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domenica 19 settembre 2010

IL PANORAMA QUI E' MERAVIGLIOSO

E' possibile che, a forza di dare di Ancona giudizi poco lusinghieri, siano cresciute generazioni e generazioni di persone che questa città non la amano. Se non si ama il posto in cui si vive, se non si sente questo luogo come la propria casa, se non si vede l'ora di scappare via, per il fine settimana, per le vacanze, per studiare, per andare a vivere altrove, nessuno, o quasi nessuno, avrà a cuore il futuro, e tanto meno il presente di questo luogo, che sarà solo di passaggio, come la sala di attesa di una stazione.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l'odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di  negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest'estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E' stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l'estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontra la cultura. E’ questa la voce più significativa del bilancio di un contenitore culturale che ha funzionato bene perché è stato costruito dalle braccia di tutti coloro che ad Ancona hanno fatto della cultura e dello spettacolo la propria missione o il proprio mestiere.
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all'opera quest'estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l'aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l'Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c'è qui.
Ora c'è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.

sabato 5 giugno 2010

IL PESO DELL'ASSENZA

Il “peso dell’assenza” si è percepito ieri tangibilmente alla galleria Quattrocentometriquadri di Ancona perché il primo di una serie di incontri dedicati, proprio con questo titolo, a Gino De Dominicis è avvenuto con l’apparente assenza dei relatori-testimoni. C'erano, ma non si vedevano, l’artista e docente Massimo Vitangeli e il curatore Riccardo Lisi, che hanno letto parte della poetica dell’artista e poi conversato sulla sua vita e sulla sua opera  in un luogo altro rispetto a quello in cui si trovava il pubblico, che, dunque, era costretto ad abbandonare la dimensione abituale e prevalente di spettatore, per assumere quella di ascoltatore puro.
Il colloquio con Vitangeli  ha sottolineato la perenne contemporaneità dell’opera di Gino, da cui deriva l’impossibilità netta di ascriverlo all’interno di qualsiasi corrente o tendenza e tanto meno di ingabbiarlo in una concezione politica precisa e storicamente determinata.
Ma la conversazione ha anche consentito di riconoscere, attraverso i ricordi, alcune peculiari caratteristiche di Ancona, che Vitangeli ha sintetizzato nella particolare relazione con il porto e nel fascino che la città ha esercitato su un altro artista importante, Luigi Vanvitelli.
Vitangeli mi ha ricordato con il suo racconto quella sensazione particolare che si prova, giungendo in fondo al corso principale e trovandosi di fronte “una enorme nave parcheggiata di traverso”. Questo dà al mare il ruolo di medium funzionale alla partenza e l’idea del partire è, probabilmente, ancestrale nel carattere di questa città, dove tutto sembra essere visto con lo sguardo ironico (e spesso ipercritico) dello straniero, di colui che è di passaggio e per questo non si affeziona, anche se a guardare sono gli stessi abitanti di Ancona. Come se nella loro mente il senso di appartenenza alla terra fosse inscindibilmente legato con quello di allontanamento, alla ricerca del diverso, del meglio.
Vitangeli ha detto ieri che l’allontanamento di De Dominicis dalla città di Ancona è stato, in un certo senso, fisiologico, perché Roma era la meta naturale di ogni artista suo contemporaneo. Io ho sempre pensato (più per i racconti di chi lo ha conosciuto o studiato, che per una profonda conoscenza della sua opera, che non ho), che lui se ne sia andato perché il senso del viaggio ha prevalso, soprattutto in un luogo e in un momento storico in cui questa terra poteva risultare veramente troppo stretta e chiusa. 
Poteva Ancona contenere la sua idea di calamita cosmica?
All’estremo opposto di questa riflessione legata a un artista che se ne va, c’è la interessante chiave di lettura, proposta da Vitangeli,  di un’artista che arriva e rimane fortemente attratto da Ancona. E’ Luigi Vanvitelli, che legge questa città dal mare, progettando la Mole, elemento “di mezzo” che collega il binomio terra-acqua mantenendone la dualità, e anche la chiesa del Gesù, con la sua facciata “trasversale”, e il portale del duomo, architetture che solo guardandole dal mare si possono apprezzare completamente. Ma Vanvitelli non fa solo questo. “E’ così affascinato da questa città – dice Vitangeli – da realizzarne  anche palazzi e abitazioni private”.

L’evento dedicato a De Dominicis dalla Quattrocentometriquadri  nasce in concomitanza con l’inaugurazione dell’importante retrospettiva sull’artista, curata da Achille Bonito Oliva per il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma e prevede una serie di appuntamenti che si svilupperà tra il 4 giugno e dicembre 2010. Questo percorso, composto da sette incontri, fa parte di un progetto biennale più ampio dedicato a De Dominicis ed è paragonabile ad un ipertesto: “un documento  composto da pubblicazioni, incontri, esposizioni, ma anche pagine web e forum – spiega il curatore Riccardo Lisi - che si sviluppa in modo rizomatico nello spazio e nel tempo, partendo dalla città di Ancona e possibilmente toccando anche le altre città in cui De Dominicis ha vissuto e operato, in particolare Ferrara e Roma”. Il progetto si sviluppa nell’arco di due anni (2010 e 2011) e inizia con una serie di incontri con chi ha vissuto un rapporto significativo con l’artista anconetano. Un quesito che caratterizzerà tutti gli incontri  sarà l’ultima giornata di “vita mondana” di Gino De Dominicis, in quanto la sua morte è ancora avvolta da un alone di mistero. Porzioni ampie di queste testimonianze – una per capitolo – saranno trascritte in un’edizione sotto forma di libro con lo stesso titolo, che idealmente diverrà un “giallo d’arte” sulla scomparsa dell’artista.