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venerdì 29 marzo 2013

LA PASQUA PRIMA DELLA PASQUA

Mi piacciono quei piedi tatuati baciati dal papa. E' normale, E' quello che i nostri occhi volevano vedere. Per questo la scelgo come mia immagine della Pasqua: la resurrezione che arriva prima della domenica.
Forse si può sperare ancora. Da giorni continuavo a domandarmi il senso di quel motto scelto dal papa: miserando atque eligendo. Eligendo va bene. E' una dichiarazione di coraggio. Tornare a scegliere significa essere di nuovo protagonisti del mondo.
Ma miserando? Commiserare? Avere compassione? Di nuovo la Chiesa al di sopra delle persone? Di nuovo la distanza? Credo di no. Il significato che i gesti del papa attribuiscono a questo verbo è, secondo me: stare vicini ai "miseri", a chi è in difficoltà, per destino, ma anche per errore. E allora miserando è anche comprensione. E' la chiesa che, come dice lui, va verso le perfierie, del mondo e dell'anima, dove c'è, nel bene e nel male, tanta verità dell'essere umano.
E' uno stile cominciato con i simboli: l'anello d'argento e non d'oro, la messa a santa Maria Maggiore prima della sartoria, l'auto normale... Poi i fatti quotidiani: la lavanda dei piedi con i detenuti, la vita a Santa Marta con i sacerdoti... Adesso dovranno seguire le scelte.
Non so se da questa chiesa potremo avere tutta l'apertura che secondo molti (e anche per me) servirebbe. La chiesa resta una grande macchina terrena. Però io credo nella forza delle idee: antiche, ma nuove per noi, che ne avevamo bisogno. Ed è proprio da questo bisogno che possono, veramente, cominciare a volare.

QUESTIONI DI CUORE, MA NON SOLO

L'Oxford English Dictionary lo considera una voce e gli attribuisce il significato di to heart. Un disegno dunque, quello del cuore, entra a far parte a tutti gli effetti del dizionario e presumibilmente è il primo di una serie piuttosto lunga.
Dovremo rivedere la nostra cultura della catalogazione della lingua? E, ancora di più, come è cambiato il rapporto tra segno e significato?
Ne parla qui Francesca Chiusaroli, nellla sezione "Che carattere" del blog www.scritturebrevi.it .
Vi consiglio vivamente la lettura.

giovedì 28 marzo 2013

SE SI PERDE IL RISPETTO DEL DOLORE



Non c'è bisogno di essere una mamma per capire quanto indicibile dolore possa spingere una madre a scendere in strada con la foto del figlio morto ammazzato. Perdere un figlio è contro natura. Dover riaffermare, ogni volta, quella morte è una tragedia senza confini. Nessuna civiltà, nessun rispetto si possono ottenere se non si rispetta, almeno, il dolore più profondo che un essere umano può provare nella sua vita.


http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/03/27/Aldrovandi-agenti-manifestano-sotto-ufficio-madre_8467979.html  

http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi

giovedì 7 marzo 2013

ANCONA 2400 VOLTE

E’ Leonardo Artale, 46 anni, architetto palermitano, il vincitore del concorso di idee per l'elaborazione del logo per le celebrazioni dei 2400 anni di Ancona. Il suo progetto è stato scelto dalla commissione del concorso di idee, composta da personale interno all’Amministrazione e presieduta dal direttore generale Caterina Grechi, tra le 164 proposte presentate in base al bando di concorso.
Il logo accosta una rivisitazione della figura del pistrice, animale mitologico marino presente nel pavimento dell’anfiteatro di Ancona, con il pay off Ancona 2400 volte, dove la n di Ancona è spezzata, così da poter essere letta anche come “ancora 2400 volte”.
L’insieme coniuga efficacemente e con una grafica moderna la tradizione di una città millenaria e lo sguardo rivolto al futuro che queste celebrazioni vogliono proporre. Il logo contiene inoltre non solo un richiamo all’epoca classica ma anche una riproposizione – nella creatura mitologica marina - della forte relazione della città con il mare.
Sia nella versione colorata, sia in quella monocromatica, in bianco e nero o oro (colore presente nello stemma del Comune), questo logo è facilmente declinabile nelle comunicazioni strettamente istituzionali, così come nel materiale promozionale.
Da oggi il marchio delle celebrazioni dei 2400 anni diventa una sorta di sigillo di qualità e di riconoscimento di questa ricorrenza e accompagnerà tutti gli eventi e le iniziative pubblici e privati.
Spiega l’autore del logo: “La realizzazione di un marchio celebrativo dei 2400 anni di storia della città di Ancona ha presupposto la ricerca di un elemento intrinseco alla città, escludendo rappresentazioni semplicistiche o scontate. Di forte impatto e con grandi propensioni grafiche, la forma del pistrice ha portato alla conformazione di questo logo. L’utilizzo di molteplici colori, oltre che definire un aspetto positivo al segno grafico, ne rappresenta e simboleggia le differenti epoche storiche succedutesi in questi 2400 anni”.
Al concorso di idee sono stati presentati complessivamente 167 progetti: anche quelli arrivati fuori termine, quindi esclusi dall’esame, saranno oggetto della mostra che si sta organizzando a palazzo Camerata. Qui verranno appunto esposti tutti i lavori pervenuti, a omaggio e testimonianza della partecipazione e dell’attenzione che questo concorso di idee ha suscitato.
Molti i giovani grafici, alta la qualità dei lavori, moltissimi i progetti da fuori città: sono infatti arrivati da tutta Italia, da Napoli a Pordenone, da Empoli a Cantù, a Foggia.
Tutti i loghi saranno anche visibili on line nella sezione dedicata del sito dei 2400 anni, attualmente in fase di realizzazione.
da: Ufficio Stampa Comune di Ancona

lunedì 8 ottobre 2012

QUELLI DELL'ETA' DI MEZZO

A volte mi tocca l'ingrato compito di ricordare a mio padre che non esiste più la politica come la intende lui. Ogni volta che lo faccio mi viene il mal di stomaco, perchè lui viene dalla bella politica, quella del confronto costante con la gente, della ricerca incessante della soluzione migliore, del compromesso sano, che fa perdere molto tempo, a volte, ma che comunque è una garanzia quasi totale del fatto che la soluzione sarà la più utile, la più necessaria, la più aderente alla realtà.
Ogni volta che dico non esiste più, ammetto che è finito il tempo della politica fatta di idee, alle quali ti attanagliavi, plasmandole gradualmente fino a che non diventavano reali. Diverse, appunto, da come erano nate, ma ancora più efficaci di come le si erano pensate, perché erano passate attraverso la fatica del confronto, della verifica, della ricerca della strada migliore per attuarle.
Corro il rischio di sembrare banale, ma affermo ugualmente che non esiste più la politica dei grandi sogni. Oggi siamo impegnati a far quadrare i conti. E allora, "si può" e "non si può", "si deve" e "non si deve" sono categorie che nascono quasi esclusivamente da valutazioni tecniche.
Se dalla lingua dei ragazzi è scomparso il congiuntivo, dalle azioni degli adulti è ormai quasi completamente assente anche il condizionale: si potrebbe, vorrei, farei... Certo, perché il condizionale vuole vicino a sé un'ipotesi, un'idea, appunto, e implica una verifica: è reale? è possibile? è impossibile? Serve tempo per tutto questo, bisogna essere uomini (e donne) completi: non solo tecnici, ma anche filosofi, amanti, appassionati di umanità.
Bisogna rottamare per tornare a tutto questo? Che brutto verbo rottamare! Non è un buon auspicio pensare di ricostruire partendo da un concetto di eliminazione e di distruzione. E' certo però che, avendo deciso di abbandonare il bello del nostro passato, la bella politica, dovremmo decidere, a questo punto, di abbandonare anche il brutto: le cattive abitudini, la rassegnazione, l'indifferenza, l'ignoranza, che dilagano e fagocitano tutto il resto (per non parlare, ovviamente, della corruzione, della delinquenza, del disprezzo dei cittadini e delle istituzioni). A quarant'anni pensiamo spesso a cosa saremo in grado di lasciare ai nostri figli, ma non scordiamoci che noi quarantenni siamo la generazione che ha perso un treno e che forse potrebbe ancora salire in corsa per riappropriarsi di quel mondo che ha deciso di rinunciare a gestire. Non siamo classe dirigente perché quelli prima di noi sono rimasti attaccati al potere e noi ci siamo abbandonati al pensiero che altri ci avrebbero salvati: Berlusconi dai comunisti, Monti da Berlusconi e dalla povertà, il prossimo leader dal dispotismo dei tecnici e così via. Noi siamo quelli che saltano fuori tragicamente dal mondo del lavoro, quelli che, strada facendo, hanno cancellato la cultura, hanno rinunciato ai valori, hanno deciso di vivere sulla superficie. Siamo la strega di Biancaneve che interroga lo specchio e per paura di non piacerci uccidiamo noi stessi, rifacendoci i connotati, mascherandoci, fingendoci diversi. Rifiutiamo l'imperfezione, la vecchiaia, la bruttezza, la morte e, quindi, la vita. Siamo spaventati da tutto ciò che è diverso e dunque anche dalle nostre idee, che sono sempre uniche perché ogni uomo è differente dai suoi simili. Non solo non parliamo più e cerchiamo di non pensare, ma rimproveriamo chi lo fa, chi sale sopra il livello del coro. Altro che cogito ergo sum!
E' finita la bella politica, ma a questo punto deve finire anche quella brutta. E' vero, niente tornerà più come prima, ma noi, quelli dell'età di mezzo, siamo ancora in tempo per farci carico del nostro mondo, delle nostre vite, delle nostre terre, non per consegnarle ai nostri figli domani, ma per camminare, oggi, insieme con loro, nel momento più bello della nostra vita. C'è un vuoto enorme, che ogni giorno si irempie in modo sconclusionato e irrazionale. Io credo che si possa colmare con i nostri pensieri, con le idee e con il nostro coraggio.

martedì 2 ottobre 2012

DATECI LA RIVOLUZIONE

Dateci la rivoluzione. Con la polvere e lo strepito. Che tocchi l’intimo della vita. Che porti a una rinascita, a una trasformazione vera da avvertire sottopelle, che non sia il solito «cambiare tutto perché non cambi niente».
Dateci la rivoluzione. Ma non una di quelle che usano il fuoco o la ghigliottina. Che si tengano le teste mozzate che rotolano lungo una strada in discesa: nella nostra rivoluzione non si contano i morti, ma solo i vivi.
Dateci la rivoluzione. Che vada oltre l’utopia, una di quelle culturali, di quelle primavere del cervello sociale capace di rivoltare l’animo dell’Occidente finanziario e industriale. Una rivoluzione universale che distrugga le certezze plastificate e che cancelli lo stile di vita cannibalistico che ci hanno lasciato.
Dateci la rivoluzione. Che parta dall’inizio e mai dalla fine. Dalla mancanza, dal vuoto che sentiamo dentro e dal silenzio rotto solo dalle suonerie dei cellulari. Una rivoluzione con un Manifesto in cui Marx, studente in filosofia dei giorni nostri, è incazzato nero e ci richiama tutti all’unità: noi, gli umanisti di tutto il mondo. Uniamoci per non vergognarci più d’essere letterati, storici, antropologi, filosofi, giuristi, psicologi, giornalisti, artisti. Per non credere più che sia stato solo un nostro divertimento capire l’uomo e i suoi derivati. Per non rimproverarci ogni volta che cerchiamo lavoro. Per trovare il nostro ruolo e il nostro posto.
Dateci la rivoluzione. Che ci faccia sputare la carota che ci hanno messo in bocca e spezzare il bastone col quale ci minacciano. Che ci convinca che noi umanisti siamo indispensabili in questo mondo di proprietà dell’economia e dell’ingegneria sociale. Perché accanto a chi sintetizza prodotti chimici ci sia uno che sintetizzi concetti. Per far capire al mondo che senza quelli come noi le auto sono solo ferraglia buona per la ruggine, i ponti trampolini per i suicidi e i palazzi placebo per l’insonnia. Senza quelli come noi, che provano a dare un senso alla vita, l’uomo avrebbe una casa per il corpo ma non per la mente, non avrebbe parole da cantare o film davanti cui emozionarsi. Senza quelli come noi, non si parlerebbe d’umanità e avremmo un futuro costruito. Ma solo verso il nulla.
E infine, dateci i rivoluzionari. Che ne facciano una questione di vita più che di morte. Che non si prostituiscano, che non facciano a brandelli loro stessi, che non si vergognino a fabbricare parole, concetti, idee. Che si ricordino che persino la rivoluzione è solo «un quarto realtà», e che poi «è sempre tre quarti fantasia». Perché è vero che Dio non è mai stato un ingegnere costruttore, ma un filosofo con la dote per gli affari.
uMan360

http://www.uman360.it/dateci-la-rivoluzione/

venerdì 1 ottobre 2010

SCRIVERE E' UN LAVORO

MUSICA

La musica è la più spirituale delle arti dello spirito e l'amore per la musica è una garanzia di 'spiritualità'.
La musica è l'arte 'pura' per eccellenza: non dice nulla e non ha nulla da dire.
(P. Bourdieu, La distinzione, Parigi 1979)

mercoledì 29 settembre 2010

BLOCCATE IL PULSANTE OFF!

Qualche giorno fa Facebook si è spento per qualche ora. Con i miei amici ho scherzato sul fatto che alcuni avevano avuto un piccolo attacco di panico dovuto a questa assenza.
A parte gli scherzi, e senza considerare i casi patologici, è vera però una cosa: chi frequenta abitualmente i social network, e in particolare Fb, ha l'opportunità di vivere le amicizie, e più in generale i rapporti interpersonali,  in modo completamente nuovo, cioè diacronico. Infatti abbiamo superato i limiti del tempo, oltre che quelli dello spazio: abbiamo potuto riallacciare, per esempio, se lo abbiamo voluto, rapporti interrotti da anni per i motivi più diversi, non sempre volontariamente, spesso solo a causa del normale avvicendarsi degli eventi. Abbiamo creato nuovi rapporti su vecchie amicizie e molti di questi nuovi rapporti non hanno necessariamente bisogno del contatto fisico, ma si nutrono delle parole scritte, di veloci scambi di battute, di conversazioni pubbliche o private, di emoticons, di fotografie, di musica e di video, ma anche di silenzio, di mera osservazione, di sola lettura, di ascolto. Relazioni fatte proprio così, che non potrebbero o non vorrebbero essere che così e che sicuramente sono, o possono essere, quotidiane e abitudinarie.
Non penso sia il caso di chiedersi se è questo è un bene o un male. E' semplicemente una parte della nostra realtà, che io personalmente trovo affascinante perché fonde passato e presente e crea nuove situazioni, nuove opportunità, dandoci a volte una possibilità in più rispetto a occasioni perdute, a idee ormai scordate in qualche angolo della memoria, a persone diventate  lontanissime e fino a oggi di fatto inesistenti.
Allora, le tre ore in cui Facebook è scomparso la scorsa settimana mi hanno fatto pensare: e se improvvisamente Fb non ci fosse più? Si può dire che se ne andrebbe una parte di ciascuno di noi? E in questo caso, chi dovremmo incolpare del furto?
Noi siamo quelli che per la prima volta hanno portato fuori da sé la sfera emotiva delle relazioni interpersonali, affidandola a una nuvoletta che non solo non è contenuta dentro la nostra testa, ma non sta nemmeno dentro il nostro pc.
Non diamo giudizi di valore, però riflettiamo su questo, anche perché c'è già un caso famoso (e discusso) di cancellazione arbitraria da remoto. Due libri, ironia del caso La Fattoria degli animali e 1984 di George Orwell, dopo essere stati messi in vendita da Amazon sono stati successivamente cancellati da Kindle (dove erano stati legalmente scaricati) perché il titolare dei diritti di pubblicazione è tornato sull'accordo rescindendolo. Il tutto è stato giustificato legalmente sia con il fatto che la somma pagata è stata riaccreditata agli utenti, sia con la motivazione che in realtà chi acquista un libro compra il diritto di fruirne, ma alle condizioni di chi ne detiene i diritti e in questo caso la cancellazione era prevista.
Navigando in rete si trovano molti commenti riguardo a questo fatto. Abbastanza significativo è il titolo di un post di TechCrunch, che dice: "Amazon, why don't you come in our houses and burn our books too?".
Il punto è proprio questo. C'è uno snodo importante di questa modernissima dimensione, attraverso il quale si ha una vera e propria inversione di marcia.
Noi usufruiamo di moltissimi servizi che sono collocati fuori dalla nostra persona, dalle nostre case, dai nostri hardware. Non è solo Facebook, come visto. In questo modo scarichiamo libri, depositiamo dati, foto, documenti, utilizziamo sistemi operativi... .
Però tutto questo poi torna prepotentemente, non solo nelle nostre case, ma nelle nostre vite.
E qualcuno, improvvisamente, può premere off. Come visto, è già successo.
E' indubbio che uno dei vantaggi della tecnologia digitale sia proprio quello di spegnere, formattare, revocare da remoto. E' inutile soffermarsi qui sulle numerosissime applicazioni di questa "virtù", che ci rende più facile la vita di ogni giorno. Due dubbi però mi restano: dove finiranno tutte le emozioni, le reti di rapporti, i pezzi di storia nostra che ogni giorno creiamo attraverso questi strumenti se qualcuno deciderà di spegnere tutto? E poi: che succederà se un giorno qualcun altro deciderà di servirsi di questa opzione con intenzioni peggiori di quelle dell'e-bottegaio di turno?

domenica 19 settembre 2010

IL PANORAMA QUI E' MERAVIGLIOSO

E' possibile che, a forza di dare di Ancona giudizi poco lusinghieri, siano cresciute generazioni e generazioni di persone che questa città non la amano. Se non si ama il posto in cui si vive, se non si sente questo luogo come la propria casa, se non si vede l'ora di scappare via, per il fine settimana, per le vacanze, per studiare, per andare a vivere altrove, nessuno, o quasi nessuno, avrà a cuore il futuro, e tanto meno il presente di questo luogo, che sarà solo di passaggio, come la sala di attesa di una stazione.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di  negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontra la cultura. E’ questa la voce più significativa del bilancio di un contenitore culturale che ha funzionato bene perché è stato costruito dalle braccia di tutti coloro che ad Ancona hanno fatto della cultura e dello spettacolo la propria missione o il proprio mestiere.
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.

martedì 14 settembre 2010

I RAGAZZI DELLA PRIMA

Il mio compagno di banco della prima elementare si chiamava Danilo, aveva il grambiule a quadretti e il fiocco blu. Era piccolo piccolo, ma scriveva sul quaderno delle lettere grandissime. La maestra ci ha detto che non ci avrebbe mai chiamato bambini, ma RAGAZZI.
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E' stata la prima a dirmelo, dentro un'auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell'aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell'autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l'omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell'occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L'autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d'uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l'inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: "Non è difficile leggere e scrivere, anche se all'inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri".

mercoledì 8 settembre 2010

L'ASSEMBLEA DELLE MIE ETA'

Tutti i miei falsi amori e falsi affanni

mi hanno portato a questa verità.

Ho cinque dieci trenta cinquant'anni:

è un'assemblea di tutte le mie età.

Cara ferocia, crudeltà magnanima:

nel sangue, in ogni stilla stride l'anima.

(Patrizia Valduga)

mercoledì 18 agosto 2010

LA PAGINA BIANCA /3 - PERSONAGGI IN VISITA

E' vero: i personaggi ti vengono a trovare e tu li conosci a poco a poco. All'inizio sono solo un abbozzo, un'idea. Di alcuni di loro sai subito il nome, di altri nemmeno quello. Tutti però hanno una storia da raccontare o un'idea da comunicare, e lo vogliono fare attraverso la tua scrittura.
Scrivere, allora, diventa una questione di osservazione e di ascolto.

Menadi in terracotta, Grecia II secolo a.C.

Per esempio io ricevo spesso la visita di un personaggio che si chiama Irma.
Irma nasce da un binomio fantastico: ragazza-scatoloni. Un binomio che però io ho ritrovato a posteriori. Non sono partita da lì, come suggerisce Rodari. Quando Irma è arrivata era già tutta intera: aveva un nome, un carattere pasticcione e un'indole confusionaria. Non mi era chiaro, però, come fosse fisicamente: bionda o mora? magra o grassa? alta o bassa?



Incompiutezza: è l'idea che mi accompagna quasi da sempre. A questa idea, nel momento in cui mi è stato chiesto di inventare una storia, ho immediatamente dato forma (è vero, qualcuno ha dovuto chiedermelo, di inventare una storia. Io avevo sempre voluto farlo, ma non mi ero mai decisa).
Io credo che, vivendo di fretta, capiti di catturare all'interno della vita più cose, idee, sensazioni di quante se ne possano effettivamente gustare. Si prende e si accumula freneticamente, senza sapere di preciso né quanto né cosa, forse nella speranza di un domani in cui, comodamente seduti al calduccio, si potrà godere di quanto si è accantonato. Ma la domanda è: aveva ragione la cicala oppure la formica?



Io personalmente tengo per la cicala, perché ho paura che, a forza di accumulare, le nostre cose, le idee e le azioni importanti rimangano sparse qua e là senza una logica, oppure restino nascoste sotto quelle più  insignificanti, senza poter brillare della luce che meriterebbero, correndo il rischio di essere perse, trascurate, dimenticate.



Per me tutto questo si traduce in una serie di immagini: tanti scatoloni pieni di cianfrusaglie non identificate, aperti a metà e lasciati in mezzo a una stanza; libri, anch'essi aperti, cominciati a leggere e poi abbandonati a terra attorno a un divano, con la copertina rivolta all'insù per tenere il segno, vestiti smessi sullo schienale di una sedia, scarpe e calzini spaiati tra gli scatoloni delle cianfrusaglie.
E' la casa di Irma, che vive la vita sempre in ritardo, che lascia il lavoro per un capriccio, che non finisce i libri, si addormenta davanti alla tv senza mai vedere la fine di un film, che ha l'armadio vuoto e i vestiti sparsi per tutta casa.


Irma che sta come davanti a un solitario: sposta le carte messe giù alla rinfusa per trovare tra loro la logica invisibile, che nella confusione e nel disordine cerca la carta giusta, quella che poi farà scorrere tutto in modo più fluido, restituendo alla sua percezione l'ordine giusto delle scale e dei colori.
Per poi cominciare, forse, una nuova partita.

giovedì 29 luglio 2010

LA PAGINA BIANCA / 2

Da tempo mi esercito a scrivere. Ho cominciato pensando a un soggetto cinematografico, ma a poco a poco questo si sta trasformando in un racconto, che si consolida gradualmente e molto molto lentamente. 
Cimentarmi in questa esperienza è una sfida interessante. In primo luogo, nonostante io usi ogni giorno la scrittura per lavoro, ho dovuto prendere atto di essere una scrittrice alle prime armi e la prima difficoltà che ho dovuto affrontare è stata quella di liberare la fantasia e di ritrovare la capacità di raccontare. 
Per superare questa impasse ho deciso di inserire nel mio racconto alcuni elementi autobiografici, pochissimi, che mi hanno dato il la per affrontare la pagina bianca e che non so neanche se al termine della storia sopravviveranno.
Ho deciso di scrivere questo racconto perché, come dice un regista che ho conosciuto qualche tempo fa, avevo urgenza di farlo. Ne conosco l’inizio e la fine, ma non ho ancora ben chiaro il suo svolgimento. In questo momento non so neanche il nome dei personaggi, che però, ne sono sicura, abitano da sempre nella mia immaginazione. Conservo inoltre da tempo una serie di immagini della fantasia, affiancata da una equivalente serie di ricordi, che in parte utilizzerò nel racconto stesso.

In passato avevo fatto leggere alcune bozze di miei lavori a persone di cui mi fidavo, ma mi sono accorta che  il mio rubinetto delle idee si chiudeva irrimediabilmente ogni volta che lasciavo che qualcuno curiosasse tra le righe di questi lavori in corso, dove ancora necessariamente regnava il caos e molte parole, molti pensieri, molti personaggi si trovavano accatastati ai margini, in attesa di essere collocati al loro posto, per essere poi fissati, ripuliti, lucidati e, infine, consegnati ai lettori.
Dunque ora ho deciso che il mio racconto uscirà fuori solo dopo che io ci avrò messo la parola fine, cosa che accadrà quando tutto il sistema funzionerà perfettamente, cioè quando ogni elemento sarà al suo posto e il superfluo sarà stato eliminato, quando i personaggi vivranno di vita propria e diventeranno completamente autonomi e altri da me, quando la storia sarà in grado di avere peso e valore non solo per me che l’ho scritta ma per tutti coloro che la leggeranno.

venerdì 16 luglio 2010

MILO MANARA: "QUELLA NOTTE CHE DORMII CON FELLINI E LA MASINA"


CineManara è un viaggio nell'universo della settima arte del più noto illustratore e artista del fumetto italiano, Milo Manara, attraverso il suo rapporto privilegiato con l’amico Federico Fellini.


L’esposizione di circa 50 tavole originali centra lo sguardo sul rapporto di Manara con il cinema felliniano. Il percorso espositivo, curato da Napoli COMICON, è stato inaugurato il 14 luglio alla presenza dell'autore nella Mole Vanvitelliana di Ancona ed è visitabile fino al 15 agosto.
La mostra si sofferma, tra l'altro, su "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet", uno dei capolavori firmati da Manara e Fellini. Come "Viaggio a Tulum" del 1987, anche "Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet" era in origine un soggetto cinematografico (per Vincenzo Mollica è "il film non realizzato più famoso del mondo").
La storia è comparsa per la prima volta nel 1992 sulla rivista "Il Grifo" e avrebbe dovuto svilupparsi fumettisticamente in tre puntate, ma si concluse, con successo e per scaramanzia, alla prima.
Come ha raccontato lo stesso Manara, infatti, a causa di un refuso al termine della prima puntata era stata apposta la parola "End" e da questo deriva la decisione di interrompere lì la pubblicazione. Decisone presa dallo stesso Fellini, personaggio notoriamente scaramantico, che, tra l'altro, odiava concludere i suoi lavori, anche cinematografici, con la parola fine (lui da piccolo era sempre triste quando alla fine di un film compariva quella scritta).



Manara racconta che la realizzazione del Mastorna fu una vicenda che si trascinò per tanto tempo e che Fellini visse con inquietudine, anche perché in questo periodo accaddero episodi che lui percepì come "strani", come la profezia del mago Rol, cui il maestro era profondamente legato, che predisse a Federico che Mastorna sarebbe stata la sua ultima opera, cosa che, poi, si avverò.
A questo punto mi sarebbe piaciuto trovare sul web una foto che rappresentasse l'unione tra i due, Manara e Fellini, ma in realtà ho trovato solo un fotomontaggio che non mi piace. Preferisco, dunque, trascrivere qui un aneddoto che Manara stesso mi ha raccontato nel corso di una intervista il 14 luglio alla Mole.
"Ci sono aneddoti brevi e aneddoti lunghi sulla nostra amicizia" ha detto Manara. E credo che il disegnatore, molto simpatico e disponibile alla parola e al racconto, avesse preferito soffermarsi su quelli più lunghi, ma i tempi televisivi e quelli istituzionali legati all'inizio dell'inaugurazione della mostra ci hanno consentito solo un breve flash, nel corso del quale Manara ha raccontato di come, in una occasione di lavoro, essendosi lui trovato su un set con il maestro, nella necessità di fermarsi per la notte e non avendo trovato un posto in cui dormire, sia stato invitato da Fellini a condividere la stanza con lui e sua moglie.
"E così - racconta Manara  con l'umiltà e l'entusiasmo di un fan - io ho passato la notte nella stessa stanza con Federico Fellini e Giulietta Masina".

martedì 11 maggio 2010

LA PAGINA BIANCA


La pagina bianca è solenne. Per questo in molti abbiamo il timore di sporcarla con parole e idee che non siano degne dell’altezza che essa può, potenzialmente, contenere.
Quando si arriva lì, davanti alla pagina bianca, bisogna aver già compiuto un percorso, interno ed esterno, di conoscenza e di vissuto profondo di ciò che si vuole dire.
Come ha detto Gianclaudio Cappai al seminario su regia e sperimentazione che c’è stato ad Ancona l’8 e il 9 maggio, non puoi cominciare a scrivere se non hai deciso il tuo tema. Vuol dire: perché scrivo? Perché voglio parlare della solitudine, della famiglia, del matrimonio, della scrittura stessa... Gli argomenti possono essere infiniti, ma vanno scelti e circoscritti.
Come sceglierli e perché? Bergman racconta che l’idea di sussurri e grida nacque da un sogno, in cui vedeva quattro donne vestite di bianco che si muovevano su di uno sfondo rosso. L’idea, scacciata e rifiutata, si ripresentava costantemente e quasi lo perseguitava, tanto che da quella idea nacque il film. Di questo film Bergman dice: “Tutti i miei film possono essere pensati in bianco e nero, eccetto "Sussurri e grida"... Ho sempre immaginato il rosso come l'interno dell'anima”. E’ dell’interno dell’anima, dunque, che Bergman aveva urgenza di parlare.
Se una idea non se ne va, nostro malgrado, se nessuna risata è in grado di seppellirla, quella è l’idea che può degnamente riempire la pagina bianca. Non lo stile, non la forma sono fondamentali, ma la forza dell’idea.
Bisogna però abituarsi a ospitare le idee, come quando eravamo bambini e la nostra testa era veramente “aperta”. Bisogna creare, all’interno della nostra testa, strade e autostrade, ma anche viottoli tortuosi, per farci avventurare sopra le nostre idee. Occorre uscire dalle nostre scatole: vivere, provare, osservare, ascoltare, dire, e dirsi, la verità.