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lunedì 1 aprile 2013

ANDRE' MARTINET/7 ARMONIA E' ECONOMIA


Conversazione con André Martinet
André Martinet/1 Communication is our basic relevancy
André Martinet/2 Language articulates what we feel into a succession of items
André Martinet/3 Pregiudizi linguistici
André Martinet/4 Cosa c'è dietro le parole
André Martinet/5 La lingua non è simmetrica 
André Martinet/6 A volte le parole non bastano

Nikolaj Sergeevič Trubeckoj
(
Mosca, 15 aprile 1890 – Vienna, 25 giugno 1938)
How did you start studying linguistics and which of your professors influenced you the most?
I started as a child. I discovered phonology by myself, before prague, at the age of six. I remember things very well because actually my parents were teachers. They were school teachers from one place to another, therefore I can always locate my experience, at this point, between that age and that age. And thus I know that between the age of five and seven, around seven let's say, I solved a number of problems of French phonology, not knowing it and, of course, I didn't mention it to anybody: people would have thought I was crazy, because in those days, that a kid, seven years old, could ask such questions must have sounded ridiculous. Actually my mother would have understood, because she was pretty good at it, but I didn't know that, so I didn't mention it to anybody.
That's the way I started. Therefore, when later on I read the Prague things I said: "That's fine: they give me tools, they give me the principle of relevancy", which is just the principle with which I myself operated, but I had no names for it. I was happy to have a name. i could say: now, this is the way I operated when I was a child. My problem all my life has been the fact that I had been thinking about things before people gave me the words for it. i could not at the age of seven invent a word for phonology, but I could raise problems.
My first problem was: do I pronounce the same thing when I say [gaɲe] and [panje]? My answer was: I don't, "I" don't, but maybe other people confuse, and that's true. This is a sounding problem and it's being eliminated in French at the present and not the way I thought it would be, namely the way people did in Savoy, my native province: by confusing the [n] in favor of the [ɲ] sound([paɲe] just like [gaɲe]), but the reverse: they are saying [ganie] just like [panie], which is interesting, because the number of cases in which you have in French the succession /n/, /i/, is much more frequent than the situation when you have /g/, /n/, therefore it's economy. Economy is extended in that way. This is just a demonstration of the way I approached the problem.
And, of course, later on, when I read the Prague things, I said: "well, beautiful, they gave me the tools". So I established contacts with them and that's the way I worked. But I never was exactly in agreement with anybody specifically. I was very close to Trubeckoj. He was the closest to me, but at the same time Trubeckoj was, what I'm not, a mystical man, you see... Very strange. I knew that because I talked with his son-in-law: he told me he was a mystical man. And he operated with the notion of harmony, vowel-harmony, presenting a nice system, that would be the proof of the harmony. But to me harmony doesn't mean anything. It's economy.
You see, a system like that is what? It is never regular, it is just economical, because it takes advantage of all the combinations of different possibilities. That's the reason for which there would be an orientation in language to use it, because it is economical to re-use the system, but not beyond what is economical. In other words, you can observe that some combinations, some theoretically possible combinations, are no good, because they are too difficult to make or to maintain.

mercoledì 20 febbraio 2013

SPQR=TVB

La scrittura si è abbreviata, è un dato di fatto. Anche il mio amico Ricardo Madrid, che scriveva Condoricose, è stato fermo per tanto tempo, senza produrre post per il suo blog, tanto che adesso sulla sua pagina figura solo il simbolo dei lavori in corso. Ricardo è stato il primo da cui ho sentito questa riflessione: da Facebook in poi è più difficile scrivere testi lunghi.

E' vero: per comunicare bastano poche parole, ma giuste. Le 140 battute di Twitter mi hanno ricordato che la comunicazione funziona se evoca o esprime il non comune, il non detto, oppure il non detto prima così bene.
Ho avuto modo di riflettere di più su questi argomenti da quando, poco più di un mese fa, ho conosciuto #scritturebrevi, una iniziativa di riflessione e sperimentazione sulla lingua messa in campo da una mia autorevole amica, Francesca Chiusaroli, professore di Linguistica in tante università italiane, tornata recentemente a Macerata, dove insegna dal mese di ottobre. Qui trovate tutto quello che è stato detto e pensato sulle #scritturebrevi.

Volendo fare la sintesi della sintesi, potremmo dire che SPQR è come TVB e quindi non c'è da stupirsi o da scandalizzarsi per il nuovo linguaggio dei giovani.

Del resto, scrive Francesca Chiusaroli:
Chi l'ha detto che i linguaggi giovanili non hanno rispetto del passato?
Un sorriso vale più di mille parole
Il punto e virgola è a dir poco indispensabile ;-)
TVB è una frase "lapidaria".
Il cuore ♥ è un disegno universale.

La storia della scrittura continua nel tempo a mettere in atto i meccanismi che "funzionano". Brevità ed efficacia sono sicuramente tra questi, visto che il linguaggio risponde essenzialmente al principio economico del massimo rendimento con il minimo sforzo (dal punto di vista della comprensione, però, non della produzione, perché, come dice Mark Twain, potresti avere bisogno di più tempo, non di meno, per scrivere qualcosa di breve e di buono).
Ecco perché i linguaggi apparentemente destrutturati degli sms o dei tweet alla fine sono per tutti noi così familiari e naturali, anche se non li usiamo quotidianamente. Pensiamoci bene: anche il meno socialnetwork-informatizzato di noi capisce che ke è uguale a che, cmq sta per comunque (del resto abbiamo familiarità con i codici fiscali, no?), ma anche che il disegnino del cuore significa affetto e che l'icona :( indica tristezza. Allo stesso modo l'espressione beniiiissssiiiimooooo!!! consente di comprendere immediatamente l'atteggiamento positivo di chi la scrive. La parola di fatto si allunga, ma lo spazio occupato è sempre minore di quello che sarebbe necessario per esprimere lo stesso concetto con una perifrasi tradizionale.

Ho appreso la differenza tra iconico e icastico dalla storia dell'arte, ma trovo che nella lingua scritta queste due dimensioni possano fondersi naturalmente e, anche, che ci troviamo in un periodo storico in cui con estrema libertà ci si può esprimere attingendo da entrambe, e mescolandole: si può dare visibilità ai concetti usando le icone, ma anche profondità alle parole sfruttando la loro potenza evocativa.
Siamo più ricchi, almeno qui ;)

Anche: http://www.scritturebrevi.it/2013/03/04/spqrtvb/

lunedì 10 settembre 2012

ECCOLA, LA GUERRA


Quando è scoppiata la seconda guerra mondiale non ero nata, ma della guerra mi ricordo perché i suoi segni sono rimasti sul corpo di mio padre per tutta la vita.
Sono nata nel maggio del 1941 e nell’ottobre del ‘42 mio padre Celestino è partito per il fronte. Noi abitavamo al Morello, un paesino vicino a Sassoferrato. Io sono rimasta con mia madre Elisa e i nonni Agatina e Nazareno.
Mio padre ha vissuto uno dei drammi più profondi della seconda guerra mondiale: la campagna di Russia, il più importante teatro della guerra tra le potenze alleate e la Germania nazista. Quando la Germania dichiarò guerra all’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941, Mussolini decise che l'Italia non poteva essere estranea all’operazione Barbarossa e nell’estate del 1941 ordinò l'allestimento di un Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.) di circa 60.000 uomini. I tedeschi attaccarono l'URSS, convinti di potercela fare in cinque settimane, ma non fu così. Un anno dopo Mussolini inviò i rinforzi: l'ARMIR, l'ottava Armata Italiana in Russia, costituita da 229 mila uomini male armati. Compito degli italiani era conquistare Stalingrado e a settembre ebbe inizio la battaglia, ma alla metà di novembre gli italiani e i loro alleati furono accerchiati dalla controffensiva sovietica. Le divisioni italiane, in disperate condizioni fisiche e prive di equipaggiamento adatto ai rigori del clima, resistettero per quattro giorni, poi arretrarono e crearono una linea di difesa alcuni chilometri più a sud. Il 19 dicembre del '42 venne dato alle truppe italiane l'ordine di ripiegare. Ebbe inizio la drammatica ritirata dell'ARMIR. Il 26 gennaio, in piena ritirata, a Nikolajewka ci fu una sanguinosa battaglia e gli italiani riuscirono ad aprirsi un varco nello sbarramento sovietico e a proseguire la ritirata.
Mio padre aveva fatto il militare nel 1936. Era Romani Celestino, matricola 34065 e proveniva dal distretto reclute Orvieto - primo reggimento avieri Roma. Fu richiamato per la guerra il 6 ottobre 1942 con una lettera del colonnello Francesco Contuzzi, che era al comando del distretto militare di Ancona.
Lui non amava raccontare di quei mesi terribili, passati a camminare in mezzo alla neve, tra i corpi di soldati, di donne e di bambini morti, tra il freddo e la fame. Non mi ha mai detto di quale corpo facesse parte. So solo che era nella fanteria: quelli che andavano a piedi. Dai suoi pochi racconti ho capito che i soldati non sapevano dove sarebbero andati. Avevano scarpe e vestiti inadatti e per questo molti di loro morirono di freddo.
A lui andò meglio. Non morì. Riuscì a tornare, mezzo congelato e, una volta arrivato al confine italiano, fu portato all’ospedale di Bologna, dove, a causa del congelamento, gli furono amputate otto dita delle mani, il mignolo di un piede e una parte del naso. Da quel giorno mio padre, persona mite e sempre serena nonostante tutto quello che gli era capitato, prese l’abitudine di tenere le mani in tasca, o dietro la schiena. La grave menomazione alle mani, tuttavia, non gli impedì, in seguito, quando ci trasferimmo a Roma, di prendere la patente. Guidava una Fiat 600 modificata con un pomello che gli permetteva di afferrare il volante e con una prolunga che gli serviva ad arrivare al freno a mano anche senza le dita.
Quando tornò in Italia mia madre e mia nonna andarono a prenderlo in treno all’ospedale di Bologna e lo riportarono a casa. Poi mia madre restò incinta delle mie due sorelle gemelle: Silvana e Fausta, che nacquero nell’agosto 1944. Quando era di otto mesi, al Morello arrivarono i tedeschi. Devastarono le case, portarono via il bestiame e impiccarono sei partigiani lungo la strada del paese. Entrarono in casa mia e ci tagliarono le scarpe, comprese quelle del matrimonio di mia madre. Allora andammo come sfollati nella casa della sorella di papà, zia Antonia, che stava in un posto di campagna lontano dal paese. Quando i tedeschi arrivarono lì, videro mia madre con la pancia così grande e la portarono in ospedale per farla partorire, ma lei dopo qualche tempo, stanca di aspettare che le mie sorelle nascessero, prese il suo cuscino sottobraccio e tornò a casa a piedi. Camminò per nove chilometri e quando arrivò i tedeschi se n’erano andati, così le mie sorelle nacquero a casa nostra.
Dopo si ricominciò a vivere, piano piano.
Mio padre ricevette una croce al merito di guerra nell’anno 1954.

Nonna Marisa
per Giulia