"Errando è l’effetto dei miei viaggi fisici e onirici e anche dei miei errori" dice il chitarrista e compositore Giovanni Seneca parlando del suo nuovo cd. "Spesso - prosegue - i suoni sono nell’aria. Durante ogni viaggio li percepisco, lontani ma familiari. Le melodie risuonano come nenie dell’infanzia o prepotenti come un profumo. Indossando gli abiti di un detective del suono lascio il corso principale della città e mi inoltro nel dedalo di viuzze che hanno resistito per secoli alle teorie urbanistiche, mi ritrovo così seduto alla terrazza di un ristorante qualsiasi di fronte al più bel panorama del mondo, distratto dalla quiete e dalla bellezza quei suoni vanno giù tra un boccone e un altro e sembrano non lasciare traccia, dimenticati come il sapore delle pietanze, l’odore delle spezie, il colore dei tramonti. Altre volte le melodie mettono le ali e i suoni li sorvolo guardando giù: sono sempre lì insieme ai colori e al profumo di spezie esotiche. I ricordi e gli oggetti che riporto dai viaggi, lontani dal loro contesto sembrano sbiaditi e fuori posto, ma i suoni che ho percepito restano dentro di me come le molecole dei cibi profumati e cucinati diversamente che ho assaggiato. Come un’alchimista manipolo le melodie facendo vibrare le corde del ricordo. E’ questo il momento in cui comincio a suonare le mie chitarre, per cercare di rievocare quei suoni e quelle sensazioni che ho vissuto e amato. Profumi, suoni e calore allora diventano qualcosa di tangibile”.
E' partendo da qui che Seneca crea quelli che lui stesso definisce "piccoli universi" scaturiti dalla chitarre che suona ogni giorno: "strumenti magici rapiti da luoghi conosciuti che rivendicano la propria appartenenza a popoli e culture diverse e ricordano le sonorità sepolte nella nostra memoria".
Errando è il suo quinto album: quindici brani per chitarra sola, da lui composti ed eseguiti su tre modelli di chitarre speciali: classica (Ignatio Fleta-Barcelona - Spagna - costruita nel 1971), battente (Rosalba de Bonis-Bisignano - Italia - costruita nel 2012) e flamenca (Jesus Bellido-Granada - Spagna - costruita nel 2005).
Il cd è stato registrato negli studi “Pink House” di Monsano (An) ed è pubblicato dall’etichetta Rara.
E' scaricabile on line all'indirizzo http://giovanniseneca.believeband.com/ mentre il supporto fisico si può chiedere alla casa discografica www.rara.it. Dal 5 aprile sarà in vendita anche alla libreria Feltrinelli di Ancona.
Info: www.giovanniseneca.it - www.rara.it
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martedì 2 aprile 2013
mercoledì 4 aprile 2012
lunedì 27 settembre 2010
Quel tramonto aveva l'attrattiva di una anomalia, quasiché la natura avesse mutato il suo corso
La vita della classi agiate si è trasferita intorno ad un grande viale moderno, già iniziato nell'anteguerra, ma avvalorato dalla ricostruzione, che scende al mare dominandolo da un terrapieno sugli scogli in direzione opposta al porto.
Opposta al porto: strana infatti è la posizione di Ancona.
Sorge su un promontorio, quasi su una penisola, attorniata dal mare da tre parti, ma abbastanza grande e massiccia perché non si possa vederla tutta in una volta sola: rotta inoltre da alture che le tolgono la visuale.
Vi si perde l'orientamento, e si vede apparire il mare dove si attendeva il monte.
Alla sua forma capricciosa si deve se, da San Ciriaco, ho guardato un bellissimo sole rosso tuffarsi nelle acque dell'Adriatico, caso unico, perché su tutta la costa adriatica occidentale non è dato di assistere a un tramonto sul mare, e il sole scende sempre alle nostre spalle.
Splendido per sé stesso, quel tramonto aveva perciò l'attrattiva di una anomalia, quasiché la natura avesse mutato il suo corso.
Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1956
Opposta al porto: strana infatti è la posizione di Ancona.
Sorge su un promontorio, quasi su una penisola, attorniata dal mare da tre parti, ma abbastanza grande e massiccia perché non si possa vederla tutta in una volta sola: rotta inoltre da alture che le tolgono la visuale.
Vi si perde l'orientamento, e si vede apparire il mare dove si attendeva il monte.
Alla sua forma capricciosa si deve se, da San Ciriaco, ho guardato un bellissimo sole rosso tuffarsi nelle acque dell'Adriatico, caso unico, perché su tutta la costa adriatica occidentale non è dato di assistere a un tramonto sul mare, e il sole scende sempre alle nostre spalle.
Splendido per sé stesso, quel tramonto aveva perciò l'attrattiva di una anomalia, quasiché la natura avesse mutato il suo corso.
Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1956
mercoledì 22 settembre 2010
domenica 19 settembre 2010
IL PANORAMA QUI E' MERAVIGLIOSO
E' possibile che, a forza di dare di Ancona giudizi poco lusinghieri, siano cresciute generazioni e generazioni di persone che questa città non la amano. Se non si ama il posto in cui si vive, se non si sente questo luogo come la propria casa, se non si vede l'ora di scappare via, per il fine settimana, per le vacanze, per studiare, per andare a vivere altrove, nessuno, o quasi nessuno, avrà a cuore il futuro, e tanto meno il presente di questo luogo, che sarà solo di passaggio, come la sala di attesa di una stazione.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontrala cultura. E ’ questa la voce più significativa del bilancio di un contenitore culturale che ha funzionato bene perché è stato costruito dalle braccia di tutti coloro che ad Ancona hanno fatto della cultura e dello spettacolo la propria missione o il proprio mestiere.
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontra
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.
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martedì 14 settembre 2010
I RAGAZZI DELLA PRIMA
Il mio compagno di banco della prima elementare si chiamava Danilo, aveva il grambiule a quadretti e il fiocco blu. Era piccolo piccolo, ma scriveva sul quaderno delle lettere grandissime. La maestra ci ha detto che non ci avrebbe mai chiamato bambini, ma RAGAZZI.
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".
venerdì 16 luglio 2010
MILO MANARA: "QUELLA NOTTE CHE DORMII CON FELLINI E LA MASINA"
L’esposizione di circa 50 tavole originali centra lo sguardo sul rapporto di Manara con il cinema felliniano. Il percorso espositivo, curato da Napoli COMICON, è stato inaugurato il 14 luglio alla presenza dell'autore nella Mole Vanvitelliana di Ancona ed è visitabile fino al 15 agosto.
La mostra si sofferma, tra l'altro, su "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet", uno dei capolavori firmati da Manara e Fellini. Come "Viaggio a Tulum" del 1987, anche "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet" era in origine un soggetto cinematografico (per Vincenzo Mollica è "il film non realizzato più famoso del mondo").
La storia è comparsa per la prima volta nel 1992 sulla rivista "Il Grifo" e avrebbe dovuto svilupparsi fumettisticamente in tre puntate, ma si concluse, con successo e per scaramanzia, alla prima.
Come ha raccontato lo stesso Manara, infatti, a causa di un refuso al termine della prima puntata era stata apposta la parola "End" e da questo deriva la decisione di interrompere lì la pubblicazione. Decisone presa dallo stesso Fellini, personaggio notoriamente scaramantico, che, tra l'altro, odiava concludere i suoi lavori, anche cinematografici, con la parola fine (lui da piccolo era sempre triste quando alla fine di un film compariva quella scritta).
Manara racconta che la realizzazione del Mastorna fu una vicenda che si trascinò per tanto tempo e che Fellini visse con inquietudine, anche perché in questo periodo accaddero episodi che lui percepì come "strani", come la profezia del mago Rol, cui il maestro era profondamente legato, che predisse a Federico che Mastorna sarebbe stata la sua ultima opera, cosa che, poi, si avverò.
A questo punto mi sarebbe piaciuto trovare sul web una foto che rappresentasse l'unione tra i due, Manara e Fellini, ma in realtà ho trovato solo un fotomontaggio che non mi piace. Preferisco, dunque, trascrivere qui un aneddoto che Manara stesso mi ha raccontato nel corso di una intervista il 14 luglio alla Mole.
"Ci sono aneddoti brevi e aneddoti lunghi sulla nostra amicizia" ha detto Manara. E credo che il disegnatore, molto simpatico e disponibile alla parola e al racconto, avesse preferito soffermarsi su quelli più lunghi, ma i tempi televisivi e quelli istituzionali legati all'inizio dell'inaugurazione della mostra ci hanno consentito solo un breve flash, nel corso del quale Manara ha raccontato di come, in una occasione di lavoro, essendosi lui trovato su un set con il maestro, nella necessità di fermarsi per la notte e non avendo trovato un posto in cui dormire, sia stato invitato da Fellini a condividere la stanza con lui e sua moglie. "E così - racconta Manara con l'umiltà e l'entusiasmo di un fan - io ho passato la notte nella stessa stanza con Federico Fellini e Giulietta Masina".
martedì 13 luglio 2010
LA MIA CITTA' E LA POLITICA
Su www.antelitteram.info
Di Amicus Plato
Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.
Di Amicus Plato
Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.
lunedì 21 giugno 2010
PORTA PIA: COME'COMERA
Cosa c'entra Porta Pia con Ericailcane? Porta Pia è una antica porta di accesso alla città di Ancona, che risale al 1700. Tutti la conoscono perché sta sopra la Mole Vanvitelliana nel lungomare di via XXIX Settembre ma oggi fa notizia perché, dopo essere stata chiusa e abbandonata per dieci anni, in questi giorni riapre con una valenza speciale: quella di monumento storico che ospita la street art.

Una guida di Ancona datata 1884 racconta come già a quell'epoca Porta Pia non svolgesse più la sua funzione di ingresso principale della città. La guida racconta che la porta fu innalzata "con disegno di Filippo Marchionni magnifico e grandioso, sebbene non corretto riguardo all'arte". "Si denomia porta Pia - spiegava il testo - dal Pontefice Pio VI che la fece costruire: un tempo si denominò anche Porta Francia, quando il generale Lemarois, tolto l'arme pontificio, ordinò vi si ponesse quello dell'imperatore".

Al suo interno sta infatti lavorando Ericailcane, per realizzare una istallazione temporanea dal titolo Rovina. L'evento è curato da Mac, Manifestazioni artistiche contemporanee e questo accade con la benedizione della Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, il cui soprintendente Giorgio Cozzolino, presente alla conferenza stampa di presentazione dell'evento, ha definito il sostegno all'arte contemporanea come missione istituzionale delle Soprintendenze. "Abbiamo tutti bisogno - ha detto - delle provocazioni che l'arte contemporanea ci sa fornire".
Dell'opera di Ericailcane non è dato di vedere ancora nulla, visto che l'inaugurazione sarà il 26 giugno e che l'entrata a Porta Pia è off limits. L'unica immagine disponibile a tutti è quella di due scimmie che lottano tra loro (o si abbracciano?), il che implica, come indicato anche dal responsabile dei testi critici del catalogo Gabriele Tinti, che dobbiamo aspettarci di vedere all'interno del monumento un bestiario, che dovrebbe rimandare molto a quelli medevali: un uso delle immagini dell'antichità - ha detto Tinti - per parlare dell'uomo raccontando una favola.
L'effetto che fa lo racconterò, forse, dopo che sarò entrata in questa porta, ormai destinata a tornare viva.
Per ora, in preparazione, ecco la storia di questo monumento, che molti di noi ricordano nel suo ultimo periodo di attività. Fino all'amministrazione Galeazzi, cioè fino al 2000, infatti, era sede degli uffici della Guardia di Finanza, che la lasciò libera dieci anni fa. Fu proprio il sindaco Galeazzi a condurre con la Finanza una trattativa di permuta: Porta Pia in comodato al Comune in cambio del piano terra di via Zapata.
Purtroppo però la mancanza di fondi ne ha reso fino a oggi impossibile una qualsiasi destinazione. Ricordo che nel 2005, quando arrivai all'ufficio stampa del Comune di Ancona, uno dei miei primi comunicati presentava il progetto di trasformarla in un museo di storia del Risorgimento con relativo centro studi. Poi però non se ne fece niente. Oggi è Andrea Nobili, assessore alla Cultura, a spingere per una riapertura che non dovrebbe essere solo temporanea. L'idea sembra essere quella di farne un centro direzionale per le associazioni culturali del territorio.
Una guida di Ancona datata 1884 racconta come già a quell'epoca Porta Pia non svolgesse più la sua funzione di ingresso principale della città. La guida racconta che la porta fu innalzata "con disegno di Filippo Marchionni magnifico e grandioso, sebbene non corretto riguardo all'arte". "Si denomia porta Pia - spiegava il testo - dal Pontefice Pio VI che la fece costruire: un tempo si denominò anche Porta Francia, quando il generale Lemarois, tolto l'arme pontificio, ordinò vi si ponesse quello dell'imperatore".
Lo storico della città Vincenzo Pirani specifica nel suo "Ancona dentro le mura" (1979) che la porta fu costruita tra il 1787 e il 1789. "La facciata esterna - scrive - è quella più ricca ed eseguita con materiale più nobile: è, infatti, realizzata in pietra d'Istria sia nella struttura che nelle decorazioni. L'arcata di ingresso è fiancheggiata da due lesene la cui sezione si allarga salendo verso l'alto: esse sorreggoo l'alto arco che recava la dedica e sorreggeva lo stemma papale, entrambi scalpellati all'epoca dell'occupazione francese. Il timpano che chiude la composizione è ripreso, in basso, da due volute che allargano la base dell'attico sopra i muri laterali fino ad appoggiarsi, una volta, a quelli delle fortificazioni.
L'arcata verso la città si apre invece in un severo bugnato di blocchi di tufo, sul quale spiccava un'altra lapide marmorea, e si conclude con un semplice timpano triangolare.
Le due lapidi recavano le seguenti scritte.
Quella sul fronte esterno diceva:PIO VI P.O.M.
MAGNANIMO MUNIFICO PROVIDENTISSIMO
ANCONA PATRI ET RESTAURATORI
ALOYSIUS GAZZOLI DELEGATUS
ET NOEMVIRI
NUMINI EJUS DEVOTISSIMI
PLAUDUNT
ANNO SALUTIS MDCCLXXXIX PONT. XV.
Quella verso la città:
PORTA PIA
VETUSTIORA ANCON(itana) MONUMENTA
AEMULANDO
PRINCIPIS MAGNIFICENTIAM
TESTATUR
Oltre a queste due lapidi dedicatorie ve ne sono altre due, sulle pareti del fornice che ricordano i lavori eseguiti e i "deputati" ai lavori.
Quella di destra dice:
COLLEM DEPRESSIT,
MARE SUBMOVIT,
VIAM STRAVIT,
PORTAM EREXIT,
CIVITATEM AEDIFICIS EXORNAVIT
Su quella di sinistra sono i nomi dei "deputati" e cioè: F. Bosdari, N. Marganetti, G. Pichi Righetti, L.A. Ferretti, A. Nembrini Gonzaga, A. Camerata de' Mazzoleni, M.S. Rinaldini, L. Ferretti".
"Quando ancora la porta si apriva sulle mura - scrive ancora Pirani - prima del suo isolamento totale, nel lato formato dalle pendici del colle e dalle strutture della porta, vi era una fontana: la si chiamava comunemente il fontanone. Frutto di una sistemazione coeva alla porta, usava di una sorgente, ancora esistente, facendone uscire l'acqua da un mascherone entro una nicchia composta da blocchi di tufo e versandola in una sottostante vasca di raccolta. La freschezza del getto veniva usata dai cococmerari che vi tenevano a bagno la loro merce. Demolita per l'allargamento della strada e l'isolamento della porta, la fontana avrebbe potuto essere ricostituita sul muraglione che sorregge la rupe e la scala che raccorda la soprastante via. Si dice che i blocchi di tufo ancora ci sono e che basterebbe solo un poco di buona volontà per ripristinarla. Chissà se è vero...".
Le foto di Porta Pia sono del mio amico, storico di Ancona, Fabio Barigelletti.
mercoledì 16 giugno 2010
AMO LA MOLE - PALCOSCENICO SUL MARE

Dal 26 giugno al 5 settembre la Mole Vanvitelliana di Ancona ospita “Amo la Mole – Palcoscenico sul mare”, un ricco cartellone di appuntamenti con i grandi protagonisti della cultura, dell’arte e dello spettacolo. E’ la prima stagione estiva anconetana, che trasforma la Mole in uno straordinario palcoscenico sul mare.
L’idea nasce dall’assessorato alla Cultura del Comune di Ancona per rendere viva la Mole Vanvitelliana e trasformarla in una nuova piazza, aperta alla città e frequentata dai cittadini e dai turisti come un luogo di socializzazione sostenibile, all’insegna del benessere, della bellezza, della cultura e del dialogo.
Il cartellone copre il periodo che va dal 26 giugno al 5 settembre 2010 e nell’arco di dieci settimane offre alla città un ricco ventaglio di appuntamenti culturali, proposti in orario serale.
Con Amo la Mole 2010 si sottolinea una vocazione di Ancona, oltre che una sua caratteristica fondamentale: una particolarissima relazione con il mare, che da secoli ne influenza la cultura, la storia, le tradizioni. La Mole Vanvitelliana è il simbolo di tutto questo e il palcoscenico che sorgerà al suo interno sarà il segno tangibile della nostra idea di contenere in un’unica cornice il ricchissimo e variegato patrimonio culturale anconetano.
Amo la Mole è, di fatto, il proseguimento ideale del cartellone del Teatro delle Muse e mette in rapporto tra loro due luoghi simbolo, recentemente restituiti alla città e immediatamente individuati come le sedi ideali per accogliere in continuità le eccellenze culturali. Il cartellone segue un duplice percorso. Da un lato armonizza e mette a sistema, attorno a un unico palcoscenico, una serie di eventi e di rassegne, alcuni dei quali storici e di grande prestigio, organizzati e promossi da una serie di soggetti che negli anni hanno offerto e garantito ad Ancona la presenza di ospiti e spettacoli di qualità. Dall’altro arricchisce questo sistema di elementi “consolidati” con alcune proposte di grande significato e spessore artistico e culturale.
Grazie ad Amo la Mole saranno sul palcoscenico dell’estate anconetana, tra gli altri, Marco Paolini, Elisa Monte Dance Company, Filippo Timi, Paolo Rossi, Don Andrea Gallo, Carlo Cecchi, Massimo Cacciari, Benny Green, Monica Guerritore, Virgilio Sieni, Emma Dante, Carmen Consoli e Haydn Youth String Orchestra.
venerdì 28 maggio 2010
GIAPPONESE IN TERRA STRANIERA
Giravo tra i ragazzi che il primo maggio stavano a Roma, in piazza San Giovanni, per il concerto e prevedevo tra loro, tra qualche anno, i miei figli. Ero curiosa di vedere cosa facevano, come si comportavano, se riuscivo a riconoscere nel loro modo di fare, di parlare, di interagire, qualcosa del mio passato.
Forse per il caldo, oppure per lo stordimento del vino, della birra e anche di altro (stordimento loro, non mio!), mi sono sembrati più seri, più tristi e più annoiati. Allora mi sono messa a scattare le foto con il cellulare, un po' come una giapponese in terra straniera. Poi la sera, dopo aver passato qualche ora in albergo con l'idea che il tempo sta correndo velocemente sotto i miei piedi, li ho ritrovati lì, come ridestati, che saltavano tutti insieme sopra uno strato di cocci e di immondizia. Con alcuni di loro abbiamo anche scherzato...
Quando verso la fine del concerto ho sentito Capossela che cantava il ballo di san Vito, mi è sembrata la colonna sonora giusta per tutta quella giornata e allora ho pensato di mettere insieme queste foto, per rendere, almeno, spero, in parte, quell'atmosfera che mi ha molto colpito.
Questo è il mio primo video, il primo che ho montato. Senza grande successo direi, ma lo posto come "ricordo" e lo dedico al mio Signor G, che stava lì con me..
venerdì 30 aprile 2010
UNA CITTA' COME FIRENZE NON CHIUDE
A Firenze, per la prima volta, quest’anno il 1° maggio funzionerà l’ATAF, sarà aperto Palazzo Vecchio (per gli Uffizi, gestiti dallo Stato, dovremo ancora aspettare…), sarà concessa libertà ai negozi del centro storico – e solo a loro – di tenere aperto se lo vorranno.
Una città come Firenze non chiude. Può piacere o meno, ma è così.
Ci hanno criticato in tanti, ma io penso che il primo maggio sia la festa del lavoro. La festa di chi il lavoro ce l’ha, di chi il lavoro lo sta perdendo perché cassaintegrato, la festa di chi il lavoro ce l’ha oggi ma domani non si sa.
Quanto mi piacerebbe una discussione pubblica con i sindacati – o con chi per loro – sui temi del rispetto dei tempi, del ciclo di vita delle famiglie, delle relazioni. Mi piacerebbe poter dire la mia, da ragazzo cresciuto in una società in cui gli stessi che ci hanno tirato su a forza di centri commerciali, outlet e multisale, oggi ci fanno la predica sui giorni festivi. Cresciuti a colpi di spot sembriamo ricordare i valori fondanti della festa del lavoro solo quando c’è da contestare un’amministrazione. Eppure quanto vorrei discutere del lavoro, quello vero, quello che c’è e quello che manca. Discuterne con la mia generazione che è cresciuta pensando che il primo maggio sia la data di un grande concerto e che i sindacati siano meritorie associazioni in difesa dei diritti dei pensionati. Vorrei gridare ai ragazzi che non è così, che non dovrebbe essere così. Vorrei gridare il valore del primo maggio. Vorrei portare ciascuno di loro in pellegrinaggio laico davanti alla Seves, azienda fiorentina che rischia di chiudere sacrificata da vicende economiche e finanziarie inaccettabili. Vorrei che potessimo parlare di chi perde la vita per portare a casa uno stipendio, in una repubblica democratica che sarà anche fondata sul lavoro ma spesso sembra affondare sulla rendita.
Vorrei che ci dicessimo questo. Non che facessimo polemica con un’amministrazione di una città visitata da milioni di persone, solo perché in un giorno di festa apriamo il Palazzo Vecchio, facciamo funzionare gli autobus, consentiamo libertà di scelta a chi vuole aprire. Già, libertà di scelta.
Niente di più, niente di meno.
Il Presidente di Unicoop Toscana, Turiddo Campaini ha detto “Noi il primo maggio non apriamo.” Per forza. Non glielo consentiamo. Magari non aprirebbe lo stesso, ma nessuno di noi ha mai dato il via libera alle (tante) coop del nostro territorio. Abbiamo solo detto che potranno aprire – se lo vorranno – i negozi del centro.
Qualcuno ha detto che siamo schiavi dei bottegai. Sono gli stessi che in questi mesi ci hanno accusato di non fare concertazione con le associazioni di categoria dei commercianti. Noi non siamo nemici dei bottegai fiorentini: loro sono i principali nemici di se stessi quando si piegano sulla rendita e non accettano la sfida della novità. Firenze non può essere la Bella Addormentata nel bosco, non può stare ferma, non può pensare di offrire sempre la solita faccia con alcuni che puntano solo a spennare i malcapitati turisti. Firenze ha bisogno di aria fresca.
Un’ultima considerazione. Ci sono decine di città governate dal centrosinistra che aprono da anni il primo maggio. Qualcuno addirittura obbliga ad aprire. Però la polemica c’è solo quest’anno. E solo (o quasi) per noi. Non mi stupisce la reazione della CGIL locale, il cui segretario è coerentemente all’opposizione su tutto, dalla pedonalizzazione del Duomo in poi. Mi stupisce che se una cosa viene fatta a Siena, amministratori locali, dirigenti di partito, presidenti vari non aprono bocca, salvo poi intervenire quando si scopre che c’è anche Firenze…
Per dirla con le parole del grande Mourinho ho la sensazione che per qualcuno l’amministrazione di Firenze sia un’ossessione. Per noi è solo un sogno…
MATTEO RENZI




