Quest'anno il Natale mi sembra più caldo. Non ci sono i soldi e quindi non c'è nemmeno la corsa ai regali. Io ho comprato libri, prevalentemente, e siamo addirittura riusciti a convincere mia madre che non c'è bisogno del cenone della vigilia, né del pranzone il 25 dicembre.
Risultato: siamo più tranquilli e aspettiamo senza stress.
Il presepio lo sto facendo giorno per giorno e mi gusto ogni pezzetto, senza comprare niente di nuovo. La prima sera i ragazzi hanno assegnato un posto alle case e ai personaggi e da lì ho capito qual era l'idea che avevamo in testa. Poi ho aggiunto un soppalco per la paglia alla capanna di legno che tre anni fa abbiamo costruito insieme in garage, che due anni fa mio padre e mio figlio hanno modificato per aggiungere le luci, che ogni anno la gatta Flora visita, a lavoro finito, per accomodarsi al suo interno come se lei fosse un gigantesco Gesù Bambino. Abbiamo, come ogni anno, tirato fuori dalle scatole i personaggi più preziosi, scolpiti sul legno da uno scultore spagnolo, rotondetti e con la faccia da bambini. Quelli me li hanno regalati mia sorella e i miei genitori a ogni anniversario di matrimonio per i primi tempi dopo che mi ero sposata. Poi sono arrivata molto indietro nel passato, con le casette di cartone costruite da papà usando scatole delle scarpe quando io non ero ancora nata e un castello con le torri e i tetti rossi appuntiti che stava sul presepio di mio nonno, a Roma, nell'ingresso della piccola casa dove io e mia sorella eravamo felicissime quando capitava di poter trascorrere lì le feste. C'è il muschio raccolto chissà quando, la paglia di un vecchio pacco regalo e persino un angelo rimasto in casa dopo il trasloco dei precedenti proprietari. Ci vuole lentezza e serenità per gustarsi e contenere tutti questi ricordi.
Un po' di tempo fa ho scritto un racconto (che poi ho cestinato, ma questa è un'altra storia), che parlava di una giovane donna che comprava di tutto. Dopo aver riempito la sua casa di cose inutili, molte delle quali mai aperte e mai usate, le capitano una serie di sventure che la portano fino alla strada, tra i barboni di Roma. Perde fidanzato, lavoro e amici. I suoi genitori sono lontani e nel giro di poco tempo potrebbe trovarsi anche senza tetto. A questo punto ha un'idea: associarsi con i suoi amici clochard e aprire un laboratorio di pronto intervento di idraulici, imbianchini, sarte, fattorini, muratori. La formula funziona e l'ufficio che trovano vicino alla stazione Termini è sufficientemente grande per offrire loro un riparo. Per arredare questa nuova casa la ragazza comincia a svuotare la propria e tutti gli oggetti inutili accatastati nelle sue stanze trovano un posto e diventano utili, prendono vita, cominciano a vivere la loro nuova storia, proprio come i protagonisti di questo racconto.
Qualche giorno fa ho letto una storia simile, però vera: quella di Wainer Molteni, che per otto anni è stato clochard a Milano, dopo una vita quasi normale fatta di famiglia, di scuola, di università, di lavori divertenti e prestigiosi. Il libro si chiama Io sono nessuno e racconta di un lungo viaggio dalla casa alla strada e poi a una nuova casa più ricca, più libera, più moderna, come credo sia la fattoria dove oggi una decina di clochard alla riscossa, capitanati da Molteni, lavorano, coltivano, producono e si procurano da vivere. E' come se avessero dato nuovo ordine alla loro vita, passando attraverso un caos che per loro si è chiamato freddo, paura, insicurezza, disperazione, smarrimento: dell'identità, dei ricordi, della speranza nel futuro. Alla fine sono arrivati lì, sotto il tetto che oggi li copre, perché, io penso, nel caos hanno continuato a sognare e a sentirsi normali, anche se dormivano sopra un cartone e la gente aveva smesso di guardarli in faccia. Hanno avuto la forza di andare a cercare, nella cantina del loro cuore e della loro ragione, le risorse nascoste che forse non sapevano nemmeno di avere. Le hanno trovate e le hanno fatte funzionare di nuovo, in un modo diverso dal passato, fino a farle diventare la loro vita quotidiana.
E' arrivato per molti, credo, il momento di rimettere ordine: assegnare nuove priorità, ricostruire, tornare a guardare, ad ascoltare e, rallentando, godersi il cuore.
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venerdì 14 dicembre 2012
mercoledì 12 settembre 2012
ISTANTI
Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.
Jorge Luis Borges
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.
Jorge Luis Borges
lunedì 10 ottobre 2011
Perchè tanto non si firmavano..! Questa è de-responsabilizzazione (oltre che mancanza di coraggio). Ovvero non libertà, ma il suo perfetto contrario.
di Vasco Rossi - su Facebook
Il puro e semplice erudito, ad esempio il professore ordinario di certe Università, guarda una testa pensante ed originale più o meno come si guarda una lepre: la si può cucinare e mangiare solo quando è morta, ma finché è viva le si deve solo sparare.
... Arthur Schopenhauer
Iniziamo a dire subito che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco va discusso, al massimo. Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: è già strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio.
Durante tutta la sua carriera artistica e nel corso della sua vita sia pubblica che privata, Vasco ha detto e fatto un sacco di cose reprensibili, illogiche, sbagliate, che ben si prestano alla critica, al dissenso e al rimprovero sia logico che morale. Ma che dico “un sacco”? In realtà non ha fatto praticamente altro! Cattivo maestro, pessimo esempio, assolutamente improponibile come modello educativo o simbolo di successo sociale. Il fatto che non sia rimasto un Signor Rossi fallito destinato a restare nell’anonimato fino alla morte è un caso da studiare. Probabilmente è da attribuire ad un esercito di cerebrolesi plagiati da un Vasco-personaggio fuori dal mondo, sopra le righe, o che tirando le righe è uscito fuori di senno.
Dopo essersi autodefinito rockstar, a sessant’anni si mette a fare “clippini” che pubblica su Internet in cui dice tutto quello che gli passa per la mente, quindi a volte anche niente! Ma spesso facendo affermazioni socialmente e moralmente inaccettabili o addirittura offensive su temi di interesse collettivo come la libertà, la sicurezza stradale o le droghe. E dice di voler diventare un “social rocker”!
E’ pazzo. Oppure è affetto da una grave forma di demenza senile. Questo pensa sempre di più la gente.
L’ultima che ha combinato è stata quella di aver fatto chiudere - per protesta loro - una pagina web: Nokopedia, una parodia di Wikipedia gestita da giovanissimi senza peli sulla lingua. E’ andato contro il principio stesso della libertà espressiva! E soltanto per qualche insulto e un po’ di diffamazione irrispettosa nel suoi confronti, di cui comunque è e resta pieno tutto il web.
Vasco non è nuovo a errori del genere. Fin dall’inizio della sua carriera ne ha fatti di simili. A partire dal 1980, per esempio, si mise contro un giornalista solo perché l’aveva criticando scrivendo che era uno zombie ebete e un animale che inneggiava alla droga e che era buono solo per recite di beneficienza all’ospizio. Vasco se la prese troppo e gli diede troppo peso, alla cosa. Fece l’errore illogico, per la sua immagine pubblica, di dargli troppa importanza: lo citò in più di una canzone, addirittura (da “quel tale che scrive sul giornale” di “Vado al Massimo” fino alla sintassi spericolata di “Blasco Rossi”: “a vedere se quel tale arrivava fin là in fondo, arrischiando, per lui stesso, d’affogare!”). All’epoca il giornalista di “Oggi”, l’ormai famoso Salvalaggio, era più conosciuto di Vasco, ma se Vasco non l’avesse presa così sul personale, adesso più nessuno ricorderebbe il suo nome, e invece così lui lo ha reso praticamente immortale.
In modo analogo accade con Nokopedia: mai stata così famosa prima che Vasco ci entrasse in polemica.
Ormai, praticamente tutti sanno che per ottenere un po’ di notorietà è sufficiente attaccare pesantemente Vasco Rossi.
Niente di più semplice: lui, chissà perché e chissà come (“non so come e anche male”!), pur essendo un personaggio pubblico, si ostina a voler prendere ogni cosa sul personale.
Niente di più agevole: lui non agisce al solo fine di trovare un consenso più ampio possibile, come fanno tutte le persone “normali”, no, lui sembra che faccia proprio il contrario! Forse, perfino, si diverte (“liberi, liberi di sbagliare”).
Niente di più facile: lui di errori ne fa tanti e continuamente.
E’ questo il punto. Vasco è tanto criticabile perché un personaggio pubblico assolutamente fuori dalle righe, è reprensibile perché è un cantautore totalmente al di là delle regole; è incomprensibile perché è un uomo che non persegue, come tutti fanno, solo il proprio profitto personale. E’ un folle che fugge da ogni omologazione esistente. E’ un anti-eroe che ha l’ormai rarissimo coraggio di sbagliare. E’ una mina vagante. E’ imprevedibile. E’ un essere assurdo in questo mondo: è libero! E quindi socialmente pericoloso: potrebbe essere contagioso. Se ogni individuo si mettesse davvero a pensare, ogni ordine sociale verrebbe indebolito e poi destituito: VASCO NON E' GESTIBILE! (neanche dal suo stesso staff!).
Finiamo allora col dire esplicitamente che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco VA discusso AL MASSIMO: perché la libertà significa discutere e non essere tutti d’accordo; significa sbagliare rispetto al giudizio collettivo; significa abbandonare la ricerca ossessiva del consenso altrui per seguire invece la ricerca intima del proprio significato.
Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: perché è vivo! Perché è ancora libero. Ed è strano, è raro, quasi unico per questo! Ed è anche strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio: è un’eccezione, un miracolo splendido!
La minoranza delle persone che oggi è ancora capace di pensare (ovvero "i soliti", "i difficili"...!), ringrazia Vasco per il suo coraggio di mettere in gioco la propria immagine esponendosi alle critiche e perfino alla gogna mediatica; lo ringrazia per la sua ostinazione ad agire seguendo principi che, essendo privi di ogni logica del consenso, oggi sono decisamente sconvenienti; lo ringrazia perché non si fa problemi a pagare personalmente il prezzo altissimo imposto dal mercato attuale alla libertà dell’individuo, ma lo ringrazia soprattutto per la sua capacità di dimostrare che il nostro tempo non ha capito affatto cosa sia veramente la libertà dell’individuo.
La mistificazione del linguaggio oggi dominante in ogni campo (in un mondo mediatico in cui la guerra diventa “missione di pace” o “preventiva” o addirittura “esportazione di democrazia”!) impedisce soprattutto ai più giovani di capire un cazzo senza la “k”: infatti confondono squallidamente la “libertà di espressione” con la mancanza di educazione e, come insegnano i veri “cattivi maestri” degli attuali programmi televisivi, scambiano la “sincerità” con la più assoluta mancanza di rispetto per se stessi e di pudore.
Su Nokopedia scrivevano anche che Vasco spacciava droga davanti alle scuole...! Perchè tanto non si firmavano..! Questa è de-responsabilizzazione (otre che mancanza di coraggio). Ovvero non libertà, ma il suo perfetto contrario.
I ragazzi di Nokopedia (o come diavolo si chiama) agiscono bene, secondo le regole comportamentali dominanti in quest’epoca di morale televisiva, perché perseguono bene il loro scopo di profitto e di notorietà a danno di qualcun altro, a scapito di qualcun altro che, a differenza loro, il successo lo ha sudato e meritato agendo e sbagliando liberamente e (quindi) in modo autonomo. Non è colpa loro, in fondo (forse!), se credono che offendere e diffamare qualcuno sia un agire libero (o liberatorio?) e neanche se viviamo in un mondo che non solo non è libero, ma anche mistificatorio. Non sanno quello che dicono. Ma quel che è più grave è che non sanno neppure chi sono.
Abbandonati a se stessi, continueranno - generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, - a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. (..) A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto.
George Orwell, “1984”
Il puro e semplice erudito, ad esempio il professore ordinario di certe Università, guarda una testa pensante ed originale più o meno come si guarda una lepre: la si può cucinare e mangiare solo quando è morta, ma finché è viva le si deve solo sparare.
... Arthur Schopenhauer
Iniziamo a dire subito che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco va discusso, al massimo. Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: è già strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio.
Durante tutta la sua carriera artistica e nel corso della sua vita sia pubblica che privata, Vasco ha detto e fatto un sacco di cose reprensibili, illogiche, sbagliate, che ben si prestano alla critica, al dissenso e al rimprovero sia logico che morale. Ma che dico “un sacco”? In realtà non ha fatto praticamente altro! Cattivo maestro, pessimo esempio, assolutamente improponibile come modello educativo o simbolo di successo sociale. Il fatto che non sia rimasto un Signor Rossi fallito destinato a restare nell’anonimato fino alla morte è un caso da studiare. Probabilmente è da attribuire ad un esercito di cerebrolesi plagiati da un Vasco-personaggio fuori dal mondo, sopra le righe, o che tirando le righe è uscito fuori di senno.
Dopo essersi autodefinito rockstar, a sessant’anni si mette a fare “clippini” che pubblica su Internet in cui dice tutto quello che gli passa per la mente, quindi a volte anche niente! Ma spesso facendo affermazioni socialmente e moralmente inaccettabili o addirittura offensive su temi di interesse collettivo come la libertà, la sicurezza stradale o le droghe. E dice di voler diventare un “social rocker”!
E’ pazzo. Oppure è affetto da una grave forma di demenza senile. Questo pensa sempre di più la gente.
L’ultima che ha combinato è stata quella di aver fatto chiudere - per protesta loro - una pagina web: Nokopedia, una parodia di Wikipedia gestita da giovanissimi senza peli sulla lingua. E’ andato contro il principio stesso della libertà espressiva! E soltanto per qualche insulto e un po’ di diffamazione irrispettosa nel suoi confronti, di cui comunque è e resta pieno tutto il web.
Vasco non è nuovo a errori del genere. Fin dall’inizio della sua carriera ne ha fatti di simili. A partire dal 1980, per esempio, si mise contro un giornalista solo perché l’aveva criticando scrivendo che era uno zombie ebete e un animale che inneggiava alla droga e che era buono solo per recite di beneficienza all’ospizio. Vasco se la prese troppo e gli diede troppo peso, alla cosa. Fece l’errore illogico, per la sua immagine pubblica, di dargli troppa importanza: lo citò in più di una canzone, addirittura (da “quel tale che scrive sul giornale” di “Vado al Massimo” fino alla sintassi spericolata di “Blasco Rossi”: “a vedere se quel tale arrivava fin là in fondo, arrischiando, per lui stesso, d’affogare!”). All’epoca il giornalista di “Oggi”, l’ormai famoso Salvalaggio, era più conosciuto di Vasco, ma se Vasco non l’avesse presa così sul personale, adesso più nessuno ricorderebbe il suo nome, e invece così lui lo ha reso praticamente immortale.
In modo analogo accade con Nokopedia: mai stata così famosa prima che Vasco ci entrasse in polemica.
Ormai, praticamente tutti sanno che per ottenere un po’ di notorietà è sufficiente attaccare pesantemente Vasco Rossi.
Niente di più semplice: lui, chissà perché e chissà come (“non so come e anche male”!), pur essendo un personaggio pubblico, si ostina a voler prendere ogni cosa sul personale.
Niente di più agevole: lui non agisce al solo fine di trovare un consenso più ampio possibile, come fanno tutte le persone “normali”, no, lui sembra che faccia proprio il contrario! Forse, perfino, si diverte (“liberi, liberi di sbagliare”).
Niente di più facile: lui di errori ne fa tanti e continuamente.
E’ questo il punto. Vasco è tanto criticabile perché un personaggio pubblico assolutamente fuori dalle righe, è reprensibile perché è un cantautore totalmente al di là delle regole; è incomprensibile perché è un uomo che non persegue, come tutti fanno, solo il proprio profitto personale. E’ un folle che fugge da ogni omologazione esistente. E’ un anti-eroe che ha l’ormai rarissimo coraggio di sbagliare. E’ una mina vagante. E’ imprevedibile. E’ un essere assurdo in questo mondo: è libero! E quindi socialmente pericoloso: potrebbe essere contagioso. Se ogni individuo si mettesse davvero a pensare, ogni ordine sociale verrebbe indebolito e poi destituito: VASCO NON E' GESTIBILE! (neanche dal suo stesso staff!).
Finiamo allora col dire esplicitamente che Vasco va criticato. Anzi, che in genere Vasco non va proprio approvato: Vasco VA discusso AL MASSIMO: perché la libertà significa discutere e non essere tutti d’accordo; significa sbagliare rispetto al giudizio collettivo; significa abbandonare la ricerca ossessiva del consenso altrui per seguire invece la ricerca intima del proprio significato.
Vasco non dovrebbe essere neppure seguito, ma lasciato solo, in un mondo come il nostro: perché è vivo! Perché è ancora libero. Ed è strano, è raro, quasi unico per questo! Ed è anche strano che abbia avuto tutto questo successo. E’ strano parecchio: è un’eccezione, un miracolo splendido!
La minoranza delle persone che oggi è ancora capace di pensare (ovvero "i soliti", "i difficili"...!), ringrazia Vasco per il suo coraggio di mettere in gioco la propria immagine esponendosi alle critiche e perfino alla gogna mediatica; lo ringrazia per la sua ostinazione ad agire seguendo principi che, essendo privi di ogni logica del consenso, oggi sono decisamente sconvenienti; lo ringrazia perché non si fa problemi a pagare personalmente il prezzo altissimo imposto dal mercato attuale alla libertà dell’individuo, ma lo ringrazia soprattutto per la sua capacità di dimostrare che il nostro tempo non ha capito affatto cosa sia veramente la libertà dell’individuo.
La mistificazione del linguaggio oggi dominante in ogni campo (in un mondo mediatico in cui la guerra diventa “missione di pace” o “preventiva” o addirittura “esportazione di democrazia”!) impedisce soprattutto ai più giovani di capire un cazzo senza la “k”: infatti confondono squallidamente la “libertà di espressione” con la mancanza di educazione e, come insegnano i veri “cattivi maestri” degli attuali programmi televisivi, scambiano la “sincerità” con la più assoluta mancanza di rispetto per se stessi e di pudore.
Su Nokopedia scrivevano anche che Vasco spacciava droga davanti alle scuole...! Perchè tanto non si firmavano..! Questa è de-responsabilizzazione (otre che mancanza di coraggio). Ovvero non libertà, ma il suo perfetto contrario.
I ragazzi di Nokopedia (o come diavolo si chiama) agiscono bene, secondo le regole comportamentali dominanti in quest’epoca di morale televisiva, perché perseguono bene il loro scopo di profitto e di notorietà a danno di qualcun altro, a scapito di qualcun altro che, a differenza loro, il successo lo ha sudato e meritato agendo e sbagliando liberamente e (quindi) in modo autonomo. Non è colpa loro, in fondo (forse!), se credono che offendere e diffamare qualcuno sia un agire libero (o liberatorio?) e neanche se viviamo in un mondo che non solo non è libero, ma anche mistificatorio. Non sanno quello che dicono. Ma quel che è più grave è che non sanno neppure chi sono.
Abbandonati a se stessi, continueranno - generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, - a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. (..) A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto.
George Orwell, “1984”
martedì 14 giugno 2011
CINQUE RIGHE LUNGHE UNA VITA
Alla prima notizia per la radio sono andata in crisi. Quel signore con la faccia da Hemingway mi guardava e mi diceva: così non va, non si capisce questo, non si capisce quest’altro, questo è inutile che lo dici. Ma non mi spiegava come fare. Le parole giuste le ho trovate tutte da sola, una per una, seduta sulle scale della scuola di giornalismo, tra le redazioni del pianterreno e le aule del primo piano, mentre decidevo se restare o se andarmene via, a fare un altro mestiere. Sono state le mie cinque righe più lunghe.
Ho continuato a chiedermi per anni perché Mantovani non mi aveva spiegato niente e poi un giorno, nelle aule del piano di sopra, ad altri studenti, giovani come ero giovane io quel pomeriggio, ho detto che, prima di tutto, bisogna essere giornalisti dentro. Il modo in cui scrivi, il modo in cui, come diceva Giovanni, “racconti” le cose, è tuo e solo tuo, come il timbro della tua voce e l’espressione della tua faccia. E allora questo modo, se lo possiedi, te lo devi trovare dentro, altrimenti non lo fai questo mestiere.
Me l’ha insegnato, senza parlare, Giovanni Mantovani, uno dei più grandi professionisti della parola, ma anche del silenzio, che va riempito solo con le parole giuste. Non una di più, non una di meno.
Poi c’è stata la musica. Alla fine della scuola mi ha dato trenta nella prova d’esame: un pezzo su Bruce Springsteen. La musica, che ho condiviso con lui da lì in avanti, negli anni della Filarmonica e di Kuhn, ha fatto sì che nel tempo io diventassi attenta al colore e al calore delle mie parole. Ancora oggi comincio la giornata ascoltando musica, prima di mettermi a scrivere, a pensare, a lavorare sulle idee.
Questo è il mio pezzettino di storia con Giovanni, che da ieri non c'è più, che consegno alla memoria perché sono sicura che fa parte di un mosaico più grande e molto ricco. E voglio aggiungerci una immagine recente che sta nei miei ricordi, alla quale sono molto affezionata: lui che sfoglia con me il librone dei giudizi dei ragazzi sui docenti, quelli che ci facevano scrivere alla fine dei corsi dell’Ifg. Con una dimostrazione di fiducia che mi ha lusingato e quasi mi ha spiazzato Giovanni mi ha chiesto: “ma secondo te è vero che io sono freddo con gli studenti?”. Ho ripensato a quel pomeriggio passato a cercare le parole giuste da scrivere, sulle scale della scuola, e glie l’ho raccontato.
Chi è fortunato nella vita incontra una o, al massimo, un paio di persone che può chiamare maestro. Se oggi sono come sono, e un po’ mi piaccio, lo devo anche a lui.
ANTELITTERAM
ANTELITTERAM
NON SOLO CARTA - Bravetti racconta Miliani
Il grande imprenditore fabrianese della carta Giambattista Miliani (1856- 1937 ), per i suoi concittadini il “Sor Titta”, è il protagonista dell’ultimo libro di Bruno Bravetti, giornalista, ex capo di gabinetto e capo ufficio stampa del Comune di Ancona. Il libro si intitola “Giambattista Miliani (1856-1937) imprenditore, uomo politico, alpinista, speleologo, ambientalista, viaggiatore” (edizioni “affinità elettive”) e racconta la vita dell’uomo “dei due secoli”, vissuto a cavallo fra i prodromi della nascita dell’unità d’Italia e il 1900, epoca delle grandi conquiste, ma anche delle rovinose dittature.
Miliani nasce nel cuore dell’Appennino, la montagna dalla quale matura i tratti culturali e le radici umane e spirituali, per diventare cittadino del mondo, all’instancabile ricerca di esperienze nuove, siano esse la conquista di una vetta o lo studio una lontana civiltà, la formula chimica per una lavorazione innovativa della carta o la ricerca di tecniche per sviluppare l’agricoltura.
Sfogliando le pagine del libro di Bravetti si impara a conoscere un protagonista del territorio marchigiano, la cui vita è stata profondamente radicata nella sua città, tra la sua gente, nella sua fabbrica, della quale cominciò a occuparsi nel 1890. Una fabbrica che, partita con circa duecento operai, alla sua morte, nel 1937, Miliani lascia trasformata in società per azioni con milleduecento dipendenti.
“Miliani – spiega Bravetti – fu un moderno imprenditore agricolo, pioniere dell’ambientalismo, speleologo e alpinista, attivo nel C.A.I. e nella “Pro montibus et silvis”.
Fu deputato e si batté per il diritto allo studio, per il diritto di voto alle donne e dimostrò, nel corso della sua vita politica e personale, una costante attenzione agli ultimi. Nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia Giambattista Miliani è , certamente, fra i protagonisti da non dimenticare”.
Miliani nasce nel cuore dell’Appennino, la montagna dalla quale matura i tratti culturali e le radici umane e spirituali, per diventare cittadino del mondo, all’instancabile ricerca di esperienze nuove, siano esse la conquista di una vetta o lo studio una lontana civiltà, la formula chimica per una lavorazione innovativa della carta o la ricerca di tecniche per sviluppare l’agricoltura.
Sfogliando le pagine del libro di Bravetti si impara a conoscere un protagonista del territorio marchigiano, la cui vita è stata profondamente radicata nella sua città, tra la sua gente, nella sua fabbrica, della quale cominciò a occuparsi nel 1890. Una fabbrica che, partita con circa duecento operai, alla sua morte, nel 1937, Miliani lascia trasformata in società per azioni con milleduecento dipendenti.
“Miliani – spiega Bravetti – fu un moderno imprenditore agricolo, pioniere dell’ambientalismo, speleologo e alpinista, attivo nel C.A.I. e nella “Pro montibus et silvis”.
Fu deputato e si batté per il diritto allo studio, per il diritto di voto alle donne e dimostrò, nel corso della sua vita politica e personale, una costante attenzione agli ultimi. Nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia Giambattista Miliani è , certamente, fra i protagonisti da non dimenticare”.
martedì 28 dicembre 2010
GRAZIE, FIGLI
di Concita De Gregorio
Grazie, figli, di questa lezione memorabile che avete dato a noi che solo per voi lavoriamo e viviamo e che per voi avevamo paura, dicevamo va bene vai ma stai attento, come sempre avremmo voluto essere al posto vostro per aiutarvi e proteggervi e chissenefrega oggi di destra sinistra e centro, l'unica cosa che conta è il vostro futuro e il futuro è di tutti, anche – avete visto – di quei poliziotti e di quei finanzieri che vi applaudivano al passaggio, ce n'era un gruppo sotto al ministero Gelmini che si è messo a scherzare vi ha detto “non vi fate fregare che dipende solo da voi”, sono gli stessi agenti che manifestano davanti a Montecitorio e ad Arcore, gli stessi che vi hanno scritto, sono ragazzi anche loro, ce ne sono tanti come voi anche fra loro. Non tutti, ma tanti. Avevamo paura per voi e insieme speranza, come sempre, e come sempre non potevamo esserci perché il tempo è vostro, adesso, e da voi dipende il nostro. Grazie di aver sconfitto con l'unica arma possibile, l'intelligenza e l'ironia, la minaccia grande e reale di chi ha cercato e ancora cercherà di farvi passare per estremisti, ignoranti, provocatori, di aver sconfitto la torva arroganza del fascismo di ritorno spiazzandolo, come vi avevamo suggerito e certo sappiamo bene che non è successo perché ve l'abbiamo detto noi però lasciateci la gioia di vedere incarnato un pensiero, un testimone che passa di mano, un'idea che si muove e da qualche parte, del resto, verrà. Grazie di aver reso ridicoli semplicemente ignorandoli quelli che chiedevano il sangue sull'asfalto, quelli che vi volevano arrestare prima, che volevano trattarvi da ultras, che vi temono e vi odiano perché non vi ascoltano, non sanno quanto sia difficile stare nei vostri panni perché non ci stanno mai, stanno nei loro. Grazie per aver pensato l’idea di libertà che lascia le trincee a chi le ha costruite. Così, a Roma, vi abbiamo visti in periferia, lontano dalla zona rossa. Vestiti da Babbo Natale, coi pacchi regalo su cui avete scritto “Lotta all’evasione fiscale”, “Riconoscimento delle coppie di fatto”, “Acqua pubblica”. Diritto allo studio, avete detto al Presidente della Repubblica. Avete visto, Napolitano ha aperto la porta. I nonni e i nipoti, sono anni che lo andiamo dicendo: è questa l’alleanza che salverà l'Italia. La saggezza dei nonni, la forza dei nipoti. Scriveva Luigi Manconi, ieri, che siete un vero movimento politico. Jolanda Bufalini Claudia Fusani e Maria Grazia Gerina sono state con voi e raccontano per esempio di Alessandro, che aveva al collo una poesia di Franco Fortini. Istruitevi, abbiamo bisogno della vostra intelligenza. Non fermatevi, la battaglia è appena cominciata. L'Italia siete voi. Restituiteci la dignità che abbiamo cercato in questi tempi di fango di tenere in salvo come i libri ai tempi delle alluvioni, le mani in alto. Bianche, le mani, come le vostre. È un Paese bello e onesto e dignitoso, il nostro, avete ragione. È un Paese migliore di quella gentaglia. Prendetelo, figli. Restituitecelo. Vi guarderemo portarlo lontano, dove merita e dove meritate.
22 dicembre 2010
http://concita.blog.unita.it/grazie-figli-1.262248#
Grazie, figli, di questa lezione memorabile che avete dato a noi che solo per voi lavoriamo e viviamo e che per voi avevamo paura, dicevamo va bene vai ma stai attento, come sempre avremmo voluto essere al posto vostro per aiutarvi e proteggervi e chissenefrega oggi di destra sinistra e centro, l'unica cosa che conta è il vostro futuro e il futuro è di tutti, anche – avete visto – di quei poliziotti e di quei finanzieri che vi applaudivano al passaggio, ce n'era un gruppo sotto al ministero Gelmini che si è messo a scherzare vi ha detto “non vi fate fregare che dipende solo da voi”, sono gli stessi agenti che manifestano davanti a Montecitorio e ad Arcore, gli stessi che vi hanno scritto, sono ragazzi anche loro, ce ne sono tanti come voi anche fra loro. Non tutti, ma tanti. Avevamo paura per voi e insieme speranza, come sempre, e come sempre non potevamo esserci perché il tempo è vostro, adesso, e da voi dipende il nostro. Grazie di aver sconfitto con l'unica arma possibile, l'intelligenza e l'ironia, la minaccia grande e reale di chi ha cercato e ancora cercherà di farvi passare per estremisti, ignoranti, provocatori, di aver sconfitto la torva arroganza del fascismo di ritorno spiazzandolo, come vi avevamo suggerito e certo sappiamo bene che non è successo perché ve l'abbiamo detto noi però lasciateci la gioia di vedere incarnato un pensiero, un testimone che passa di mano, un'idea che si muove e da qualche parte, del resto, verrà. Grazie di aver reso ridicoli semplicemente ignorandoli quelli che chiedevano il sangue sull'asfalto, quelli che vi volevano arrestare prima, che volevano trattarvi da ultras, che vi temono e vi odiano perché non vi ascoltano, non sanno quanto sia difficile stare nei vostri panni perché non ci stanno mai, stanno nei loro. Grazie per aver pensato l’idea di libertà che lascia le trincee a chi le ha costruite. Così, a Roma, vi abbiamo visti in periferia, lontano dalla zona rossa. Vestiti da Babbo Natale, coi pacchi regalo su cui avete scritto “Lotta all’evasione fiscale”, “Riconoscimento delle coppie di fatto”, “Acqua pubblica”. Diritto allo studio, avete detto al Presidente della Repubblica. Avete visto, Napolitano ha aperto la porta. I nonni e i nipoti, sono anni che lo andiamo dicendo: è questa l’alleanza che salverà l'Italia. La saggezza dei nonni, la forza dei nipoti. Scriveva Luigi Manconi, ieri, che siete un vero movimento politico. Jolanda Bufalini Claudia Fusani e Maria Grazia Gerina sono state con voi e raccontano per esempio di Alessandro, che aveva al collo una poesia di Franco Fortini. Istruitevi, abbiamo bisogno della vostra intelligenza. Non fermatevi, la battaglia è appena cominciata. L'Italia siete voi. Restituiteci la dignità che abbiamo cercato in questi tempi di fango di tenere in salvo come i libri ai tempi delle alluvioni, le mani in alto. Bianche, le mani, come le vostre. È un Paese bello e onesto e dignitoso, il nostro, avete ragione. È un Paese migliore di quella gentaglia. Prendetelo, figli. Restituitecelo. Vi guarderemo portarlo lontano, dove merita e dove meritate.
22 dicembre 2010
http://concita.blog.unita.it/grazie-figli-1.262248#
martedì 30 novembre 2010
BENTORNATO CONDORICOSE!
Dopo tanto tempo il mio amico Ricardo Madrid ha ripreso a scrivere sul suo blog Condoricose. "Mi sono distratto un attimo!" ha scritto. Si è distratto, sì, ma è tornato a bomba, parlando di qualcosa di interessante: la capacità di indignarsi.
E' vero Ricardo. La stiamo perdendo, o l'abbiamo persa.
Anzi, oggi indignarsi non va proprio di moda. E' da sfigati.
Non ci arrabbiamo più in modo "civico" o costruttivo. Caso mai gridiamo, ma lo facciamo per nascondere il silenzio assordante generato dal nostro nulla.
Bentornato dunque con la tua penna-blog, che, come la mia e quella di tanti altri, ci serve per pensare, per analizzare i problemi, per provare a dare le soluzioni, per farci venire le idee... e pure, se serve, per arrabbiarci o per fare arrabbiare qualcuno. Come dice la collega scapecciata del piano di sotto, a volte anche una scagnarata è salutare.
E' vero Ricardo. La stiamo perdendo, o l'abbiamo persa.
Anzi, oggi indignarsi non va proprio di moda. E' da sfigati.
Non ci arrabbiamo più in modo "civico" o costruttivo. Caso mai gridiamo, ma lo facciamo per nascondere il silenzio assordante generato dal nostro nulla.
Bentornato dunque con la tua penna-blog, che, come la mia e quella di tanti altri, ci serve per pensare, per analizzare i problemi, per provare a dare le soluzioni, per farci venire le idee... e pure, se serve, per arrabbiarci o per fare arrabbiare qualcuno. Come dice la collega scapecciata del piano di sotto, a volte anche una scagnarata è salutare.
domenica 19 settembre 2010
IL PANORAMA QUI E' MERAVIGLIOSO
E' possibile che, a forza di dare di Ancona giudizi poco lusinghieri, siano cresciute generazioni e generazioni di persone che questa città non la amano. Se non si ama il posto in cui si vive, se non si sente questo luogo come la propria casa, se non si vede l'ora di scappare via, per il fine settimana, per le vacanze, per studiare, per andare a vivere altrove, nessuno, o quasi nessuno, avrà a cuore il futuro, e tanto meno il presente di questo luogo, che sarà solo di passaggio, come la sala di attesa di una stazione.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontrala cultura. E ’ questa la voce più significativa del bilancio di un contenitore culturale che ha funzionato bene perché è stato costruito dalle braccia di tutti coloro che ad Ancona hanno fatto della cultura e dello spettacolo la propria missione o il proprio mestiere.
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontra
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.
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lunedì 13 settembre 2010
LITTLE LION MAN
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venerdì 10 settembre 2010
FINE
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giovedì 2 settembre 2010
NON STARO' PECCANDO D'IMMAGINAZIONE, COME SEMPRE?
C'è un filone lettarario abbastanza recente che riporta in auge gli antichi epistolari, anche se il topos della lettera scritta a mano ha ormai lasciato il posto a quello della comunicazione informatica.
Nel "Viaggiatore del secolo" di Andrés Neuman, pure se il romanzo è ambientato all'inizio del diciannovesimo secolo, gli scambi epistolari tra i protagonisti restituiscono al lettore un'idea di velocità e di urgenza comunicativa che è propria dei nostri giorni.
Essendo io stessa una curiosa e affezionata degli scambi epistolari (preferibilmente elettronici), apprezzo in particolare il fatto che qui l'autore mostri il gioco affascinante che si crea nell'interpretare la scelta delle parole, la loro disposizione, il gioco del detto e del non detto, che ci fanno comprendere, o credere di comprendere, la disposizione d'animo dichiarata e anche quella nascosta di chi scrive.
"Carissimo amico,
(carissimo, si esaltò Hans),
Carissimo amico, ricambio la poesia di Novalis con una delle mie poesie preferite della Mereau, non so se la conosci. L'ho scelta perché si rivolge a noi lettrici, a tutte le donne che sognano un'altra vita in questa vita.
(un'altra vita? si fermò Hans, allora quella che ha, quella che sta per avere, la vita che l'attende dopo l'estate, non è quella che spera? allora forse no? Basta, leggi!)
.......
E benché tu sia un lettore in questo ti considero un mio pari. Perciò qui sotto ti copio alcuni versi, quelli che a me sembrano più belli, sperando che oggi o domani tu abbia voglia di rispondermi con un'altra poesia.
(A-ah. Mi invita a risponderle. Questa è una novità. Cioè mi lascia l'ultima parola. Non sarà un'offerta? Un modo di darsi? Non starò peccando d'immaginazione, come sempre?)
Affettuosamente tua,
SOPHIE
(Mmm, Affettuosamente. Non sembra un gran... No, decisamente no. Però il nome è al completo. Cioè, non è un po' come se me lo consegnasse? Come se mi dicesse: sono tutta tua. Sono Sophie, sono, ma dai! che stupidaggine! Vado a farmi il bagno. No, è troppo tardi. Il vecchio mi aspetta. Improvvisamente qui dentro fa caldo, mi pare. Va bene, vediamo questa poesia. Le rispondo domani. Però accidenti. O cerco qualcosa adesso? Meglio domani.)
Questo di Neuman è stato definito un "romanzo totale", un dialogo tra il grande romanzo ottocentesco e le avanguardie moderne, ponte tra la storia e i temi del nostro presente. E se, tra i grandi temi del nostro presente trattati nel testo si ritrovano quello delle migrazioni, dei nuovi nazionalismi, dell'emancipazione della donna, a me sembra che altrettanto attuale sia questa modernissima concezione della comunicazione scritta, che, a nostra insaputa, è tornata a essere centrale nei nostri comportamenti quotidiani e che, come per i due innamorati clandestini della storia, veste oggi i panni della massima informalità, della "personalizzazione" estrema e si spoglia di qualsiasi ridondanza verbale e sintattica (si spoglia persino dei due punti, delle virgolette e di molti segni di interpunzione), per rispondere alla sempre più diffusa voglia di immediatezza.


Credo che, mentre le generazioni successive alla mia (che ho da poco superato i 40) avevano quasi completamente dimenticato l'uso della scrittura a favore di una oralità prevalente (la tv, bla bla bla...), oggi i ragazzi l'abbiano recuperato in maniera netta anche se con regole e consuetudini completamente diverse rispetto al passato: scompare quasi del tutto la dimensione descrittiva per dare spazio ai dialoghi, che sono l'espressione dell'interattività, del qui e ora. Scompaiono, come detto, molte regole formali e soprattutto tornano gli ideogrammi, che oggi si chiamano, per esempio, emoticon e che si fondono con i segni grafici più astratti del nostro alfabeto tradizionale.
Si trasferisce invece in sede grafica la ridondanza, che prima era verbale: punti esclamativi, interrogativi e puntini di sospensione ripetuti in modo sovrabbondante come un googol, ripetizione delle lettere all'interno di una parola (beeeeeeeeeeeneeeeeeee!!!!!!! siiiiiiiiiiiiii!!!!!! nooooo!!!!! ...) o delle stesse parole (sisi, nono...).
Non scompare, infine, anzi torna in auge, il potere dell'interpretazione. Anche le menti più giovani e semplici traggono emozioni da questa nuova scrittura: da un'icona che più o meno inaspettatamente compare nei loro schermi ridendo o piangendo, dall'attesa che si crea osservando i puntini di sospensione nella nuvoletta di una chat, dal senso dell'assenza creato da un post che rimane appeso lì senza nessuna risposta.
Che dire poi degli "appostamenti" sui social network? Ogni adolescente contemporaneo sa che dalle pagine delle persone che ci interessano, ma che magari non vogliamo o non possiamo contattare direttamente, si può trarre una quantità immensa di informazioni. In questi casi, in assenza delle parole dette, dei gesti e degli sguardi, in assenza, cioè, della compresenza fisica, ci si deve ancorare saldamente ai testi, ai particolari delle fotografie. Loro, gli adolescenti, non lo sanno forse, ma questo significa interpretare i testi e, nel farlo, esercitare anche l'immaginazione accanto alla conoscenza razionale delle persone e dei fatti.
Essi si comportano, dunque, come il lontanissimo (nel tempo) protagonista del "Viaggiatore del secolo", costretto, fino all'incontro con la sua Sophie e tra un incontro e il successivo, a nutrirsi delle parole che lei scrive, esercitandosi, da parte sua e reciprocamente, in un uso del linguaggio altrettanto calibrato, personalizzato e significativo, nella consapevolezza che, in assenza di gesti e parole concrete, questo può essere il suo unico messaggero (Messenger? Msn?). Si potrebbe, a questo punto, aggiungere una ulteriore riflessione, indotta dal romanzo, e cioè che tanto maggiore è il peso dell'assenza colmato dalle parole e dall'immaginazione, tanto più potenti sono, a loro volta, la fisicità e la passione degli incontri.
La speranza è dunque che questo ritorno potente e pesante della parola scritta non si diriga verso una dimensione totalmente virtuale, ma riconduca a una realtà sempre più "vissuta", nella consapevolezza, anche inconscia, del diverso ma ugualmente necessario potere di ciascuna delle numerose possibilità di comunicazione di cui disponiamo. E, anche, che scompaia la paura di peccare d'immaginazione. Immaginare non è peccato. Immaginando si rischia di sbagliare o, meglio, di scostarsi dalla realtà, ma si ha anche l'opportunità di andare avanti, innovando e creando opportunità migliori.
Nel "Viaggiatore del secolo" di Andrés Neuman, pure se il romanzo è ambientato all'inizio del diciannovesimo secolo, gli scambi epistolari tra i protagonisti restituiscono al lettore un'idea di velocità e di urgenza comunicativa che è propria dei nostri giorni.
Essendo io stessa una curiosa e affezionata degli scambi epistolari (preferibilmente elettronici), apprezzo in particolare il fatto che qui l'autore mostri il gioco affascinante che si crea nell'interpretare la scelta delle parole, la loro disposizione, il gioco del detto e del non detto, che ci fanno comprendere, o credere di comprendere, la disposizione d'animo dichiarata e anche quella nascosta di chi scrive.
"Carissimo amico,
(carissimo, si esaltò Hans),
Carissimo amico, ricambio la poesia di Novalis con una delle mie poesie preferite della Mereau, non so se la conosci. L'ho scelta perché si rivolge a noi lettrici, a tutte le donne che sognano un'altra vita in questa vita.
(un'altra vita? si fermò Hans, allora quella che ha, quella che sta per avere, la vita che l'attende dopo l'estate, non è quella che spera? allora forse no? Basta, leggi!)
.......
E benché tu sia un lettore in questo ti considero un mio pari. Perciò qui sotto ti copio alcuni versi, quelli che a me sembrano più belli, sperando che oggi o domani tu abbia voglia di rispondermi con un'altra poesia.
(A-ah. Mi invita a risponderle. Questa è una novità. Cioè mi lascia l'ultima parola. Non sarà un'offerta? Un modo di darsi? Non starò peccando d'immaginazione, come sempre?)
Affettuosamente tua,
SOPHIE
(Mmm, Affettuosamente. Non sembra un gran... No, decisamente no. Però il nome è al completo. Cioè, non è un po' come se me lo consegnasse? Come se mi dicesse: sono tutta tua. Sono Sophie, sono, ma dai! che stupidaggine! Vado a farmi il bagno. No, è troppo tardi. Il vecchio mi aspetta. Improvvisamente qui dentro fa caldo, mi pare. Va bene, vediamo questa poesia. Le rispondo domani. Però accidenti. O cerco qualcosa adesso? Meglio domani.)
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Questo di Neuman è stato definito un "romanzo totale", un dialogo tra il grande romanzo ottocentesco e le avanguardie moderne, ponte tra la storia e i temi del nostro presente. E se, tra i grandi temi del nostro presente trattati nel testo si ritrovano quello delle migrazioni, dei nuovi nazionalismi, dell'emancipazione della donna, a me sembra che altrettanto attuale sia questa modernissima concezione della comunicazione scritta, che, a nostra insaputa, è tornata a essere centrale nei nostri comportamenti quotidiani e che, come per i due innamorati clandestini della storia, veste oggi i panni della massima informalità, della "personalizzazione" estrema e si spoglia di qualsiasi ridondanza verbale e sintattica (si spoglia persino dei due punti, delle virgolette e di molti segni di interpunzione), per rispondere alla sempre più diffusa voglia di immediatezza.
Credo che, mentre le generazioni successive alla mia (che ho da poco superato i 40) avevano quasi completamente dimenticato l'uso della scrittura a favore di una oralità prevalente (la tv, bla bla bla...), oggi i ragazzi l'abbiano recuperato in maniera netta anche se con regole e consuetudini completamente diverse rispetto al passato: scompare quasi del tutto la dimensione descrittiva per dare spazio ai dialoghi, che sono l'espressione dell'interattività, del qui e ora. Scompaiono, come detto, molte regole formali e soprattutto tornano gli ideogrammi, che oggi si chiamano, per esempio, emoticon e che si fondono con i segni grafici più astratti del nostro alfabeto tradizionale.
Si trasferisce invece in sede grafica la ridondanza, che prima era verbale: punti esclamativi, interrogativi e puntini di sospensione ripetuti in modo sovrabbondante come un googol, ripetizione delle lettere all'interno di una parola (beeeeeeeeeeeneeeeeeee!!!!!!! siiiiiiiiiiiiii!!!!!! nooooo!!!!! ...) o delle stesse parole (sisi, nono...).
Non scompare, infine, anzi torna in auge, il potere dell'interpretazione. Anche le menti più giovani e semplici traggono emozioni da questa nuova scrittura: da un'icona che più o meno inaspettatamente compare nei loro schermi ridendo o piangendo, dall'attesa che si crea osservando i puntini di sospensione nella nuvoletta di una chat, dal senso dell'assenza creato da un post che rimane appeso lì senza nessuna risposta.
Che dire poi degli "appostamenti" sui social network? Ogni adolescente contemporaneo sa che dalle pagine delle persone che ci interessano, ma che magari non vogliamo o non possiamo contattare direttamente, si può trarre una quantità immensa di informazioni. In questi casi, in assenza delle parole dette, dei gesti e degli sguardi, in assenza, cioè, della compresenza fisica, ci si deve ancorare saldamente ai testi, ai particolari delle fotografie. Loro, gli adolescenti, non lo sanno forse, ma questo significa interpretare i testi e, nel farlo, esercitare anche l'immaginazione accanto alla conoscenza razionale delle persone e dei fatti.
Essi si comportano, dunque, come il lontanissimo (nel tempo) protagonista del "Viaggiatore del secolo", costretto, fino all'incontro con la sua Sophie e tra un incontro e il successivo, a nutrirsi delle parole che lei scrive, esercitandosi, da parte sua e reciprocamente, in un uso del linguaggio altrettanto calibrato, personalizzato e significativo, nella consapevolezza che, in assenza di gesti e parole concrete, questo può essere il suo unico messaggero (Messenger? Msn?). Si potrebbe, a questo punto, aggiungere una ulteriore riflessione, indotta dal romanzo, e cioè che tanto maggiore è il peso dell'assenza colmato dalle parole e dall'immaginazione, tanto più potenti sono, a loro volta, la fisicità e la passione degli incontri.
La speranza è dunque che questo ritorno potente e pesante della parola scritta non si diriga verso una dimensione totalmente virtuale, ma riconduca a una realtà sempre più "vissuta", nella consapevolezza, anche inconscia, del diverso ma ugualmente necessario potere di ciascuna delle numerose possibilità di comunicazione di cui disponiamo. E, anche, che scompaia la paura di peccare d'immaginazione. Immaginare non è peccato. Immaginando si rischia di sbagliare o, meglio, di scostarsi dalla realtà, ma si ha anche l'opportunità di andare avanti, innovando e creando opportunità migliori.
mercoledì 18 agosto 2010
ACCABADORA
- ...devi studiare l'italiano bene, questo te lo chiedo come una grazia
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia
...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.
Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.
- Perché, Tzia...
- Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia
...smise di sentire il desiderio di rubare cose già palesemente sue, perché una volta realizzata quell'evidenza, non restava più nessuno a cui mentire.
Nel suo profilo sottile lui riconobbe qualcosa di compiuto che gli era familiare, e sorrise. Insieme come erano arrivati, tornarono a casa fianco a fianco, del tutto incuranti di dare alle bocche di Soreni l'ennesima occasione di parlare di niente.
LA PAGINA BIANCA /3 - PERSONAGGI IN VISITA
E' vero: i personaggi ti vengono a trovare e tu li conosci a poco a poco. All'inizio sono solo un abbozzo, un'idea. Di alcuni di loro sai subito il nome, di altri nemmeno quello. Tutti però hanno una storia da raccontare o un'idea da comunicare, e lo vogliono fare attraverso la tua scrittura.
Scrivere, allora, diventa una questione di osservazione e di ascolto.
Io personalmente tengo per la cicala, perché ho paura che, a forza di accumulare, le nostre cose, le idee e le azioni importanti rimangano sparse qua e là senza una logica, oppure restino nascoste sotto quelle più insignificanti, senza poter brillare della luce che meriterebbero, correndo il rischio di essere perse, trascurate, dimenticate.
Per me tutto questo si traduce in una serie di immagini: tanti scatoloni pieni di cianfrusaglie non identificate, aperti a metà e lasciati in mezzo a una stanza; libri, anch'essi aperti, cominciati a leggere e poi abbandonati a terra attorno a un divano, con la copertina rivolta all'insù per tenere il segno, vestiti smessi sullo schienale di una sedia, scarpe e calzini spaiati tra gli scatoloni delle cianfrusaglie.
Irma che sta come davanti a un solitario: sposta le carte messe giù alla rinfusa per trovare tra loro la logica invisibile, che nella confusione e nel disordine cerca la carta giusta, quella che poi farà scorrere tutto in modo più fluido, restituendo alla sua percezione l'ordine giusto delle scale e dei colori.
Scrivere, allora, diventa una questione di osservazione e di ascolto.
Menadi in terracotta, Grecia II secolo a.C.
Per esempio io ricevo spesso la visita di un personaggio che si chiama Irma.
Irma nasce da un binomio fantastico: ragazza-scatoloni. Un binomio che però io ho ritrovato a posteriori. Non sono partita da lì, come suggerisce Rodari. Quando Irma è arrivata era già tutta intera: aveva un nome, un carattere pasticcione e un'indole confusionaria. Non mi era chiaro, però, come fosse fisicamente: bionda o mora? magra o grassa? alta o bassa?
Irma nasce da un binomio fantastico: ragazza-scatoloni. Un binomio che però io ho ritrovato a posteriori. Non sono partita da lì, come suggerisce Rodari. Quando Irma è arrivata era già tutta intera: aveva un nome, un carattere pasticcione e un'indole confusionaria. Non mi era chiaro, però, come fosse fisicamente: bionda o mora? magra o grassa? alta o bassa?
Incompiutezza: è l'idea che mi accompagna quasi da sempre. A questa idea, nel momento in cui mi è stato chiesto di inventare una storia, ho immediatamente dato forma (è vero, qualcuno ha dovuto chiedermelo, di inventare una storia. Io avevo sempre voluto farlo, ma non mi ero mai decisa).
Io credo che, vivendo di fretta, capiti di catturare all'interno della vita più cose, idee, sensazioni di quante se ne possano effettivamente gustare. Si prende e si accumula freneticamente, senza sapere di preciso né quanto né cosa, forse nella speranza di un domani in cui, comodamente seduti al calduccio, si potrà godere di quanto si è accantonato. Ma la domanda è: aveva ragione la cicala oppure la formica?
Io personalmente tengo per la cicala, perché ho paura che, a forza di accumulare, le nostre cose, le idee e le azioni importanti rimangano sparse qua e là senza una logica, oppure restino nascoste sotto quelle più insignificanti, senza poter brillare della luce che meriterebbero, correndo il rischio di essere perse, trascurate, dimenticate.
Per me tutto questo si traduce in una serie di immagini: tanti scatoloni pieni di cianfrusaglie non identificate, aperti a metà e lasciati in mezzo a una stanza; libri, anch'essi aperti, cominciati a leggere e poi abbandonati a terra attorno a un divano, con la copertina rivolta all'insù per tenere il segno, vestiti smessi sullo schienale di una sedia, scarpe e calzini spaiati tra gli scatoloni delle cianfrusaglie.
E' la casa di Irma, che vive la vita sempre in ritardo, che lascia il lavoro per un capriccio, che non finisce i libri, si addormenta davanti alla tv senza mai vedere la fine di un film, che ha l'armadio vuoto e i vestiti sparsi per tutta casa.
Irma che sta come davanti a un solitario: sposta le carte messe giù alla rinfusa per trovare tra loro la logica invisibile, che nella confusione e nel disordine cerca la carta giusta, quella che poi farà scorrere tutto in modo più fluido, restituendo alla sua percezione l'ordine giusto delle scale e dei colori.
Per poi cominciare, forse, una nuova partita.
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domenica 25 luglio 2010
M'HAI LASCIATO UN GIARDI'
C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.
Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.
(Franco Scataglini nel giorno di Franco Scataglini)
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.
Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.
(Franco Scataglini nel giorno di Franco Scataglini)
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sabato 17 luglio 2010
SO CHE C'E' UN UOMO
In uno squallido casale di campagna, sotto un caldo afoso e opprimente, si trascinano i dubbi, le paure e i malesseri di una famiglia senza controllo.
A tensioni mal represse fa eco una promiscuità morbosa, e il perturbante si insinua in ogni gesto,rumore e bestiario. Se poi il grande assente è il futuro, non basta la follia di un figlio dolcemente crudele a mascherare quel senso di ineluttabilità contro cui è inutile combattere.
NOTE DI REGIA
di Gianclaudio Cappai
So che c’è un Uomo è un film strano, profondamente strano. Eppure la materia trattata è cosi sentita che ogni elemento autobiografico profuso in regia sprigiona un forte bisogno di catarsi, se non di esorcismo. Un “affare di famiglia” dunque, che riserva allo spettatore non il ruolo di voyeur bensì di ospite un pò a disagio e non del tutto gradito.
Nell’animo di questi personaggi c’è un universo sull’orlo del collasso, che a volte può essere silenzio e sopportazione, oppure grido e rivolta. Fin anche morte.
Il mio sguardo impietoso su di loro vuole sì cogliere la fragilità di certi rapporti, ma soprattutto le incongruenze e le ambiguità dei nessi che li tengono uniti. Il resto spero lo facciano le immagini…
Riflessioni sul mediometraggio “So che c’è un uomo” di Gianclaudio Cappai
di Maria Lucia Podda
La prima immagine del film è quella di un bellissimo bosco verde e fitto fitto, un’immagine positiva che parla di una natura rassicurante e rilassante e rimanda a tempi felici, collettivi e individuali, all’infanzia, alle fiabe…Ma è soltanto uno sfondo, in lontananza, un ricordo, forse una nostalgia…Infatti il quadro cambia bruscamente e lo spettatore si trova immediatamente immerso in una situazione confusa e sgradevole, nel contesto in cui stanno per svolgersi gli eventi, in apparenza pochissimi, ma in realtà tantissimi : c’è un nano, uno dei sette della fiaba di Biancaneve, di ceramica, sporco, con un grande buco al posto dell’occhio destro, che fa da tramite nel passaggio dall’uno all’altro ambiente.
L’ambiente al quale ci introduce il “nano” è chiaramente una campagna, ma senza natura se non il frinire delle cicale, ossessivo, martellante e raggelante, pur nella bruciante calura, che crea però una colonna sonora efficace e alienante. La natura è sostituita da un’accozzaglia di oggetti inservibili, abbandonati: vecchie gomme di automobili, vecchie pompe di benzina, giocattoli o mobili, attrezzi di ogni genere. Ma il contesto è attuale perciò non mancano gli strumenti tecnologici contemporanei che sono parte integrante della vita quotidiana dei personaggi e contribuiscono, in un certo senso, a determinarne il destino: il camper, l’automobile, l’aspirapolvere, il telefono, ecc. La località è lontana da paesi e città e, nonostante i mezzi di comunicazione, appare isolata dal resto del mondo e, direi, da un contesto civile.
Il senso di solitudine che emana da quell’ambiente prepara alle estreme solitudini narrate nel film: ogni personaggio ha la propria; si salvano soltanto i bambini che riescono a comunicare tra loro e a giocare insieme.
La casa, quella vera, ossia il casolare di cui si intravede soltanto la facciata, è costruita in pietra, perciò appare solida e rassicurante: peccato che la vita dei personaggi si svolga soprattutto altrove, nei dintorni, nel camper, in macchina, in spazi aridi e polverosi, all’aperto, ma non aperti, anzi, piuttosto limitati da oggetti ingombranti, da oggetti rotti che dovrebbero essere aggiustati, ma nessuno lo fa…Il casolare ha una bella sala da pranzo e per una volta ci è dato di vederla nella sua naturale funzione istituzionale di riunire la famiglia intorno a una grande tavola ben apparecchiata. Cinque persone sono componenti della famiglia che vive in quella casa e in quell’ambiente, mentre gli altri tre sono i cugini ospiti. Inizialmente il pranzo si svolge in un clima di serenità, ma basta un pretesto banale per frantumare quella serenità e scatenare una ridda di battute incrociate cariche di sottile cattiveria che dice molte cose sui rapporti e sulle tensioni presenti nella famiglia.
La vita dei membri della famiglia, cui si aggiungono i cugini presenti temporaneamente, ruota tutta intorno al malessere del giovane Cosimo, un malessere che si manifesta in tante forme: sofferenza fisica; depressione; piccoli gesti sgarbati e aggressivi nei confronti ora dell’uno ora dell’altro personaggio, senza risparmiare neppure i bambini; aggressività e violenza fisica nei confronti dei genitori e soprattutto della madre.
La malattia del giovane,però, non è l’oggetto dei discorsi della famiglia; c’è una certa omertà in tutti perché alcune cose si possono dire, altre no, ci sono silenzi, atteggiamenti che presuppongono eventi precedenti e fanno presagire sviluppi successivi: forse, si potrebbe pensare, proprio quei silenzi, quell’atmosfera depressa, apparentemente anaffettiva ha offerto alla malattia il terreno fertile per venire alla luce. E una volta uscita allo scoperto, la malattia ha tratto alimento e si è rafforzata grazie allo smarrimento in cui ciascuno è precipitato, alle debolezze, agli egoismi, alla mancanza di quella linfa vitale fatta di amore e di solidarietà, di consapevolezza e di intelligenza. La comunicazione tra le persone non è quasi mai fatta di parole: dominano i gesti, gli sguardi, fugaci contatti fisici che sottendono una inconsapevole sensualità che scaturisce da un profondo bisogno di amore inappagato. Chi rompe il silenzio è Tania ed è quella che ha il coraggio della verità: nel suo rapporto col cugino c’è sicuramente un affetto forte ma anche una componente di innamoramento e di attrazione che le consentono di percepirne la sofferenza e la rendono protettiva e preoccupata. Soprattutto crede di cogliere in certi sguardi di complicità, in gesti sfuggiti al controllo, in parole sussurrate la voglia della famiglia di liberarsi del ragazzo malato. La sorella di Cosimo, Virginia, alla quale Tania confida le sue paure, i suoi presentimenti, reagisce con durezza a simili insinuazioni. Come può venirle in mente che proprio il padre voglia fare del male a suo figlio? In realtà, in cuor suo, fa proprie le paure di Tania : si fa più attenta e capta sentimenti oscuri, desideri sotterranei, inconfessabili; per la prima volta sente che “il male” non proviene dal fratello malato, che anzi è in pericolo, ma da chi dovrebbe proteggere, amare, salvare.
Ora sono in due a sapere e, anche se la loro comunicazione è fatta più di gesti (abbracci, sguardi, condivisione di spazi, nel vecchio camper, nel letto, nel bagno) che di parole, si crea tra loro una certa complicità “ sororale”, nell’intento comune di proteggere il fratello-cugino, amato da entrambe, anche se con sfumature diverse.
Anche il padre ama il figlio, riesce a coinvolgerlo nelle varie attività della famiglia e insieme, padre e figlio, fanno tante cose. Ma l’attività che li coinvolge di più e crea tra loro un legame è l’addestramento dei galli e la partecipazione ai combattimenti. La comunicazione tra loro, però, manca di spontaneità e di autenticità e si riduce a poche questioni di vita quotidiana dove i toni sono bruschi e sgarbati, ma mai violenti. Viene da pensare che la lotta tra i galli sia lo specchio del loro rapporto e che le spinte aggressive reciproche siano trasferite su quegli animali che essi addestrano per la lotta decisiva in cui uno dei due dovrà soccombere: il più debole? Il meno furbo? Quello che smette di lottare ?
Sembra evidente, quindi, il ruolo simbolico del combattimento dei galli nel rapporto tra padre e figlio, così come il significato simbolico che esso assume nel film (rappresenta quel rapporto….è un doppio di quel rapporto)
Il rapporto tra il figlio e la madre è più complesso e rimanda, come è ovvio, a chissà quanti problemi irrisolti, forse mai affrontati e mai capiti. Da qui la sofferenza che, quando è troppa e insopportabile, prende la strada della violenza: è la madre, per destino, oggetto di amore e odio allo stesso tempo, ed è ambivalente essa stessa, come ci raccontano le fiabe, i miti e la psicanalisi. Perciò l’aggressività del figlio nei confronti della madre, è un evento assolutamente ordinario, ovvio, soprattutto quando una madre appare debole perché forse ha esaurito le proprie risorse, le proprie energie e si rifugia nella depressione per sopravvivere a sua volta. Sa che il problema è più grande di lei e non lo vuole più affrontare; non è una madre senza amore, ma è una madre che ha il cuore inaridito dalla troppa sofferenza e non è più capace di un gesto d’amore per il figlio sofferente, ne ha solo paura.
Entrambi i genitori appaiono come due persone esauste, che hanno sopportato molto nella vita e non possono sopportare più niente, si sono svuotati: non hanno più amore da dare, sono impotenti di fronte a quel male del figlio per il quale non c’è rimedio.
Quel luogo in cui si svolgono le vicende è un luogo isolato dal resto del mondo e implicitamente rappresenta l’isolamento della famiglia abbandonata a se stessa ad affrontare da sola un problema enorme, un problema che in certe situazioni prende forma di tragedia. Ma non vuole essere una denuncia sociale, il film, anche se inconsapevolmente lo è; esso, piuttosto, fotografa una realtà: la realtà di una famiglia alle prese con un problema difficilissimo; le azioni dei vari personaggi di fronte al problema, le reazioni e le interazioni reciproche, le verità e le ambiguità, il coraggio e la paura, il perturbante e il tragico. Ma soprattutto osserva un processo, l’evoluzione di certi eventi, il modo di essere dei personaggi e il loro modo di agire in una situazione o addirittura il modo in cui vengono agiti dagli eventi.
Dal modo di essere dei genitori, dalle poche frasi che si scambiano, dall’urgenza che hanno di salvare il salvabile di quella famiglia e dei loro beni, dal bisogno di ritrovare un equilibrio e uscire dalla paura con la quale convivono da sempre, scaturisce quell’elemento perturbante, che fa paura a sua volta ed è imprevedibile tanto quanto l’altro, anzi ancora più inquietante, perché non proviene da un “folle”, ma da un padre e una madre che si presumono affettivamente vicini, protettivi e rassicuranti, archetipi del familiare, del conosciuto,del prossimo, donatori di vita e non di morte.
La macchina da presa coglie spesso la madre abbandonata su un lettuccio del camper, triste, spossata,vuota; il padre viene colto mentre “pensa”, sempre un po’ staccato dagli altri, mangia da solo ed osserva ed elabora pensieri, cerca soluzioni. Vede che per la moglie la situazione sta diventando insopportabile: non si aiutano a vicenda a capire, ad accettare , vogliono fuggire dal problema, perché quel problema blocca la famiglia, pone troppi problemi a tutta la famiglia e vedono lo spettro di un futuro sempre più incontrollabile, che fa sempre più paura.
L’epilogo tragico è nell’aria:
la cugina Tania torna a casa perché la mamma è venuta a prenderla;
partono anche i fratellini di Tania e con essi anche il cugino piccolo, perché è estate e deve fare una vacanza;
la madre e la sorella si rifugiano in una stanza da letto: sembra che vogliano godersi un po’ di tranquillità insieme, dato che sono sole, mentre gli uomini e il bambino che solitamente si affidano alle loro cure non sono in casa;
il padre e il fratello partono al tramonto per l’ennesimo combattimento di galli.
Ognuno di questi eventi è innocente, non ha in sé niente di catastrofico, non nasconde secondi fini…O forse sì? Non sarà per caso che, in tutte queste azioni, così innocue, così ingenue, così normali, semplici emergenze quotidiane, si nascondano intenzioni oscure, finzioni, complicità
inconfessabili?
Infatti:
- la cugina parte, torna a casa sua, pur avendo capito che qualcosa di tragico accadrà, dopo la sua partenza. Abbandona al proprio destino quella famiglia;
- con la partenza dei bambini quella casa si svuota di qualsiasi elemento di speranza, di tenerezza, di
futuro; il figlio piccolo avrebbe potuto rappresentare un ostacolo per qualsiasi iniziativa
della famiglia; è stata la madre a mandarlo in vacanza dalla zia…
la madre e la sorella si rifugiano nella roulotte; forse sperano di trarre consolazione da quella vicinanza affettuosa e complice; forse sperano di vincere la solitudine e di attenuare il dolore. Sanno ciò che sta per accadere? Lo intuiscono vagamente? Lo ignorano? Fanno finta di non sapere? Le loro espressioni sono cupe ed enigmatiche e le loro parole assenti;
Se si guardano le cose da questo punto di vista non si può non vedere, nella sequenza dei fatti accaduti, ancora una volta quell’elemento perturbante che racconta qualcosa dei personaggi del film in cui ciascuno di noi può specchiarsi, anzi che racconta di noi e del nostro lato oscuro.
E’ proprio a questo punto che compare lo scorpione, naturale, sì, in quell’ambiente, ma che incarna il lato oscuro di ciascuno dei personaggi e arricchisce di senso il racconto.
Quando il padre annuncia al figlio che il combattimento dei galli avverrà quella notte, l’espressione “andiamo” richiama altre espressioni cariche di significato, evoca altri eventi molto lontani, anzi mitici: l’ “andiamo ai campi” di Caino ad Abele e, ancora di più,
l’ “ andiamo al monte sacro” di Abramo al figlio Isacco, al figlio che Dio gli aveva chiesto in olocausto ( o l’Ifigenia di Agamennone sacrificata dal padre per la vittoria dei Greci a Troia). E anche ora, come allora, di sacrificio si tratta, del sacrificio del figlio: il figlio innocente, senza colpe perché sofferente, che si fida del padre e si addormenta nella falsa attesa dei partecipanti alla gara. Lui non ha paura perché non incontra lo sguardo sfuggente di suo padre, non legge nella profondità di quello sguardo e non ne coglie il lato oscuro, non ne coglie l’elemento perturbante che ha dato i brividi a Tania; resta così senza difese e si offre, pur senza averne consapevolezza, pur senza dire il suo “sì”, come agnello sacrificale.
Il luogo del sacrificio non è casuale: è la cava di marmo abbandonata, già adocchiata dal padre in un precedente viaggio, durante il quale veniva riportato a casa un gallo morto e cioè il gallo che aveva perso la gara ed era stato ucciso dal gallo avversario; ma per una singolare anticipazione di eventi futuri, in quello stesso viaggio era stato caricato in macchina anche Cosimo, caricato dal padre e dalla sorella e sostenuto da essi alle spalle e ai piedi, a guisa di un Gesù morto e deposto, poiché dopo il combattimento si era sentito male. Viene abbastanza spontanea l’ identificazione tra il gallo morto e Cosimo svenuto, così come la sosta nella cava preannuncia l’epilogo tragico. Infatti, proprio lì, in quella cava abbandonata, sotto un cielo notturno privo di stelle, si compie l’ultimo atto di un destino che appariva ineluttabile fin dalle prime sequenze. E’ una condanna? E’ una salvezza?
L’ incendio della macchina con dentro il corpo del figlio richiama alla mente una “pira”, un vascello funebre che brucia il defunto insieme alla catasta di legna e ha una funzione purificatrice. Qui sembra più un atto di pietas del padre verso il figlio che un omicidio. Sicuramente non c’è violenza in quest’atto, piuttosto amore, quell’amore che il padre, per tutta la vita, non aveva saputo esprimere al figlio e che forse l’avrebbe salvato.
Mentre scorrono le immagini dell’incendio nella cava, ed è ancora notte, nella casa è già mattino,
come se i due luoghi , distanti pochi chilometri, appartenessero a due fusi orari lontani: Virginia,al risveglio, vede che in casa non c’è nessuno e prova un senso di smarrimento, ma poi esce dalla casa e vede sua madre che indossa un abito normale, non più la camicia da notte e la vestaglia che la facevano apparire sciatta e depressa, ma una gonna e una camicia, è serena e rilassata e si occupa di cose concrete come preparare i pomodori secchi. Virginia intuisce la causa di quel cambiamento. Tace. Trascina una sedia di ferro, pesante come un corpo morto, verso un punto del campetto coperto di erba secca, e il rumore che produce è veramente fastidioso, stridente, graffiante, e sembra che ferisca la terra e il silenzio ma è solo l’eco dell’urlo liberatorio che Virginia trattiene nel petto. Sistema la sedia in un punto esposto al sole: si siede e chiude gli occhi e si fa avvolgere dalla luce e dal calore, mentre da un occhio sfugge una lacrima che scorre per tutta la guancia. E’ il suo estremo, affettuoso addio al fratello.
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venerdì 16 luglio 2010
MILO MANARA: "QUELLA NOTTE CHE DORMII CON FELLINI E LA MASINA"
L’esposizione di circa 50 tavole originali centra lo sguardo sul rapporto di Manara con il cinema felliniano. Il percorso espositivo, curato da Napoli COMICON, è stato inaugurato il 14 luglio alla presenza dell'autore nella Mole Vanvitelliana di Ancona ed è visitabile fino al 15 agosto.
La mostra si sofferma, tra l'altro, su "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet", uno dei capolavori firmati da Manara e Fellini. Come "Viaggio a Tulum" del 1987, anche "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet" era in origine un soggetto cinematografico (per Vincenzo Mollica è "il film non realizzato più famoso del mondo").
La storia è comparsa per la prima volta nel 1992 sulla rivista "Il Grifo" e avrebbe dovuto svilupparsi fumettisticamente in tre puntate, ma si concluse, con successo e per scaramanzia, alla prima.
Come ha raccontato lo stesso Manara, infatti, a causa di un refuso al termine della prima puntata era stata apposta la parola "End" e da questo deriva la decisione di interrompere lì la pubblicazione. Decisone presa dallo stesso Fellini, personaggio notoriamente scaramantico, che, tra l'altro, odiava concludere i suoi lavori, anche cinematografici, con la parola fine (lui da piccolo era sempre triste quando alla fine di un film compariva quella scritta).
Manara racconta che la realizzazione del Mastorna fu una vicenda che si trascinò per tanto tempo e che Fellini visse con inquietudine, anche perché in questo periodo accaddero episodi che lui percepì come "strani", come la profezia del mago Rol, cui il maestro era profondamente legato, che predisse a Federico che Mastorna sarebbe stata la sua ultima opera, cosa che, poi, si avverò.
A questo punto mi sarebbe piaciuto trovare sul web una foto che rappresentasse l'unione tra i due, Manara e Fellini, ma in realtà ho trovato solo un fotomontaggio che non mi piace. Preferisco, dunque, trascrivere qui un aneddoto che Manara stesso mi ha raccontato nel corso di una intervista il 14 luglio alla Mole.
"Ci sono aneddoti brevi e aneddoti lunghi sulla nostra amicizia" ha detto Manara. E credo che il disegnatore, molto simpatico e disponibile alla parola e al racconto, avesse preferito soffermarsi su quelli più lunghi, ma i tempi televisivi e quelli istituzionali legati all'inizio dell'inaugurazione della mostra ci hanno consentito solo un breve flash, nel corso del quale Manara ha raccontato di come, in una occasione di lavoro, essendosi lui trovato su un set con il maestro, nella necessità di fermarsi per la notte e non avendo trovato un posto in cui dormire, sia stato invitato da Fellini a condividere la stanza con lui e sua moglie. "E così - racconta Manara con l'umiltà e l'entusiasmo di un fan - io ho passato la notte nella stessa stanza con Federico Fellini e Giulietta Masina".
giovedì 15 luglio 2010
DI STORIA IN STORIA
Alcuni personaggi del mito e della letteratura sono itineranti.
Proprio ieri, incontrando Milo Manara e rileggendo El Gaucho, disegnato da lui e scritto da Hugo Pratt, mi è tornato alla mente un caso: Molly Malone.
Anche in quella storia Molly muore giovane, dopo aver cercato di trovare un modo per raggiungere il protagonista, il tamburino Tom, sbarcato prima di lei. Per riuscire nel suo intento Molly stringe un patto con il nostromo Clagg e il gobbo Matthew, anch'essi intenzionati ad abbandonare la nave e a disertare in quanto rei di aver ucciso e gettato in mare per vendetta un vecchio ufficiale che aveva abusato di un altro giovanissimo tamburino. Per tutti loro l'Argentina è l'occasione per riscrivere la propria vita, ma solo uno, forse, avrà la libertà, idea ispiratrice e motivo dominante dell'intera storia.
Proprio ieri, incontrando Milo Manara e rileggendo El Gaucho, disegnato da lui e scritto da Hugo Pratt, mi è tornato alla mente un caso: Molly Malone.
Io l'ho conosciuta vent'anni fa a Dublino, sentendo cantare la sua storia da una mia amica irlandese, fisarmonicista in erba, e poi vedendola scoplita nella statua di Grafton Street.
La canzone la ripropongo qui in una versione preziosa, che scelgo perché mi dà l'occasione di mettere in questa pagina un'altra donna-mito irlandese.
La canzone la ripropongo qui in una versione preziosa, che scelgo perché mi dà l'occasione di mettere in questa pagina un'altra donna-mito irlandese.
Molly è una delle donne più significative della mitologia irlandese, tanto che il canto popolare che parla di lei è oggi l'inno ufficioso d'Irlanda. Una leggenda metropolitana racconta che era una prosperosa giovane dal seno generoso che alternava il mestiere di pescivendola di giorno a quello di prostituta di notte.
E' una donna mito, come lo sono, in modo diverso e più ancestrale, le banshee, spiriti femminili che di notte bussano alla porta delle abitazioni dove è presente un moribondo e si aggirano attorno a paludi e fiumi, nelle sorgenti o nelle colline d'Irlanda, con gli occhi sempre arrossati per via delle lacrime che versano sulle tombe di coloro che amavano.
Al di là di questa premessa, mi interessa evidenziare il carattere itinerante di questi personaggi, che troviamo, per esempio, in El Gaucho di Pratt e Manara, dove le stesse banshee sono citate e Molly è una una bella prostituta irlandese imbarcata con altre ragazze in una nave, al soldo delle truppe britanniche, intenzionate, all'inizio del 1800, a prendere possesso di Buenos Aires col sostegno dei massoni, per sostituirsi alla dominazione spagnola.
martedì 13 luglio 2010
LA MIA CITTA' E LA POLITICA
Su www.antelitteram.info
Di Amicus Plato
Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.
Di Amicus Plato
Da quando è cominciato il mandato di Gramillano, tra le forze politiche della maggioranza e sui media non si fa altro che parlare di assessorati, presidenza di aziende ecc. ecc.
Si cominciò con la sostituzione di Belligoni, Panzini, Gabrielli e non si è ancora terminato. L’IDV ha dapprima incrementato il suo gruppo consiliare con vari acquisti e poi ha posto l’esigenza di un rimpasto e di un riequilibrio delle forze. Dice che la motivazione sta nell’esigenza di un rafforzamento della Giunta, ma poi stringi stringi, pone un problema di posti. Sta qui il limite della sua iniziativa: è difficile non concordare sulla critica all’azione amministrativa, ma nè le questioni di programma – stagione lirica, consulenza sulle questioni europee, sostituzione di dirigenti – nè le soluzioni – sostituzione di due o tre assessori – sembrano all’altezza della diagnosi. E i modi sono spesso provocatori, al punto da suscitare la critica dello stesso Di Pietro.
Sulla situazione di difficoltà ha cercato di fare leva Eugenio Duca: con pesanti attacchi a Favia e appoggio ad alcune decisioni di Gramillano si è candidato più o meno apertamente a prendere il posto dell’IDV come alleato del PD. Il Sindaco e il PD si sono trovati nelle condizioni di riprendere il pallino dell’iniziativa, sfruttando i contrasti tra gli alleati, attuali e possibili, e sulle stesse divisioni all’interno dell’IDV, emerse nei congressi di questo partito e che hanno visto formarsi un polo di aggregazione anti-Favia intorno alla neo assessore regionale Serenella Moroder. Ma non sembrano in grado di farlo: si sono lasciati sfuggire Vola Ancona che è confluita nell’IDV; una possibile alleanza con l’UDC è sfumata quando il segretario nazionale Cesa è venuto ad Ancona a dire che l’alleanza con il PD in Regione è una caso straordinario e non un laboratorio. Nel vuoto di direzione politica della maggioranza e dell’amministrazione, ognuno si muove secondo i propri obiettivi: l’iniziativa di Duca è stata stoppata nel gruppo consiliare del PD, dove in particolare i seguaci di Simonetti, in non sorprendente sintonia con Favia, hanno bloccato sulla maggioranza attuale.
E così si è tornato a parlare solo di rimpasti: tre assessori all’IDV? O due, se Presidente del Consiglio rimane Filippini, come sostiene il PD? Un’azienda per Ciotti, che non si accontenta di Ancona entrate e preme su Favia per avere di più? Davvero la soluzione delle difficoltà sta nell’ingresso di Pesaresi e Tagliacozzo, con tutto il rispetto per le persone?
Queste schermaglie nascondono il fatto che nella maggioranza, sia nel PD che nell’IDV, si sta facendo sempre più strada l’opinione che comunque questa amministrazone non arriverà alla scadenza del mandato. Dopo un anno le giustificazioni basate sull’inesperienza o sul necessario rodaggio non reggono più. Ad oggi nessuna iniziativa di rilievo è arrivata alla soglia di una decisione definitiva o di una soluzione: il “colpo d’ala” provato da Pasquini sul Metropolitan è fallito in modo abbastanza miserevole; tutti i progetti della precedente amministrazione vengono rimessi in discussione senza però mostrare alcuna capacità di individuare e soprattutto portare avanti soluzioni alternative. E il dibattito sul futuro della città e il suo piano strategico langue annichilito dalle schermaglie sul rimpasto e dall’annuncio di varianti al PRG che non arrivano mai.
In questo contesto, il dibattito in corso assume un significato diverso: la proposta di un assessorato a Pesaresi avanzata da Favia appare non tanto finalizzata ad un rafforzamento della Giunta attraverso l’affiancamento al Sindaco di un uomo di esperienza, quanto la prefigurazione di una candidatura per il dopo-Gramillano. Pesaresi viene dai DS, non ha mai aderito al PD, è passato a Vola Ancona ed ora sta con l’IDV; si pone nel crocicchio delle forze che formano la maggioranza e gode del sostegno sia di chi, come Galeazzi, ha contrastato Gramillano, sia di chi (Favia, Simonetti) a suo tempo, insieme ad alcuni DS, ne promosse la candidatura e poi si è pentito della scelta.


















