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giovedì 28 marzo 2013
SE SI PERDE IL RISPETTO DEL DOLORE
Non c'è bisogno di essere una mamma per capire quanto indicibile dolore possa spingere una madre a scendere in strada con la foto del figlio morto ammazzato. Perdere un figlio è contro natura. Dover riaffermare, ogni volta, quella morte è una tragedia senza confini. Nessuna civiltà, nessun rispetto si possono ottenere se non si rispetta, almeno, il dolore più profondo che un essere umano può provare nella sua vita.
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/03/27/Aldrovandi-agenti-manifestano-sotto-ufficio-madre_8467979.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi
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giovedì 25 ottobre 2012
IL BAMBINO CRESCE NELLA DECRESCITA
Di Marco Geronimi Stoll
25 ottobre 2012
In 4o anni di carriera mi sono dedicato alla scuola e all’animazione sociale per i primi 25. Poi, visto le vicissitudini del mio paese, l’Italia, ho dovuto ri-inventarmi nel settore privato. Sono stato pubblicitario e da una dozzina d’anni sono un pubblicitario disertore, uno a cui non piace condizionare la gente al consumismo, ma che per mestiere ha conosciuto molte tecnicuzze che vi convincono a desiderare quello che non vi serve.
La cosa più sconvolgente, vi assicuro, è scoprire concretamente l’entità dei budget spesi nell’advertisement (quasi tutto televisivo) in questi ultimi decenni. Un minuto sulle sei principali reti italiane costa quanto lo stipendio di tutta la vita di una maestra; ciascun italiano, al termine di una vita ha pagato indirettamente (nascosto nel prezzo delle merci) il costo di una discreta casa.
Oggi, per mestiere, aiuto le organizzazioni della decrescita (enti, associazioni, movimenti ed aziende dell’altra economia come contadini bio, artigiani del riciclo, installatori solari…) a comunicare senza marketing. Questi imprenditori scommettono la vita per sviluppare forme sostenibili di economia. Li conosco bene, li stimo, vedo che fanno molto sul serio; sono forme di economia che reggono discretamente alla crisi e, tra tutte le forme di investimento per creare un posto di lavoro, quasi sempre sono la più economica in rapporto ai risultati.
Tuttavia occorre restare guardinghi: «economia» e «sostenibilità» sono parole trabocchetto, ci sta dentro tutto e il contrario di tutto.
Serge Latouche sostiene che «sviluppo sostenibile» è un ossimoro perché non possono davvero convivere contemporaneamente la crescita industrialista e la sostenibilità ambientale. A dimostrazione di questa tesi ricorda i mille esempi in cui orribili delitti ambientali, che hanno prodotto scempi inenarrabili e migliaia di morti, sono stati perpetrati da brand che nel marketing vantavano e promuovevano lo sviluppo sostenibile, spesso con finanziamenti o permessi di natura ecologica da parte dei governi e degli organismi sovranazionali. Invece la decrescita felice, o serena, o la semplicità volontaria… nella tesi di Latouche, non sono ossimori. (…)
L’ossimoro è una delle forme più potenti per aggirare le difese della vostra mente, perché prende due categorie che la mente conosce già, ad esempio giovinezza e vecchiaia, e le combina ad esempio dicendo che quel ragazzo è già vecchio, o che quell’adulto è un bambino… Quando su un gelato freddo metti una marmellata calda si aprono le papille gustative e l’olfatto. Davanti all’ossimoro accade una cosa simile, la mente apre le difese; può entrarci il male del marketing o il bene della poesia. Come pubblicitario ed ecologista dovrei dar ragione a Latouche, ma in termini di arte e poesia dovrei dire il contrario, l’ossimoro vero è quello che fa fare uno scarto mentale evolutivo, sovverte le categorie del pensiero e genera nuovi modi di vedere le cose. Nuovi frames, nuove cornici mentali, ciò che Latouche chiama “ricontestualizzazioni”.
Sappiamo tutti che questa è la cosa più importante. Fa la stessa cosa che può fare un insegnante quando vuole intuire, di un dato concetto, quale competenza a monte è stata condizionata dal marketing, quale immaginario artificiale è stato indotto. Semplice. Digita la parola su Google e guarda le immagini che escono. Sarà forse empirico, sarà euristico, eppure funziona. Anzi, forse proprio per questo funziona.
Ecco quello che succede digitando sviluppo sostenibile (…) Tre cerchi si intersecano: sociale, ambientale ed economico. Tre aggettivi: di cosa? Di sviluppo, naturalmente.
Allora facciamo la stessa operazione googlando «sviluppo». Ecco ciò che esce. Un sacco di diagrammi e frecce economiche che salgono; c’è anche qualche qualche pianta, qualche pianeta Terra, ma purtroppo se li cliccate finite quasi sempre nel green washing di qualche corporation. Somiglia a quando digitate «Crescita» o «Progresso»: frecce e grafici che raccontano un aumento, quasi sempre economico. Anzi, lo promettono, perché sono intrise di quell’ideologia sviluppista del secondo novecento, quella che diceva che l’economia gira se produciamo e consumiamo di più. Ancora oggi molta gente la pensa così: il senso comune è un prodotto artificiale indotto dal marketing, e più in generale dai media di massa quindi: sei più ricco se spendi, l’economia gira se sprechiamo risorse, sei autorevole se ti indebiti, ecc. (…)
Così dev’essere, la questione non è solo economica ed ecologica, è anche psicologica e culturale: abbiamo bisogni indotti, abbiamo inferiori sensibilità, ci sentiamo meno belli, siamo perennemente inappagati. Noi pubblicitari sappiamo esattamente come funziona questo meccanismo: sappiamo come farti sentire a disagio col bellissimo vestito dell’anno scorso, farti sentire ammirabile se giri con un Suv da 8 Km/litro, farti sentire una cattiva mamma se non propini al bimbo l’ultima chimicaglia alimentare…. Fior di miliardi sono spesi per convincervi, tanto li pagate voi: sono una percentuale parassitaria nascosta nel costo delle merci. Il marketing allunga la filiera perché fa parte della filiera. Ecco perché marketing e filiera corta non vanno d’accordo. Ecco perché se lasciamo l’insegnante solo, a far da unico baluardo culturale davanti a questa potenza di colonizzazione dell’immaginario dei bambini, è una formica che combatte contro un elefante.
Di tutto quel che c’è nel carrello, poco resta nel vostro corpo; ma quel poco diventa ciccia, mentre la pubblicità vi impone di essere magri. Schizofrenia indotta: è un ottimo affare; ma non per voi che pagate due volte, per ingrassare e per dimagrire, mentre anche il diagramma dell’autocompiacimento crolla a zero. Il resto di tutti quei chili di merce è tutta roba che finisce in pattumiera.
Già dagli anni ’80 nelle scuole si cercava di correre ai ripari. Le tre R, forse le avete imparate alle elementari: Riusare, Ridurre, Riciclare. Questo ha permesso in pochi decenni di passare alla raccolta differenziata in tutta Europa. In Italia meno, in molte zone c’è ancora una lotta contro la mafia che gestisce le discariche e/o contro i politici corrotti che vogliono fare altri inceneritori (…).
Negli anni ’80 quando le municipalità stavano passando dalla raccolta generica di rifiuti alla raccolta differenziata, sono stati spesi molti soldi in pubblicità (quello che allora si chiamava «marketing sociale») con esiti scarsissimi; quando invece sono venuti nelle scuole gli animatori a lavorare coi bambini, i bambini hanno sensibilizzato le famiglie e rapidamente i comportamenti sono cambiati (…).
Le tre R però non bastavano. Hanno cominciato a nascere delle quarte R, diverse in diversi contesti: ricomprare, ripensare, riparare, rispettare… La questione è che le famose 3 R sono subordinate alla motivazione, alla coscienza, ad aspetti psicologici e sociologici.
Il rifiuto, prima che un sacchetto di materia da conferire in qualche bidone, è un luogo della mente; c’entra col rimosso. Questa è una parte importante della sfida per l’educatore. Si slitta subito verso il rifiutare: cos’è lo sporco e il pulito, il nuovo e il vecchio, e ancora: il conservabile, l’utile, il bello…; in definitiva, cosa accogliamo e respingiamo negli spazi sempre più pieni della nostra casa, metafora del nostro corpo e della nostra mente sempre più intasati.
Veniamo programmati per essere persone di plastica tutte uguali, che si differenziano per qualche abito esteriore. (…) Più siamo omologati esteriormente, più la nostra parte singolare resta inespressa, nascosta, quindi potenzialmente repressa e nevrotica. Purtroppo la capiscono assai meno molti politici e giornalisti. I marketer la capiscono meglio di tutti, ma in malafede. Per fortuna non ci lasciamo programmare troppo, e funziona sempre meno via via che i personal media prendono posto ai media di massa.
Le tre o le 4 R non ci bastano se non ci poniamo il problema di che cosa sente e desidera, di che abitudini prende un bambino che cresce nel consumismo. Quante volte avete messo il bambino piccolo nel carrello? Per lui è uno spasso, a voi va meglio perché va in trance e non fa troppe bizze per comprare qualcosa. Naviga in un paesaggio di merci, in un universo di merci, nel carrello assieme alle merci; lui piccolino, in un’età in cui sente che le cose hanno un’anima, le scatole diventano quasi dei fratellini. Ovvio: impara che anche lui è una merce. Da grande cercherà di essere il brand di se stesso per «posizionarsi» sul mercato della visibilità. Le merci viste da un bambino sugli scaffali sono magiche, divine. Non hanno una storia né nel prima (processo di produzione) né nel dopo (pattumiera…). Sono fuori dal tempo, perché non ci sono stagioni. Sono fuori dallo spazio: è indifferente che quel frutto venga dall’Australia o da dietro casa. Nascono dal nulla: il pollo nasce già incellophanato per partenogenesi nel banco frigo; è proprio inconcepibile pensare che sia mai stato un animale vivente, di quelli che ti guardano negli occhi, fanno la cacca, vorresti toccare ma scappano…
Un bambino che mangia junk food davanti alla Tv: c’è una sinergia profonda tra la Gdo (grande distribuzione organizzata) e televisione. Il consumo è legato al condizionamento della Tv (e diminuisce via via che subentra internet). La Tv è molto meno potente di pochi anni fa, ma è ancora piuttosto pervasiva; il condizionamento non nasce solo dalla pubblicità, tant’è che colpisce anche in paesi dove la pubblicità per l’infanzia è regolata.
Depriva il bambino di cinque abilità. Uno, la possibilità di diventare anche emittente: riceviamo moltissimi input (un’overdose quotidiana di stimoli, dati, informazioni…) ma degli output che vogliamo emettere non frega niente a nessuno.
Due, la capacità di affinare i sensi. Due quelli diversi dalla vista: senza di essi non esiste il piacere delle cose materiali. Consumiamo molta merce pessima perché non discerniamo le qualità; anche quando consumiamo cose buone (cibo, tessili, arredi…) spesso lo facciamo senza assaporare, senza discernere… senza piacere: ma che razza di edonismo è?
Per godere la differenza tra una mela bio e una industriale bella ma insipida, occorre ri-imparare a sentire.
3, l’empowerment. La sensazione di poter agire sul mondo è indispensabile per la democrazia. Senza di essa capita di decidere in modo rapsodico e distratto, ad esempio ci si comporta col voto come se fosse un telecomando. È il vecchio ma ancora attualissimo concetto di empowerment, che nell’era di internet e della democrazia dal basso torna centrale. Il contrario di empowerment è la marginalizzazione, l’impotenza, la sensazione che quello che dici non interessa a nessuno (…)
Quattro, la capacità di star soli in silenzio. Poi c’è il problema della capacità di stare da solo.
Esposti al flusso potente dell’informazione abbiamo tutti paura del silenzio, della pausa, del rallentamento: eccitati e drogati dall’accelerazione appena rallentiamo il vortice delle emozioni e si calmano le acque, vediamo cosa viene a galla; spesso non vogliamo vederlo.
Abbiamo panico, dobbiamo riempire, saturare, la nostra agenda diventa bulimica. Ma questo impedisce di far progetti a lungo termine e spesso ci porta a scelte superficiali, effimere, senza la capacità di ascoltare nel profondo le nostre istanze psichiche.
Cinque, la capacità di pensare insieme. Ci ricordiamo di essere stati animali sociali solo quando qualche riduzionista dice che ci serve un bel maschio alfa per rimetterci tutti in riga. No, parliamo di tutt’altro, è vero che abbiamo anche sensibilità collettive, è vero che tuttavia educhiamo principalmente quelle individuali. Qualsiasi insegnante conosce l’effetto pigmalione, quando il bambino si adegua inconsciamente alle aspettative, quando diventa motivato o indisciplinato semplicemente perché tu ti aspetti che diventi motivato o indisciplinato.
Anche i pubblicitari conoscono benissimo questo meccanismo: tutti comunichiamo reciprocamente tempi, motivazioni, rabbia, gioia, dolore, ansia, passione, stanchezza, entusiasmo… tutti con tutti. Ma se il bambino non sviluppa competenze sociali, sarà poco abile, più solitario o gregario.
Morale: Servono altre erre. Ecco che le 3 o 4 R non bastano, servono più item. Latouche ne elenca 8 che secondo me sono molto interessanti per la scuola, perché mettono insieme sia gli aspetti specificamente ecosistemici che quelli psicologici e sociali delle condotte e delle motivazioni quotidiani. Eccole.
1. Riciclare
2. Riutilizzare
3. Ridurre
4. Ridistribuire
5, Rilocalizzare prodotti e decisioni
6. Ristrutturare i rapporti sociali e gli stili di vita che si sono guastati
7. Rivalutare
8. Ricontestualizzare
Propongo di chiudere sulle ultime due (…)
7. Rivalutare. Restituire dignità ai valori umani. L’altruismo contro egoismo, la cooperazione vs la concorrenza, il piacere del tempo libero vs ossessione del lavoro, la vita sociale vs consumo effimero e individuale, il locale contro il globale, il bello contro l’efficiente, il ragionevole vs razionale…
8 Ricontestualizzare. Vedere da un altro punto di vista il contesto concettuale ed emozionale di alcune situazioni, per mutarne il senso. Esempio: «scarsità e abbondanza» in economia fondano l’immaginario economico. L’economia attuale trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno. Ricontestualizzare questo concetti significa mutarne il senso.
Credo che il lavoro da fare oggi sia proprio sul senso imprevisto dei contesti che conosciamo. Non è a caso che molti dei contenuti che vi propongo risalgono agli anni ’70 e ’80, nell’era della tecnologia analogica, prima della moda neonozionistica e pseudo-aziendalistica che colpì la scuola (almeno quella di noi italiani) dalla fine degli anni ’80. C’entra colla nuova era digitale. Oggi il bambino fa esperienza di prodigi virtuali e si impossessa di formidabili protesi tecnologiche; noi diciamo che è bello, che è cognitivamente evolutivo, ma solo a un patto. Solo se non coincide con la deprivazione dell’esperienza fisica, materiale, concreta, corporea. Altrimenti avremmo mezzo bambino genio e l’altra metà con handicap sensoriale.
Un bambino «intero», tanto più ha esperienze virtuali, quanto più ha bisogno di correre, toccare, danzare, manipolare, sporcarsi, urlare, sudare… il bambino per essere adeguato ad alti livelli tecnologici ha bisogno di esperienze primitive. Evitiamo di tenerlo in un mezzo banale, poco digitale e poco analogico, cioè con pochi massimi tecnologici e pochi minimi tecnologici. Piuttosto andiamo contemporaneamente ai due estremi, esageriamo. È meglio.
(L’articolo completo è su geronimi.it)
Da: http://comune-info.net/2012/10/il-bambino-cresce-nella-decrescita/
25 ottobre 2012
In 4o anni di carriera mi sono dedicato alla scuola e all’animazione sociale per i primi 25. Poi, visto le vicissitudini del mio paese, l’Italia, ho dovuto ri-inventarmi nel settore privato. Sono stato pubblicitario e da una dozzina d’anni sono un pubblicitario disertore, uno a cui non piace condizionare la gente al consumismo, ma che per mestiere ha conosciuto molte tecnicuzze che vi convincono a desiderare quello che non vi serve.
La cosa più sconvolgente, vi assicuro, è scoprire concretamente l’entità dei budget spesi nell’advertisement (quasi tutto televisivo) in questi ultimi decenni. Un minuto sulle sei principali reti italiane costa quanto lo stipendio di tutta la vita di una maestra; ciascun italiano, al termine di una vita ha pagato indirettamente (nascosto nel prezzo delle merci) il costo di una discreta casa.
Oggi, per mestiere, aiuto le organizzazioni della decrescita (enti, associazioni, movimenti ed aziende dell’altra economia come contadini bio, artigiani del riciclo, installatori solari…) a comunicare senza marketing. Questi imprenditori scommettono la vita per sviluppare forme sostenibili di economia. Li conosco bene, li stimo, vedo che fanno molto sul serio; sono forme di economia che reggono discretamente alla crisi e, tra tutte le forme di investimento per creare un posto di lavoro, quasi sempre sono la più economica in rapporto ai risultati.
Tuttavia occorre restare guardinghi: «economia» e «sostenibilità» sono parole trabocchetto, ci sta dentro tutto e il contrario di tutto.
Serge Latouche sostiene che «sviluppo sostenibile» è un ossimoro perché non possono davvero convivere contemporaneamente la crescita industrialista e la sostenibilità ambientale. A dimostrazione di questa tesi ricorda i mille esempi in cui orribili delitti ambientali, che hanno prodotto scempi inenarrabili e migliaia di morti, sono stati perpetrati da brand che nel marketing vantavano e promuovevano lo sviluppo sostenibile, spesso con finanziamenti o permessi di natura ecologica da parte dei governi e degli organismi sovranazionali. Invece la decrescita felice, o serena, o la semplicità volontaria… nella tesi di Latouche, non sono ossimori. (…)
L’ossimoro è una delle forme più potenti per aggirare le difese della vostra mente, perché prende due categorie che la mente conosce già, ad esempio giovinezza e vecchiaia, e le combina ad esempio dicendo che quel ragazzo è già vecchio, o che quell’adulto è un bambino… Quando su un gelato freddo metti una marmellata calda si aprono le papille gustative e l’olfatto. Davanti all’ossimoro accade una cosa simile, la mente apre le difese; può entrarci il male del marketing o il bene della poesia. Come pubblicitario ed ecologista dovrei dar ragione a Latouche, ma in termini di arte e poesia dovrei dire il contrario, l’ossimoro vero è quello che fa fare uno scarto mentale evolutivo, sovverte le categorie del pensiero e genera nuovi modi di vedere le cose. Nuovi frames, nuove cornici mentali, ciò che Latouche chiama “ricontestualizzazioni”.
Sappiamo tutti che questa è la cosa più importante. Fa la stessa cosa che può fare un insegnante quando vuole intuire, di un dato concetto, quale competenza a monte è stata condizionata dal marketing, quale immaginario artificiale è stato indotto. Semplice. Digita la parola su Google e guarda le immagini che escono. Sarà forse empirico, sarà euristico, eppure funziona. Anzi, forse proprio per questo funziona.
Ecco quello che succede digitando sviluppo sostenibile (…) Tre cerchi si intersecano: sociale, ambientale ed economico. Tre aggettivi: di cosa? Di sviluppo, naturalmente.
Allora facciamo la stessa operazione googlando «sviluppo». Ecco ciò che esce. Un sacco di diagrammi e frecce economiche che salgono; c’è anche qualche qualche pianta, qualche pianeta Terra, ma purtroppo se li cliccate finite quasi sempre nel green washing di qualche corporation. Somiglia a quando digitate «Crescita» o «Progresso»: frecce e grafici che raccontano un aumento, quasi sempre economico. Anzi, lo promettono, perché sono intrise di quell’ideologia sviluppista del secondo novecento, quella che diceva che l’economia gira se produciamo e consumiamo di più. Ancora oggi molta gente la pensa così: il senso comune è un prodotto artificiale indotto dal marketing, e più in generale dai media di massa quindi: sei più ricco se spendi, l’economia gira se sprechiamo risorse, sei autorevole se ti indebiti, ecc. (…)
Così dev’essere, la questione non è solo economica ed ecologica, è anche psicologica e culturale: abbiamo bisogni indotti, abbiamo inferiori sensibilità, ci sentiamo meno belli, siamo perennemente inappagati. Noi pubblicitari sappiamo esattamente come funziona questo meccanismo: sappiamo come farti sentire a disagio col bellissimo vestito dell’anno scorso, farti sentire ammirabile se giri con un Suv da 8 Km/litro, farti sentire una cattiva mamma se non propini al bimbo l’ultima chimicaglia alimentare…. Fior di miliardi sono spesi per convincervi, tanto li pagate voi: sono una percentuale parassitaria nascosta nel costo delle merci. Il marketing allunga la filiera perché fa parte della filiera. Ecco perché marketing e filiera corta non vanno d’accordo. Ecco perché se lasciamo l’insegnante solo, a far da unico baluardo culturale davanti a questa potenza di colonizzazione dell’immaginario dei bambini, è una formica che combatte contro un elefante.
Di tutto quel che c’è nel carrello, poco resta nel vostro corpo; ma quel poco diventa ciccia, mentre la pubblicità vi impone di essere magri. Schizofrenia indotta: è un ottimo affare; ma non per voi che pagate due volte, per ingrassare e per dimagrire, mentre anche il diagramma dell’autocompiacimento crolla a zero. Il resto di tutti quei chili di merce è tutta roba che finisce in pattumiera.
Già dagli anni ’80 nelle scuole si cercava di correre ai ripari. Le tre R, forse le avete imparate alle elementari: Riusare, Ridurre, Riciclare. Questo ha permesso in pochi decenni di passare alla raccolta differenziata in tutta Europa. In Italia meno, in molte zone c’è ancora una lotta contro la mafia che gestisce le discariche e/o contro i politici corrotti che vogliono fare altri inceneritori (…).
Negli anni ’80 quando le municipalità stavano passando dalla raccolta generica di rifiuti alla raccolta differenziata, sono stati spesi molti soldi in pubblicità (quello che allora si chiamava «marketing sociale») con esiti scarsissimi; quando invece sono venuti nelle scuole gli animatori a lavorare coi bambini, i bambini hanno sensibilizzato le famiglie e rapidamente i comportamenti sono cambiati (…).
Le tre R però non bastavano. Hanno cominciato a nascere delle quarte R, diverse in diversi contesti: ricomprare, ripensare, riparare, rispettare… La questione è che le famose 3 R sono subordinate alla motivazione, alla coscienza, ad aspetti psicologici e sociologici.
Il rifiuto, prima che un sacchetto di materia da conferire in qualche bidone, è un luogo della mente; c’entra col rimosso. Questa è una parte importante della sfida per l’educatore. Si slitta subito verso il rifiutare: cos’è lo sporco e il pulito, il nuovo e il vecchio, e ancora: il conservabile, l’utile, il bello…; in definitiva, cosa accogliamo e respingiamo negli spazi sempre più pieni della nostra casa, metafora del nostro corpo e della nostra mente sempre più intasati.
Veniamo programmati per essere persone di plastica tutte uguali, che si differenziano per qualche abito esteriore. (…) Più siamo omologati esteriormente, più la nostra parte singolare resta inespressa, nascosta, quindi potenzialmente repressa e nevrotica. Purtroppo la capiscono assai meno molti politici e giornalisti. I marketer la capiscono meglio di tutti, ma in malafede. Per fortuna non ci lasciamo programmare troppo, e funziona sempre meno via via che i personal media prendono posto ai media di massa.
Le tre o le 4 R non ci bastano se non ci poniamo il problema di che cosa sente e desidera, di che abitudini prende un bambino che cresce nel consumismo. Quante volte avete messo il bambino piccolo nel carrello? Per lui è uno spasso, a voi va meglio perché va in trance e non fa troppe bizze per comprare qualcosa. Naviga in un paesaggio di merci, in un universo di merci, nel carrello assieme alle merci; lui piccolino, in un’età in cui sente che le cose hanno un’anima, le scatole diventano quasi dei fratellini. Ovvio: impara che anche lui è una merce. Da grande cercherà di essere il brand di se stesso per «posizionarsi» sul mercato della visibilità. Le merci viste da un bambino sugli scaffali sono magiche, divine. Non hanno una storia né nel prima (processo di produzione) né nel dopo (pattumiera…). Sono fuori dal tempo, perché non ci sono stagioni. Sono fuori dallo spazio: è indifferente che quel frutto venga dall’Australia o da dietro casa. Nascono dal nulla: il pollo nasce già incellophanato per partenogenesi nel banco frigo; è proprio inconcepibile pensare che sia mai stato un animale vivente, di quelli che ti guardano negli occhi, fanno la cacca, vorresti toccare ma scappano…
Un bambino che mangia junk food davanti alla Tv: c’è una sinergia profonda tra la Gdo (grande distribuzione organizzata) e televisione. Il consumo è legato al condizionamento della Tv (e diminuisce via via che subentra internet). La Tv è molto meno potente di pochi anni fa, ma è ancora piuttosto pervasiva; il condizionamento non nasce solo dalla pubblicità, tant’è che colpisce anche in paesi dove la pubblicità per l’infanzia è regolata.
Depriva il bambino di cinque abilità. Uno, la possibilità di diventare anche emittente: riceviamo moltissimi input (un’overdose quotidiana di stimoli, dati, informazioni…) ma degli output che vogliamo emettere non frega niente a nessuno.
Due, la capacità di affinare i sensi. Due quelli diversi dalla vista: senza di essi non esiste il piacere delle cose materiali. Consumiamo molta merce pessima perché non discerniamo le qualità; anche quando consumiamo cose buone (cibo, tessili, arredi…) spesso lo facciamo senza assaporare, senza discernere… senza piacere: ma che razza di edonismo è?
Per godere la differenza tra una mela bio e una industriale bella ma insipida, occorre ri-imparare a sentire.
3, l’empowerment. La sensazione di poter agire sul mondo è indispensabile per la democrazia. Senza di essa capita di decidere in modo rapsodico e distratto, ad esempio ci si comporta col voto come se fosse un telecomando. È il vecchio ma ancora attualissimo concetto di empowerment, che nell’era di internet e della democrazia dal basso torna centrale. Il contrario di empowerment è la marginalizzazione, l’impotenza, la sensazione che quello che dici non interessa a nessuno (…)
Quattro, la capacità di star soli in silenzio. Poi c’è il problema della capacità di stare da solo.
Esposti al flusso potente dell’informazione abbiamo tutti paura del silenzio, della pausa, del rallentamento: eccitati e drogati dall’accelerazione appena rallentiamo il vortice delle emozioni e si calmano le acque, vediamo cosa viene a galla; spesso non vogliamo vederlo.
Abbiamo panico, dobbiamo riempire, saturare, la nostra agenda diventa bulimica. Ma questo impedisce di far progetti a lungo termine e spesso ci porta a scelte superficiali, effimere, senza la capacità di ascoltare nel profondo le nostre istanze psichiche.
Cinque, la capacità di pensare insieme. Ci ricordiamo di essere stati animali sociali solo quando qualche riduzionista dice che ci serve un bel maschio alfa per rimetterci tutti in riga. No, parliamo di tutt’altro, è vero che abbiamo anche sensibilità collettive, è vero che tuttavia educhiamo principalmente quelle individuali. Qualsiasi insegnante conosce l’effetto pigmalione, quando il bambino si adegua inconsciamente alle aspettative, quando diventa motivato o indisciplinato semplicemente perché tu ti aspetti che diventi motivato o indisciplinato.
Anche i pubblicitari conoscono benissimo questo meccanismo: tutti comunichiamo reciprocamente tempi, motivazioni, rabbia, gioia, dolore, ansia, passione, stanchezza, entusiasmo… tutti con tutti. Ma se il bambino non sviluppa competenze sociali, sarà poco abile, più solitario o gregario.
Morale: Servono altre erre. Ecco che le 3 o 4 R non bastano, servono più item. Latouche ne elenca 8 che secondo me sono molto interessanti per la scuola, perché mettono insieme sia gli aspetti specificamente ecosistemici che quelli psicologici e sociali delle condotte e delle motivazioni quotidiani. Eccole.
1. Riciclare
2. Riutilizzare
3. Ridurre
4. Ridistribuire
5, Rilocalizzare prodotti e decisioni
6. Ristrutturare i rapporti sociali e gli stili di vita che si sono guastati
7. Rivalutare
8. Ricontestualizzare
Propongo di chiudere sulle ultime due (…)
7. Rivalutare. Restituire dignità ai valori umani. L’altruismo contro egoismo, la cooperazione vs la concorrenza, il piacere del tempo libero vs ossessione del lavoro, la vita sociale vs consumo effimero e individuale, il locale contro il globale, il bello contro l’efficiente, il ragionevole vs razionale…
8 Ricontestualizzare. Vedere da un altro punto di vista il contesto concettuale ed emozionale di alcune situazioni, per mutarne il senso. Esempio: «scarsità e abbondanza» in economia fondano l’immaginario economico. L’economia attuale trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno. Ricontestualizzare questo concetti significa mutarne il senso.
Credo che il lavoro da fare oggi sia proprio sul senso imprevisto dei contesti che conosciamo. Non è a caso che molti dei contenuti che vi propongo risalgono agli anni ’70 e ’80, nell’era della tecnologia analogica, prima della moda neonozionistica e pseudo-aziendalistica che colpì la scuola (almeno quella di noi italiani) dalla fine degli anni ’80. C’entra colla nuova era digitale. Oggi il bambino fa esperienza di prodigi virtuali e si impossessa di formidabili protesi tecnologiche; noi diciamo che è bello, che è cognitivamente evolutivo, ma solo a un patto. Solo se non coincide con la deprivazione dell’esperienza fisica, materiale, concreta, corporea. Altrimenti avremmo mezzo bambino genio e l’altra metà con handicap sensoriale.
Un bambino «intero», tanto più ha esperienze virtuali, quanto più ha bisogno di correre, toccare, danzare, manipolare, sporcarsi, urlare, sudare… il bambino per essere adeguato ad alti livelli tecnologici ha bisogno di esperienze primitive. Evitiamo di tenerlo in un mezzo banale, poco digitale e poco analogico, cioè con pochi massimi tecnologici e pochi minimi tecnologici. Piuttosto andiamo contemporaneamente ai due estremi, esageriamo. È meglio.
(L’articolo completo è su geronimi.it)
Da: http://comune-info.net/2012/10/il-bambino-cresce-nella-decrescita/
lunedì 10 settembre 2012
ECCOLA, LA GUERRA
Quando è scoppiata la seconda guerra mondiale non ero nata, ma della guerra mi ricordo perché i suoi segni sono rimasti sul corpo di mio padre per tutta la vita.
Sono nata nel maggio del 1941 e nell’ottobre del ‘42 mio padre Celestino è partito per il fronte. Noi abitavamo al Morello, un paesino vicino a Sassoferrato. Io sono rimasta con mia madre Elisa e i nonni Agatina e Nazareno.
Mio padre ha vissuto uno dei drammi più profondi della seconda guerra mondiale: la campagna di Russia, il più importante teatro della guerra tra le potenze alleate e la Germania nazista. Quando la Germania dichiarò guerra all’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941, Mussolini decise che l'Italia non poteva essere estranea all’operazione Barbarossa e nell’estate del 1941 ordinò l'allestimento di un Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.) di circa 60.000 uomini. I tedeschi attaccarono l'URSS, convinti di potercela fare in cinque settimane, ma non fu così. Un anno dopo Mussolini inviò i rinforzi: l'ARMIR, l'ottava Armata Italiana in Russia, costituita da 229 mila uomini male armati. Compito degli italiani era conquistare Stalingrado e a settembre ebbe inizio la battaglia, ma alla metà di novembre gli italiani e i loro alleati furono accerchiati dalla controffensiva sovietica. Le divisioni italiane, in disperate condizioni fisiche e prive di equipaggiamento adatto ai rigori del clima, resistettero per quattro giorni, poi arretrarono e crearono una linea di difesa alcuni chilometri più a sud. Il 19 dicembre del '42 venne dato alle truppe italiane l'ordine di ripiegare. Ebbe inizio la drammatica ritirata dell'ARMIR. Il 26 gennaio, in piena ritirata, a Nikolajewka ci fu una sanguinosa battaglia e gli italiani riuscirono ad aprirsi un varco nello sbarramento sovietico e a proseguire la ritirata.
Mio padre aveva fatto il militare nel 1936. Era Romani Celestino, matricola 34065 e proveniva dal distretto reclute Orvieto - primo reggimento avieri Roma. Fu richiamato per la guerra il 6 ottobre 1942 con una lettera del colonnello Francesco Contuzzi, che era al comando del distretto militare di Ancona.
Lui non amava raccontare di quei mesi terribili, passati a camminare in mezzo alla neve, tra i corpi di soldati, di donne e di bambini morti, tra il freddo e la fame. Non mi ha mai detto di quale corpo facesse parte. So solo che era nella fanteria: quelli che andavano a piedi. Dai suoi pochi racconti ho capito che i soldati non sapevano dove sarebbero andati. Avevano scarpe e vestiti inadatti e per questo molti di loro morirono di freddo.
A lui andò meglio. Non morì. Riuscì a tornare, mezzo congelato e, una volta arrivato al confine italiano, fu portato all’ospedale di Bologna, dove, a causa del congelamento, gli furono amputate otto dita delle mani, il mignolo di un piede e una parte del naso. Da quel giorno mio padre, persona mite e sempre serena nonostante tutto quello che gli era capitato, prese l’abitudine di tenere le mani in tasca, o dietro la schiena. La grave menomazione alle mani, tuttavia, non gli impedì, in seguito, quando ci trasferimmo a Roma, di prendere la patente. Guidava una Fiat 600 modificata con un pomello che gli permetteva di afferrare il volante e con una prolunga che gli serviva ad arrivare al freno a mano anche senza le dita.
Quando tornò in Italia mia madre e mia nonna andarono a prenderlo in treno all’ospedale di Bologna e lo riportarono a casa. Poi mia madre restò incinta delle mie due sorelle gemelle: Silvana e Fausta, che nacquero nell’agosto 1944. Quando era di otto mesi, al Morello arrivarono i tedeschi. Devastarono le case, portarono via il bestiame e impiccarono sei partigiani lungo la strada del paese. Entrarono in casa mia e ci tagliarono le scarpe, comprese quelle del matrimonio di mia madre. Allora andammo come sfollati nella casa della sorella di papà, zia Antonia, che stava in un posto di campagna lontano dal paese. Quando i tedeschi arrivarono lì, videro mia madre con la pancia così grande e la portarono in ospedale per farla partorire, ma lei dopo qualche tempo, stanca di aspettare che le mie sorelle nascessero, prese il suo cuscino sottobraccio e tornò a casa a piedi. Camminò per nove chilometri e quando arrivò i tedeschi se n’erano andati, così le mie sorelle nacquero a casa nostra.
Dopo si ricominciò a vivere, piano piano.
Mio padre ricevette una croce al merito di guerra nell’anno 1954.
Nonna Marisa
per Giulia
martedì 14 settembre 2010
I RAGAZZI DELLA PRIMA
Il mio compagno di banco della prima elementare si chiamava Danilo, aveva il grambiule a quadretti e il fiocco blu. Era piccolo piccolo, ma scriveva sul quaderno delle lettere grandissime. La maestra ci ha detto che non ci avrebbe mai chiamato bambini, ma RAGAZZI.
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".
mercoledì 18 agosto 2010
ACCABADORA
- ...devi studiare l'italiano bene, questo te lo chiedo come una grazia
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia
...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.
Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia
...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.
Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.
lunedì 5 luglio 2010
NATA IL 5 LUGLIO
Rosa Alessandrini, classe 1913. Nella vita si incontrano due o tre persone che ti segnano la strada e lei per me è una di queste. Donna colta che non aveva neanche la licenza elementare. Persona arguta, con una intelligenza sferzante, aveva trovato un posto tutto suo tra le radici più profonde della tradizione e i semi della novità.
Mi ha cucito e ricamato un corredo prezioso, tenendo a bada con ostinazione e pazienza l'ago e l'uncinetto nonostante il tremore delle sue mani, ma mi ha anche regalato la mia prima macchina fotografica: una Polaroid, oggetto rivoluzionario per l'epoca, comprata per la mia prima comunione. E tanti anni prima, madre di una famiglia contadina che aveva cominciato la sua storia in un paesino piccolo piccolo che forse oggi nemmeno esiste più, è stata la prima a far entrare i libri in casa di mio padre, comprandogli un dizionario, il Mestica, pagato con il lavoro dei campi (ancora oggi io lo conservo).
Non si può facilmente separare in segmenti il ricordo della donna-nonna che ti ha cresciuto. Trascrivo, però, due istantanee che ancora oggi mi accompagnano: i suoi occhi intelligenti che ti tranquillizzavano dicendoti "ho capito tutto" prima ancora che tu cominciassi a spiegare e l'immagine di me, dopo cena, sopra i libri di greco, con lei poco distante di fronte al camino, in silenzio, a farmi compagnia mentre tutti erano già andati a dormire.
Mi ha cucito e ricamato un corredo prezioso, tenendo a bada con ostinazione e pazienza l'ago e l'uncinetto nonostante il tremore delle sue mani, ma mi ha anche regalato la mia prima macchina fotografica: una Polaroid, oggetto rivoluzionario per l'epoca, comprata per la mia prima comunione. E tanti anni prima, madre di una famiglia contadina che aveva cominciato la sua storia in un paesino piccolo piccolo che forse oggi nemmeno esiste più, è stata la prima a far entrare i libri in casa di mio padre, comprandogli un dizionario, il Mestica, pagato con il lavoro dei campi (ancora oggi io lo conservo).
Non si può facilmente separare in segmenti il ricordo della donna-nonna che ti ha cresciuto. Trascrivo, però, due istantanee che ancora oggi mi accompagnano: i suoi occhi intelligenti che ti tranquillizzavano dicendoti "ho capito tutto" prima ancora che tu cominciassi a spiegare e l'immagine di me, dopo cena, sopra i libri di greco, con lei poco distante di fronte al camino, in silenzio, a farmi compagnia mentre tutti erano già andati a dormire.
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venerdì 28 maggio 2010
GIAPPONESE IN TERRA STRANIERA
Giravo tra i ragazzi che il primo maggio stavano a Roma, in piazza San Giovanni, per il concerto e prevedevo tra loro, tra qualche anno, i miei figli. Ero curiosa di vedere cosa facevano, come si comportavano, se riuscivo a riconoscere nel loro modo di fare, di parlare, di interagire, qualcosa del mio passato.
Forse per il caldo, oppure per lo stordimento del vino, della birra e anche di altro (stordimento loro, non mio!), mi sono sembrati più seri, più tristi e più annoiati. Allora mi sono messa a scattare le foto con il cellulare, un po' come una giapponese in terra straniera. Poi la sera, dopo aver passato qualche ora in albergo con l'idea che il tempo sta correndo velocemente sotto i miei piedi, li ho ritrovati lì, come ridestati, che saltavano tutti insieme sopra uno strato di cocci e di immondizia. Con alcuni di loro abbiamo anche scherzato...
Quando verso la fine del concerto ho sentito Capossela che cantava il ballo di san Vito, mi è sembrata la colonna sonora giusta per tutta quella giornata e allora ho pensato di mettere insieme queste foto, per rendere, almeno, spero, in parte, quell'atmosfera che mi ha molto colpito.
Questo è il mio primo video, il primo che ho montato. Senza grande successo direi, ma lo posto come "ricordo" e lo dedico al mio Signor G, che stava lì con me..
domenica 10 maggio 2009
PER LE MAMME
Sta sola mia madre nella stanza di là
E io solo e zitto nella stanza di qua.
Mia madre si alza e arriva di quando in quando.
Con una mano sulla porta
cerca di leggere nel mio cuore:
io zitto mi lascio leggere.
Intanto mi nascono affetti
e le sorrido: -Che sei venuta a fare?
Ma so bene perché vieni da me.
Dopo aver scambiato con me due o tre parole,
mia madre se ne va.
E io penso a tutti gli uomini.
Noi viviamo sostenendoci l'un l'altro.
K. Nagakawa - Poesie alla Madre
sabato 22 novembre 2008
La mamma di Maya Fox

Minimeg mi colpisce molto. E' la mamma di Maya Fox, il personaggio di Iginio Straffi e Silvia Brena, nel libro che da Feltrinelli ho trovato alla sezione "ragazzi", ma che, credo, si possa leggere con curiosità e con piacere a tutte le età.
E' una madre supercoinvolta nel suo lavoro. Ha, per questo, sensi di colpa nei confronti della figlia. Ma il bello del personaggio è che il senso di colpa non le impedisce di proseguire ad essere tutte e due le cose.
Noi madri soffriamo comunque, generalmente, di ansia o di sensi di colpa nei confronti dei nostri figli, sia che facciamo le casalinghe, sia che facciamo le superprofessioniste superprofessionali. La differenza è che Minimeg (il nomignolo mi piace perché un po' mi ricorda me...) ha scelto con quale ansia e con quale senso di colpa convivere. Ha scelto quale fiume deve guadare, consapevole del fatto che, tanto, un guado andava affrontato in ogni caso.
Maya è una adolescente, "predestinata" e speciale quanto vuoi, ma sempre una adolescente, con la sua vita di studentessa, i suoi ragazzi, le chat, gli sms... E come adolescente rispetta il copione: critica sua madre come fanno tutti: "Cheppalle... mi controlla... è diversa da me...".
Per i ragazzi forse è più facile rispettare il copione. Loro, in fondo, lo sanno che devono "andare da un'altra parte", e che la strada non è sempre semplice.
Per i genitori no. A un certo punto, forse perché un po' ci specchiamo nei nostri figli, cominciamo a "guardarci vivere", e ci piacerebbe interpretare, in questo film, il ruolo del protagonista invincibile, che non sbaglia mai e vince sempre, su tutto e su tutti. Megan sa che non è così. Ha capito perfettamente il suo ruolo. E lo interpreta con la stessa, costruttiva, incoscienza dei nostri figli adolescenti.

