sovente regalando un'aureola di martirio quando segue un'assoluzione). La progressiva distruzione di capitale sociale a cui quei comportamenti concorrono, l'inquinamento ambientale prodotto dal reticolo mucillaginoso di resa e ricezione di favori producono effetti nefasti, documentati anche da una buona letteratura, ma non trovano rubrica nel codice penale.
In altri paesi la politica e la società sanno infliggere sanzioni, politiche e sociali, senza dover sempre cercare una via giudiziaria, perchè riconoscono l'esistenza di illeciti politici e sociali, tali anche se non costituiscono reato in senso tecnico. L'irrogazione di quelle sanzioni poggia su una condivisione di valori e ha come strumento la trasparenza e l'informazione, che mobilita l'opinione pubblica. "Non vi è miglior disinfestante della luce del sole" diceva un grande giudice americano: ma pare che si pensi di toglierci anche quella.
giovedì 15 luglio 2010
COSA CI FACEVA VESPA ALLA SUA CENA?
Di Massimo Gramellini
La cena degli ultracorpi a casa Vespa è stata scandagliata
in ogni particolare. Tranne uno, dato evidentemente
per scontato: cosa ci faceva Vespa? I giornalisti non dovrebbero
organizzare cene per i potenti, né parteciparvi
se non in incognito, con parrucca e registratore incorporato,
per poi raccontarle sul giornale. Vespa festeggiava
le nozze d’oro col mestiere, ma anziché gli amici ha invitato
banchieri, politici e porporati: la controparte. È vero
che il portiere della Spagna mundial ha baciato in diretta
la fidanzata che lo stava intervistando, però Silvio e Vespa
non hanno vinto nulla e non sono neanche fidanzati,
almeno ufficialmente.
Niente di personale: intorno al biscotto del Potere ronzano
vespe di ogni colore e d’estate a Roma fioriscono terrazze
dove il critico contende un groviglio di bucatini al
regista del film che dovrà recensire e il politico di sinistra
suggerisce all’editorialista di sinistra che cosa scrivere
nel prossimo articolo che il pubblico di sinistra non leggerà.
Nessun governo dichiarerà mai illegale questo genere
di intercettazioni. Però non stupiamoci se i nostri padroni,
lettori e telespettatori, ci considerano parte di quella
stessa Casta dalla quale, a parole, prendiamo le distanze.
Chi si autodeclassa da campanello d’allarme a carillon toglie
credibilità alle battaglie sulla libertà di stampa. Quel
che è peggio, ne toglie all’immagine di una categoria composta
in maggioranza da persone che a cena con i potenti
non ci vanno, non foss’altro perché non vanno a cena, dovendo
restare nelle redazioni fino a notte fonda.
Massimo Gramellini – La Stampa 13.luglio.2010
La cena degli ultracorpi a casa Vespa è stata scandagliata
in ogni particolare. Tranne uno, dato evidentemente
per scontato: cosa ci faceva Vespa? I giornalisti non dovrebbero
organizzare cene per i potenti, né parteciparvi
se non in incognito, con parrucca e registratore incorporato,
per poi raccontarle sul giornale. Vespa festeggiava
le nozze d’oro col mestiere, ma anziché gli amici ha invitato
banchieri, politici e porporati: la controparte. È vero
che il portiere della Spagna mundial ha baciato in diretta
la fidanzata che lo stava intervistando, però Silvio e Vespa
non hanno vinto nulla e non sono neanche fidanzati,
almeno ufficialmente.
Niente di personale: intorno al biscotto del Potere ronzano
vespe di ogni colore e d’estate a Roma fioriscono terrazze
dove il critico contende un groviglio di bucatini al
regista del film che dovrà recensire e il politico di sinistra
suggerisce all’editorialista di sinistra che cosa scrivere
nel prossimo articolo che il pubblico di sinistra non leggerà.
Nessun governo dichiarerà mai illegale questo genere
di intercettazioni. Però non stupiamoci se i nostri padroni,
lettori e telespettatori, ci considerano parte di quella
stessa Casta dalla quale, a parole, prendiamo le distanze.
Chi si autodeclassa da campanello d’allarme a carillon toglie
credibilità alle battaglie sulla libertà di stampa. Quel
che è peggio, ne toglie all’immagine di una categoria composta
in maggioranza da persone che a cena con i potenti
non ci vanno, non foss’altro perché non vanno a cena, dovendo
restare nelle redazioni fino a notte fonda.
Massimo Gramellini – La Stampa 13.luglio.2010
martedì 13 luglio 2010
LA MIA CITTA' E LA POLITICA
Su www.antelitteram.info
Di Amicus Plato
Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.
Di Amicus Plato
Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.
