Di Mimmo Candito
La Stampa del 26 agosto 2011
TRIPOLI
Due cose in alternativa: o che io e i quattro colleghi acquattati col cuore in gola sotto quel pick-up siamo più sfigati d’una civetta, per essere finiti in una trappola solitaria, oppure che quell’infernale incrocio di tiri di razzi e di cannonate dentro cui eravamo finiti senza nemmeno volerlo, nella piazza principale del quartiere di Abu Salim, diceva che la battaglia di Tripoli non è affatto terminata. Propenderei per la seconda ipotesi, e non per il cuore in gola: ma a Tripoli si fanno ancora ammazzare, sparandosi di brutto, e di brutto assai, gli uni e gli altri, anche se la guerra di Libia è ormai finita. Non è che i giornalisti vogliano sfidare la morte per fare gli eroi, ma in guerra si raccontano tante montagne di balle che, alla fine, se vuoi dare un senso alla tua presenza quaggiù (o a Baghdad, o a Kabul, o in un altro qualsiasi dannato posto dove si ammazzano e ti riempiono di falsità), allora ti tocca andare a vedere le cose con il tuo naso e i tuoi occhi.
E siccome ieri a Tripoli c’era un’aria assai più tranquilla dell’altro giorno, con assai meno cannonate nell’aria e meno scambi e sequele di sparatorie, allora era circolata l’informazione che la guerra «è over», che la città è tornata alla tranquillità d’ogni lontano giorno, e che resta soltanto il problema d’acchiappare Gheddafi ma è ormai questione di ore. Balle, appunto. Tutte balle, dove poi la colpa della tv è gigantesca: la televisione non è interessata alla «informazione» ma soltanto allo «spettacolo». E allora può accadere che, se in guerra pare scoppiare la pace, la tv ne dà subito la notizia, che è «in opposizione», perché colpisce d’impatto, di sorpresa; oppure al contrario: se non sta accadendo nulla di particolarmente significativo, ma ci sono alcuni scambi a fuoco, più che altro con l’aria vuota, per la presenza presunta di un cecchino, presenza che accende subito lo spirito guerriero dei combattenti, ecco che cameraman e fotografi si tuffano a pesce dentro lo show che gli si sta svolgendo davanti, e tutto quell’inutile cinema di sparatorie e di fughe per pararsi la pelle diventa lo «spettacolo della guerra».
Ed è quanto andava accadendo ieri: prima, per tutta la mattinata, con la «notizia» della pace, e poi, verso le due del pomeriggio, con le immagini della «guerra in tv», quando il presunto colpo di un cecchino da uno dei grattacieli che circondano l’albergo dei giornalisti ha scatenato le televisioni di mezzo mondo, che si sono trovate «la guerra» servita davanti agli occhi, senza nemmeno lasciare l’hotel, e hanno montato un cinema di telecamere impazzite, di appostamenti dietro muri e ripari improvvisati, e di inquadrature di soldati che sparano e risparano (ma all’aria vuota), che nemmeno Francis Ford Coppola con la sua apocalisse hollywoodiana.
La giornata era cominciata, come dicevo, con raffiche e cannonate sporadiche, assai rare. Ed ero allora tornato nel bunker di Gheddafi, a Bab al Aziziya, dove - in una autentica roccaforte di cemento - era rimasto asserragliato, almeno fino alla notte di ieri, l’ultimo grosso nucleo di militari gheddafiani. Però, quando ci sono arrivato, il compound era assolutamente muto sotto il sole infuocato del mezzogiorno, con fogliacei sparsi che folate di vento sollevavano nell’aria immobile e solo qualche guerrigliero che pareva andare a spasso con il suo pick-up gridando a tutta voce Allah u-Akbar!». Degli eroi gheddafiani, nemmeno un’ombra. Ne ho approfittato, allora, per arrivare fino al centro di quell’enorme complesso di bunker e casermoni, e ho trovato, nel piazzale circondato da bunker bassi e compatti, segnati soltanto dall’apertura di feritoie piccole e strette, l’ingresso di un tunnel, che cominciava con una discesa lenta e poi si perdeva sottoterra.
Ci sono entrato, era alto due metri che quasi lo toccavo con la testa, protetto da pareti di cemento e con il camminamento che poi tagliava ad angolo; per terra, tappeti coperti da polvere e ammassati in disordine, e qualche segno d’abbandono, come d’una fuga improvvisa. Ne ho seguito un lungo pezzo, poi, dopo una curva ad angolo retto che bloccava la poca luce che ancora filtrava dall’esterno alle mie spalle, mi sono trovato davanti a un lungo tratto di buio pesto con una lievissima lama di luce sullo sfondo. Non avevo con me la lampada; ho tentato qualche passo, ma toccavo con la scarpa forme e oggetti che non riuscivo a decifrare bene, e ho preferito piantarla lì, per paura di qualche trappola esplosiva. Non so davvero se Gheddafi fosse scappato lungo quel tunnel, ieri o in uno di questi giorni; comunque la resistenza di Bab al Aziziya era finita davvero, e ormai la battaglia s’era spostata altrove. Ci sono capitato, appunto, senza nemmeno volerlo, quando ho provato a traversare il quartiere di Abu Salim, un quartiere molto popolare, di case basse e di larghi vialoni che si distende nella periferia meridionale di Tripoli, a ridosso del muraglione del primo anello di Bab al Aziziya.
E lì ho dovuto vedere che la battaglia di questi giorni non era affatto finita: arrivato nella piazza del quartiere, dove una ventina di cadaveri stavano stesi sul prato, ma con le mani legate dietro la schiena, giustiziati con inutile ferocia, stavo guardando con qualche stupore i grandi stendardi verdi - quelli di Gheddafi - che ancora sventolavano indisturbati nell’aria lenta dei 40 gradi all’ombra, quando è cominciato il tiro al piccione su noi cinque poveri sventurati senza bandiera. Ci è andata bene, e che fortuna abbiamo avuto. Ma quello che conta è che dunque la battaglia andava avanti, e anzi cominciava a rivelare un suo chiaro impianto tattico: che le forze del Colonnello si vanno muovendo con una linea volta a Sud, ritirandosi progressivamente lungo una dorsale che da Tripoli - e dal bunker e da Abu Simbel - finisce nella lontana oasi di Sabha, altro territorio interamente lealista. Come finirà, nessuno può dirlo.
La resistenza del Colonnello (che ieri ha di nuovo incitato i suoi alla lotta, con un durissimo radiomessaggio) gli fornisce ulteriore peso negoziale, nella trattativa clandestina che incrocia i morti inutili e innocenti di questa guerra. Tutte le guerre si fanno sulla pelle di chi ci muore e sulle fortune di chi ci costruisce traffici e affari. Quella di Libia, che è finita anche se va avanti, è come tutte le altre. «Speriamo che la libertà ci aiuti», diceva uno dei tanti tripolini che ieri pomeriggio, finalmente, dopo 42 anni di silenzio, era tornato in strada a far festa. Aveva non solo parole ma anche occhi, di speranza. Vorrei incontrarlo di nuovo tra un paio d’anni, e chiedergli com’è andata.
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venerdì 26 agosto 2011
CHIUSI IN UN RIPOSTIGLIO IN ATTESA DELLA MORTE
"Quando si sono accorti che
il nostro autista Almadhi era
berbero l’hanno trascinato
fuori dal pick-up e l’hanno
ammazzato con una raffica
di Kalashnikov a un metro
di distanza da me"
DOMENICO QUIRICO
La Stampa del 26 agosto 2011
TRIPOLI
Parlava male l’inglese, Almadhi: poche parole e ne soffriva perché era chiaro che avrebbe voluto conoscerci, aveva da raccontarci chissà quante storie del suo paese piagato, costretto ad una guerra tra fratelli. «Nessun problema» ripeteva, a ogni salto sulla strada che conduceva su per la montagna a Zintan, il suo paese, «colpa di Gheddafi» e rideva felice che avessimo capito. Si illuminava anche per le parole italiane che conosceva: motore cambio cabina sterzo differenziale… il glossarietto dell’automobile e dei suoi pezzi, tutto quello che abbiamo lasciato quaggiù in mezzo secolo di colonialismo straccione, briciole della lingua di Dante e di Ariosto. Con altri veleni ed altri guai.
A Zintan si è fermato per presentarci la sua famiglia, orgoglioso come si fa anche da noi tra la gente di montagna, brusca, un po’ selvatica che ha solo questi come gioielli, affetti orgoglio passioni che nascono tra le mura di casa. Il padre che non amava la gente di Tripoli, i cittadini così complicati, così avidi, responsabili per le loro passioni e i loro intrighi della tragedia in corso. E solo adesso posso capire fosse quasi una premonizione. Ci ha mostrato la sua collezione con orgoglio la sua collezione de «le vie dell’aria», pubblicazione degli Anni Trenta che celebrava i fasti di Balbo e dell’ala littoria, «copia in abbonamento per il municipio di Tripoli...»; antichi fogli, quasi intonsi di una Storia scomparsa. E poi i figli e il fratello, stregati davanti a computer, a osservare filmati della lotta tra rivoluzionari e gheddafisti, che sembrano un videogioco e invece sono guerra vera.
Almadhi era un uomo di fede: rispettava al minuto il ramadan, il periodo di digiuno espiazione e preghiera che finirà tra una settimana; anche se la via era lunga e la stanchezza cresceva, l’ho visto pregare davanti a me con la semplicità degli umili, senza enfasi come si compiono gli atti importanti della vita. Al mattino al momento di partire per Tripoli, l’ultimo balzo quaranta chilometri un’ora appena sembrava ancora incerto: mancava la ruota di scorta, la benzina che non si trovava nei banchetti lungo la via (travasata con le bottiglie! In questo paese che è gonfio di petrolio come un otre…). Poi alla fine ha detto sì: perché era coscienzioso, voleva portare a termine il suo lavoro, aveva preso un impegno con noi e sarebbe stato ingiusto tirarsi indietro. Almadhi è morto. Lo hanno ammazzato con una raffica di mitra a un metro da me in una sudicia via di un quartiere di Tripoli, Abu Salim, ancora sotto il controllo degli uomini di Gheddafi, che costeggia i ruderi del suo posto di comando, verso l’aeroporto.
I miliziani sono sbucati fuori e hanno costretto l’auto a deviare, eravamo finiti sulla prima linea della battaglia, ci hanno inghiottito nel loro territorio. Ha capito subito che non ce l’avrebbe fatta «mi ammazzano mi ammazzano…» e ha cominciato a pregare. Aveva un mitra sull’auto, come tutti per sicurezza. Hanno letto sul suo passaporto che veniva da Zintan: città berbera, ribelle, indomabile che ha fatto penare e sputar sangue agli uomini del raiss, da dove la marcia su Tripoli è rotolata fino a qui come un bufera. È caduto nella polvere che ha ingoiato la sua candida jellabah bianca. Non so se è ancora là, in quella strada con altri cadaveri di giustiziati e di morti che ho intravisto nelle strade laterali. A un chilometro, non più, dalla piazza verde, dove l’ebbrezza dei rivoluzionari «vittoriosi» celebrava a raffiche di mitraglia la «conquista» della capitale e qualche banchetto vendeva già i souvenir gli elmetti la buffetteria pallottole inesplose, la bava della battaglia; il «balcone» dei torrenziali proclami della Guida suprema sembrava chiuso per sempre accanto al bassorilievo di San Giorgio che da un secolo continua a uccidere il drago, i trecento metri del ritratto di Gheddafi insudiciavano la polvere della piazza.
Sul grande boulevard Omar al Muktar, il martire libico della lotta antiitaliana con cui con ipocrita furore il Colonnello ci ha costretti a un rimorso cieco, a non vedere i suoi delitti e i suoi sprechi di satrapo; i semafori e gli indicatori del tempo di attesa tra rosso e verde: venti dieci cinque secondi… avevano ripreso a funzionare. Un vecchio in tre parole mi aveva appena fatto la sintesi perfetta della storia libica: «questa piazza prima si chiamava piazza dei Martiri, poi Gheddafi l’ha ribattezzata la piazza verde da oggi si chiama di nuovo la piazza dei Martiri». E non c’era da aggiungere altre parole. Almadhi è morto e io sono vivo. Io tornerò a casa avrò persone che saranno felici di rivedermi, che mi abbracceranno, a cui raccontare come l’abbiamo scampata; saremo felici dobbiamo essere egoisticamente felici. Come non potrebbe essere così? Invece a Zintan, un posto ignoto e povero sulla montagna libica che ha avuto bisogno di una guerra fratricida per diventare celebre ci sono adesso domani tra un mese tra un anno un padre, uomini donne bambini che non potranno farlo: che non si siederanno sui tappeti della stanza buona a farsi raccontare come «papà è stato bravo ad andare a Tripoli», e che le bandiere rosse verdi e nere della rivoluzione anche lì sono ovunque e garriscono felici in attesa che finisca il ramadan e che scoppi la festa della fine del digiuno e dell’espiazione e della vittoria.
Lui è morto e io sono vivo: in queste sillabe è scritta la sentenza della mia colpa. È morto perché io volevo andare in un posto in cui non bisognava andare, attraversare un quartiere vietato, perché mi servivano dieci venti righe in più in un pezzo, un pizzico di «colore». Perché dire quello che si sillaba in questi casi: che era lì volontariamente che era stato pagato, che era libico e doveva sapere... Non c’è nella storia umana responsabilità senza colpa e non c’è colpa che non chieda espiazione. La mia, la nostra sarà di salire oggi forse, domani probabilmente quando la strada sarà più sicura risalire quella montagna entrare in quella casa, sedermi sullo stesso divano e guardare il volto gli occhi il dolore di quel vecchio solido come un olivo antico, di quei ragazzi, il loro dolore.
L’uomo che voleva ammazzarmi, come Almadhi, non saprò mai come si chiama, mi ha sputato addosso sul pick up dove ci avevano caricato mentre altri, i suoi commilitoni, metà in divisa mezzi in borghese libici e non (i famosi mercenari africani dunque esistono e si battono ancora, Gheddafi ha speso bene i suoi petrodollari) colpivano alla cieca in preda al meccanismo terribile del linciaggio, del massacro. Era grasso. Sudato. Non dimenticherò mai i suoi occhi, due fessure attraverso cui l’odio sfuggiva come una piena. C’era in quegli occhi, in quel furore tutta la storia di questa guerra infame e intricata: la rabbia impotente di chi ha perso, che ha visto sbriciolarsi in pochi mesi la sua Storia, il suo mondo i suoi sogni. Che sa che quando sarà dall’altra parte, lui disarmato davanti ad altri uomini armati, libici come lui, gli grideranno le stesse parole, assassino servo di Gheddafi mercenario… e morirà in una raffica perché questa è una guerra tribale e non ci sono speranze per i vinti, non ci sono regole di buona condotta combattenti che fanno il saluto a chi si è battuto con coraggio, non c’è perdono e resurrezione.
I due che mi hanno salvato la vita invece li conosco per nome, non li scrivo perché loro sono ancora di là, nella grande zona della città dove sventolano come se nulla fosse le bandiere verdi del colonnello e i grandi ritratti dei suoi costosi trionfi, gli anniversari innumerevoli non sono sfregiati da nessuna pallottola assassina da nessun piccone vendicatore. Sono entrambi poco più che ventenni, vestono come i ragazzi di tutto il mondo, non portavano armi ma sembravano godere di una enorme autorità anche su coloro che invece spianavano i mitra e l’odio. Non ci avevano mai visti prima non avevano alcuna ragione per assumere per noi scomodi pericoli, responsabilità, nessun vantaggio di alcun tipo ne sarebbe loro venuto né soldi che già ci avevano portato via con i documenti i telefoni satellitari i computer i passaporti. Non eravamo per loro né un salvacondotto né un ostaggio: perché non volevano disertare o passare con gli altri, perché quando quelli arriveranno in quel quartiere davanti alle loro case non potremo essere lì a ricordar loro che sono dei giusti che hanno saputo spezzare quel pane fragrante e difficile da far lievitare qui e ovunque corrono guerra odio volontà di sopravvivere, che è quello della pietà umana della fraternità per chi è in pericolo, della Bontà.
Per questo hanno convinto gli aspiranti giustizieri già con il proiettile in canna, il dito sul grilletto a desistere, ad attendere. Sono riusciti a chiuderci nello sgabuzzino della casa di uno di loro mentre fuori passava e ripassava la battaglia, per toglierci dalla vista. E ci hanno custoditi difesi quando i miliziani ci hanno tirato fuori dal ripostiglio e annunciavano di volerci ammazzare lì, in strada davanti al loro comando. Non sono vittima della sindrome di Stoccolma, la riconoscenza non mi chiude gli occhi e non mi fa succube di chi mi ha salvato. Ma quei due ragazzi mi hanno insegnato praticando negli atti la carità che è la vera, unica forma che assume il divino nel mondo, che non ci sono qui buoni e cattivi divisi da una linea da un fronte da una causa da una bandiera. Sono mescolati tra gli uni e gli altri forse soffocati e zittiti dalla grande nube di odio e di dolore in cui si agitano, ma che il loro senso di giustizia di onore è sempre lì pronto ad affiorare e a manifestarsi.
Ci hanno portati in casa per la notte, custoditi sfamati offerto il telefonino perché chiamassimo l’Italia. La televisione, Al Jazeera trasmetteva le notizie e le immagini della guerra, della liberazione di Tripoli. E loro vedevano sullo schermo l’altra metà dello specchio, le strade i vicoli le trincee i balconi da cui partivano i colpi che brancolavano nell’aria per ucciderli. Riconoscevano quelli che fino a sei mesi fa erano loro amici e vicini di casa e che ora sono dall’altra parte. Qui i legami di tribù di clan sono forti; ma quando il momento della resa dei conti verrà, stavolta forse non potranno riconoscersi stringersi di nuovo la mano. Un vicino che era venuto per chiacchierare e conoscerci, i «sahaffia» i giornalisti prigionieri, ci ha fatto una domanda mentre sullo schermo Sarkozy prometteva altre bombe: io sono libico, un uomo qualunque non sono mai andato in Francia Inghilterra Italia a bombardare... Perché siete qui, perché lo fate nel mio Paese?».
Abbiamo taciuto. Forse dovremo rispondere a questa domanda, subito. Ora. Se non è già troppo tardi. Nel cortile della casa dove eravamo rinchiusi in due gabbiette alcuni uccellini riempivano l’aria del loro canto, indifferenti alle granate al miagolare delle mitragliatrici al rombo dei razzi. Mi è venuta la certezza che non sarei stato ucciso fino a quando quel canto non si fosse interrotto. Ieri mattina quando siamo usciti dalla casa e i due ragazzi ci hanno portato fino al primo posto di controllo del «nemico», dei rivoluzionari, gli uccellini cantavano ancora.
Audio: VIVI GRAZIE A QUEI DUE RAGAZZI SCONOSCIUTI
Audio: QUIRICO RACCONTA LE ORE DI PAURA E IL SALVATAGGIO
Video: QUIRICO AL TG1: COSI' CI HANNO SALVATO LA VITA
il nostro autista Almadhi era
berbero l’hanno trascinato
fuori dal pick-up e l’hanno
ammazzato con una raffica
di Kalashnikov a un metro
di distanza da me"
DOMENICO QUIRICO
La Stampa del 26 agosto 2011
TRIPOLI
Parlava male l’inglese, Almadhi: poche parole e ne soffriva perché era chiaro che avrebbe voluto conoscerci, aveva da raccontarci chissà quante storie del suo paese piagato, costretto ad una guerra tra fratelli. «Nessun problema» ripeteva, a ogni salto sulla strada che conduceva su per la montagna a Zintan, il suo paese, «colpa di Gheddafi» e rideva felice che avessimo capito. Si illuminava anche per le parole italiane che conosceva: motore cambio cabina sterzo differenziale… il glossarietto dell’automobile e dei suoi pezzi, tutto quello che abbiamo lasciato quaggiù in mezzo secolo di colonialismo straccione, briciole della lingua di Dante e di Ariosto. Con altri veleni ed altri guai.
A Zintan si è fermato per presentarci la sua famiglia, orgoglioso come si fa anche da noi tra la gente di montagna, brusca, un po’ selvatica che ha solo questi come gioielli, affetti orgoglio passioni che nascono tra le mura di casa. Il padre che non amava la gente di Tripoli, i cittadini così complicati, così avidi, responsabili per le loro passioni e i loro intrighi della tragedia in corso. E solo adesso posso capire fosse quasi una premonizione. Ci ha mostrato la sua collezione con orgoglio la sua collezione de «le vie dell’aria», pubblicazione degli Anni Trenta che celebrava i fasti di Balbo e dell’ala littoria, «copia in abbonamento per il municipio di Tripoli...»; antichi fogli, quasi intonsi di una Storia scomparsa. E poi i figli e il fratello, stregati davanti a computer, a osservare filmati della lotta tra rivoluzionari e gheddafisti, che sembrano un videogioco e invece sono guerra vera.
Almadhi era un uomo di fede: rispettava al minuto il ramadan, il periodo di digiuno espiazione e preghiera che finirà tra una settimana; anche se la via era lunga e la stanchezza cresceva, l’ho visto pregare davanti a me con la semplicità degli umili, senza enfasi come si compiono gli atti importanti della vita. Al mattino al momento di partire per Tripoli, l’ultimo balzo quaranta chilometri un’ora appena sembrava ancora incerto: mancava la ruota di scorta, la benzina che non si trovava nei banchetti lungo la via (travasata con le bottiglie! In questo paese che è gonfio di petrolio come un otre…). Poi alla fine ha detto sì: perché era coscienzioso, voleva portare a termine il suo lavoro, aveva preso un impegno con noi e sarebbe stato ingiusto tirarsi indietro. Almadhi è morto. Lo hanno ammazzato con una raffica di mitra a un metro da me in una sudicia via di un quartiere di Tripoli, Abu Salim, ancora sotto il controllo degli uomini di Gheddafi, che costeggia i ruderi del suo posto di comando, verso l’aeroporto.
I miliziani sono sbucati fuori e hanno costretto l’auto a deviare, eravamo finiti sulla prima linea della battaglia, ci hanno inghiottito nel loro territorio. Ha capito subito che non ce l’avrebbe fatta «mi ammazzano mi ammazzano…» e ha cominciato a pregare. Aveva un mitra sull’auto, come tutti per sicurezza. Hanno letto sul suo passaporto che veniva da Zintan: città berbera, ribelle, indomabile che ha fatto penare e sputar sangue agli uomini del raiss, da dove la marcia su Tripoli è rotolata fino a qui come un bufera. È caduto nella polvere che ha ingoiato la sua candida jellabah bianca. Non so se è ancora là, in quella strada con altri cadaveri di giustiziati e di morti che ho intravisto nelle strade laterali. A un chilometro, non più, dalla piazza verde, dove l’ebbrezza dei rivoluzionari «vittoriosi» celebrava a raffiche di mitraglia la «conquista» della capitale e qualche banchetto vendeva già i souvenir gli elmetti la buffetteria pallottole inesplose, la bava della battaglia; il «balcone» dei torrenziali proclami della Guida suprema sembrava chiuso per sempre accanto al bassorilievo di San Giorgio che da un secolo continua a uccidere il drago, i trecento metri del ritratto di Gheddafi insudiciavano la polvere della piazza.
Sul grande boulevard Omar al Muktar, il martire libico della lotta antiitaliana con cui con ipocrita furore il Colonnello ci ha costretti a un rimorso cieco, a non vedere i suoi delitti e i suoi sprechi di satrapo; i semafori e gli indicatori del tempo di attesa tra rosso e verde: venti dieci cinque secondi… avevano ripreso a funzionare. Un vecchio in tre parole mi aveva appena fatto la sintesi perfetta della storia libica: «questa piazza prima si chiamava piazza dei Martiri, poi Gheddafi l’ha ribattezzata la piazza verde da oggi si chiama di nuovo la piazza dei Martiri». E non c’era da aggiungere altre parole. Almadhi è morto e io sono vivo. Io tornerò a casa avrò persone che saranno felici di rivedermi, che mi abbracceranno, a cui raccontare come l’abbiamo scampata; saremo felici dobbiamo essere egoisticamente felici. Come non potrebbe essere così? Invece a Zintan, un posto ignoto e povero sulla montagna libica che ha avuto bisogno di una guerra fratricida per diventare celebre ci sono adesso domani tra un mese tra un anno un padre, uomini donne bambini che non potranno farlo: che non si siederanno sui tappeti della stanza buona a farsi raccontare come «papà è stato bravo ad andare a Tripoli», e che le bandiere rosse verdi e nere della rivoluzione anche lì sono ovunque e garriscono felici in attesa che finisca il ramadan e che scoppi la festa della fine del digiuno e dell’espiazione e della vittoria.
Lui è morto e io sono vivo: in queste sillabe è scritta la sentenza della mia colpa. È morto perché io volevo andare in un posto in cui non bisognava andare, attraversare un quartiere vietato, perché mi servivano dieci venti righe in più in un pezzo, un pizzico di «colore». Perché dire quello che si sillaba in questi casi: che era lì volontariamente che era stato pagato, che era libico e doveva sapere... Non c’è nella storia umana responsabilità senza colpa e non c’è colpa che non chieda espiazione. La mia, la nostra sarà di salire oggi forse, domani probabilmente quando la strada sarà più sicura risalire quella montagna entrare in quella casa, sedermi sullo stesso divano e guardare il volto gli occhi il dolore di quel vecchio solido come un olivo antico, di quei ragazzi, il loro dolore.
L’uomo che voleva ammazzarmi, come Almadhi, non saprò mai come si chiama, mi ha sputato addosso sul pick up dove ci avevano caricato mentre altri, i suoi commilitoni, metà in divisa mezzi in borghese libici e non (i famosi mercenari africani dunque esistono e si battono ancora, Gheddafi ha speso bene i suoi petrodollari) colpivano alla cieca in preda al meccanismo terribile del linciaggio, del massacro. Era grasso. Sudato. Non dimenticherò mai i suoi occhi, due fessure attraverso cui l’odio sfuggiva come una piena. C’era in quegli occhi, in quel furore tutta la storia di questa guerra infame e intricata: la rabbia impotente di chi ha perso, che ha visto sbriciolarsi in pochi mesi la sua Storia, il suo mondo i suoi sogni. Che sa che quando sarà dall’altra parte, lui disarmato davanti ad altri uomini armati, libici come lui, gli grideranno le stesse parole, assassino servo di Gheddafi mercenario… e morirà in una raffica perché questa è una guerra tribale e non ci sono speranze per i vinti, non ci sono regole di buona condotta combattenti che fanno il saluto a chi si è battuto con coraggio, non c’è perdono e resurrezione.
I due che mi hanno salvato la vita invece li conosco per nome, non li scrivo perché loro sono ancora di là, nella grande zona della città dove sventolano come se nulla fosse le bandiere verdi del colonnello e i grandi ritratti dei suoi costosi trionfi, gli anniversari innumerevoli non sono sfregiati da nessuna pallottola assassina da nessun piccone vendicatore. Sono entrambi poco più che ventenni, vestono come i ragazzi di tutto il mondo, non portavano armi ma sembravano godere di una enorme autorità anche su coloro che invece spianavano i mitra e l’odio. Non ci avevano mai visti prima non avevano alcuna ragione per assumere per noi scomodi pericoli, responsabilità, nessun vantaggio di alcun tipo ne sarebbe loro venuto né soldi che già ci avevano portato via con i documenti i telefoni satellitari i computer i passaporti. Non eravamo per loro né un salvacondotto né un ostaggio: perché non volevano disertare o passare con gli altri, perché quando quelli arriveranno in quel quartiere davanti alle loro case non potremo essere lì a ricordar loro che sono dei giusti che hanno saputo spezzare quel pane fragrante e difficile da far lievitare qui e ovunque corrono guerra odio volontà di sopravvivere, che è quello della pietà umana della fraternità per chi è in pericolo, della Bontà.
Per questo hanno convinto gli aspiranti giustizieri già con il proiettile in canna, il dito sul grilletto a desistere, ad attendere. Sono riusciti a chiuderci nello sgabuzzino della casa di uno di loro mentre fuori passava e ripassava la battaglia, per toglierci dalla vista. E ci hanno custoditi difesi quando i miliziani ci hanno tirato fuori dal ripostiglio e annunciavano di volerci ammazzare lì, in strada davanti al loro comando. Non sono vittima della sindrome di Stoccolma, la riconoscenza non mi chiude gli occhi e non mi fa succube di chi mi ha salvato. Ma quei due ragazzi mi hanno insegnato praticando negli atti la carità che è la vera, unica forma che assume il divino nel mondo, che non ci sono qui buoni e cattivi divisi da una linea da un fronte da una causa da una bandiera. Sono mescolati tra gli uni e gli altri forse soffocati e zittiti dalla grande nube di odio e di dolore in cui si agitano, ma che il loro senso di giustizia di onore è sempre lì pronto ad affiorare e a manifestarsi.
Ci hanno portati in casa per la notte, custoditi sfamati offerto il telefonino perché chiamassimo l’Italia. La televisione, Al Jazeera trasmetteva le notizie e le immagini della guerra, della liberazione di Tripoli. E loro vedevano sullo schermo l’altra metà dello specchio, le strade i vicoli le trincee i balconi da cui partivano i colpi che brancolavano nell’aria per ucciderli. Riconoscevano quelli che fino a sei mesi fa erano loro amici e vicini di casa e che ora sono dall’altra parte. Qui i legami di tribù di clan sono forti; ma quando il momento della resa dei conti verrà, stavolta forse non potranno riconoscersi stringersi di nuovo la mano. Un vicino che era venuto per chiacchierare e conoscerci, i «sahaffia» i giornalisti prigionieri, ci ha fatto una domanda mentre sullo schermo Sarkozy prometteva altre bombe: io sono libico, un uomo qualunque non sono mai andato in Francia Inghilterra Italia a bombardare... Perché siete qui, perché lo fate nel mio Paese?».
Abbiamo taciuto. Forse dovremo rispondere a questa domanda, subito. Ora. Se non è già troppo tardi. Nel cortile della casa dove eravamo rinchiusi in due gabbiette alcuni uccellini riempivano l’aria del loro canto, indifferenti alle granate al miagolare delle mitragliatrici al rombo dei razzi. Mi è venuta la certezza che non sarei stato ucciso fino a quando quel canto non si fosse interrotto. Ieri mattina quando siamo usciti dalla casa e i due ragazzi ci hanno portato fino al primo posto di controllo del «nemico», dei rivoluzionari, gli uccellini cantavano ancora.
Audio: VIVI GRAZIE A QUEI DUE RAGAZZI SCONOSCIUTI
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UN BRUTTO PRESENTIMENTO, POI TUTTO E' CROLLATO SU DI NOI
di Claudio Monici
Avvenire del 26 agosto 2011
La strada si è fatta improvvisamente larga e silenziosa. Da una parte il lungo muro che costeggia il compound di Bab al-Azizia, a Tripoli, dall’altra un quartiere popolare di case basse. Il nostro pick-up correva veloce su un tappeto di bossoli, pietre e detriti: i resti della battaglia. Nessuno, ma proprio nessuno, intorno: solo sporadici colpi che tagliavano l’aria e la nostra concentrazione. Sentivamo, tutti, che qualcosa stava succedendo. Che il nostro viaggio, così ricco di segnali e presagi fin dall’inizio, ci stava portando al cuore di questa guerra. Ed è stato quel silenzio che l’ha rivelata a me.
Avevo negli occhi e negli orecchi i colori e l’euforia chiassosa di Piazza Verde dove eravamo stati poco prima per assistere ai festeggiamenti della “presa di Tripoli” da parte dei ribelli. Raffiche in aria, caroselli di mezzi militari, gli slogan urlati a tutta voce: «Libia libera, Libia libera». Quando ci siamo rimessi in viaggio, e la strada si è aperta in un vialone spettrale, quel silenzio mi ha subito gelato. Una sensazione forte, chiarissima. Perfettamente riconoscibile da chi fa questo mestiere. È esattamente in quel momento che ho capito: eravamo in pericolo, dovevamo tornare indietro. Questione di attimi: pochi metri di asfalto. Troppo pochi per riuscire a suggerire al nostro autista di fermarsi immediatamente, invertire la marcia.
Poi è successo tutto velocemente, come in un flash. Poco più avanti, in una postazione nascosta dietro un muretto, ho scorto delle figure che si muovevano lentamente. Ho visto le divise verdi, l’emblema su un berretto dell’Esercito libico. Mi sono detto: ecco, siamo passati dall’altra parte. In una manciata di secondi la nostra macchina è stata spinta in un angolo, siamo stati circondati da uomini in abiti civili, quasi tutti armati, e poi uomini in divisa. Erano tanti. Urlavano. Urlavano tutti. Ci hanno tirato fuori dalla macchina, malmenati. Hanno cominciato a toglierci di dosso tutto quello che avevamo. Un mattatoio: mi sono sentito dentro un mattatoio. È arrivata un’altra macchina, un pick-up, di quelli con un cassone dietro semi-chiuso. Ci hanno spinti lì dentro: noi quattro giornalisti e il nostro autista. La macchina si è mossa, ha percorso cento metri. E si è fermata contro un muro. Altre persone ci hanno circondato: alcuni sporchi di sangue raggrumato, o con grossi cerotti sul volto. Hanno cominciato a insultarci. «Italiani!», «Berlusconi!», «Nato!». Infilavano le braccia e le canne dei fucili nel portellone per cercare di tirarci giù da lì. Il collega del Corriere è stato colpito forte in volto. Qualcuno intanto cercava di spostare il nostro automezzo, liberarlo da quell’assedio. Ma ci attendeva solo il peggio.
Al Maadi, il nostro autista, l’avevo contattato in marzo durante il mio precedente viaggio. Era di Zintan (sud di Tripoli). Stava con noi dal giorno prima: ci aveva accompagnato da Djerba, in Tunisia, fino a lì, e durante il viaggio avevamo fatto tappa da alcuni suoi familiari: eravamo stati accolti con amicizia, rifocillati. L’autista ci aveva chiesto di poter passare, il giorno dopo, in un piccolo villaggio sulla strada per poter salutare i suoi genitori. Lo aveva detto con un tono intenso: più un presentimento che una richiesta. Era un uomo di esperienza, sulla sessantina. Che conosceva bene il suo mestiere e conosceva bene il suo Paese: per questo teneva, fedele compagno di viaggio, un Kalashnikov a fianco del sedile. Non gli è servito, però, in quel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Forse tra la gente della tribù sbagliata. Forse, più semplicemente, tra gente sbagliata.
Dentro quel cassone, dentro quell’inferno, sentivo la sua spalla accanto alla mia. Tenevamo tutti e due la testa bassa. Mi sono girato verso di lui, ma solo un poco, perché stava mormorando qualcosa. Stava pregando. Sapeva che stava per morire, lo sentiva. L’hanno trascinato giù.
Ricordo due raffiche, alle spalle di uomo inerme, lì, in piedi. La prima l’ha costretto in ginocchio, le braccia in alto. La seconda l’ha schiantato a terra, a faccia in giù.
Mi sono sentito inutile, impotente. Ho pensato, con una strana freddezza, che adesso sarebbe toccato a noi. E invece.
Invece la macchina è ripartita. Per tornare, però, quasi allo stesso punto: non sapevano nemmeno loro cosa fare di noi, dove mandarci. Ci siamo ritrovati fermi a una cinquantina di metri da lì, in una viuzza dove c’erano alcune persone sedute sotto un albero. Ci hanno fatto scendere, ordinato di entrare in una specie di garage aperto con un grande cancello verde. Da lì, ci hanno indicato la porta che conduceva a un ripostiglio: un bugigattolo due metri per due con una grata in alto che dava sull’esterno.
Ci siamo seduti: per terra, su uno pneumatico, sopra una tanica di benzina piena. Dalla finestrella si percepivano, vicinissime, discussioni e urla concitate. Ho capito che quelli di fuori volevano noi, la nostra pelle, mentre altri valutavano diverse e forse più convenienti possibilità. Liti continue sul nostro destino che hanno segnato tutta questa esperienza, dall’inizio alla fine. Liti in arabo ma perfettamente comprensibili anche a noi, e comunque ben “rappresentate” in quel bugigattolo: qualcuno ci ha portato acqua e biscotti, qualcuno ha sputato attraverso la grata.
Siamo rimasti accucciati in quello sgabuzzino per tre ore, mentre fuori, sulla strada, infuriava la battaglia. Sentivamo i proiettili fischiare lì accanto, come il cinguettio di tanti uccellini. Colpi di artiglieria pesante facevano tremare i muri.
Verso sera, saranno state le sei, un tizio ci ha chiesto se avessimo bisogno del bagno. Ci hanno portati in una casa privata lì accanto. Mentre stavamo tornando verso il nostro sgabuzzino, sono arrivati nel cortile davanti al garage due grossi pick-up carichi di uomini armati in divisa. Facce che dicevano tutto, e niente di buono. Hanno cominciato a parlare con le persone che ci tenevano in quell’edificio e che, pur essendo in abiti civili e non armati, si rivolgevano loro con autorevolezza. Ho pensato a un elemento di superiorità tribale. Ho pensato che questi che ci avevano “custoditi” sinora fossero, forse, notabili del quartiere, comunque autorità.
La discussione si è protratta per un po’. Poi ci hanno caricati su un furgoncino: mi ricordo solo di aver messo i piedi su una grossa chiazza di sangue fresco. Ci hanno portato cento metri più avanti e lì ci siamo imbattuti in una postazione lealista con un pick-up caricato con la contraerea che ha sparato in direzione di Tripoli. Così l’autista ha fatto inversione a U, ritrovandoci molto vicini al garage da cui eravamo stati spostati. Lì, dopo una svolta, c’è una sorta di comando militare. Ci hanno spiegato in qualche modo che dovevamo essere interrogati da un generale per il fatto di essere entrati illegalmente nel paese. Eravamo entrati in Libia dal confine tunisino, controllato dagli insorti.
Stavamo ancora nel camioncino. Ho girato il volto verso il finestrino aperto e un pugno mi ha sfiorato lo zigomo. Ho concentrato lo sguardo per cercare di capire chi l’avesse sferrato, ma il responsabile si era già spostato più in là, e quello spazio, lì a pochi centimetri dal mio naso, era stato riempito dai due occhi stupiti e a me così familiari. Quel volto vibrante, luminoso, già visto tante altre volte in Africa – in Sierra Leone, in Eritrea, in Somalia –, o a Lampedusa. «Sorry». Il giovane mercenario mi ha chiesto scusa. Per quello che mi stava accadendo e forse anche solo per il fatto di essere lì, pagato e sfruttato dalla follia del regime.
E poi ancora, più in là, eccone un altro. Indossava una divisa nuovissima, senza una piega. Sotto, una maglietta del Milan. Uno dei miei colleghi l’ha indicata, ha sorriso. Un tentativo di allentare la tensione. Il ragazzo – non aveva vent’anni – ho cominciato in fretta a tirare fuori decine di pallottole dalle tasche della sua giacca militare fiammante. L’ha lisciata un pochino con le mani. E ha fatto per togliersela: voleva regalarcela. Pensava avessimo indicato quella, non la maglia del Milan. Pensava ci piacesse la sua bellissima giubba nuova. Ed era pronto a darcela, in un gesto impensabile di gratitudine verso il nostro Paese.
Abbiamo ringraziato con un cenno del capo. E siamo usciti da quella bolla così incredibile, così lontana da tutto il resto, solo quando un civile, sui trent’anni, che stava su una macchina più avanti, dopo aver confabulato con i militari – mi è parso di sentir citare l’hotel Rixos – si è avvicinato a noi. «Venite con me», ha detto in inglese. Tono neutro, per nulla minaccioso. «Vi porto a casa mia, stiamo un po’ a casa mia».
Siamo scesi dalla macchina e, lui davanti e noi dietro, abbiamo fatto duecento metri a piedi per raggiungere la sua abitazione. Il giovane ci ha detto di stare tranquilli: «Finché siete qui dentro non vi succederà nulla». Ha preso il telefono e fatto qualche telefonata. Ha parlato con la fidanzata. Con alcuni amici.
La situazione era piuttosto calma, rilassata. Ho sentito di poterlo fare e l’ho fatto. Gliel’ho chiesto: «Posso usare il telefono per chiamare in Italia?». Con gentilezza me l’ha porto. «Nessun problema». Ho chiamato Avvenire.
Siamo rimasti a casa di questo giovane un altro po’. Poi, sempre a piedi nella via deserta, costeggiata da acacie spelacchiate, siamo tornati nell’appartamento dove nel pomeriggio ci era stato consentito di andare in bagno. L’uomo ci ha accompagnati in una stanza dove c’erano alcuni materassi appoggiati a terra. «State tranquilli – ci ha detto –. Siete in mani sicure. Non vi succederà niente. Potremmo lasciarvi andare, ma se provate a uscire da qui, quelli fuori vi ammazzano immediatamente».
Altri uomini ci hanno portato da mangiare. Ci hanno chiesto se avessimo bisogno di qualche cosa in particolare. Sono arrivate altre persone – tra queste ho riconosciuto alcuni che ci avevano strattonati nel pomeriggio – e si sono fermate a chiacchierare con noi grazie all’aiuto di un traduttore. La Libia, i raid. Siamo stati bersagliati da domande semplici che richiedevano risposte complicate: «Ma perché ci attaccate? Perché state facendo questo alla nostra gente?». Il nostro giovane “accompagnatore” rifletteva perplesso su dinamiche e strategie che restavano per lui incomprensibili. Un uomo più anziano: «Sono nato e cresciuto in questo Paese. Mia moglie è stata costretta a fuggire all’estero. Io, nella mia vita, non ho mai sparato a nessuno, bombardato nessuno, perché devo subire tutto questo?».
Due, tre ore. Poi le parole si sono fatte più lente, la discussione si è allungata nel buio di una notte aggrappata con incerta speranza a questo tentativo di confronto, di conciliazione. Rimasti soli nella nostra stanza, ci siamo stesi sui materassi. Nessuno ha dormito.
Abbiamo visto un’alba luminosissima entrare dalla finestra. Ci hanno portato dell’acqua, del caffè. Hanno insistito perché facessimo colazione nonostante il Ramadan. Poi, senza che quasi ce ne rendessimo conto, in un secondo, come fosse arrivato un ordine preciso dall’alto, siamo stati caricati in macchina. «Vi portiamo all’Hotel Rixos». Ci siamo guardati con incertezza: non sapevamo quello che ci attendeva fuori da lì. Il Rixos, per quel che ne sapevamo, era in mano ai lealisti.
Ci hanno sistemati su un pick-up, in mezzo ad alcune taniche blu di acqua. Abbiamo percorso qualche chilometro in una parte di Tripoli letteralmente abbandonata: una città fantasma. Poi siamo arrivati a un posto di blocco. E poi a un altro. Un altro ancora. Ci siamo fermati davanti a un edificio largo e alto. Ho pensato si trattasse del Rixos. Ma ho visto un uomo con una telecamera, forse di una televisione belga. E ho visto quella bandiera: la bandiera degli insorti, della nuova Libia. Ho pensato: siamo salvi. Scesi dal camioncino, i ribelli hanno cominciato ad abbracciarci: «Giornalisti italiani! Giornalisti italiani!». Abbiamo salutato i nostri accompagnatori. Altri uomini ci hanno messo su due macchine. Ci hanno detto che eravamo stati rilasciati «per rispetto a Dio». Abbiamo attraversato strombazzando tutto il quartiere. Fino all’Hotel Corinthia. Fino alla Libertà.
Ho respirato a fondo. E poi, con gesto automatico, ho cercato il mio telefono. Nella tasca ho trovato però solo il taccuino: l’unica cosa che non mi era stata portata via. L’ho stretto forte. Ho cercato, come fosse il primo dei miei doveri, le parole per iniziare a raccontare. Senza trovarle. Cosa c’è da raccontare quando hai visto uccidere un uomo?
Avvenire del 26 agosto 2011
La strada si è fatta improvvisamente larga e silenziosa. Da una parte il lungo muro che costeggia il compound di Bab al-Azizia, a Tripoli, dall’altra un quartiere popolare di case basse. Il nostro pick-up correva veloce su un tappeto di bossoli, pietre e detriti: i resti della battaglia. Nessuno, ma proprio nessuno, intorno: solo sporadici colpi che tagliavano l’aria e la nostra concentrazione. Sentivamo, tutti, che qualcosa stava succedendo. Che il nostro viaggio, così ricco di segnali e presagi fin dall’inizio, ci stava portando al cuore di questa guerra. Ed è stato quel silenzio che l’ha rivelata a me.
Avevo negli occhi e negli orecchi i colori e l’euforia chiassosa di Piazza Verde dove eravamo stati poco prima per assistere ai festeggiamenti della “presa di Tripoli” da parte dei ribelli. Raffiche in aria, caroselli di mezzi militari, gli slogan urlati a tutta voce: «Libia libera, Libia libera». Quando ci siamo rimessi in viaggio, e la strada si è aperta in un vialone spettrale, quel silenzio mi ha subito gelato. Una sensazione forte, chiarissima. Perfettamente riconoscibile da chi fa questo mestiere. È esattamente in quel momento che ho capito: eravamo in pericolo, dovevamo tornare indietro. Questione di attimi: pochi metri di asfalto. Troppo pochi per riuscire a suggerire al nostro autista di fermarsi immediatamente, invertire la marcia.
Poi è successo tutto velocemente, come in un flash. Poco più avanti, in una postazione nascosta dietro un muretto, ho scorto delle figure che si muovevano lentamente. Ho visto le divise verdi, l’emblema su un berretto dell’Esercito libico. Mi sono detto: ecco, siamo passati dall’altra parte. In una manciata di secondi la nostra macchina è stata spinta in un angolo, siamo stati circondati da uomini in abiti civili, quasi tutti armati, e poi uomini in divisa. Erano tanti. Urlavano. Urlavano tutti. Ci hanno tirato fuori dalla macchina, malmenati. Hanno cominciato a toglierci di dosso tutto quello che avevamo. Un mattatoio: mi sono sentito dentro un mattatoio. È arrivata un’altra macchina, un pick-up, di quelli con un cassone dietro semi-chiuso. Ci hanno spinti lì dentro: noi quattro giornalisti e il nostro autista. La macchina si è mossa, ha percorso cento metri. E si è fermata contro un muro. Altre persone ci hanno circondato: alcuni sporchi di sangue raggrumato, o con grossi cerotti sul volto. Hanno cominciato a insultarci. «Italiani!», «Berlusconi!», «Nato!». Infilavano le braccia e le canne dei fucili nel portellone per cercare di tirarci giù da lì. Il collega del Corriere è stato colpito forte in volto. Qualcuno intanto cercava di spostare il nostro automezzo, liberarlo da quell’assedio. Ma ci attendeva solo il peggio.
Al Maadi, il nostro autista, l’avevo contattato in marzo durante il mio precedente viaggio. Era di Zintan (sud di Tripoli). Stava con noi dal giorno prima: ci aveva accompagnato da Djerba, in Tunisia, fino a lì, e durante il viaggio avevamo fatto tappa da alcuni suoi familiari: eravamo stati accolti con amicizia, rifocillati. L’autista ci aveva chiesto di poter passare, il giorno dopo, in un piccolo villaggio sulla strada per poter salutare i suoi genitori. Lo aveva detto con un tono intenso: più un presentimento che una richiesta. Era un uomo di esperienza, sulla sessantina. Che conosceva bene il suo mestiere e conosceva bene il suo Paese: per questo teneva, fedele compagno di viaggio, un Kalashnikov a fianco del sedile. Non gli è servito, però, in quel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Forse tra la gente della tribù sbagliata. Forse, più semplicemente, tra gente sbagliata.
Dentro quel cassone, dentro quell’inferno, sentivo la sua spalla accanto alla mia. Tenevamo tutti e due la testa bassa. Mi sono girato verso di lui, ma solo un poco, perché stava mormorando qualcosa. Stava pregando. Sapeva che stava per morire, lo sentiva. L’hanno trascinato giù.
Ricordo due raffiche, alle spalle di uomo inerme, lì, in piedi. La prima l’ha costretto in ginocchio, le braccia in alto. La seconda l’ha schiantato a terra, a faccia in giù.
Mi sono sentito inutile, impotente. Ho pensato, con una strana freddezza, che adesso sarebbe toccato a noi. E invece.
Invece la macchina è ripartita. Per tornare, però, quasi allo stesso punto: non sapevano nemmeno loro cosa fare di noi, dove mandarci. Ci siamo ritrovati fermi a una cinquantina di metri da lì, in una viuzza dove c’erano alcune persone sedute sotto un albero. Ci hanno fatto scendere, ordinato di entrare in una specie di garage aperto con un grande cancello verde. Da lì, ci hanno indicato la porta che conduceva a un ripostiglio: un bugigattolo due metri per due con una grata in alto che dava sull’esterno.
Ci siamo seduti: per terra, su uno pneumatico, sopra una tanica di benzina piena. Dalla finestrella si percepivano, vicinissime, discussioni e urla concitate. Ho capito che quelli di fuori volevano noi, la nostra pelle, mentre altri valutavano diverse e forse più convenienti possibilità. Liti continue sul nostro destino che hanno segnato tutta questa esperienza, dall’inizio alla fine. Liti in arabo ma perfettamente comprensibili anche a noi, e comunque ben “rappresentate” in quel bugigattolo: qualcuno ci ha portato acqua e biscotti, qualcuno ha sputato attraverso la grata.
Siamo rimasti accucciati in quello sgabuzzino per tre ore, mentre fuori, sulla strada, infuriava la battaglia. Sentivamo i proiettili fischiare lì accanto, come il cinguettio di tanti uccellini. Colpi di artiglieria pesante facevano tremare i muri.
Verso sera, saranno state le sei, un tizio ci ha chiesto se avessimo bisogno del bagno. Ci hanno portati in una casa privata lì accanto. Mentre stavamo tornando verso il nostro sgabuzzino, sono arrivati nel cortile davanti al garage due grossi pick-up carichi di uomini armati in divisa. Facce che dicevano tutto, e niente di buono. Hanno cominciato a parlare con le persone che ci tenevano in quell’edificio e che, pur essendo in abiti civili e non armati, si rivolgevano loro con autorevolezza. Ho pensato a un elemento di superiorità tribale. Ho pensato che questi che ci avevano “custoditi” sinora fossero, forse, notabili del quartiere, comunque autorità.
La discussione si è protratta per un po’. Poi ci hanno caricati su un furgoncino: mi ricordo solo di aver messo i piedi su una grossa chiazza di sangue fresco. Ci hanno portato cento metri più avanti e lì ci siamo imbattuti in una postazione lealista con un pick-up caricato con la contraerea che ha sparato in direzione di Tripoli. Così l’autista ha fatto inversione a U, ritrovandoci molto vicini al garage da cui eravamo stati spostati. Lì, dopo una svolta, c’è una sorta di comando militare. Ci hanno spiegato in qualche modo che dovevamo essere interrogati da un generale per il fatto di essere entrati illegalmente nel paese. Eravamo entrati in Libia dal confine tunisino, controllato dagli insorti.
Stavamo ancora nel camioncino. Ho girato il volto verso il finestrino aperto e un pugno mi ha sfiorato lo zigomo. Ho concentrato lo sguardo per cercare di capire chi l’avesse sferrato, ma il responsabile si era già spostato più in là, e quello spazio, lì a pochi centimetri dal mio naso, era stato riempito dai due occhi stupiti e a me così familiari. Quel volto vibrante, luminoso, già visto tante altre volte in Africa – in Sierra Leone, in Eritrea, in Somalia –, o a Lampedusa. «Sorry». Il giovane mercenario mi ha chiesto scusa. Per quello che mi stava accadendo e forse anche solo per il fatto di essere lì, pagato e sfruttato dalla follia del regime.
E poi ancora, più in là, eccone un altro. Indossava una divisa nuovissima, senza una piega. Sotto, una maglietta del Milan. Uno dei miei colleghi l’ha indicata, ha sorriso. Un tentativo di allentare la tensione. Il ragazzo – non aveva vent’anni – ho cominciato in fretta a tirare fuori decine di pallottole dalle tasche della sua giacca militare fiammante. L’ha lisciata un pochino con le mani. E ha fatto per togliersela: voleva regalarcela. Pensava avessimo indicato quella, non la maglia del Milan. Pensava ci piacesse la sua bellissima giubba nuova. Ed era pronto a darcela, in un gesto impensabile di gratitudine verso il nostro Paese.
Abbiamo ringraziato con un cenno del capo. E siamo usciti da quella bolla così incredibile, così lontana da tutto il resto, solo quando un civile, sui trent’anni, che stava su una macchina più avanti, dopo aver confabulato con i militari – mi è parso di sentir citare l’hotel Rixos – si è avvicinato a noi. «Venite con me», ha detto in inglese. Tono neutro, per nulla minaccioso. «Vi porto a casa mia, stiamo un po’ a casa mia».
Siamo scesi dalla macchina e, lui davanti e noi dietro, abbiamo fatto duecento metri a piedi per raggiungere la sua abitazione. Il giovane ci ha detto di stare tranquilli: «Finché siete qui dentro non vi succederà nulla». Ha preso il telefono e fatto qualche telefonata. Ha parlato con la fidanzata. Con alcuni amici.
La situazione era piuttosto calma, rilassata. Ho sentito di poterlo fare e l’ho fatto. Gliel’ho chiesto: «Posso usare il telefono per chiamare in Italia?». Con gentilezza me l’ha porto. «Nessun problema». Ho chiamato Avvenire.
Siamo rimasti a casa di questo giovane un altro po’. Poi, sempre a piedi nella via deserta, costeggiata da acacie spelacchiate, siamo tornati nell’appartamento dove nel pomeriggio ci era stato consentito di andare in bagno. L’uomo ci ha accompagnati in una stanza dove c’erano alcuni materassi appoggiati a terra. «State tranquilli – ci ha detto –. Siete in mani sicure. Non vi succederà niente. Potremmo lasciarvi andare, ma se provate a uscire da qui, quelli fuori vi ammazzano immediatamente».
Altri uomini ci hanno portato da mangiare. Ci hanno chiesto se avessimo bisogno di qualche cosa in particolare. Sono arrivate altre persone – tra queste ho riconosciuto alcuni che ci avevano strattonati nel pomeriggio – e si sono fermate a chiacchierare con noi grazie all’aiuto di un traduttore. La Libia, i raid. Siamo stati bersagliati da domande semplici che richiedevano risposte complicate: «Ma perché ci attaccate? Perché state facendo questo alla nostra gente?». Il nostro giovane “accompagnatore” rifletteva perplesso su dinamiche e strategie che restavano per lui incomprensibili. Un uomo più anziano: «Sono nato e cresciuto in questo Paese. Mia moglie è stata costretta a fuggire all’estero. Io, nella mia vita, non ho mai sparato a nessuno, bombardato nessuno, perché devo subire tutto questo?».
Due, tre ore. Poi le parole si sono fatte più lente, la discussione si è allungata nel buio di una notte aggrappata con incerta speranza a questo tentativo di confronto, di conciliazione. Rimasti soli nella nostra stanza, ci siamo stesi sui materassi. Nessuno ha dormito.
Abbiamo visto un’alba luminosissima entrare dalla finestra. Ci hanno portato dell’acqua, del caffè. Hanno insistito perché facessimo colazione nonostante il Ramadan. Poi, senza che quasi ce ne rendessimo conto, in un secondo, come fosse arrivato un ordine preciso dall’alto, siamo stati caricati in macchina. «Vi portiamo all’Hotel Rixos». Ci siamo guardati con incertezza: non sapevamo quello che ci attendeva fuori da lì. Il Rixos, per quel che ne sapevamo, era in mano ai lealisti.
Ci hanno sistemati su un pick-up, in mezzo ad alcune taniche blu di acqua. Abbiamo percorso qualche chilometro in una parte di Tripoli letteralmente abbandonata: una città fantasma. Poi siamo arrivati a un posto di blocco. E poi a un altro. Un altro ancora. Ci siamo fermati davanti a un edificio largo e alto. Ho pensato si trattasse del Rixos. Ma ho visto un uomo con una telecamera, forse di una televisione belga. E ho visto quella bandiera: la bandiera degli insorti, della nuova Libia. Ho pensato: siamo salvi. Scesi dal camioncino, i ribelli hanno cominciato ad abbracciarci: «Giornalisti italiani! Giornalisti italiani!». Abbiamo salutato i nostri accompagnatori. Altri uomini ci hanno messo su due macchine. Ci hanno detto che eravamo stati rilasciati «per rispetto a Dio». Abbiamo attraversato strombazzando tutto il quartiere. Fino all’Hotel Corinthia. Fino alla Libertà.
Ho respirato a fondo. E poi, con gesto automatico, ho cercato il mio telefono. Nella tasca ho trovato però solo il taccuino: l’unica cosa che non mi era stata portata via. L’ho stretto forte. Ho cercato, come fosse il primo dei miei doveri, le parole per iniziare a raccontare. Senza trovarle. Cosa c’è da raccontare quando hai visto uccidere un uomo?
UNA CURVA SBAGLIATA ED E' INIZIATO L'INCUBO
Di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera del 26 agosto 2011
Un foglietto spiegazzato con i nomi in arabo e due numeri di telefono è tutto ciò che ci resta, assieme a una penna rossa con la pubblicità del film Titanic, dei due veri protagonisti di questa storia: due ragazzi gheddafisti che hanno rischiato la loro vita per riportarci nella zona liberata di Tripoli, attraversando le linee nemiche e lasciandoci solo quando sono stati certi che fossimo al sicuro.
La prima cosa che ha fatto per noi Mustafa, pantaloni a scacchi e canottiera bianca, è stato di portarci acqua e biscotti, che ha depositato con un gesto brusco sul pavimento di cemento del ripostiglio in cui eravamo stati rinchiusi tra taniche vuote di benzina, una bombola di gas, bottiglie di olio di semi, scatoloni e una bandiera verde impolverata della Jamahiriya. Abdel, 30 anni, magro, barba un po' alla Che Guevara, si è materializzato qualche ora dopo sulla porta del garage dove premeva un gruppo di miliziani che volevano caricarci su un Toyota pick-up per andare a concludere la storia a modo loro: veloce, secco, come una raffica di mitra. Abdel, disarmato, scalzo, ha preso in mano la situazione: calmando gli esaltati in tuta mimetica, rabbonendo un miliziano con elmetto e giubbotto antiproiettile, dando sulla voce ai ragazzini con la T-shirt del Milan sotto la camicia militare e il kalashnikov imbracciato con la disinvoltura dei veterani di guerra. Senza di loro, senza Mustafa e Abdel, sarebbe finita peggio, anche se sarà impossibile cancellare l'immagine di Al Mahdi, il nostro autista, riverso sul marciapiede, ammazzato a bruciapelo.
Sono le 11,30 della mattina, Claudio Monici, l'inviato di Avvenire perlustra l'auto color argento con uno scettico Al Mahdi. Manca la ruota di scorta e i 40 chilometri che separano Zawiya da Tripoli sono pieni di insidie (e di buche). Ma il tempo stringe e la ricerca di un gommista rischia di essere lunga e infruttuosa. Al Mahdi non è tipo da demordere, trova lo pneumatico che gli serve, ovviamente contratta il prezzo. E poi, finalmente si parte, Claudio siede davanti. Sul sedile posteriore noi due e Domenico Quirico, della Stampa . Tutto fila liscio fino alla periferia di Tripoli, poi avanti ancora, sciué sciué (piano, piano) fino ai primi casermoni della capitale. Un'ultima curva davanti a un gigantesco ritratto di Gheddafi crivellato dai proiettili ed eccoci nella Piazza Verde, il cuore della città e del regime che sta morendo. Le jeep dei ribelli girano in tondo. È una festa: arrivano da diverse regioni della Libia: sparano in aria, sventolano la nuova bandiera (verde, rossa e nera). «Questa generazione ha fatto molto per noi - osserva, sotto la vecchia sede della Banca di Roma, un professore di letteratura inglese dell'Università Al Fatah - adesso qui tutti hanno le armi, ce ne sono tante, ma non troppe: dobbiamo difendere la nostra libertà».
Ma hanno vinto davvero su tutto il fronte? Parrebbe di sì, anche l'Hotel Rixos, uno degli ultimi presidi dei gheddafiani, risulta essere ormai in mano ai ribelli. C'è un anziano signore coi baffetti che si avvicina al nostro gruppo smozzicando qualche parola di italiano. Cinque minuti di chiacchiere e poi l'offerta: «Se volete vi porto io, conosco la zona. Sicura, miè miè, al cento per cento». Qualche sguardo interrogativo, poi saliamo in macchina e partiamo. Cento, duecento metri dalla Piazza Verde, passiamo di fianco al centro commerciale di Aisha, una delle figlie di Gheddafi, poi sbuchiamo in una strada larga, sbrecciata e, soprattutto, deserta in modo sospetto. Claudio è il più lucido e il più pronto: «Non mi piace, indietro, torniamo indietro». Qualche secondo di esitazione e dopo un'altra curva vediamo sbucare un uomo in mimetica, berretto con stella verde, nero centrafricano: potrebbe essere uno di quei mercenari al servizio del Colonnello di cui tanto si è parlato. È appoggiato alla ringhiera di protezione di un ponte, sembra quasi sorpreso, ma poi si scuote e si scatena un turbine di divise strane, grida, e mitra spianati.
Ancora pochi secondi e la macchina viene bloccata, dieci, cento mani ci strattonano, ci frugano, ci portano via tutto: telefonini, passaporto, soldi, computer. Tutto. Solo adesso ci ricordiamo che anche il nostro autista Al Mahdi ha un kalashnikov appoggiato sul pianale. Normale per tutti i ribelli, fatale nella tana del nemico. Adesso il tumulto è totale, ci spingono in un minivan. Tutti e quattro pigiati nei posti di dietro e, naturalmente, spaventati. Buttano dentro, letteralmente, anche Al Mahdi, volano schiaffi, pugni, sputi. Avanziamo metro su metro tra i miliziani che agitano i mitra, le rivoltelle. Uno di loro sta controllando i documenti di Al Mahdi: viene da Zintan, la città nemica per eccellenza di Gheddafi. Purtroppo è facile fare un tragico conto: mitra + Zintan. Lo ha fatto Al Mahdi che piega la testa e mormora quella che ci sembra una preghiera. Lo ha fatto il miliziano più feroce che ora lo afferra per la jalabiya e lo trascina fuori dalla macchina. Sentiamo i colpi, vediamo la figura bianca cadere sul marciapiede. E adesso? Ancora minacce, urla, schiaffi. Tirano giù anche noi? No, qualcuno si sta facendo largo tra le canne dei fucili. Cinque, sei uomini agitano le mani, cercano di domare quegli uomini pieni di odio feroce. Solo grazie al loro intervento ci ritroviamo in una grande casa patronale. «Garage, garage» urla qualcuno. Si apre un cancello verde in metallo, passiamo in un piccolo patio e poi ecco un'altra porta in ferro. È un piccolo ripostiglio con una finestrella aperta sulla strada. Quando si chiude il chiavistello ci sentiamo quasi sollevati. Per lo meno siamo al riparo. È già l'una, fa caldo. Gola secca.
Si apre la porta e per la prima volta vediamo Mustafa, anzi l'acqua, il succo di frutta e i biscotti che ci butta lì senza dire una parola. Nel frattempo alla finestrella si alternano i giovani gheddafiani: chi sputa, chi ci rinfaccia le imprese di Sarkozy e di Berlusconi, chi si passa il dito sotto la gola: vi scanniamo. Poi spariscono per un po', mentre si intensifica il fuoco delle batterie anticarro e a un certo punto ci sembra che stiano sparando proprio davanti alla casa. A metà pomeriggio la porta si apre un'altra volta: è ancora Mustafa, ci fa uscire e ci porta nel cortiletto. Indica una fontana, ci offre del sapone liquido per lavarci le mani, chiede se vogliamo andare in bagno. Intanto il patio si riempie della stessa fauna della mattina: ancora mimetiche, giubbotti antiproiettile, soldati ragazzini. E ancora minacce, urla, ma nessuno si azzarda a toccarci. C'è qualcuno che parla con un tono di voce ugualmente aspro: è l'unico disarmato. E questo chi è? Non parla inglese, azzarda qualche frase. Ma in fondo non c'è bisogno. «No problem, no problem», ci ripete con uno di quei sorrisi che nelle persone pulite partono dagli occhi. E Abdel è molto più che pulito, è una persona rara, imperdibile e indimenticabile come scopriremo presto. Ma è anche abile, sa usare le parole, sa trovare persino in questi miliziani assediati e pronti a tutto la leva per ribaltare la situazione.
Racconta che non ci possono ammazzare così, che dobbiamo essere portati dal «Generale», che non tocca a loro decidere. A noi dice: vi portiamo dalla polizia e lì avrete la possibilità di spiegare che cosa ci fate qui. Noi lo abbiamo ripetuto tutti e quattro almeno cento volte: siamo solo giornalisti, non abbiamo armi, non siamo il vostro nemico. Dopo una serie di giravolte e di false partenze, con la jeep che si incaglia a metà strada ancora una volta circondata da volti minacciosi, Abdel coglie tutti di sorpresa. Ci fa scendere: li porto io con la macchina di mio padre. Tutto intorno sparano: siamo in una gabbia costruita da uomini a loro volta in gabbia. Come ne usciamo? Il ragazzo alto e moro cammina spedito, quando si attraversa fa segno di correre: «Shot, shot» (sparano, sparano): corriamo, corriamo, ma dove stiamo andando? «A casa mia» è la risposta spiazzante di Abdel. La prima di una lunga serie. È un edificio basso come gli altri, bianco come gli altri. Ma qui dentro succede qualcosa che a tutti noi sembra incredibile. Entriamo, ci togliamo le scarpe come usa nei Paesi arabi e Abdel ci fa sedere sui divanetti poggiati in terra e ora sorride: «Relax, relax», «no problem, no problem». Passa in cucina e torna con acqua, succhi, datteri. È pieno Ramadan e il giovane musulmano rispetta alla lettera il precetto del digiuno. Non tocca cibo e acqua dalla mattina e dovrà aspettare le 19.59, l'ora del tramonto. Ma finalmente si parla. Si comincia con lo stadio Giuseppe Meazza e Gattuso e Abdel si illumina. Poi si passa alla sua fidanzata e il giovane è raggiante: sperano di sposarsi presto. Ma alla fine, inevitabilmente, si scivola nella politica e Abdel si rabbuia. Anche lui ce l'ha con Sarkozy e Berlusconi, ma ciò che veramente lo annienta è quello che vede intorno: «Il mio Paese, il mio povero Paese distrutto dalla guerra».
Racconta di vecchi amici, di conoscenti da trent'anni che da un giorno all'altro, qui nel quartiere di Abu Salif, hanno cominciato a spararsi addosso. Ci rendiamo conto come si somiglino le storie delle famiglie rimaste fedeli a Gheddafi con quelle che abbiamo raccolto lungo la strada verso Tripoli. L'acqua corrente manca sia qui che là. I generatori per alimentare un minimo di corrente sono gli stessi. Come pure la preoccupazione per mettere in salvo i bambini, le donne («i musulmani proteggono le donne») è la stessa. I ragionamenti di Abdel possono non convincere, ma hanno il suono inconfondibile della sincerità. Ora il nostro «carceriere» parla come un amico. Da prigionieri siamo diventati ospiti. A rendere concreto il concetto ci pensa l'inseparabile Mustafa. Arriva il caffè, arriva il tè e poi la cena di fine Ramadan. Pasta al sugo, uova sode, spezzatino. Sarebbe bello spazzolare via tutto, ma nessuno di noi ha fame. È quasi notte, ormai, e intanto siamo tornati nella casa padronale, ma a questo punto nel soggiorno al primo piano. Anche il proprietario ci accoglie con gentilezza e generosità, anche se nella dispensa è rimasto ben poco e le taniche con l'acqua potabile sono ormai a livello di guardia.
Certo, ora si sta meglio, ma siamo sempre tagliati fuori. Come facciamo a dare l'allarme? Basta un'occhiata e Abdel capisce al volo: «Telefonare? No problem» e ci tende il piccolo cellulare. Ancora una volta increduli avvisiamo i nostri giornali. La linea è difettosa, le chiamate con il Consolato italiano di Bengasi procedono a sprazzi. Sì, Bengasi, il quartier generale degli anti-Gheddafi. «Ci hanno chiamato dall'Italia». «Certo, certo», sorride Abdel.
È ora di dormire. Mustafa tira fuori materassini, distribuisce cuscini. La notte è insonne: agli spari si alterna il rombo degli aerei e, quando tutto si placa, comincia un martellante chicchirichì dei galli completamente in tilt. Inevitabilmente i dubbi, i timori si moltiplicano. La mattina arriva il buongiorno del nostro ospite. Si scusa: i negozi sono ormai abbandonati. Non c'è abbastanza per preparare la colazione. Poi naturalmente arrivano puntuali il caffè e i muffin di Mustafa. Ma abbiamo capito che il problema non è la colazione. Il problema siamo noi. «La giornata sarà molto calda oggi», dice Abdel. Poi scambia un'occhiata con l'amico e dice: andiamo. Nel cortile è pronto un camion con i bidoni vuoti per l'acqua. Ci distribuiamo tra l'abitacolo e il cassone. Mustafa al volante, Abdel dietro tra le taniche. Usciamo dalla casa, lentamente, poi sfiliamo tra le strade deserte, tra le auto bruciate, gli sbarramenti di cemento, i segni degli ultimi combattimenti. Non c'è nessuno, filiamo via indisturbati fino a imboccare un lungo viale fiancheggiato da due file di alti edifici fronteggianti. È uno scenario alla Sarajevo: le fazioni si sparano da una finestra all'altra. Ma stamattina è tutto abbandonato. Abdel ripete con gli occhi lucidi: «Povero il mio Paese, povero il mio Paese». A un certo punto cominciamo a vedere le bandiere dei ribelli. Ma dove stiamo andando? Ce lo chiedono anche i giovani ai posti di blocco; ma Abdel sembra che abbia un lasciapassare speciale, saluta e sorride ai suoi nemici. E lo fa solo per noi. Fine corsa: hotel Rixos, ultimo pezzetto della capitale liberata. Siamo in salvo. Ma è difficile separarsi da Abdel e Mustafa. Li aspettiamo a Milano. Stadio Giuseppe Meazza.
Corriere della Sera del 26 agosto 2011
Un foglietto spiegazzato con i nomi in arabo e due numeri di telefono è tutto ciò che ci resta, assieme a una penna rossa con la pubblicità del film Titanic, dei due veri protagonisti di questa storia: due ragazzi gheddafisti che hanno rischiato la loro vita per riportarci nella zona liberata di Tripoli, attraversando le linee nemiche e lasciandoci solo quando sono stati certi che fossimo al sicuro.
La prima cosa che ha fatto per noi Mustafa, pantaloni a scacchi e canottiera bianca, è stato di portarci acqua e biscotti, che ha depositato con un gesto brusco sul pavimento di cemento del ripostiglio in cui eravamo stati rinchiusi tra taniche vuote di benzina, una bombola di gas, bottiglie di olio di semi, scatoloni e una bandiera verde impolverata della Jamahiriya. Abdel, 30 anni, magro, barba un po' alla Che Guevara, si è materializzato qualche ora dopo sulla porta del garage dove premeva un gruppo di miliziani che volevano caricarci su un Toyota pick-up per andare a concludere la storia a modo loro: veloce, secco, come una raffica di mitra. Abdel, disarmato, scalzo, ha preso in mano la situazione: calmando gli esaltati in tuta mimetica, rabbonendo un miliziano con elmetto e giubbotto antiproiettile, dando sulla voce ai ragazzini con la T-shirt del Milan sotto la camicia militare e il kalashnikov imbracciato con la disinvoltura dei veterani di guerra. Senza di loro, senza Mustafa e Abdel, sarebbe finita peggio, anche se sarà impossibile cancellare l'immagine di Al Mahdi, il nostro autista, riverso sul marciapiede, ammazzato a bruciapelo.
Sono le 11,30 della mattina, Claudio Monici, l'inviato di Avvenire perlustra l'auto color argento con uno scettico Al Mahdi. Manca la ruota di scorta e i 40 chilometri che separano Zawiya da Tripoli sono pieni di insidie (e di buche). Ma il tempo stringe e la ricerca di un gommista rischia di essere lunga e infruttuosa. Al Mahdi non è tipo da demordere, trova lo pneumatico che gli serve, ovviamente contratta il prezzo. E poi, finalmente si parte, Claudio siede davanti. Sul sedile posteriore noi due e Domenico Quirico, della Stampa . Tutto fila liscio fino alla periferia di Tripoli, poi avanti ancora, sciué sciué (piano, piano) fino ai primi casermoni della capitale. Un'ultima curva davanti a un gigantesco ritratto di Gheddafi crivellato dai proiettili ed eccoci nella Piazza Verde, il cuore della città e del regime che sta morendo. Le jeep dei ribelli girano in tondo. È una festa: arrivano da diverse regioni della Libia: sparano in aria, sventolano la nuova bandiera (verde, rossa e nera). «Questa generazione ha fatto molto per noi - osserva, sotto la vecchia sede della Banca di Roma, un professore di letteratura inglese dell'Università Al Fatah - adesso qui tutti hanno le armi, ce ne sono tante, ma non troppe: dobbiamo difendere la nostra libertà».
Ma hanno vinto davvero su tutto il fronte? Parrebbe di sì, anche l'Hotel Rixos, uno degli ultimi presidi dei gheddafiani, risulta essere ormai in mano ai ribelli. C'è un anziano signore coi baffetti che si avvicina al nostro gruppo smozzicando qualche parola di italiano. Cinque minuti di chiacchiere e poi l'offerta: «Se volete vi porto io, conosco la zona. Sicura, miè miè, al cento per cento». Qualche sguardo interrogativo, poi saliamo in macchina e partiamo. Cento, duecento metri dalla Piazza Verde, passiamo di fianco al centro commerciale di Aisha, una delle figlie di Gheddafi, poi sbuchiamo in una strada larga, sbrecciata e, soprattutto, deserta in modo sospetto. Claudio è il più lucido e il più pronto: «Non mi piace, indietro, torniamo indietro». Qualche secondo di esitazione e dopo un'altra curva vediamo sbucare un uomo in mimetica, berretto con stella verde, nero centrafricano: potrebbe essere uno di quei mercenari al servizio del Colonnello di cui tanto si è parlato. È appoggiato alla ringhiera di protezione di un ponte, sembra quasi sorpreso, ma poi si scuote e si scatena un turbine di divise strane, grida, e mitra spianati.
Ancora pochi secondi e la macchina viene bloccata, dieci, cento mani ci strattonano, ci frugano, ci portano via tutto: telefonini, passaporto, soldi, computer. Tutto. Solo adesso ci ricordiamo che anche il nostro autista Al Mahdi ha un kalashnikov appoggiato sul pianale. Normale per tutti i ribelli, fatale nella tana del nemico. Adesso il tumulto è totale, ci spingono in un minivan. Tutti e quattro pigiati nei posti di dietro e, naturalmente, spaventati. Buttano dentro, letteralmente, anche Al Mahdi, volano schiaffi, pugni, sputi. Avanziamo metro su metro tra i miliziani che agitano i mitra, le rivoltelle. Uno di loro sta controllando i documenti di Al Mahdi: viene da Zintan, la città nemica per eccellenza di Gheddafi. Purtroppo è facile fare un tragico conto: mitra + Zintan. Lo ha fatto Al Mahdi che piega la testa e mormora quella che ci sembra una preghiera. Lo ha fatto il miliziano più feroce che ora lo afferra per la jalabiya e lo trascina fuori dalla macchina. Sentiamo i colpi, vediamo la figura bianca cadere sul marciapiede. E adesso? Ancora minacce, urla, schiaffi. Tirano giù anche noi? No, qualcuno si sta facendo largo tra le canne dei fucili. Cinque, sei uomini agitano le mani, cercano di domare quegli uomini pieni di odio feroce. Solo grazie al loro intervento ci ritroviamo in una grande casa patronale. «Garage, garage» urla qualcuno. Si apre un cancello verde in metallo, passiamo in un piccolo patio e poi ecco un'altra porta in ferro. È un piccolo ripostiglio con una finestrella aperta sulla strada. Quando si chiude il chiavistello ci sentiamo quasi sollevati. Per lo meno siamo al riparo. È già l'una, fa caldo. Gola secca.
Si apre la porta e per la prima volta vediamo Mustafa, anzi l'acqua, il succo di frutta e i biscotti che ci butta lì senza dire una parola. Nel frattempo alla finestrella si alternano i giovani gheddafiani: chi sputa, chi ci rinfaccia le imprese di Sarkozy e di Berlusconi, chi si passa il dito sotto la gola: vi scanniamo. Poi spariscono per un po', mentre si intensifica il fuoco delle batterie anticarro e a un certo punto ci sembra che stiano sparando proprio davanti alla casa. A metà pomeriggio la porta si apre un'altra volta: è ancora Mustafa, ci fa uscire e ci porta nel cortiletto. Indica una fontana, ci offre del sapone liquido per lavarci le mani, chiede se vogliamo andare in bagno. Intanto il patio si riempie della stessa fauna della mattina: ancora mimetiche, giubbotti antiproiettile, soldati ragazzini. E ancora minacce, urla, ma nessuno si azzarda a toccarci. C'è qualcuno che parla con un tono di voce ugualmente aspro: è l'unico disarmato. E questo chi è? Non parla inglese, azzarda qualche frase. Ma in fondo non c'è bisogno. «No problem, no problem», ci ripete con uno di quei sorrisi che nelle persone pulite partono dagli occhi. E Abdel è molto più che pulito, è una persona rara, imperdibile e indimenticabile come scopriremo presto. Ma è anche abile, sa usare le parole, sa trovare persino in questi miliziani assediati e pronti a tutto la leva per ribaltare la situazione.
Racconta che non ci possono ammazzare così, che dobbiamo essere portati dal «Generale», che non tocca a loro decidere. A noi dice: vi portiamo dalla polizia e lì avrete la possibilità di spiegare che cosa ci fate qui. Noi lo abbiamo ripetuto tutti e quattro almeno cento volte: siamo solo giornalisti, non abbiamo armi, non siamo il vostro nemico. Dopo una serie di giravolte e di false partenze, con la jeep che si incaglia a metà strada ancora una volta circondata da volti minacciosi, Abdel coglie tutti di sorpresa. Ci fa scendere: li porto io con la macchina di mio padre. Tutto intorno sparano: siamo in una gabbia costruita da uomini a loro volta in gabbia. Come ne usciamo? Il ragazzo alto e moro cammina spedito, quando si attraversa fa segno di correre: «Shot, shot» (sparano, sparano): corriamo, corriamo, ma dove stiamo andando? «A casa mia» è la risposta spiazzante di Abdel. La prima di una lunga serie. È un edificio basso come gli altri, bianco come gli altri. Ma qui dentro succede qualcosa che a tutti noi sembra incredibile. Entriamo, ci togliamo le scarpe come usa nei Paesi arabi e Abdel ci fa sedere sui divanetti poggiati in terra e ora sorride: «Relax, relax», «no problem, no problem». Passa in cucina e torna con acqua, succhi, datteri. È pieno Ramadan e il giovane musulmano rispetta alla lettera il precetto del digiuno. Non tocca cibo e acqua dalla mattina e dovrà aspettare le 19.59, l'ora del tramonto. Ma finalmente si parla. Si comincia con lo stadio Giuseppe Meazza e Gattuso e Abdel si illumina. Poi si passa alla sua fidanzata e il giovane è raggiante: sperano di sposarsi presto. Ma alla fine, inevitabilmente, si scivola nella politica e Abdel si rabbuia. Anche lui ce l'ha con Sarkozy e Berlusconi, ma ciò che veramente lo annienta è quello che vede intorno: «Il mio Paese, il mio povero Paese distrutto dalla guerra».
Racconta di vecchi amici, di conoscenti da trent'anni che da un giorno all'altro, qui nel quartiere di Abu Salif, hanno cominciato a spararsi addosso. Ci rendiamo conto come si somiglino le storie delle famiglie rimaste fedeli a Gheddafi con quelle che abbiamo raccolto lungo la strada verso Tripoli. L'acqua corrente manca sia qui che là. I generatori per alimentare un minimo di corrente sono gli stessi. Come pure la preoccupazione per mettere in salvo i bambini, le donne («i musulmani proteggono le donne») è la stessa. I ragionamenti di Abdel possono non convincere, ma hanno il suono inconfondibile della sincerità. Ora il nostro «carceriere» parla come un amico. Da prigionieri siamo diventati ospiti. A rendere concreto il concetto ci pensa l'inseparabile Mustafa. Arriva il caffè, arriva il tè e poi la cena di fine Ramadan. Pasta al sugo, uova sode, spezzatino. Sarebbe bello spazzolare via tutto, ma nessuno di noi ha fame. È quasi notte, ormai, e intanto siamo tornati nella casa padronale, ma a questo punto nel soggiorno al primo piano. Anche il proprietario ci accoglie con gentilezza e generosità, anche se nella dispensa è rimasto ben poco e le taniche con l'acqua potabile sono ormai a livello di guardia.
Certo, ora si sta meglio, ma siamo sempre tagliati fuori. Come facciamo a dare l'allarme? Basta un'occhiata e Abdel capisce al volo: «Telefonare? No problem» e ci tende il piccolo cellulare. Ancora una volta increduli avvisiamo i nostri giornali. La linea è difettosa, le chiamate con il Consolato italiano di Bengasi procedono a sprazzi. Sì, Bengasi, il quartier generale degli anti-Gheddafi. «Ci hanno chiamato dall'Italia». «Certo, certo», sorride Abdel.
È ora di dormire. Mustafa tira fuori materassini, distribuisce cuscini. La notte è insonne: agli spari si alterna il rombo degli aerei e, quando tutto si placa, comincia un martellante chicchirichì dei galli completamente in tilt. Inevitabilmente i dubbi, i timori si moltiplicano. La mattina arriva il buongiorno del nostro ospite. Si scusa: i negozi sono ormai abbandonati. Non c'è abbastanza per preparare la colazione. Poi naturalmente arrivano puntuali il caffè e i muffin di Mustafa. Ma abbiamo capito che il problema non è la colazione. Il problema siamo noi. «La giornata sarà molto calda oggi», dice Abdel. Poi scambia un'occhiata con l'amico e dice: andiamo. Nel cortile è pronto un camion con i bidoni vuoti per l'acqua. Ci distribuiamo tra l'abitacolo e il cassone. Mustafa al volante, Abdel dietro tra le taniche. Usciamo dalla casa, lentamente, poi sfiliamo tra le strade deserte, tra le auto bruciate, gli sbarramenti di cemento, i segni degli ultimi combattimenti. Non c'è nessuno, filiamo via indisturbati fino a imboccare un lungo viale fiancheggiato da due file di alti edifici fronteggianti. È uno scenario alla Sarajevo: le fazioni si sparano da una finestra all'altra. Ma stamattina è tutto abbandonato. Abdel ripete con gli occhi lucidi: «Povero il mio Paese, povero il mio Paese». A un certo punto cominciamo a vedere le bandiere dei ribelli. Ma dove stiamo andando? Ce lo chiedono anche i giovani ai posti di blocco; ma Abdel sembra che abbia un lasciapassare speciale, saluta e sorride ai suoi nemici. E lo fa solo per noi. Fine corsa: hotel Rixos, ultimo pezzetto della capitale liberata. Siamo in salvo. Ma è difficile separarsi da Abdel e Mustafa. Li aspettiamo a Milano. Stadio Giuseppe Meazza.